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MATRIMONIO E OMOSESSUALITA' SI ESCLUDONO A VICENDA
Il matrimonio non è un legame affettivo, ma un contratto sociale per la propagazione del genere umano
di Roberto de Mattei

Va detto con tutta la chiarezza possibile. Il "matrimonio omosessuale" legittimato il 25 giugno dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, con l'abolizione del Defence of Marriage Act, rappresenta forse una svolta storica, ma certamente è un evento illogico e profondamente innaturale.
Matrimonio e omosessualità sono infatti due parole e due concetti che si escludono a vicenda. Il matrimonio non è un legame affettivo, ma un contratto sociale. Non riguarda il sesso, ma la vita. Più precisamente è un'istituzione di carattere giuridico-morale destinata alla propagazione del genere umano e alla costituzione della famiglia.
L'omosessualità è un legame sessuale tra individui dello stesso sesso, di sua natura infecondo, e che perciò non può portare alla costruzione di una famiglia. La famiglia è una società che ha la finalità primaria di trasmettere la vita e di educare i figli. Proprio perché essa è fonte di vita e di nuove relazioni umane costituisce la cellula fondamentale e insostituibile della società. Tutti i filosofi e i pensatori politici lo hanno affermato, ma è stata soprattutto la storia a confermarlo. Ben prima del Cristianesimo, nella antica Roma, la familia era la cellula della civitas, e il matrimonio assicurava la stabilità sociale, costituendo, secondo la efficace definizione di Cicerone, il seminarium rei publicae (De Officiis, I, 54), il modello di tutta la società che dalla famiglia nasce e dalla famiglia si espande.
Il Cristianesimo elevò il matrimonio a sacramento e quando l'Impero Romano crollò, travolto dai barbari, la sola realtà che sopravvisse e che costituì la base della società che nasceva, fu la famiglia. La nascita delle nazioni europee, all'alba dell'anno Mille, coincide con lo sviluppo dell'istituzione familiare. Per ben comprendere la società medioevale, osserva la storica Régine Pernoud, bisogna studiare la sua organizzazione familiare: "è questa la chiave del Medioevo, ed è la sua caratteristica più originale" (Luce del medioevo, Volpe 1975, p. 24).
L'etimologia della parola nazione, del resto, non rimanda alla "scelta", ma alla nascita e indica un insieme di uomini che hanno un'origine comune e sono legati dal sangue. Il territorio su cui si esercitano le varie autorità nella società medioevale – che si tratti di un capo di famiglia, del barone feudale o del re – nei documenti viene uniformemente chiamato patria, il dominio del padre. "La patria – osserva Franz Funk Brentano – fu all'origine il territorio della famiglia, la terra del padre. Questo termine si è poi esteso alla signoria ed al regno intero, poiché il re era padre del popolo" (L'Ancien Régime, Fayard, Paris 1926, pp. 12-14).
Tale concezione della famiglia, che sopravvisse fino alla Rivoluzione francese ed oltre, era fondata sull'idea che l'uomo nasce all'interno di una condizione storica data; che ha dei limiti invalicabili, a cominciare dalla morte; che esiste una natura oggettiva ed immodificabile; che questa natura ha la sua origine in Dio, creatore dell'ordine dell'universo. Questa antropologia fu negata dagli illuministi e dai materialisti del Settecento, che espulsero Dio dalla storia e dalla società e affermarono l'esistenza di un progresso illimitato, perché nella storia tutto muta e si perfeziona, compreso l'uomo, ridotto, secondo la formula di Helvetius (1715-1771) a "sensazione fisica", pura animalità (De l'homme, 1773). Il termine "naturale", in questa visione evolutiva, viene ad esprimere la "spontaneità" della liberazione degli istinti. Il "cittadino" Alphonse-François de Sade (1740-1814) della "sezione delle Picche" e Charles Fourier (1772-1837) nel suo "Falansterio", teorizzano la sfrenata liberazione delle passioni, proprio per raggiungere il massimo punto dell'evoluzione sociale. Mentre, con questi autori, il piacere libertino rivendica i suoi pieni diritti extra-familiari, la Rivoluzione francese laicizza il matrimonio, distinguendo tra il contratto civile e il sacramento religioso e avviando, nel 1791, con l'introduzione del divorzio, un processo di radicale riforma dell'istituto familiare che il Codice napoleonico estenderà a tutto il continente (Xavier Martin, Nature humaine et révolution française, du siècle des lumières au Code Napoléon, Dominique Martin Morin, Poitiers 2002).
