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ASIA, L’UMILIAZIONE DEI DIRITTI
Grande malattia dell’Asia, l’umiliazione dei diritti Il continente del futuro stenta a rispettare l’uomo
di Bernardo Cervellera

L’Asia, questo continente così sterminato, che raccoglie più del 60% della popolazione mondiale, soffre di una grave malattia: l’umiliazione dei diritti umani. Poche enclave   – quelle forse più esposte alla modernità – riescono a emergere illese da questa accusa dolorosa: parliamo di Paesi come Hong Kong, la Corea del Sud, il Libano, il Giappone. Per il resto nel continente si assiste a una diffusa assenza dello stato di diritto, sostituito con lo stato della forza e del potere.
  A questa situazione contribuiscono eredità storiche, culturali e religiose. Molti Paesi asiatici, dalla Turchia al Giappone, hanno sì delle Costituzioni, ispirate anche all’Occidente – patria dell’illuminismo e dei diritti umani universali – ma esse le hanno applicate in una prospettiva nazionalistica, salvaguardando elementi a prima vista importanti della loro cultura, che rischiano di essere invece dei valori negativi.
  La questione cruciale è proprio questa: le culture asiatiche fanno fatica a valorizzare l’individuo e i suoi diritti. La persona, l’individuo, è inglobato nella famiglia e nel clan. Il suo 'bene' sono le tradizioni del suo entourage, da cui dipende il suo sviluppo, l’istruzione, la professione. Questo frena l’affermazione libera della persona e dei suoi desideri personali, sottomettendoli sempre e comunque alle esigenze del gruppo. E ciò spiega perché una bambina di otto anni può essere data in sposa a un uomo di trenta, come è avvenuto nello Yemen, ma come avviene in India e in Cina.
  L’assorbimento dell’individuo nel gruppo determina anche una serie di ingiustizie: in molti Paesi – Pakistan, Cina, Malaysia – le colpe di un membro del clan ricadono su tutto il gruppo e il processo legale contro uno determina l’arresto di tutti.
 Un altro elemento che pesa sull’umiliazione dell’uomo asiatico è l’esercizio del potere, troppo spesso ateo o «fin troppo» religioso: quelli atei – come accade in Nord Corea o in Cina – divinizzano se stessi; quelli «troppo religiosi», islamici o indù, si fanno passare come custodi della legge e della fede. In entrambi i casi il potere prende il posto di Dio, il punto estremo della gerarchia, senza alcuna possibilità di appellarsi ad alcuna autorità superiore. Fa parte di questa visione il fatto che se il potere ti dichiara colpevole, tu 'sei' colpevole. In molti Paesi asiatici i processi vengono fatti partendo a priori dalla colpevolezza dell’imputato. Sarà lui durante il processo a dover dimostrare la sua innocenza, se ci riesce. Molte condanne a morte vengono inflitte in Cina in questo modo. Ma anche molti linciaggi per blasfemia in Pakistan vengono compiuti in onore alla 'legge divina' in base all’accusa di un semplice testimone.
  La secolarizzazione del potere – strappandogli l’aura sacrale e divina – e la valorizzazione dell’individuo sono due frutti precisi del cristianesimo primitivo.
  Proprio per questo gruppi religiosi islamici, buddisti, indù stanno maturando rapporti con le comunità cristiane asiatiche: non per un semplice dialogo 'teologico', ma per crescere insieme nello sviluppo della società asiatica. Per questo, la libertà religiosa e la libertà di evangelizzare è uno degli strumenti più efficaci per lo sviluppo sociale del continente .
  L’Occidente in generale guarda all’Asia solo per lo sfavillio dei commerci e della manodopera a basso costo, o come il concorrente del presente e del futuro e non si accorge che le popolazioni del grande continente cercano qualcosa di più. Se i rapporti non fossero solo su base commerciale, ma valorizzassero anche la dimensione culturale, giuridica, religiosa, si potrebbe sperare in qualcosa di meglio, per loro e per noi.

 

 
Fonte: fonte non disponibile, 17/04/08


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