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L'IMPORTANZA DELLA SPERANZA IN UN MONDO DISPERATO
di Giacomo Samek Lodovici

PRIMO ANNIVERSARIO DELLA SPE SALVI: Quella certezza di futuro che già cambia il presente

Ricorre il 30 novembre il primo anniversario della Spe salvi, l’enciclica di Benedetto XVI sulla speranza, un tema che stava a cuore anche a Giovanni Paolo II (cfr. l’esortazione post-sinodale Ecclesia in Europa). In effetti, si tratta di un tema decisivo e fondamentale, tanto più in un mondo come il nostro che prova spesso smarrimento nell’affrontare il futuro, in un’epoca di offuscamento della speranza nell’esistenza (per esempio) di un senso della vita e della sofferenza, di un senso della malattia e della disabilità (per esempio di un senso dello stato «vegetativo»).
Ora, la speranza è l’aspettativa fiduciosa di un bene, ritenuto raggiungibile durante la vita, o dopo la morte biologica, ed è l’energia – come racconta Viktor Frankl, psicoterapeuta sopravvissuto ai lager – che ha permesso a diversi internati, anche fisicamente deboli, di sopravvivere persino all’abominio del campo di concentramento. Similmente, la Spe salvi dice che un presente faticoso può essere accettato se conduce verso una meta grande di cui possiamo essere certi. E mentre le religioni antiche crollarono perché dai loro dei non emanava una speranza ben fondata, viceversa il cristianesimo ha proposto una speranza affidabile, quella che hanno sperimentato i grandi credenti, che, nella relazione con il Dio-Amore, hanno potuto trovare le risorse per sopravvivere anche in condizioni disumane e di violenza, e che hanno sperimentato di essere attesi, anzi già amati da questo Amore. Il cristianesimo si fonda su una speranza affidabile nella vita eterna e nella sconfitta della morte, perché nell’incontro con questo Dio i grandi credenti sperimentano già un anticipo di vita eterna: grazie alla fede, «la vita eterna prende inizio in noi», è già presente in germe, e ciò costituisce una prova della vita eterna futura che ancora non si vede. Così, «il fatto che questo futuro esista cambia il presente». Possiamo avere speranza perché siamo in grado di comprendere (con la fede, ma anche, in una certa misura, con la filosofia) che non sono le leggi della materia che governano l’uomo, bensì un Dio personale.
Dunque, tutti gli sforzi di miglioramento dell’umanità vanno promossi, ma non bisogna sostituire la speranza escatologica nel Dio di Gesù Cristo con una speranza intramondana, come fanno alcune concezioni atee o che portano all’ateismo.
La Spe salvi cita, per esempio, la speranza del comunismo nella creazione del paradiso in terra, purché venissero cambiate (anche con la violenza) le condizioni economiche, e la speranza degli scientisti (da non confondere con gli scienziati) nella possibilità che la scienza possa realizzare la redenzione. Queste aspettative sono state fallimentari: il comunismo ha prodotto uno spaventoso massacro di decine di milioni di morti e la scienza, che «può contribuire molto all’umanizzazione del mondo», se non segue nel suo esercizio dei principi etici, «può anche distruggere il mondo e l’uomo». In effetti, «non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore». Quando un uomo nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, vive già un momento di «redenzione». D’altra parte, l’essere umano ha bisogno di un Amore infinito, pertanto «chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr. Ef 2,12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora “sino alla fine”» (Gv, 13,1).

 
Fonte: 28 novembre 2008

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