L'etnologo americano Lewis Henry Morgan (1818-1881), partendo dalle relazioni familiari esistenti tra gli Irochesi dell'America del Nord, concepì una fantasiosa storia della famiglia rintracciandone le origini in un'orda primitiva in cui le relazioni sessuali sarebbero state totalmente promiscue e non sottomesse a nessuna regola. Marx ed Engels aderirono con entusiasmo a questa concezione materialistica, che confermava le teorie darwiniane. Il libricino di Friedrich Engels, L'origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato (1884), è il manifesto di un attacco alle istituzioni portanti della società, a partire dalla famiglia, che si svilupperà nel pensiero marxista per tutto il XX secolo, per realizzare l'utopica "società senza classi".
La riduzione della natura umana a "libido" e libero sfogo agli impulsi riceve nel Novecento un nuovo contributo dagli eredi di Freud, come Wilhelm Reich (1897-1957) ed Herbert Marcuse (1898-1979), ma soprattutto da Michel Foucault, il filosofo francese morto di Aids nel 1984, la cui Histoire de la sexualité in tre volumi (Gallimard, Parigi 1976-1984) costituisce il fondamento concettuale dell'ideologia omosessualista. Per Foucault, il concetto di sesso è stato immaginato e costruito dal potere tradizionale, per farne un uso meramente politico. La sessualità va dunque separata non solo dalla procreazione, ma perfino dal piacere, per diventare uno strumento "biopolitico" con il quale far saltare la teoria classica del potere.
Sotto l'influenza di Foucault, l'americana Judith Butler è uno dei primi autori ad elaborare la teoria del "gender"(Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (Routledge, New York and London 1990/1999), che costituisce l'ultima frontiera delle ideologie post-moderne. Il "genere" sarebbe la percezione soggettiva che l'individuo ha della propria identità sessuale e costituirebbe la rappresentazione dell'appartenenza a una classe, a un gruppo, a una categoria sociale. La filosofia soggiacente resta il materialismo evoluzionista, che vede l'uomo come materia in divenire, priva di natura propria, materia informe che può essere modellata a piacere.
Martine Rothblatt, nel suo Apartheid of Sex. A Manifesto on the Freedom of Gender (Crown, New York 1995), sostiene che le differenze genitali, ormonali, cromosomiche e perfino la fertilità non sarebbero sufficienti a giustificare una divisione binaria tra maschio e femmina e invoca una lotta di liberazione del gender parallela a quella contro l'apartheid razziale. Poichè l'uomo è una "struttura" materiale, inserito a sua volta in una rete di strutture in evoluzione, la distinzione tra il sesso maschile e quello femminile non proverrebbe dalla natura, ma dalla cultura dominante che crea e attribuisce i "ruoli" del maschio e della femmina. Non esiste identità sessuale non solo perché non esiste identità maschile e femminile, ma perché non esiste identità umana. L'essere umano, privo di un'identità definitiva e irrevocabile, assume solo una serie di identità legate ai diversi momenti evolutivi.
Questa visione antropologica, che dissolve e fluidifica l'identità umana, si contrappone ad ogni realtà "solida", a cominciare dal matrimonio che, anche nella forma "dissolubile" della moderna società secolarizzata, rappresenta comunque un elemento di stabilità, incompatibile con la prospettiva "liquida" ed evolutiva del pensiero postmoderno. La Rivoluzione culturale del Sessantotto aveva proclamato la fine della famiglia, definendo il matrimonio un "peccato sociale", per il suo esclusivismo. Oggi le comunità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) lo rivendicano non come punto di arrivo, ma come tappa di un itinerario che ha ben altra mèta.
La richiesta di legalizzazione del cosiddetto "matrimonio gay" è in realtà una rivendicazione sociopolitica che mira esclusivamente a togliere alla famiglia la protezione sociale che essa ha fino ad oggi avuto in Occidente in ragione della sua insostituibile funzione sociale. Sotto questo aspetto, il cardine dell'ideologia omosessualista non sta in ciò che afferma, ma in ciò che nega, non in ciò che dice di volere, ma in ciò che realmente aborre: in una parola non nella rivendicazione del matrimonio e dell'adozione di bambini, ma nella volontà di espropriare la famiglia dai diritti e dai privilegi che in molti Paesi, come l'Italia, ancora vengono accordati a questa istituzione dalle leggi e dalla costituzione.
