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RIANIMAZIONE DEI NEONATI PREMATURI E ABORTO TARDIVO: SIAMO ALLA “LICENZA DI UCCIDERE”?
di Mario Palmaro

Negli ultimi giorni si sono intrecciate due questioni che riguardano il diritto alla vita: da un lato, il termine ultimo per eseguire gli aborti tardivi in relazione alla possibilità di sopravvivenza del feto fuori dal corpo materno; dall’altro, la rianimazione dei neonati estremamente prematuri.

Il Ministro della Salute Livia Turco ha voluto tenacemente tenere distinte le due questioni: da una parte ha chiesto al Consiglio Superiore della Sanità la fissazione di un termine generale per l’esecuzione dell’aborto; e dall’altra ha suggerito di definire protocolli per l’assistenza dei neonati prematuri. La Commissione ministeriale di esperti ha suggerito di non tentare di salvare i bambini alla 22ª settimana di gestazione, salvo casi eccezionali, di farlo per quelli alla 23ª solo se vitali e coinvolgendo nella decisione i genitori; per quelli partoriti prima della 22ª settimana ha implicitamente negato ogni possibilità di rianimazione; infine ha suggerito di tenere conto, nella decisione, “dei dati di mortalità e disabilità”.

In sostanza, se il bambino ha poche possibilità di sopravvivere o alte possibilità di essere affetto da disabilità o se i genitori sono contrari, è meglio non rianimare e limitarsi alle cure compassionevoli che accompagnino il bambino alla morte.

Il Comitato Verità e Vita denuncia con forza la gravità di queste posizioni e il pericolo che esse costituiscono per la vita di tutti gli uomini e per la stessa democrazia.

In primo luogo diciamo a chiare lettere quali sono le intenzioni degli abortisti: da una parte avere mano libera nell’esecuzione degli aborti tardivi, dall’altra introdurre surrettiziamente – per “linee guida” – l’eutanasia perinatale.
Quanto all’aborto tardivo, la fissazione di un termine generale garantisce il medico da ogni rischio: egli potrà, infatti – se la gravidanza non ha raggiunto quella settimana di gestazione – uccidere il bambino prima di estrarlo dal corpo della madre, così da non avere nessun problema di rianimarlo.
Quanto, invece, ai neonati prematuri, si vuole affermare un principio contrario alla legge e alla Costituzione: che cioè un paziente che ha una qualche possibilità di sopravvivere alla patologia che lo affligge può essere o meno curato a seconda delle previsioni sulle malattie che avrà nel futuro e sulle probabilità di successo delle terapie: è eugenetica applicata. Ma anche in questo campo alcuni medici vogliono avere le mani libere: che siano i genitori a decidere se il bambino deve essere lasciato morire o no.

Si deve ribadire che, invece, tutti gli uomini – grandi o piccoli, sani o malati – hanno diritto alla vita e quindi hanno diritto ad essere curati fino a quando le cure si dimostreranno inutili: solo allora dovranno essere accompagnati alla morte nel modo migliore. La legge tutela questo principio con la norma sull’omicidio: il medico che non rianima o non cura un neonato che ha la possibilità di sopravvivere lo uccide.

Una volta tanto è la legge 194 che ribadisce questo principio: quando vi è possibilità di sopravvivenza deve essere adottata dal medico ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto: ma quei feti abortiti tardivamente si trovano nella stessa condizione dei neonati partoriti prematuramente.

E allora: se davvero deve essere fissato un termine per l’esecuzione degli aborti tardivi, che sia così anticipato da escludere ogni possibilità, anche minima, di sopravvivenza fuori dall’utero (allo stato attuale delle conoscenze scientifiche: non oltre la 19ª settimana). le indicazioni della Commissione Ministeriale siano abbandonate e si segua il principio che tutti i bambini – abortiti tardivamente per il pericolo di vita della madre o partoriti prematuramente – se hanno una sia pur minima possibilità di sopravvivere, siano rianimati e curati nella maniera più adeguata, a prescindere dalla volontà dei genitori e da ogni considerazione sulla loro disabilità futura.

I medici siano difensori responsabili della vita, non esecutori di sentenze di morte altrui.

È inevitabile un’ultima considerazione: come mai oggi siamo arrivati al punto che si propone e si considera lecita l’uccisione eugenetica dei neonati, e che si giustifica la loro soppressione sulla base delle loro malattie, della “qualità della vita” che li aspetta? Il merito – anzi: la colpa – è della legge 194, che da trent’anni permette l’uccisione di milioni di bambini e che ha trasformato le diagnosi prenatali in gravidanza in una raffinata caccia al bambino imperfetto da eliminare prima che venga alla luce. E’ questa legge che ha “allenato” le nostre menti e i nostri cuori: è così facile pensare che, se si poteva sopprimere prima, perché non si potrebbe lasciarlo morire dopo, sulla base delle medesime argomentazioni “compassionevoli” addotte per la pratica abortiva.
Il riconoscimento del diritto alla vita di tutti gli uomini passa attraverso l’abrogazione della legge sull’aborto. Tentare di tutelare la vita umana consolidando la legge 194, o illudendosi di aggrapparsi alle sue mitiche “parti buone” è solo una tragica illusione.

 


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