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E' MORTO ENZO BEARZOT, IL GRANDE ALLENATORE DELLA NAZIONALE VINCITRICE DELLA COPPA DEL MONDO IN SPAGNA
«Un uomo di grande fede, corretto, che non accettava compromessi sui valori. Questo era Enzo Bearzot, e tanti amici possono testimoniarlo». E’ questa la prima cosa che viene in mente a don Luigi Pozzoli, il “suo” amico parroco di Santa Maria in Paradiso, nel centro di Milano, dove Bearzot, di origine friulana, si era stabilito. Prima calciatore – Inter, Catania, ma soprattutto il Torino di Pianelli – poi Ct (Commissario tecnico) della Nazionale. Della grande Nazionale azzurra, che nella finale del 1982 al Santiago Bernabeu (Madrid) trionfò contro la Germania, riportando in Italia la Coppa del mondo che mancava da 44 anni. Quelle immagini di Bearzot, schivo, con la pipa sempre in bocca, quasi a voler ostentare distacco da quanto accadeva in campo, fanno ormai parte della storia del nostro Paese, così come le immagini che lo vedono insieme a un euforico presidente della Repubblica Sandro Pertini nel volo di ritorno in Italia.
«L’ho conosciuto poco dopo il Mondiale del 1982 – ricorda don Luigi - semplicemente andando a benedire le case. La sua casa era nella mia parrocchia, ed è stato lui ad accogliermi quella sera. Ci siamo fermati anche a chiacchierare, del calcio, del mondiale vinto, ma non solo». E da lì è nato un rapporto di amicizia che non si è mai più interrotto, anche se negli ultimi tempi – a causa delle condizioni di salute di entrambi – si sono potuti parlare solo da lontano. «Veniva sempre puntuale con la moglie alla messa che celebravo io, alle 11. E poi dopo, sempre in trattoria con un gruppo di amici. Qualche volta ha convinto ad andare pure me». Una bella compagnia con cui amava parlare di calcio, ma non solo: «Per lui il calcio era un’attività splendida, che ha seguito sempre con grande passione, anche quando era uscito dal giro, come si dice. Ma non accettava compromessi sui valori, non scendeva a patti con la coscienza». Forse anche per questo non era più nel “giro”: «Diceva spesso che il mondo del calcio si era guastato, era falsato dall’arrivismo e dai tanti interessi che ci ruotano intorno. Seguiva sempre il calcio, lo commentava sempre in trattoria con gli amici, ma non gli piacevano i tanti eccessi che ci sono in questo mondo».
Grande passione, amore per il gioco, ma anche valori, che venivano dalla sua fede, e che voleva rispettati da tutti: «Valori di coerenza, di dirittura morale: voleva in squadra giocatori sempre disposti a lavorare, senza secondi fini se non la volontà di affermarsi con la squadra». Questo lo ha portato a fare convocazioni per la Nazionale che, agli occhi degli esperti, sembravano incomprensibili: «Lui ricordava sempre la scelta di Cabrini, che arrivò in Nazionale facendo la riserva nella Juventus, e di Paolo Rossi, che portò ai Mondiali del 1982 contro il parere degli altri componenti lo staff della Nazionale».
Coerente, diretto nei rapporti, «si è sempre tenuto fuori da intrallazzi e giochi di potere», per questo privilegiava i rapporti genuini con gli amici della trattoria. Amici che per celebrare i suoi 80 anni, gli hanno dedicato un libro, con testimonianze e ricordi. E alla presentazione – ovviamente in osteria - ha fatto emergere la sua filosofia di vita, ha richiamato l’equilibrio, la capacità di guardare oltre l’immediato: «Life is now – disse nell’occasione - è una cosa vergognosa. La vita non è soltanto adesso, è anche adesso, ma deve esserci un po' di passato e tanto di futuro, non si è solo ragazzini, si è stati bambini e saremo vecchi. Io non sono meno importante di mio nipote !».
E al futuro ha guardato fino all’ultimo: «Anche nella malattia – dice don Luigi – non si è smentito. Ha affrontato la sofferenza con coraggio, sapeva benissimo quello che aveva e quello che lo aspettava, ma ha vissuto il tutto con grande serenità. Ha coltivato e trasmesso speranza anche agli amici che gli sono stati accanto».
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