La rivendicazione del "matrimonio omosessuale" è proprio per questo inscindibile dall'introduzione del reato di omofobia. Michela Marzano scrive su "la Repubblica" (La nostra vergogna, 27 giugno 2013) che nel nostro paese i cittadini continuano ad essere distinti in due categorie, di serie A e di serie B. Gli omosessuali sarebbero trattati come "anormali", "devianti", "indegni". L'"orgoglio omosessuale" si propone di capovolgere questa prospettiva e trattare come "anormali", "devianti", "indegni", gli omofobi, ovvero tutti coloro che criticano l'omosessualismo per affermare il primato della famiglia naturale. Ma i diritti fondamentali, a cominciare dalla libertà di espressione, oggi sono garantiti a tutti dalla legge, compresi gli omosessuali. Se la legge sull'omofobia, su cui esiste "larga intesa" nel nostro parlamento, andasse in porto, il diritto della libertà di espressione sarebbe negato solo ai difensori dell'ordine tradizionale. Un sacerdote dal pulpito o un professore dalla cattedra non potrebbero presentare la famiglia naturale e cristiana come "superiore" alle unioni omosessuali, senza che questo costituisse una "discriminazione" degna di sanzione penale.
E' per questo che la libertà di espressione si restringe sempre di più per i cristiani in Europa. L'obiezione di coscienza – che riguarda i medici sull'aborto, così come i sindaci o i dirigenti del Comune sulle unioni civili o "matrimoni" gay – tende ad essere sempre più ristretta, mentre in molti paesi i cristiani non possono esprimere opinioni contrarie all'omosessualità, neanche rifacendosi alla Bibbia, senza che queste vengano tacciate e sanzionate come "discorso d'odio".
Anche Paesi di antica tradizione cattolica hanno iniziato ad inserire nelle loro legislazioni il nuovo crimine degli hate speeches, che si riferiscono alla discriminazione e all'ostilità verso un individuo, a causa di caratteristiche particolari, come il suo orientamento sessuale o "l'identità di genere". In dodici Stati membri dell'Unione Europea (Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Svezia) più l'Irlanda del Nord nel Regno Unito, è considerato reato esprimere critiche in base all'orientamento sessuale. Negli altri Stati membri, le critiche nei confronti di persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali non sono definite specificatamente come reato. Le lobbies relativiste vorrebbero una legislazione europea uniforme, che reprima ogni forma di discriminazione, anche solo verbale.
Il 24 maggio 2012, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione contro l'omofobia e la transfobia in Europa che "condanna con forza tutte le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere" ed esorta gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay e transgender dai discorsi omofobi di incitamento all'odio e dalla violenza. Con ciò si intende impedire, in realtà, ogni forma esplicita di critica della condizione omo o transessuale. Si inizia così ad applicare rigorosamente la categoria giuridica di "non discriminazione", introdotta dall'art. 21 del Trattato di Nizza, recepito dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.
Il principio è solo apparentemente nuovo: in realtà non si tratta altro che del vecchio concetto giacobino di uguaglianza assoluta, riproposto con nuovo linguaggio. E' difficile infatti trovare un termine ambiguo come quello di discriminazione. L'idea stessa di giustizia, che nella sua formulazione tradizionale significa attribuire a ciascuno quello che gli è proprio (suum cuique tribuere) implica qualche forma di "discriminazione". Ogni legge è costretta in qualche modo a "discriminare", per il fatto stesso che stabilisce che cosa è giusto e ingiusto, lecito o proibito, favorendo gli uni ed ostacolando gli altri.
La pretesa di non discriminare gli orientamenti sessuali significa applicare un criterio rigorosamente ugualitario a tutte le scelte, quali esse siano, relative alla sessualità umana. Un coerente criterio ugualitario porterà a proteggere giuridicamente ogni forma di disordine morale, dalle unioni omosessuali alla poligamia, dalla pedofilia all'incesto, almeno quando siano tra soggetti consenzienti ed escludano una violenza esplicita. Tutti gli oppositori di questi orientamenti sessuali sono destinati ad essere perseguiti dalla legge.
