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IL TIBET E IL TENTATIVO DI STRUMENTALIZZARE IL PAPA
II Tibet per il Vaticano
di Bernardo Cervellera

Nell'incertezza delle diplomazie su come reagire alla vicenda tibetana, c'è stato un tentativo di strumentalizzare le posizioni vaticane. Da parte sua, il papa ha insistito sulla libertà religiosa, sul rifiuto della violenza, sui diritti umani.

Quando nel marzo scorso sono scoppiate le rivolte dei monaci buddisti prima a Lhasa, e poi in altre regioni cinesi abitate da tibetani (Gansu, Sichuan, Qinghai), molte personalità politiche mondiali si sono trovate in una posizione scomoda: spinte dallo sdegno dell'opinione pubblica internazionale, hanno ipotizzato un boicottaggio delle Olimpiadi o quantomeno una simbolica assenza alla cerimonia d'apertura.
In questo clima di incertezza, nei media è corsa la domanda quasi spasmodica: "Cosa dirà il papa?"; "Condannerà la Cina?"; "Difenderà i diritti umani?". A tratti è sembrato quasi che le diplomazie di mezzo mondo stessero a guardare il Vaticano per prendere una decisione. Alcune settimane prima (1), da parte cinese, erano circolate voci di un'imminente miglioramento dei rapporti fra la Cina e il Vaticano, tanto da poter pensare a una visita di Benedetto XVI a Pechino, magari proprio in occasione delle Olimpiadi. Le fonti di questi apprezzamenti erano nientemeno che il direttore dell'amministrazione statale per gli affari religiosi, Ye Xiaowen e il vicepresidente dell'Associazione patriottica dei cattolici, Antonio Liu Bainian. Durante un suo viaggio a Washington in febbraio, Ye ha dichiarato che "la distanza fra le due parti sta diventando sempre minore". Anche Liu ha spesso affermato di sognare il papa che celebra messa nella capitale cinese. Fonti di AsiaNews in Cina hanno fatto notare che tutto questo ottimismo cinese verso il papa era strumentale: si è cercato di riparare il danno d'immagine creato dal rifiuto di Steven Spielberg a organizzare la cerimonia delle Olimpiadi, accusando la Cina di non fare abbastanza per risolvere la crisi del Darfur (2). Far girare la voce che il papa sarebbe pronto ad andare a Pechino per le Olimpiadi o comunque che vi sia un miglioramento dei rapporti, è un tentativo di mettersi sotto un ombrello morale, al riparo dalla pioggia di critiche relative ai diritti umani. Del resto, i due "sognatori ottimisti", Ye Xiaowen e Liu Bainian, sono conosciuti come quelli che bloccano la diffusione della Lettera del papa (pubblicata nel giugno 2007) ai cattolici cinesi, i fautori delle ordinazioni episcopali senza il permesso del Vaticano, i responsabili degli arresti di vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea.
Anche la domanda del mondo occidentale — "Che dirà il Vaticano sul Tibet?" — è in fondo il tentativo di far scivolare sul versante religioso-spirituale una questione che è politica e che necessita una presa di posizione politica.
L'IMPEGNO DEL PAPA E L'IMMOBILISMO DELLE DIPLOMAZIE.
Benedetto XVI, incurante dei tentativi di strumentalizzazione da oriente e da occidente, ha parlato con "tristezza e dolore" del Tibet e delle uccisioni, e all'udienza generale del 19 marzo scorso ha lanciato un appello per ricordare che "con la violenza non si risolvono i problemi ma solo si aggravano". Egli ha anche pregato che ''Dio illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza". La risposta della Cina è stata durissima. Il giorno successivo, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha affermato che la "cosiddetta tolleranza... non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge" (3). Il papa è tornato a parlare della "piaga" del Tibet anche il giorno di Pasqua, alla benedizione Urbi et orbi. Citando il Darfur, il Medio Oriente e il Tibet, egli ha auspicato "la ricerca di soluzioni che salvaguardino il bene e la pace".
Benedetto XVI dunque sembra fare il suo "lavoro" di coscienza dell'umanità mondiale. Non sembra invece che i governi occidentali facciano altrettanto. Dopo i giorni del massacro tibetano, mentre Pechino continuava a isolare Lhasa e ad arrestare migliaia di monaci e laici, a lanciare campagne violente contro il Dalai Lama e "la sua cricca", la diplomazia mondiale ha taciuto.
Queste violazioni durano in effetti da quasi cinquant'anni, da quando il Dalai Lama è fuggito dopo un tentativo di ribellione alle armate cinesi nel 1959. Perfino una visita del capo del buddismo tibetano a Bruxelles è stata "auspicata", ma senza fissare una data, forse per non dispiacere troppo a Pechino. Del resto, mesi prima delle rivolte di Lhasa, il Dalai Lama aveva fatto un giro nelle capitali europee e tutti i capi di governo avevano finto di non poterlo incontrare. Anche il papa, in quella occasione, non l'aveva incontrato, per "problemi di agenda” (4).

