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ANCORA IL MITO DEL BUON SELVAGGIO: IL CASO AFRICA
Il 26 gennaio, in Kenya, l'automobile di Padre Michael Kamau, un sacerdote, è stata fermata da un gruppo di giovani di etnia Kalenjin, armati di arco, frecce e panga, a poche decine di chilometri da Nakuru, la città nota in tutto il mondo per l'omonimo lago che ospita centinaia di migliaia di flamingo rosa. Gli hanno chiesto come si chiamava e già dovevano aver immaginato a che tribù appartenesse dai tratti somatici; quando ha risposto, non hanno più avuto dubbi perché solo un uomo di etnia Kikuyu può chiamarsi Kamau e a quel punto il destino di padre Michael era segnato. Lo hanno ucciso, insieme a un suo compagno di viaggio, infierendo su di lui a colpi di pietra tanto da sfigurarlo. Da allora si è finalmente zittito il coro quasi unanime di voci - studiosi, missionari, dipendenti di organismi di cooperazione allo sviluppo - che fino a quel momento aveva insistito nel negare l'esistenza di un fattore etnico nelle violenze esplose in Kenya all'indomani del 27 dicembre, data delle elezioni generali di cui l'opposizione non ha accettato il risultato denunciando brogli da parte del partito di governo. In compenso voci quasi altrettanto corali tentano almeno di dimostrare che l'odio etnico in Kenya, e più in generale in Africa, è un sentimento di cui sono responsabili le potenze europee che, nei pochi decenni di dominio coloniale, sarebbero riuscite a dividere gli africani, per millenni fraternamente intenti a spartirsi le risorse del continente, trasformandoli in tribù ostili e incapaci di convivere.
È il mito dell'Africa felix precoloniale, così ben illustrato e magistralmente demolito dallo storico italiano Claudio Moffa nel suo saggio esemplare, L'Africa alla periferia della storia (Aracne, 2005), uno dei rari testi che affrontano lo studio del passato africano secondo un'ottica non terzomondista. Vi si descrive una realtà indiscutibilmente pervasa dalla logica di una violenza bruta al punto da rendere la guerra inter e intra tribale, con la sua potenzialità distruttrice e forse anche genocida, il segno distintivo stesso della comunità africana tradizionale: e questo perchè la guerra di rapina e di conquista rappresenta un fattore strutturale delle economie di sussistenza, non solo tribali e non solo africane.
Al mito dell'Africa felix si deve anche l'idea che, nei millenni precedenti la colonizzazione europea, gli africani avessero scelto di vivere in armonia con l'ambiente, nel pieno rispetto della natura: disposti a sottrarle non più del minimo necessario per sopravvivere pur di non alterarne i delicati e sacrosanti equilibri. Anche in questo caso la realtà è un'altra, confermata tuttora dalla bassa speranza di vita alla nascita e dalla elevata mortalità infantile: nei secoli gli africani non sono stati in grado di superare il livello delle economie di sussistenza dalla produttività limitatissima e hanno vissuto - in gran parte continuano a vivere - stentatamente, sfruttando la natura talvolta fino al suo esaurimento, in mancanza delle tecnologie necessarie a moltiplicare le risorse naturali.
Un terzo aspetto del mito dell'Africa felix è la teoria secondo cui gli africani sono stati e rimangono i depositari di valori umani fondamentali, esempi di tolleranza, uguaglianza, accoglienza e rispetto della persona umana. Engels, e con lui innumerevoli altri autori incluse non poche esponenti del movimento femminista internazionale, è arrivato a sostenere persino che la posizione delle donne africane è solo apparentemente inferiore poiché esse godono in realtà di una stima maggiore di quella concessa, ad esempio, alle donne europee. In un celebre passo del suo "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato" ha sostenuto che «la signora della società civile, circondata di omaggi apparenti» ha una posizione sociale infinitamente più bassa della donna della barbarie «considerata presso il suo popolo come una vera signora» e tale anche per il suo carattere.
La resistenza del mito dell'Africa felix e la sua tenace difesa, malgrado la sua inconsistenza, hanno una spiegazione. Questo mito, nella sua triplice articolazione, è uno dei cardini su cui si basa il rifiuto della civiltà occidentale: associato alla teoria, peraltro del tutto infondata, secondo cui al momento del loro primo impatto Europa e Africa erano pari per livelli di civiltà raggiunti e che anzi l'Africa per certi aspetti sopravanzava l'Europa, serve a sostenere l'affermazione che siano esistiti altri modelli di civiltà, superiori e migliori sotto ogni punto di vista, che l'Occidente avrebbe distrutto per la sua feroce determinazione a dominare il mondo.
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