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SINDACI FRANCESI OBBLIGATI A CELEBRARE ''MATRIMONI'' OMOSESSUALI: CINQUE ANNI DI CARCERE A CHI SI RIFIUTA
Hollande calpesta il diritto all'obiezione di coscienza... ma sull'esempio di San Pietro, molti sono pronti a proclamare che ''bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini''
di Leone Grotti

I sindaci e gli aggiunti francesi non possono rifiutarsi di celebrare matrimoni gay. È quanto ha stabilito oggi il Consiglio costituzionale francese, che non ha accolto l'istanza presentata dal Collettivo dei sindaci per l'infanzia, legato alla Manif pour tous, che volevano vedersi riconosciuta la possibilità di fare obiezione di coscienza in nome delle libertà fondamentali riconosciute a tutti i cittadini nella Carta francese.

IL VERDETTO
«Il Consiglio ha giudicato che a proposito delle funzioni degli ufficiali dello Stato civile nella celebrazione del matrimonio, il legislatore non mina la libertà di coscienza. Le disposizioni contestate sono infatti conformi alla Costituzione», ha dichiarato il Consiglio in un comunicato.

CARCERE E SANZIONI
I sindaci saranno dunque obbligati ad attenersi alla circolare inviata dal ministro degli Interni Manuel Valls il 13 giugno 2013 dopo l'approvazione del matrimonio gay. «Se il rifiuto di celebrare un matrimonio gay è motivato dall'orientamento sessuale degli sposi – si legge nella circolare – l'ufficiale di Stato civile si espone a pene che vanno dai cinque anni di prigione e 7.500 euro di multa per reato di discriminazione» a una sanzione disciplinare che prevede la sospensione temporanea e la revoca dell'incarico.

SINDACI OBIETTORI
Negli ultimi mesi, il primo cittadino di Arcangues Jean-Michel Colo ha rischiato di essere sospeso, di vedersi revocata la carica di sindaco, di essere condannato a tre anni di prigione e a un'ammenda pari a 45 mila euro per aver fatto obiezione di coscienza. Stessa sorte hanno rischiato Jean-Yves Clouet, sindaco di Mésanger, Marie-Claude Bompart, sindaco di Bollène, e molti altri.

PROMESSA NON MANTENUTA
Nel novembre del 2012, Francois Hollande aveva assicurato che «la legge si applica per tutti ma nel rispetto dell'obiezione di coscienza». L'opposizione del Partito socialista e soprattutto del ministro Christiane Taubira avevano poi fatto fare marcia indietro al Presidente.

 
Fonte: Tempi, 18/10/2013

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