Alcuni media hanno voluto vedere in questo "silenzio del Vaticano sul Tibet" un segno dell'interesse della Santa Sede a non voler distruggere il "buon clima" e i "fruttuosi dialoghi" con Pechino, che starebbero per portare alle tanto sperate relazioni diplomatiche: il Tibet varrebbe dunque una messa (a Pechino)! In realtà il Tibet è nel cuore del papa. Anche quando Benedetto XVI parla della Chiesa in Cina e della chiesa perseguitata, vi è sempre l'accenno alla persecuzione dei non cristiani. Per la Via Crucis del venerdì santo di quest'anno, il pontefice ha voluto che le meditazioni fossero scritte dal campione della libertà religiosa per la Cina, che è il cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong: una scelta perlomeno poco diplomatica, conoscendo le critiche spietate del governo di Pechino contro questo prelato divenuto un simbolo per gli attivisti democratici e i dissidenti cinesi. Nella riflessione sulla (quinta stazione (Gesù è giudicato da Pilato), il cardinale Zen scrive che il governatore romano è l'immagine di "coloro che detengono l'autorità come strumento di potere  e non si curano della giustizia". E nella preghiera si chiede a Dio di dar loro "il coraggio di rispettare la libertà religiosa", per i cristiani e per tutti.
LA LETTERA DEL GIUGNO 2007.
Lo stesso messaggio si ritrova nella lettera ai cattolici cinesi che Benedetto XVI ha scritto il 27 maggio 2007, per poi essere pubblicala il 30 giugno. Il documento è anzitutto rivolto ai cattolici, alla loro storia e alla situazione della Chiesa cinese: vi si afferma nuovamente che la Chiesa è una sola, perché cattolici sotterranei (non riconosciuti dal governo) e cattolici ufficiali (riconosciuti dal governo) sono uniti alla Santa Sede.
Il papa domanda poi con molto rispetto alle autorità politiche del paese di garantire una vera libertà religiosa alla Chiesa. Egli mette in chiaro da subito che "la Chiesa cattolica che è in Cina ha la missione non di cambiare la struttura o l'amministrazione dello Stato, bensì di annunziare agli uomini il Cristo". E citando la sua enciclica Deus Caritas est, ricorda che "la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica", pur aggiungendo che "non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia". Quest'affermazione avvicina le richieste del pontefice a quelle del Dalai Lama, che cerca autonomia religiosa e culturale — non indipendenza — per il Tibet. La stessa frase si distanzia dai movimenti tibetani violenti, frustrati da decenni di oppressione, che però rischiano di naufragare nella lotta violenta e disperata contro il colosso cinese. Benedetto XVI chiede anche che alla Santa Sede sia lasciata l'ultima parola sulle nomine episcopali, rimanendo aperto a un possibile accordo con il governo cinese. Nel fare questo, egli si appella ai "documenti internazionali" che valutano "la nomina di pastori per una determinata comunità religiosa [...] come un elemento costitutivo del pieno esercizio del diritto alla libertà religiosa". Anche qui si vede che difendendo la libertà religiosa per i cattolici, il papa difende pure la libertà religiosa per i tibetani, sottomessi anch'essi al controllo del partito sulle gerarchie religiose. Per prepararsi alla successione del Dalai Lama, Pechino ha stabilito che tutte le reincarnazioni di lama dovranno avere l'approvazione del governo. Agli occhi della Cina ciò dovrebbe impedire al Dalai Lama di riconoscere — prima di morire — il suo successore, e ai suoi fedeli di riconoscere la quindicesima reincarnazione dell' “Oceano di Saggezza".
Forse le diplomazie occidentali dovrebbero davvero ascoltare di più il papa, e lavorare perché in Cina ci sia piena libertà religiosa per i cattolici e per tutti.

Note
1) Si veda wwvv.AsiaNews.it. 22 febbraio 2008.
2) La Cina è il miglior partner commerciale del Sudan e vende armi alle milizie Janjaweed, che li usano contro le popolazioni del Darfur.
3) Si veda www.AsiaNews.it, 20 marzo 2008. Va ricordato che il governo tibetano in esilio ha apprezzato le parole del pontefice.
4) Come si è scoperto, infatti, il responsabile delle pubbliche relazioni del Dalai Lama non aveva mai chiesto un'udienza in Vaticano! Il fatto mi è stato confermato personalmente da alcuni lama del seguito.

 
Fonte: fonte non disponibile, 17 giugno 2008

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