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OMELIA DELLA MESSA DI NATALE DEL GIORNO
Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito
di Giacomo Biffi

Ciò che è avvenuto a Betlemme venti secoli fa può esser qualificato come un'invasione di gioia. Una gioia immensa, una gioia invincibile, per la prima volta è entrata nella storia; in quella storia umana che è più che altro un succedersi ripetitivo di tristezze e di angosce. "Vi annunzio una grande gioia" (Lc 2,10): così nella notte santa l'angelo dà la notizia del Natale agli insonnoliti pastori. Questa gioia, notificata dal cielo, è arrivata fino a noi e contraddistingue e rischiara lietamente questi giorni tra tutti i giorni dell'anno.
La ragione più semplice e immediatamente comprensibile della contentezza che (in misura e in forme diverse) oggi raggiunge ogni uomo, è che l'umanità intera almeno confusamente capisce di aver ricevuto un regalo.
Un regalo, anche se piccolo, è il segno che qualcuno ci vuole un po' di bene; e sentirsi amati è la cosa più bella e gratificante che ci sia.
Ma qui il dono è il più grande e sorprendente che si possa pensare: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16).
La pagina altissima del vangelo di Giovanni, che abbiamo ascoltato, ci aiuta a renderci conto dell'immensa ricchezza che abbiamo ricevuto.
Quel "Figlio unigenito" - quel "Verbo che era presso Dio ed era Dio" (cfr. Gv 1,1) - ci aiuta a risolvere, almeno sul piano esistenziale, i nostri problemi più difficili. Se ci chiediamo, per esempio: da che parte è venuto l'universo?, il Natale ci risponde sciogliendo l'enigma dell'origine delle cose: "Tutto è stato fatto per mezzo di lui - ci è stato detto - e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste" (Gv 1,3). "Per mezzo di lui", cioè per mezzo di quel bambino povero e indifeso che contempliamo effigiato nei nostri presepi, del quale la parola di Dio, che qui è risonata, ci ha rivelato il nascosto prestigio e la forza trascendente: "Ultimamente, in questi giorni, ci ha parlato per mezzo di un figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo" (Eb 1,2).
Ma che cosa rappresenta il bimbo nato a Betlemme per me, per le mie sostanziali aspirazioni di creatura smarrita, che deve affrontare l'arcano inquietante di un pellegrinaggio terreno senza certezze, verso un destino che non mi è noto?
Quel bambino è "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1,9), ci è stato risposto. Dopo che lui è venuto, non siamo più dei viandanti che camminano al buio: non solo la nostra origine, ma anche la nostra mèta ci è stata chiarita nell'evento del Natale.
La nostra mèta è quella di assimilarci al Verbo che si è fatto uomo, ed essere come lui "generati da Dio" (cfr Gv 1,13), cioè possessori, rimanendo creature umane, della vita divina; una vita tanto superiore e preziosa da essere in grado di sottrarci alla tirannia della morte e di porci al riparo dagli insulti del male: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).
"Chiunque crede in lui". La strada per realizzare in noi la realtà del Natale è quella, come si vede, di accogliere la venuta del Signore Gesù con una fede autentica e piena, una fede che trasformi la nostra mentalità irredenta e converta sostanzialmente la nostra vita: "A quanti l'hanno accolto - abbiamo sentito - ha dato potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome; i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1,12-13).

 " E il Verbo si fece carne e venne ad abitare il mezzo a noi" (Gv 1,14).
Abita in mezzo a noi, è ormai dei nostri, nostro familiare e nostro compagno di viaggio: anche questo fa parte dell'intima motivazione della gioia natalizia. E' il dono di poter evadere della solitudine e vincere il disagio dell'incomunicabilità.
Gli uomini vivono oggi addensati e fitti come in nessun'altra epoca. Eppure sono troppo spesso estranei gli uni agli altri, senza il conforto di una sincera comunione di pensieri e di vita.
Ma da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo e ha preso dimora fra noi, nessun uomo deve più sentirsi abbandonato e solo. Ognuno che crede e accoglie il Natale nella sua piena verità, arriva alla persuasione che lo fa rinascere e gli fa dire: "C'è un Dio che è con me, un Dio che sa che ci sono e non mi dimentica, un Dio che mi ha raggiunto con il suo amore, un Dio che ha assunto volto e cuore di uomo perché anch'io potessi amarlo come lui mi ama".
Questa è la bellezza e l'incanto più coinvolgente della festa di luce e di vita che oggi ci raduna.

 "Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo" (Lc 2,11): così la voce dell'angelo ha squarciato non solo il silenzio della notte palestinese ma anche la notte oscura che incombe sull'intera vicenda umana.
"Di tutto il popolo"; dunque anche nostra. Nell'evangelo" - nella "buona notizia" che è partita da Betlemme - non ci sono privilegi di ricchezza, di classe, di dominio, di fama.
Questa gioia ineffabile entri allora in tutte le case, si posi come una divina carezza sul capo dei nostri bimbi, come dolce conforto nelle sofferenze dei malati, come una mite consolazione nelle pene dei tribolati, come una presenza rasserenante nel deserto di chi si sente derelitto e solo, come un'energia di vittoria nella debolezza di chi è tentato, come una certezza per tutti di un esistenza più significante e felice.
Questo è l'augurio natalizio più adeguato e più vero.

 
Fonte: Un Natale vero?, settembre 2006 (ed. Studio Dominicano)

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