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MOSCHEE: NO GRAZIE. E PER ORA IN ITALIA SONO TRE O QUATTRO
Non ha ragione chi vuole mettere in campo i maiali – peraltro invano, perché ai musulmani è vietato mangiare carne di maiale ma un luogo su cui hanno pascolato suini può essere purificato e utilizzato. Ha ragione invece chi invita a pensarci due volte – magari tre – prima di autorizzare i musulmani a costruire nuove moschee, specie quando chi si propone di costruirle è l’Ente di gestione dei beni islamici in Italia (Al Waqf al Islami), che fa capo all’UCOII – la più grande ma anche la più fondamentalista delle organizzazioni islamiche italiane –, anche se l’UCOII afferma che l’Ente è un semplice organo di gestione provvisoria, pronto di volta in volta a trasferire il controllo delle moschee ad associazioni private di fedeli.
Ma non è neppure questo il solo problema. Le recenti controversie riportano alla ribalta tutti gli equivoci insiti nell’espressione “moschea”. Quando si dice che in Italia ci sono oltre trecento moschee si afferma qualcosa che, per quanto entrato nel linguaggio comune, è tecnicamente sbagliato: non si tratta di moschee (masjid o jami) ma di semplici “sale di preghiera” (musalla), più o meno confortevoli. Sullo statuto giuridico di un paio di edifici si discute, ma le moschee in senso proprio in Italia si contano sulle dita di una mano. Politici ulivisti, studiosi dell’islam buonisti e anche qualche ecclesiastico cattolico bene intenzionato, ma male informato, affermano che i musulmani hanno diritto ai loro luoghi di culto. Questi sono appunto le sale di preghiera, di cui i musulmani italiani fruiscono con relativa abbondanza e senza troppe difficoltà dal Piemonte alla Sicilia. La moschea, invece, non è un luogo di culto. Come ha scritto il gesuita padre Khalil Samir, che da anni studia la questione, in un articolo su La Civiltà Cattolica “la moschea, in quanto centro socio-politico-culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei ‘luoghi di culto’, non essendo esclusivamente un luogo di preghiera”. La moschea è un centro dove la comunità si raduna per affrontare questioni culturali, sociali e politiche, oltre che religiose. Nella moschea si trova normalmente, oltre a una scuola islamica, un tribunale coranico che – come è noto – non si occupa solo di questioni strettamente religiose. Tutta l’azione dell’islam politico parte dalla moschea, e ogni costruzione di moschea è percepita e presentata come una “conquista” per i musulmani e un segno del “cedimento” dell’Occidente, tanto più che secondo il diritto musulmano il territorio dove è sorta una moschea acquisisce una sua extra-territorialità e diventa terra islamica per sempre. Si sarebbe tentati, allora, di concludere che la questione è troppo seria per affidarla esclusivamente ai sindaci di grandi e piccoli centri, che nonostante gli ammonimenti degli esperti continuano a considerare la moschea un semplice luogo di culto (il che è, a rigore, offensivo per gli stessi musulmani). In qualche modo, la costruzione di moschee dovrebbe essere controllata, con la massima prudenza, dallo Stato, come del resto avviene in altri paesi europei. Ecco allora che la discussione dovrebbe allargarsi a una politica dell’islam. Una politica seria dovrebbe anzitutto identificare chi usa oggi le sale di preghiera – e domani le moschee – come spazi per diffondere ideologie ultra-fondamentaliste incompatibili con le nostre tradizioni e con la stessa Costituzione, per non parlare di coloro – che non mancano – che le moschee le usano come depositi di armi e centri di reclutamento per il jihad in Iraq o in Cecenia. A costoro, evidentemente, gli spazi dovrebbero essere ristretti, non ampliati. Per gli altri – per i musulmani disponibili a riconoscere i valori e la Costituzione della società che li ospita (e anch’essi non mancano) – andrebbe esaminato caso per caso se la moschea risponda a un bisogno reale o soltanto a uno simbolico, magari alimentato da cattivi maestri.
La recente deriva del Governo e del ministro Amato verso un allegro multiculturalismo non lascia bene sperare al riguardo. Ma non è mai troppo tardi per ravvedersi.
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