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AVVENIRE ESALTA IL COMPROMESSO
Francesco D'Agostino esulta per l'equiparazione tra figli naturali e legittimi senza dire che così non si distingue più tra convivenza e matrimonio
di Giovanna Arcuri

Il 10 gennaio scorso il giurista Francesco D'Agostino sulle pagine di Avvenire è tornato sul tema della filiazione. "La riforma normativa più incisiva del 2013 - afferma senza "esitazioni" il filosofo del diritto – [è] il nuovo diritto di filiazione". Si tratta di un decreto legislativo a firma del governo Letta che porta a compimento la legge 219/2012 la quale aveva eliminato la distinzione "figlio naturale-figlio legittimo", assegnando al primo alcuni diritti propri dei figli legittimi, cioè concepiti in costanza di matrimonio. Il decreto Letta ha completato l'opera di parificazione in merito ad alimenti, mantenimento, successione, donazioni etc.
D'Agostino è entusiasta di questa nuova normativa: "La legge ha cancellato ogni differenza di 'status' tra i figli". Poi aggiunge: "Dobbiamo essere soddisfatti? Certamente sì. Come non rilevare l'immenso progresso che grazie alla nuova normativa si realizza nel nostro Paese?" Ed in merito ai figli naturali così specifica: "La legge aveva il dovere di rimuovere questo stigma e finalmente l'ha fatto. […] Il legislatore merita di essere elogiato per la sua 'decostruzione' della filiazione illegittima". Infine individua alcune ombre in questo nuovo assetto: ad esempio ora "è l'amore che crea la genitorialità […] non la 'natura'", paventando così giustamente pericolose derive anche giuridiche.
La Nuova BQ mesi or sono aveva già messo sotto la lente di ingrandimento questo decreto legislativo e allora come ora non condividevamo l'entusiasmo di chi, anche tra i cattolici, salutava con approvazione questa equiparazione tra figli naturali e legittimi. I motivi, molto in sintesi, sono i seguenti (e citiamo passaggi degli articoli già pubblicati): "non si possono riconoscere diritti propri del vincolo matrimoniale a soggetti che non vivono nella realtà matrimoniale. Un atto discriminatorio dunque? No per nulla. Infatti ai figli nati fuori dal matrimonio da sempre sono stati riconosciuti i diritti fondamentali: vita, salute, educazione, libertà, etc. […] Ma è una contraddizione assegnare ai figli di genitori non sposati, che non si sono assunti nessun particolare obbligo giuridico, quei diritti che sono frutto invece di un impegno reciproco delle coppie coniugate. Vero dunque che tutti i figli sono uguali, ma non tutte le relazioni da cui vengono ad esistenza i figli".
E dunque le colpe dei padri ricadono sui figli? Inevitabilmente sì. "Infatti i genitori devono essere responsabili delle proprie scelte anche nei confronti dei figli. Se due conviventi non si vogliono sposare, sappiano che questa decisione inciderà anche sui figli. […] Il nostro ordinamento giuridico conservava uno status giuridico differente tra figli naturali e non proprio perché voleva educare i cittadini alla consapevolezza che l'unico luogo adatto per mettere al mondo i propri figli è il matrimonio. La distinzione operata era a favore del matrimonio ed insieme rappresentava un deterrente per le unioni libere". Il decreto attuale è quindi un'altra spallata al matrimonio ed è incostituzionale dato che l'art. 30 della Costituzione fa tuttora salva la distinzione tra figli legittimi e naturali. Ma forse per il giurista romano queste critiche sono da derubricare a mere esternazioni afflitte da "toni esasperati" propri di "gruppi minoritari".
Poi D'Agostino allarga il discorso alle "convivenze di fatto (che ritengo giusto tutelare, ma a condizione che la diversità strutturale di una scelta di convivenza rispetto a una scelta matrimoniale venga esplicitamente riconosciuta dalla legge, nel rispetto, peraltro, del dettato della Costituzione)". Un paio di brevi osservazioni. Al cattolico D'Agostino ricordiamo un passaggio de "La nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno dei cattolici nella vita politica" della Congregazione per la Dottrina della Fede: "ad essa [alla famiglia] non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale". Ma senza tirare in ballo la Congregazione per la Dottrina della Fede e richiamando solo quella Costituzione citata dal Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, ricordiamo che l'unica forma di convivenza tutelata dal nostro ordinamento è quella matrimoniale (art. 29 Cost.). Le altre forme di convivenza sono scoraggiate dalle nostre leggi, eccezion fatta per una ventina di disposizioni normative che risultano così antinomiche.
Non solo. Volendo tutelare la convivenza – che per il Catechismo della Chiesa Cattolica è condizione di vita da rigettare (2350) – si finisce per "decostruire" – per usare un'espressione cara a D'Agostino – lo stesso istituto matrimoniale perché si inserisce nel tessuto sociale una forma concorrenziale di convivenza molto più soft dato che è priva di qualsiasi obbligo giuridico, così come ricorda sempre lo stesso Catechismo: "concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità a legarsi con impegni a lungo termine. Tutte queste situazioni costituiscono un'offesa alla dignità del matrimonio" (2390).
L'attenzione di D'Agostino si sposta infine sui cosiddetti "matrimoni" omosessuali. La vera posta in gioco in questo dibattito sarebbe l'"identità dell'istituto matrimoniale, che, ove aperto agli omosessuali, risulterebbe definitivamente alterato nella sua struttura eterosessuale e generativa, con gravissime ripercussioni sull'ordine sociale". Qui pare che una relazione omosessuale qualificata come "matrimonio" non sia un male in sé, ma lo diventi solo qualora lasci macerie sociali dietro di sé. Semmai sarebbe solo l'intervento distruttivo della famiglia da parte del legislatore ad essere "deprecabile moralmente".
In ultimo il Nostro così chiosa: "Il compito urgentissimo che spetta al legislatore è quello di contribuire a una ricostruzione della famiglia, eterosessuale e generativa". D'Agostino, forse incoscientemente, al fine di difendere la famiglia la vende al credo omosessualista. Sì perché non esiste la "famiglia eterosessuale generativa", ma esiste solo la famiglia nata dal matrimonio tra uomo e donna. La dicotomia etero-omo è un'ottima invenzione delle lobby culturali gay (a cui a volte si deve necessariamente far riferimento per necessità esplicative), quasi che esistesse una natura eterosessuale ed una omosessuale e relativi istituti giuridici, come ad esempio il matrimonio. Ma nella realtà antropologica l'omosessualità e le "nozze" gay non esistono, così come non esiste il "matrimonio" etero-generativo. Usare queste espressioni è importare categorie concettuali estranee alla legge naturale e prestarsi così al gioco del nemico.
Infine cogliamo, ma ne intuiamo solo una sagoma indistinta, una volontà di tenere tutto, con il risultato di perdere tutto. Bene l'eliminazione della distinzione tra figli legittimi e naturali ma evitiamo di dire che genitori sono solo quelli che amano i figli; tuteliamo la famiglia, ma attenzione ad avere un occhio di riguardo per i conviventi; d'accordo a concedere diritti alle persone omosessuali, ma prendiamoci cura anche dei coniugi. Qui si sfoggia non l'arte del distinguo, ma quella del compromesso.

 
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 13/01/2014

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