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NORMAN BORLAUG, IL PADRE DELLA RIVOLUZIONE VERDE, CHE HA STRAPPATO ALLA MORTE PER FAME 245 MILIONI DI PERSONE
di Maurizio Morabito

Norman Borlaug è morto, il 12 settembre scorso: un Carneade, in alcuni ambienti. In altri, un Angelo sulla Terra, e in altri ancora (curiosamente, per gli stessi motivi) un Diavolo.
Cosa ha fatto dunque di speciale questo Nobel per la Pace 1970, premiato negli USA anche con la Medaglia della Libertà del Presidente e la Medaglia d’Oro del Congresso, e in India con il “Padma Vibhushan”, la seconda più alta onorificenza per un civile? Ha “semplicemente” salvato la vita a 245 milioni di persone. Oh, e i frutti del suo lavoro sfamano adesso circa metà dell'umanità.
E per questo, ovviamente, è stato pure criticato. Come diceva la canzone: “sei buono…e ti tirano le pietre”.
In realtà è difficile riuscire a sopravvalutare l’importanza di Norman Ernest Borlaug. Nato in Iowa nel 1914, ha vissuto in prima persona la tragedia delle tempeste di polvere che mandarono tantissimi agricoltori americani sul lastrico negli anni ’30. E così si è trovato ben piazzato per comprendere le drammatiche richieste da parte del governo messicano quando intorno al 1944 chiese aiuto alla Rockefeller Foundation per uscire da un terribile ciclo di continue carestie.
Borlaug infatti conteneva in sé le migliori caratteristiche per affrontare il problema, incluse conoscenze pratiche ma anche teoriche dell’agricoltura (grazie all’incoraggiamento del nonno, andò all’Università quando la maggior parte dei suoi coetanei dopo l'obbligo scolastico tornava semplicemente a lavorare la terra); e la consapevolezza che la "Fame nel Mondo" non è un concetto astratto, o un problema da risolvere con mirabolanti dichiarazioni o impossibili target.
E' anzi un problema estremamente concreto che milioni devono affrontare come principale preoccupazione quotidiana. E la cui soluzione dipende non tanto dal cambiamento della società o dei costumi, quanto dall’inventiva e dedizione di persone come Borlaug.
Certo in questa storia ci sono anche altre personalità, come per esempio il Prof. Elvin C Stakman, esperto in malattie delle piante che convinse il trentenne Borlaug ad abbandonare una carriera sicura alla DuPont per lavorare con la Rockefeller Foundation. E che sicuramente ebbe un ruolo nel primo successo di Borlaug, la creazione di varietà di grano resistenti alla loro peggiore malattia, causata da un fungo.
Immaginiamo però la sorpresa di contadini e funzionari messicani quando dopo pochissimi anni, le nuove varietà mostrarono incredibili capacità di aumentare i raccolti. Eppure, era solo l’inizio. Negli anni '50, infatti, grazie al lavoro di Borlaug e dei suoi collaboratori furono create varietà “semi-nane” ancora più spettacolari, piccole ma con i chicchi di dimensioni normali, e capaci di produrne quantità strabilianti (tre o quattro volte di più del solito) grazie anche all’uso di azoto come fertilizzante.
Una volta che queste idee furono applicate al riso, il cibo di base per quasi metà della popolazione umana, ecco allora che Borlaug si trovò a essere indicato come il Padre della “Rivoluzione Verde”. Il Messico divenne ben presto esportatore di cereali. Anche India e Pakistan riuscirono in pochi anni a diventare autosufficienti. Successi dopo successi anche in Cina, Brasile, le Filippine, insomma un po’ ovunque.
E se fosse vero che Cina e India abbiano… seminato con Borlaug quanto ora sta dando frutto nella loro spinta a diventare potenze di livello mondiale? Come scrive il New York Times, la Rivoluzione Verde di Borlaug avrebbe allora “cambiato il corso della Storia”.
E allora perché viene criticato? Ufficialmente, per aver contribuito a far nascere una società non-ecosostenibile. Per esempio l’indiana Vandana Shiva ha detto nel 1991, che “nel percepire i limiti della natura come limitazioni alla produttività che andavano rimosse, [Borlaug e gli altri esperti americani] hanno diffuso pratiche [agricole] ecologicamente distruttive e insostenibili”. Addirittura.
Aspettiamoci allora giudizi molto aspri contro l’inventore della ruota, per aver aiutato la specie umana a spostarsi velocemente, e anche contro il povero Archimede e la sua pompa a vite, responsabile di una irrigazione che va al di là della mera speranza in piogge regolari.
Borlaug, infaticabile lavoratore fino quasi alla fine, aveva una risposta semplice ai suoi critici. Diceva loro che è facile parlare quando uno fa parte della elite, e non deve preoccuparsi da dove mai venga il prossimo pasto. E ripetutamente dimostrava invece un approccio pragmatico ai problemi ambientali: come disse nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel:
“Il destino della civiltà dipende dalla [capacità di] provvedere uno standard di vita decente a tutta l’umanità”. E quindi “la prima, essenziale componente della giustizia sociale è cibo adeguato per tutta l’umanità”. E infine: “Alcuni critici hanno detto che la rivoluzione verde ha creato più problemi di quanti ne abbia risolti. Questo non lo posso accettare, perché credo che sia molto meglio per l'umanità essere alle prese con nuovi problemi causati dall’abbondanza, piuttosto che con il vecchio problema della fame”.
Di fronte al rischio di tragedia impellente dunque, Borlaug non si mise a scrivere libri, fare conferenze o organizzare comitati politici internazionali. Non pubblicò decaloghi per rendere più virtuose le persone o la società, e non organizzò concerti per sensibilizzare le masse. Non si mise neanche in testa di zittire chi non credeva nella possibilità di quella tragedia.
Invece, si mise a lavorare per evitare quella tragedia. Lavorare, affrontare i problemi, risolverli? Un’idea che oggi potrebbe risultare rivoluzionaria...
Borlaug ebbe insomma fiducia nelle capacità sue e degli altri, collaboratori e agricoltori dal Messico all’India alla Cina, e politici e funzionari: dunque, nelle capacità della migliore umanità di trovare in sé una soluzione. Perché è questo che va fatto quando si vuole evitare un rischio, specie se è un rischio per l’umanità tutta.
Borlaug era preoccupato di fronte alla questione della sovrappopopolazione, che egli definiva addirittura come il “Population Monster”. A Stoccolma si augurò che cambiasse “il percorso auto-distruttore lungo la strada della crescita irresponsabile della popolazione” e che si trovasse un modo per “regolare il tasso di crescita a livelli che consentano un livello decente di vita per tutta l'umanità”.
Ma a differenza del maltusiano Paul R Ehrlich, e di tanti nostri contemporanei “profeti di sventura”, la preoccupazione di Borlaug non gli impedì di affermare il suo ottimismo ”per il futuro dell'umanità, perché in tutte le popolazioni biologiche ci sono dispositivi innati per regolare la crescita della popolazione per la capacità di carico dell'ambiente”.
Nel discorso a Stoccolma, Burlaug arrivò ad augurarsi che un giorno si possa avverare la profezia di Isaia (35, 1 e seguenti): "Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa... Il luogo arido diventerà uno stagno e la terra assetata sorgenti d'acqua".
La sua speranza era basata nel credere fermamente che “l'uomo è potenzialmente un essere razionale [capace di] sviluppare e applicare le competenze scientifiche e tecnologiche [per] il benessere del genere umano in tutto il mondo". Insomma, come si dice, l'uomo è la soluzione, non il problema...

 
Fonte: Svipop, 24 settembre 2009

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