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MONDO ALLO SBANDO: QUANDO UNA GRAVIDANZA VIENE CONSIDERATA UNA MALATTIA
Testimonianze di donne che mostrano come la salute precaria o il rischio stesso della propria vita non sono un deterrente alla prosecuzione della gravidanza (VIDEO: L'odissea della vita)
di Lorenza Perfori

Che la gravidanza potesse essere considerata una malattia della donna non era mai stato pensato fino all'epoca moderna, un'epoca durante la quale gravidanza e il parto hanno raggiunto il massimo grado di attenzione e sicurezza, e dove le condizioni di salute, economiche e sociali non sono mai state così tanto congeniali e favorevoli alla vita. Non si comprende allora, come mai, proprio durante questi ultimi anni, tali fattori possano aver causato tutti quei problemi fisici e psichici da indurre le donne ad abortire quell'enormità di figli, a meno che, quella supposta fragilità femminile non sia una colossale menzogna, un subdolo alibi che nasconde ben altro.

FRAGILITÀ FEMMINILE? COLOSSALE MENZOGNA
Non serve nemmeno andare troppo indietro nella storia per accorgersi che la tesi della fragilità femminile per sopravvenuta gravidanza, non è affatto confermata dai fatti. È sufficiente volgere lo sguardo alle nostre nonne e bisnonne e a tutte quelle donne vissute nella prima metà del secolo scorso. Chi quattro, chi sei, chi otto, ma anche dieci/dodici figli e neanche un cedimento mentale. Eppure i parti avvenivano in casa, con pochi mezzi, l'acqua calda e l'aiuto di una levatrice. Non c'era l'epidurale, né le soluzioni fisiologiche e gli attuali farmaci, né tutta l'assistenza medica dei moderni ospedali. Partorire era molto più rischioso di oggi, i bambini morivano di più e anche le mamme, non era rarissimo che perdessero la vita a causa di un parto particolarmente difficile. Eppure le donne non si ammalavano se rimanevano incinte, né avevano bisogno di uccidere  i figli per salvare loro stesse.
Anche le condizioni economiche e sociali erano peggiori, basti pensare che durante questo secolo si sono consumate ben due guerre mondiali. Eppure le donne non sono crollate. I mariti in guerra, i mezzi di sostentamento scarsissimi e loro a casa a crescere i bambini piccoli e a prendersi cura dei vecchi, forti, fiduciose, salde ad aspettare la fine della guerra, con la speranza che il proprio coniuge, e i figli grandi partiti per il fronte, avrebbero fatto ritorno sani e salvi, per ricominciare tutto daccapo, un'altra volta, sempre aperte alla vita.

NESSUNA COMODITÀ... EPPURE...
Non c'erano nemmeno tutte le comodità che ci sono oggi. Come ad esempio i pannolini usa e getta, tutti quei prodotti per la cura del bebè, le medicine per curarli, le pappine e gli omogeneizzati belli e pronti, la lavatrice, lo scaldabagno. Fasce e pannolini di stoffa erano lavati a mano e senza l'aiuto dell'acqua calda. Chi non abitava in città non aveva nemmeno l'acqua corrente e allora bisognava attingerla al pozzo e trasportarla col secchia fino a casa, oppure si andava a piedi fino al lavatoio o al fiume. Moltiplichiamo tutto questo per sei-otto-dieci-dodici figli, ebbene, di nuovo, nemmeno un sintomo di patologia. Oggi è sufficiente che una donna rimanga incinta di un figlio ed è subito crisi, bisogna quanto prima correre dal medico a farsi fare il certificato "di pazzia" per abortire, altrimenti è malattia grave: un serio pericolo per la salute fisica e psichica.
Con buona pace della 194, non vale nemmeno la circostanza in cui è avvenuto il concepimento per giustificare detta fragilità femminile. Pensiamo ad un esempio veramente drammatico per la donna: una gravidanza a seguito di uno stupro, avvenuto nell'ambito di una crudele strategia di guerra, o per opera di uno sconosciuto mentre si rientra a casa dal lavoro o, peggio ancora, cagionata da una persona cara, da un familiare, in generale da colui dal quale sarebbe normale ricevere rispetto e amore. Ebbene, anche qui, la testimonianza delle donne è eloquente.
Donne che sono riuscite ad accogliere quel figlio frutto della violenza, conseguenza non di certo voluta di una terribile profanazione del proprio corpo, della propria intimità, della propria anima. Donne che hanno risposto al male con il bene, alla crudeltà della "pulizia etnica" e della brutale aggressività di quei maschi, con il dono di una nuova vita. Che sono state capaci, nonostante tutto, di accettare nel proprio ventre quel piccolo bimbo frutto dell'ingiusta e assurda violenza subita, mostrando così al mondo, non solo che la fragilità femminile è una menzogna, ma anche come funziona quella croce che salva, alla sequela di quell'altra somma Croce salvatrice.

