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EDUCARE I FIGLI? I GENITORI OSCILLANO TRA IL DISINTERESSE E UN AMORE SOFFOCANTE E MORBOSO
I genitori di oggi non hanno né la voglia né il coraggio di imporre nessuna regola e così i figli diventano insicuri e insoddisfatti
di Costanza Miriano

Qualche sera fa guardavo la televisione. Seduta. Sul divano. Insieme a mio marito.
Già tali affermazioni racchiudono diverse notizie notevoli, e infatti credo che ci siano stati diversi lanci di agenzia su questo. L'evento ha del sensazionale, da breaking news della Cnn come minimo, se contate, poi, che non dormivo. E così durante un filmetto western (indovinate chi teneva il telecomando) mi sono imbattuta in una grafica inquietante, con un rullo a scorrimento: "Avete un figlio tra i due e i dieci anni e siete ancora vivi? Telefonate allo 02…"
Lì per lì ho pensato che fosse un'indagine sugli orfani (ho detto che ero sveglia, mica che sono intelligente). Poi ho capito – dopo una cigolante messa in moto dei neuroni – che era una battuta. Camila Raznovich stava cercando ospiti da invitare al suo programma sui genitori. L'ironia veniva dal fatto, se ho capito bene, che essere genitori sarebbe un'impresa devastante, e che sopravvivervi non è affatto scontato.
Me lo confermano diverse interviste rilasciate da Camila, e la lettura sommaria che ho dato al suo libro, M'ammazza, in cui lei racconta come la sua vita sia stata sconvolta dall'arrivo della figlia Viola, che sembra a tratti l'unico essere umano al di sotto dei dieci chili mai comparso sulla faccia della terra (insomma, tanti particolari erano proprio così necessari? Andavano immortalati in un volume? E' davvero necessario sconvolgersi così tanto?).
Mi dispiace, sarà che i miei bambini non sono più bebè, e ho già dato, ma io di questi blog, libri, siti, community che ironizzano e gigioneggiano e ricamano su quanto sia faticoso tirare su i figli non ne posso più. E trovo i figli degli altri noiosissimi (quello che gli altri pensano dei miei, chiaramente). Cioè, ci si può scherzare per qualche paginetta, sì, ma non è che se ne può fare argomento sempiterno di conversazione. Non è che essere genitori sia così devastante, così totalizzante, così impegnativo. Certo, è chiaro, nei primi mesi il bambino ha molto bisogno della presenza materna, (e neanche così tanto, sennò come farebbero le eroiche mamme che ne hanno avuti cinque, sei, sette, dieci?) ma comunque non è qualcosa che ti uccide, non se non sei tu a permetterlo, né una donna può essere mai totalmente definita dalla maternità.
Confesso che non ho mai visto il programma di Camila, su la 7. Sarei anche curiosa, ma è alle 5 e qualcosa. Del pomeriggio, che se fosse mattina avrei qualche speranza (è l'ora in cui spengo il computer e vado a letto). Apriamo una parentesi: come cavolo si fa a mettere un programma per mamme, o comunque genitori, a quell'ora? A quell'ora se si ha la fortuna di non lavorare più, si sta con i bambini. Come cavolo si fa a guardare la televisione? Spero tra l'altro, non sono fatti miei ma non posso fare a meno di preoccuparmene, che la trasmissione sia registrata, altrimenti la conduttrice sarebbe costretta a lasciare sua figlia proprio nel momento in cui se è possibile di solito si sta a casa, tra merende, compiti, amici (o attività, per i più grandi). Io alle mie colleghe mamme promosse alle conduzioni dei tg del tardo pomeriggio o della sera faccio sempre le condoglianze, e loro mi guardano strano.
Comunque, sempre fermo restando che la trasmissione in questione non l'ho vista, vorrei provare un po' a ragionare su questo modo di essere genitori che vediamo dilagare in Italia, legato credo in modo perverso al fatto che di bambini qui da noi se ne fanno meno che in tutti, proprio tutti gli altri paesi del mondo, fatto salvo il Giappone. Legato anche all'emergenza educativa che abbiamo tutti sotto gli occhi.
I miei figli sono davvero normalissimi, ma a differenza di molti altri reagiscono agli stimoli esterni (vedo ragazzini ai quali le cose vengono ripetute quindici volte senza ottenere una minima risposta); sanno che se il padre dice una cosa non si discute (con la mamma ci si prova sempre); non andrebbero mai a scuola senza avere fatto tutti i compiti (pare una rarità). Il minimo sindacale, secondo me. Poi hanno talenti, qualità, settori in cui eccellono, altri in cui fanno un po' pena. Normali insomma. Ma il problema che affligge i ragazzini di oggi è che non ascoltano. Non rispettano le regole. Le discutono anche all'asilo.
E' che i genitori non hanno né la voglia né il coraggio di imporre loro nessuna frustrazione. La voglia perché mettere regole è faticoso, in un primo momento. Richiede un ragionamento lucido, e uno sforzo nel momento iniziale (poi un bambino "regolato" sarà molto meno faticoso, ma ci vuole un investimento). Il coraggio perché per decidere quando e quali e quanti no dire bisogna avere un'idea della vita, da che parte si va e perché e per dove. Un'idea di vita basata sulla sensazione, sull'emozione, sull'opinione, difficilmente partorirà regole che non siano il capriccio o la disponibilità del momento (sono stanca, allora dico sì ai videogiochi così me ne sto a quattro di spade sul letto). E così si oscilla tra un amore soffocante e morboso, e il disinteresse. Senza mai responsabilizzare, chiedere ai ragazzi di caricarsi qualcosa sulle spalle.
Non a caso, secondo me, la Ratznovich deve la sua notorietà a programmi sul sesso, nei quali per anni ha promosso ed esaltato in tutti i modi un'idea della sessualità vissuta nella massima libertà e autodeterminazione, senza limiti che non fossero autoimposti. Etero, omo, bi, trans (e tutte quelle altre etichette che mi confondo sempre, perché per me c'è solo maschio o femmina): ognuno fa come vuole.
Questo il modo di pensare più diffuso, vincente, prevalente, dominante, e non è mica solo colpa della conduttrice, che tra l'altro mi è anche simpatica (e da bambina ha anche subito vicende dolorose) con cui me la sono presa oggi. Sarà che ho sonno e come i bambini faccio i capricci. Purtroppo non ho più otto anni, sennò avrei qualcuno che mi manderebbe a dormire con la forza. Era comodo essere bambini con dei grandi che sapevano bene da che parte andare (sbagliavano anche strada, prendevano delle belle tramvate, ma almeno con ferma decisione e indiscutibile autorevolezza).

 
Fonte: Blog di Costanza Miriano, 01/02/2012

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