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APPROVATA LA LEGGE SULLE CURE PALLIATIVE E TUTTI VISSERO FELICI E CONTENTI
Ecco perche' se tutti i partiti erano d'accordo, noi ancora una volta cantiamo fuori dal coro
da Corrispondenza Romana

L’8 marzo la Camera ha approvato a larghissima maggioranza la norma che assicura l’accesso alle cure palliative (ossia l’insieme degli interventi aventi lo scopo di migliorare il benessere del morente) ed alla terapia del dolore. Con questa legge viene introdotto per il medico l’obbligo del monitoraggio del dolore nei confronti di tutti i pazienti (non solo, dunque, per i malati terminali), indipendentemente dalla patologia per la quale vengono ricoverati.
Inoltre, la modifica introdotta semplifica la prescrizione dei medicinali destinati al trattamento dei malati affetti da dolore severo e prevede lo stanziamento di un fondo da cui le regioni potranno e dovranno attingere per adempiere al nuovo obbligo di legge; le regioni inadempienti non potranno accedere per l’anno successivo ai finanziamenti sanitari nazionali; è prevista anche la formazione e l’aggiornamento del personale sanitario specializzato ed un Osservatorio nazionale permanente, che avrà il compito di stilare un rapporto annuale sull’andamento delle prescrizioni (“Avvenire”, 9 marzo 2010).
Queste, in sintesi, le linee guida della nuova legge, la cui approvazione definitiva alla Camera è stata salutata da un unanime coro di apprezzamento da parte di tutte le forze politiche. Da parte nostra, ci permettiamo di sollevare qualche dubbio sulla bontà della norma introdotta.
Alleviare le sofferenze del malato e dunque assicurare alla famiglia un effettivo sostegno nel prendersi carico del congiunto, è certamente lodevole e doveroso; tuttavia, ciò che lascia perplessi è l’implicita affermazione del diritto a non soffrire sancito dalla norma, che addirittura obbliga il medico e la struttura sanitaria ad intraprendere terapie, più o meno standardizzate, per la cura del dolore.
Il medico, ed in generale gli operatori sanitari, rischiano di diventare dei semplici esecutori di terapie oppure dei certificatori della volontà altrui, tendenza che potrebbe acuirsi con l’eventuale e purtroppo probabile approvazione della cosiddetta legge sul fine vita. In altri termini, la capacità di valutazione del medico risulterebbe pericolosamente ridotta, con il conseguente rischio per il malato di ricevere le cure necessarie non sulla base del suo effettivo stato di salute, bensì sulla base di uno schema ideologico di riferimento che tende a vedere la sofferenza e la malattia in maniera distorta, frutto avvelenato di un clima culturale nichilista ed edonista, regolato dal freudiano “principio del piacere”.
In effetti, l’affermazione secondo cui il malato ha il diritto di vivere con dignità la malattia invalidante oppure l’approssimarsi della morte, equivale implicitamente ad ammettere l’esistenza di situazioni in cui l’estrema sofferenza oppure la condizione di vita vegetativa non siano da considerare dignitose per l’essere umano. Dunque, come nel triste caso di Eluana Englaro, potrebbero frequentemente verificarsi casi in cui per evitare le sofferenze presunte o reali di un paziente (che, sulla base degli standard culturali suddetti, perde la dignità propria dell’essere umano) se ne procura de facto la morte. Occorre tener presente che la tipologia e la potenza dei farmaci utilizzati nel “pallium” è tale (ad esempio gli oppiacei) da risultare potenzialmente letale; occorre anche tener presente che le pressioni dei familiari affinché venga accelerato od intrapreso il procedimento di sedazione, possono mettere il medico nella condizione di cedere facilmente alle loro implicite od esplicite richieste.
D’altra parte, egli correrebbe meno rischi nell’eccedere nella dose dei palliativi da prescrivere al ricoverato, piuttosto che il contrario. Desta inoltre un certo sospetto il fatto che la legge sulle cure palliative inizialmente inclusa nel ddl Calabrò sul testamento biologico, ne sia stata poi separata, probabilmente per celare il sostanziale legame tra i due progetti normativi (l’uno sembra completare e rafforzare l’altro).
La formidabile spinta culturale a considerare la sofferenza in generale come una condizione inumana da cui rifuggire, unita all’approvazione di leggi in linea con tale tendenza, potrebbe costituire una seria minaccia alla vita di un numero imprecisato di esseri umani inabili, handicappati o incapaci di intendere e di volere.

 
Fonte: Corrispondenza Romana, 20/3/2010