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OMOSESSUALI NON SI NASCE E SOPRATTUTTO SE NE PUO' USCIRE
La testimonianza di Luca Di Tolve: colui che ha ispirato la canzone di Povia arrivata seconda a Sanremo 2009
di Andrea D’Ettorre

Era gay, ora è sposato e sogna di avere un figlio. “Non ero felice e volevo capire il perché”. Racconta Luca: “Ci ho messo cinque anni per realizzare di avere sofferto dell’assenza di un padre, di aver idealizzato i maschi perché li sentivo più forti di me e  per cominciare ad incuriosirmi dell’universo femminile”.
Da almeno trent’anni nella società occidentale opera una potente lobby che vuole prepotentemente innestare nel sentore comune questa aberrante ideologia: l’omosessualità come “fatto normale”. Chiunque sostenga il contrario perde il diritto di parola e  viene tacciato di essere un intollerante che discrimina gli omosessuali, insomma, è moralmente condannato per omofobia.  Luca, di fronte alle speciose accuse dell’Arcigay di esser stato vittima di un lavaggio del cervello, replica: “Non ci sto. Sono una persona in grado di intendere e di volere come lo ero quando ero un gay. La vera violenza è dire che è impossibile uscire dall'omosessualità”. E insiste: “Basta con questa accusa di omofobia. Chi discrimina è chi pensa che gay si nasce. Non esiste certo un gene. La mia scelta ha richiesto coraggio, anche perché non ho dovuto lottare solamente contro le mie abitudini, praticare l'astinenza per un periodo, ma ho dovuto rinunciare anche ai privilegi di una società in cui essere gay è trendy, ti serve a trovare un lavoro più facilmente e a fare soldi più in fretta”.
Non è la vita di un pericoloso soggetto affetto da schizofrenia quella che Luca ha deciso di raccontare, ma è una nuova vita. Luca di Tolve, oggi 39enne, racconta al settimanale Tempi: “I miei genitori si separarono quando ero piccolo, mio padre se ne andò di casa. Rimasi da solo con mia madre, in un ambiente tutto femminile. Giocavo con le bambole, avevo mutato il tono della voce, mi sentivo molto rassicurato quando stavo con le donne e spaventato, anche se attratto, dalle figure maschili - prosegue -. Avevo tredici anni e nessun padre che mi spingesse a entrare nel “gruppo dei maschi” da cui, invece, venivo respinto perché avevo interessi diversi, perché non ero dei “loro”, perché non giocavo a pallone come tutti. Questo mondo che pure mi attraeva, al tempo stesso mi spaventava, mi lasciava ai margini, solo. A quell’età questa mia infelicità e, al contempo, la necessità, come tutti, d’affetto, si manifestò in pulsioni omosessuali”. Da quegli innocenti anni dell’adolescenza, Luca ne aveva fatta di strada. Fino a qualche anno fa Luca curava le pubbliche relazioni per i locali omosex, era un attivista dell’Arcigay, si occupava di turismo e organizzava viaggi per la comunità: era un gay doc, un gay convinto. “Convinto sì, credevo che quella fosse la mia condizione, irreversibile. Ero un egocentrico, palestrato, schiavo dei locali notturni, ossessionato dai soldi, convinto di provare attrazione unicamente per i maschi e finito nel vortice del sesso compulsivo”. Autorevoli psicologi del calibro di Joseph Nicolosi e G. Van den Aardweg hanno chiarito che l’omosessuale prova attrazione per una persona dello stesso sesso perché cerca quello che vorrebbe essere, quello che non ha, in quanto è irretito nel tunnel di una personalità incompiuta. Il sentimento che prova è narcisistico ed egoistico. Egli cerca il partner ideale, ma dopo i primi momenti di intensa attrazione fisica, dopo la consumazione non gli resta che il nulla, una sconfinata sensazione di vuoto, perché anche quella persona che ha trovato non ha una identità correttamente definita. Questo spiega anche l’origine dell’elevato tasso di infedeltà e precarietà nei rapporti omosessuali. Gli omosessuali vivono un frenetico nomadismo sentimentale. Fanno sorridere le rivendicazioni di coloro che chiedono il matrimonio omosessuale: non può esistere stabilità e  fedeltà nel mondo gay, perché quel che cercano è di per sé effimero.