Il presidente americano Obama ha visto nel "matrimonio omosessuale" un'applicazione rigorosa dei princìpi democratici di libertà e di uguaglianza. In realtà, libertà e uguaglianza sono valori che possono essere armonizzati solo se riferiti a una nozione di Verità e di Bene che li trascende. Gesù dice nel Vangelo: "Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi" (Gv. 8, 32). Si potrebbe allo stesso modo affermare: "Conoscerete la verità, e la verità vi farà uguali". Non esiste libertà o uguaglianza, al di fuori di quella Verità, che i relativisti, malgrado le loro opinioni contrarie, non sono in grado di annullare. Quando libertà ed uguaglianza pretendono di emanciparsi dalla Verità e dal Bene e diventare valori assoluti, entrano necessariamente in collisione tra loro.
Bisognerebbe rileggere il classico di Jakob Talmon (1916-1980), Le origini della democrazia totalitaria (Il Mulino, Bologna 2000), o i libri, mai tradotti in Italia di Erik von Kuehnelt-Leddhin (1909-1999), Liberty or Equality. The challenge of our time (Hollis & Carter, London 1952) e Leftism Revisited. From de Sade and Marx to Hitler and Pol Pot (Regnery, Washington 1991) per ritrovare il filo rosso di questo conflitto ancora irrisolto.
La ragione per cui gli ugualitaristi sono obbligati a soffocare la libertà è che l'uguaglianza assoluta in natura non esiste, e non esiste proprio perché esiste una natura oggettiva e inestirpabile. Le astrazioni possono essere imposte solo con la forza, ma la natura, quando è violentata, si ribella. Gli omosessualisti tenteranno invano di cancellare la distinzione sessuale tra uomini e donne, così come i giacobini tentarono invano di distruggere la religione e i comunisti di liquidare la proprietà privata. Non è possibile abolire per decreto il fatto che si nasce geneticamente maschi o femmine, all'interno di una determinata famiglia, in un Paese, che ha una sua cultura e una sua tradizione.
Nella parola tradizione si racchiudono i princìpi fondanti di una civiltà, fondati sulla filosofia dell'essere e percepiti dal senso comune. Il senso comune, come spiega il padre Réginald Garrigou-Lagrange, in una sua opera classica, recentemente curata da mons. Antonio Livi (Il senso comune, la filosofia dell'essere e le formule dogmatiche, Leonardo da Vinci, Roma 2013), consiste in un certo numero di princìpi evidenti che ci permettono di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, il bello dal brutto, un essere dall'altro essere e la realtà dal nulla. Si tratta di una filosofia anteriore alla filosofia, perché si trova spontaneamente in fondo a tutte le coscienze. E solo l'esistenza di questo senso comune e spiega la spontanea reazione che si è avuta in Francia, ed è destinata a dilagare in altri paesi, contro il "matrimonio omosessuale".
L'arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone, commentando la sentenza della Corte Suprema americana, ha affermato: "Non possiamo rassegnarci davanti all'ingiustizia. Non possiamo tacere. Per questo i movimenti che stanno nascendo, come quello francese per la famiglia o quello italiano che ha marciato per la vita, vanno sostenuti" (Intervista a Benedetta Frigerio, in "Tempi.it", 28 giugno 2013). La Marcia per la Vita italiana e le Manifs pour tous francesi si fondano su quel "senso comune" a cui il mondo moderno ha voltato le spalle, con i disastrosi risultati che sono sotto i nostri occhi. Vita e famiglia sono principi non negoziabili proprio perché radicati nella filosofia dell'essere e nella legge naturale.
Il matrimonio omosessuale è al contrario, innaturale e contraddittorio, e perciò autodistruttivo ed eversivo dell'ordine sociale. In natura esistono gli istinti, ovvero le tendenze che spingono un animale a soddisfare le proprie necessità. Essi sono sempre coerenti, mai contraddittori, perché sono mossi da un'intelligenza ad un fine, anche se gli animali che compiono l'atto non sono coscienti di questo fine. Gli uomini condividono gli istinti con gli animali, ma, a differenza di questi, hanno delle inclinazioni interiori verso la verità e il bene, da cui derivano i contenuti e i precetti della legge naturale.
Agire secondo natura non significa assecondare le proprie pulsioni, ma agire secondo ragione, perché la natura non va intesa in senso fisico-biologico, ma metafisico e morale. Dietro le iniziative in difesa della vita e della famiglia, in America e in Europa, c'è una filosofia dell'essere e c'è soprattutto la ferma convinzione che la legge divina e naturale non possa rimanere confinata all'ambito privato, ma debba proiettarsi nella sfera pubblica per ricostruire l'ordine civile oggi sfigurato.

 
Fonte: Il Foglio, 03/07/2013

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