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OMELIA XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 20,1-16)
La parabola riportata nel Vangelo di oggi non è di facile comprensione e urta contro il nostro modo di pensare e di giudicare. Davvero, come dice la prima lettura di oggi, «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie [...] quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9).
La parabola di oggi, prima di tutto, ci insegna che Dio chiama tutti a lavorare alla sua vigna che è la Chiesa. Ognuno di noi, secondo le proprie capacità e doni ricevuti, è tenuto a collaborare per la diffusione del Regno dei cieli. Questo vale per i sacerdoti, per i religiosi, e anche per i laici. Ciascuno deve vivere secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri (cf 1 Pt 4,10).
Servire il Signore qui in terra significherà regnare con Lui in Cielo. Dio non ha bisogno di noi; ma, per un mistero della sua Misericordia, Egli si vuole servire delle creature per compiere le sue meraviglie. Dobbiamo ringraziare Dio per questo suo dono, ritenendoci sempre dei servi inutili, per nulla indispensabili. Se riusciamo a fare del bene, pensiamo che Dio poteva servirsi di mille persone diverse per compiere la stessa cosa; anzi, poteva fare benissimo da solo.
La parabola del Vangelo presenta però delle difficoltà. Apparentemente, sembra che il padrone della vigna abbia fatto un'ingiustizia retribuendo allo stesso modo gli operai dell'ultima ora e quelli che invece avevano affrontato il peso di tutta la giornata. Non è un'ingiustizia. Tale parabola ci insegna che davanti a Dio nessuno può pretendere dei diritti. La ricompensa di Dio è un dono, non un diritto. La parola "grazia" indica proprio il dono gratuito di Dio. Per comprendere il modo di agire di Dio bisogna comprendere la logica dell'amore e non quella della nostra pretesa giustizia.
Al termine della parabola, a chi mormorava contro di lui, il padrone della vigna disse: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,15). Queste parole ci fanno comprendere la sovrana libertà di Dio. Egli è Padrone della sua grazia e la dona alle sue creature come vuole, quando vuole, e nella misura che Lui vuole. L'atteggiamento della creatura deve essere quello dell'umile riconoscenza e non quello dell'arrogante pretesa. Ricordiamo sempre che i nostri pensieri non sono i suoi pensieri, le nostre vie non sono le sue vie.
Il secondo insegnamento che riceviamo da queste parole riguarda quello che, forse, è il più brutto di tutti i vizi, quello che maggiormente si oppone alla virtù della carità, ovvero l'invidia. L'invidia è l'unico vizio che non dà proprio nulla. Gli altri vizi, apparentemente, danno qualcosa; l'invidia è solo tristezza e rancore. È invidioso chi si rattrista per il bene che vede negli altri, soprattutto quando invidia la grazia di cui uno è arricchito. L'invida della grazia altrui è un peccato contro lo Spirito Santo.
Non è invidioso chi invece si rallegra per il bene onesto che vede negli altri, anche se lo vorrebbe anche per se stesso. Chi fa così sarà premiato da Dio e sperimenterà la sua Provvidenza.
Il Vangelo di oggi è un invito rivolto a ciascuno di noi ad esaminare la nostra coscienza e a togliere ogni traccia di questo brutto peccato. Anche noi saremo premiati da Dio se gioiremo per il bene altrui; anche noi riceveremo le grazie che ammiriamo nelle anime buone, che amano il Signore e lo servono con generosità.
In Paradiso si gioirà della gloria che vedremo brillare in tutti i nostri fratelli e sorelle. Ne gioiremo come se fosse nostra. La carità farà sì che ci rallegreremo nello scoprire tutte le meraviglie che Dio avrà operato negli altri. Fin da ora impariamo a comportarci così e la nostra vita diventerà un anticipo di Paradiso.
Passiamo ora alla seconda lettura che riporta le parole che san Paolo rivolse ai Filippesi, parole che ci rivelano quello che è stato il suo dramma interiore. Egli, che aveva lavorato alla vigna del Signore forse più di tutti gli altri Apostoli, da una parte desiderava morire «per essere con Cristo» (Fil 1,23), e dall'altra parte sentiva l'importanza di rimanere ancora sulla terra, per il bene dei fratelli. Non si sentiva certamente necessario, ma l'amore per il prossimo lo spingeva a spendere tutte le sue energie per illuminare e confortare i fratelli nella fede e per guadagnarne a Cristo un numero ancora più grande. Di se stesso affermò: «Per me vivere è Cristo e morire un guadagno» (Fil 1,21). Ormai era impensabile vivere senza Gesù, Egli era tutta la sua vita. Il suo desiderio era quello di lasciare al più presto questa terra per esser eternamente con Lui. Lo tratteneva solo il bene delle anime, per le quali consumava volentieri la sua vita.
Impariamo da san Paolo ad essere generosi nella nostra dedizione al Signore, e a sentire l'esigenza di lavorare per la salvezza eterna di tante anime.
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