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ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI FIGLI DEI SOLDATI ITALIANI UCCISI IN AFGHANISTAN
Vedendo recentemente le immagini dei due bambini che hanno perso i loro papà, soldati in Afghanistan, ci siamo tutti un po’ commossi. I due bambini (sette e due anni) presenziavano al funerale ben sapendo (certamente il più grandicello con più consapevolezza) che dentro quelle bare c’era anche il loro genitore.
Abbiamo letto e sentito in questi giorni tanti commenti di giornalisti ed opinionisti. Ci hanno lungamente parlato della sofferenza di questi due bambini, una sofferenza – a sentir loro - di una gravità enorme. Qualcuno si è anche cimentato sulle possibili conseguenze psicologiche di una così grande tragedia.
Indubbiamente, perdere un genitore è un dolore enorme. Non avere più – fisicamente - una figura genitoriale di riferimento nella crescita e per la crescita è una mancanza non lieve. Forse solo chi ci è passato può davvero capire. Così come è giusto e doveroso cercare di sopperire affettivamente a questa pesante mancanza.
Ciò che però è inaccettabile è il non voler capire da parte dei “grandi” maestri di pensiero contemporanei, cioè dei tanti giornalisti, opinionisti, intellettuali, i quali pontificano sulle colonne dei giornali più prestigiosi. Un non voler capire che diviene inevitabilmente ipocrisia.
A cosa ci riferiamo? Al fatto che alla commozione per quei due poveri bambini non si accompagna una più doverosa commozione per quei tanti, tantissimi (innumerevoli) bambini che vedono sfasciare le proprie famiglie.
Se non si hanno pregiudizi ideologici (ma questa è la grande questione!) tutti gli esperti di psicologia riconoscono che il trauma di vedersi separare i propri genitori è molto più difficilmente recuperabile del trauma della morte prematura di un proprio genitore.
Può sembrare strano: nel caso di divorzio dei genitori, entrambi sono ancora fisicamente presenti. Il papà lo si può vedere il “fine settimana” e poi, eventualmente, trascorrere con lui l’estate; ma quando uno dei due muore, non lo si può vedere più. Perché dunque il trauma dei genitori separati è più duro rispetto al rimanere orfani? La spiegazione è molto semplice. Nel primo caso il figlio non mette in discussione se stesso; sa che se il papà (o la mamma) non c’è più non è perché essi non si vogliano più bene, ma per un altro motivo, indipendente dalle loro volontà. Nel secondo caso, invece, il figlio, vedendosi separare i genitori, mette inconsciamente in discussione se stesso, sa di essere “frutto” di un amore finito, svanito, ch’era meglio non ci fosse mai stato. Ecco , il punto è proprio questo: sapere di esistere in conseguenza di qualcosa ch’era meglio non ci fosse mai stato, sapere che il proprio vivere è esito di un amore che è divenuto sofferenza, dolore…e perfino odio.
I dati lo confermano molto bene. Gli orfani ci sono sempre stati, anzi ieri più di oggi, perché un tempo era molto più frequente morire giovani; eppure non si constatavano patologie di insicurezza tra i giovani quanto lo si possa constatare oggi, per giunta soprattutto nei contesti culturali in cui è più frequente lo sfascio delle famiglie.
Chi volesse saperne di più, soprattutto riguardo ai dati scientifici di studi sull’argomento, ovvero che dimostrano quanto i figli soffrano molto di più per la separazione dei genitori piuttosto che per la morte prematura di uno dei due, può documentarsi sul numero 32 del settimanale “ Il Timone ”, anno VI, aprile 2004.
L’augurio (che è una certezza) che facciamo a quei due bambini e che, malgrado il dolore che porteranno sempre con loro, riusciranno sicuramente a trasformare il disagio in una maturazione significativa. Sapere che il papà è morto per una causa giusta vuol dire trovarsi sempre accanto a sé quel grande insegnamento e quella grande testimonianza... cosa incomparabilmente diversa dal sapere che il proprio papà esiste sì, ma che vigliaccamente ha rinnegato il suo amore per ricostruirsi egoisticamente una nuova vita.
Ovviamente tutto questo non viene detto... perché tutto questo suonerebbe come un macigno nei confronti della cultura dominante che ha fatto dell’effimero e del piacere egoistico il proprio vessillo.
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