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COSA DICE LA CHIESA? UN PAZIENTE IN STATO VEGETATIVO È UNA PERSONA, CON LA SUA DIGNITÀ
La Congregazione per la dottrina della fede ha messo un punto fermo, un anno fa, sul controverso tema del «fine vita», in particolare sulla necessità o meno di alimentare e idratare pazienti in stato vegetativo. La Congregazione era stata chiamata a esprimere il suo parere da due quesiti, sollevati dai vescovi americani dopo il caso di Terri Schiavo, nel 2005.
Primo quesito: È moralmente obbligatoria la somministrazione di cibo e acqua (per vie naturali oppure artificiali) al paziente in “stato vegetativo”, a meno che questi alimenti non possano essere assimilati dal corpo del paziente oppure non gli possano essere somministrati senza causare un rilevante disagio fisico?
Risposta: Sì. La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute alla mancanza di alimentazione e alla disidratazione.
Secondo quesito: Se il nutrimento e l’idratazione vengono forniti per vie artificiali a un paziente in “stato vegetativo permanente”, possono essere interrotti quando medici competenti giudicano con certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza?
Risposta: No. Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali.
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha approvato le presenti Risposte e ne ha ordinato la pubblicazione il 1° agosto 2007.
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