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E' MORTA SUOR EMMANUELLE, LA MADRE TERESA DEL CAIRO
Ne parlano tutti i giornali laicisti in Francia. In italia un accenno appena
di Gerolamo Fazzini

Come giudicare l’imbarazzante silenzio della stampa italiana sulla scomparsa, all’età di novantanove anni suonati, di suor Emmanuelle, la 'Madre Teresa del Cairo'? Una 'distrazione'? Un atto di censura nei confronti di un personaggio che, per quanto 'di frontiera', appartiene pur sempre alla Chiesa cattolica? O non si tratta, invece, di un imperdonabile esempio di provincialismo? Ben altro risalto ha avuto la notizia in Francia. E non parliamo del quotidiano cattolico 'La Croix' (che ha dedicato tre pagine alla religiosa), ma dell’austero e sempre citato 'Le Monde' che le ha tributato l’onore che il personaggio merita.
  Da noi, invece, un quasi totale black out. Peccato, perché ­ prima ancora di scomodare lo spessore cristiano della religiosa - la notizia c’era tutta.
  Per due anni consecutivi, soeur Emmanuelle (al secolo Madeleine Cinquin) era stata indicata - lei, alta e asciutta, con quel sorriso che illuminava il volto segnato da rughe sottili ­ come la donna più interessante per i francesi. Così aveva sentenziato un sondaggio di 'Elle', rivista glamour per definizione. Questa la motivazione del riconoscimento: «In lei si incarna l’interesse mai dimenticato delle donne francesi per l’azione umanitaria, l’altruismo, la compassione e la solidarietà».
  Suor Emmanuelle è stata una donna che aveva messo in gioco tutta se stessa per i poveri. Al punto da affermare, rovesciando il celebre detto di Sartre, che «il paradiso sono gli altri». Una donna che si era battuta per riscattare altre donne. Come lei stessa ha ricordato di recente su questo giornale, la sua massima felicità era stata l’inaugurazione di un liceo per ragazze nella bidonville del Cairo: «ragazze schiave, spose obbligate a 11 o 12 anni, che finalmente avrebbero cominciato a prendere in mano il loro destino e dato alle loro figlie un’educazione più moderna».
  Perché avesse deciso di avventurarsi nelle periferie maledette del Cairo all’età in cui avrebbe potuto concedersi un meritato riposo, lo aveva spiegato così a 'Mondo e Missione', qualche anno fa: «Avevo 62 anni e avrei potuto andare in pensione. Ma ho ottenuto di potermi stabilire in una bidonville egiziana per condividere la vita dei più poveri: mangiare come loro, alloggiare come loro in una capanna molto povera, essere come loro nella povertà radicale».
  Una radicalità figlia della consacrazione totale a Dio, che sta all’origine della sua vocazione missionaria. La radicalità di chi aveva trovato come colmare il vuoto esistenziale, «quel vuoto che 'azzannava' la mia giovinezza». Per riempirlo, spiegava, «ho cercato in Dio un amore duraturo e senza limiti.
  Quell’assoluto sarebbe stato l’amore di Cristo nel mio cuore, che avrei portato a migliaia di bambini messi da parte dal mondo...».

 
Fonte: Fonte non disponibile, 22 ottobre 2008

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