Confessa Luca: “Credevo di essere io lo sfortunato che non trovava l'anima gemella. Poi mi sono reso conto che attorno a me tutto era impostato in modo frivolo, superficiale, che ero circondato da persone infelici, molti delle quali ossessionate dalla pornografia e dal sesso. E poi la morte: l'ho vista consumarsi negli amici attorno a me e alla fine ho dovuto farci i conti anch'io dopo aver scoperto di essere sieropositivo”. L'incubo Hiv Luca lo ha scoperto sulla sua pelle.
La malattia lo ha devastato. Eppure oggi è convinto che quella terribile malattia è stata una grazia poiché lo ha aiutato a riportare a galla quelle insopprimibili domande esistenziali che il vagabondare di quegli anni aveva sopito. Caduto in una depressione profondissima, un giorno Luca vede, appeso al contatore della luce all’interno del suo appartamento, un rosario cui si aggrappa fortemente ricordando quello che, lontano nel tempo, i suoi nonni e la sua mamma gli avevano insegnato. Sentiva che era la sua ultima opportunità. Mentre recitava il rosario, alla terza decina, si accascia improvvisamente e avverte una sensazione di pace, di serenità immensa, prima sconosciuta. Percepisce la presenza della Madonna che gli dona una forza ed una gioia indescrivibili. Luca intuisce che tutte quelle sofferenze, quella disgrazia, si stavano trasformando in grazia; allora continua a pregare giorno dopo giorno attingendo da quelle preghiere il sostentamento necessario per cambiare la sua vita. Per caso, leggendo degli appunti lasciati da un amico sulla propria scrivania, s’imbatte nella “terapia ripartiva” dell’americano Joseph Nicolosi www.narth.com. Da allora, dopo un percorso lungo cinque anni, grazie alla preghiera, all’aiuto di sacerdoti ed associazioni cattoliche esperti in materia, e  grazie a quella buona psicologia che aiuta ad elaborare l’origine delle tendenze omosessuali ed a colmare quelle lacune identitarie che ne sono la causa, per Luca è arrivato il matrimonio con Teresa e la nascita di un gruppo di ispirazione cattolica “Gruppo Lot” da lui  guidato www.gruppolot.it. Con questo gruppo “aiutiamo gli omosessuali a rifiorire – spiega Luca -. Certo che ci sono gay che vivono la loro condizione con naturalezza ed in tranquillità. Ma io voglio dire a  tutti quelli che invece vivono il disagio che ho attraversato io che non devono vergognarsi, che possono rivolgersi a strutture che li aiutano e che alla fine possono trovare la felicità”.
Se si vuole davvero aiutare gli omosessuali, è necessario riconoscere che in quella condizione essi vivono male, soffrono terribilmente. Anche quando sia apparentemente accettata con serenità, l'omosessualità non sarà mai compatibile con le esigenze più intime della persona e, proprio per questo, essa è un comportamento irragionevole: non porta alla felicità. La verità è che dall’omosessualità è possibile liberarsi. Certo, il primo passo di questo non facile cammino è riconoscersi bisognosi di aiuto, ed infrangere il luogo comune imposto dai media secondo cui, al contrario, bisognerebbe arrendersi al fatto che omosessuali si nasce. Nulla di più falso: il cambiamento è possibile.

Nota di BastaBugie: per approfondimenti sulla teoria riparativa, vedere il video di Povia con la canzone "Luca era gay" che si classificò seconda a Sanremo nel 2009, oppure vedere il video di Luca di Tolve che racconta la sua esperienza a cui si è ispirato Povia, clicca qui
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/edizioni.php?id=35
Per informazioni per uscire dall'omosessualità, clicca qui
http://www.obiettivo-chaire.it

 
Fonte: L'Ottimista, 17 Novembre 2010


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