ROMPERE LA CATENA DELL'ODIO
Perché debole è il violento, debolezza è essere schiavi del male, fragilità è occhio per occhio e dente per dente. Invece forza è rompere la catena di reattività dove l'odio chiama odio, l'offesa genera offesa... e lo stupro genera un aborto. Certo, dal punto di vista fisico il male ha prevalso, ha sopraffatto le donne, ma alla fine la sua è stata una disfatta, sconfitto dalla forza pacifica, senso di accoglienza e dono di sé, propri del genio femminile, altro che fragilità!
Rimangono da considerare altre due giustificazioni alla debolezza del genere femminile - e quindi all'aborto - contenute nella legge sull'interruzione di gravidanza, quella di fronte allo stato di salute della donna e a previsioni di anomalie o malformazioni del figlio concepito. Anche in questi casi, possiamo costatare come la 194 faccia acqua da tutte le parti.
Sono ancora le donne - e non astratte teorie - che con la propria testimonianza mostrano come una salute precaria, o il rischio stesso della propria vita, non facciano da deterrente alla prosecuzione della gravidanza. Un esempio significativo è certamente quello di Gianna Beretta Molla, proclamata santa da Giovanni Paolo II nel maggio 2004.

GIANNA BERETTA MOLLA, 40 ANNI
Mentre è in attesa del quarto figlio le viene diagnosticano un grosso fibroma all'utero. Gianna si sottopone al necessario intervento chirurgico ma chiede di salvare il suo bambino e di proseguire la gravidanza. Così avviene, alla fine partorisce una bimba ma, appena qualche ora dopo il taglio cesareo, le sue condizioni si aggravano. Muore una settimana dopo, a casa, dove aveva chiesto di essere riportata, dopo aver udito la voce dei suoi "tesori" svegliatisi per il subbuglio. Così aveva detto ai medici qualche giorno prima del parto: "Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete - e lo esigo - il bimbo. Salvate lui".
La testimonianza di Gianna, non è certo un caso isolato, sono tantissime le donne che hanno deciso di proseguire la gravidanza, nonostante le precarie o gravi condizioni fisiche. Donne che hanno rinunciato all'aborto e a curarsi perché i farmaci avrebbero avvelenato o causato malformazioni al figlio portato in grembo. Qui, gli esempi sono veramente numerosi, a dimostrazione del fatto che non siamo di fronte a un'eccezione, a qualche sporadica situazione riguardante appena due o tre madri con un coraggio fuori dal comune. Ci riferiamo a Paola, Carla, Rita, Anna Maria, Tonia, Stefania, Rachel, Luisella, Roberta, Felicita, Claudia, [...] ma anche alle altre numerosissime mamme che non sono mai arrivate sulle cronache dei giornali, che hanno detto sì alla vita nonostante le gravi condizioni di salute e a dispetto del patetico art. 4 della legge 194.

STEFANIA DAL CER, 36 ANNI, SARONNO (VARESE)
Tre giorni dopo aver saputo di essere in attesa del suo secondo figlio, scopre di essere affetta da un melanoma maligno. Stefania rifiuta la chemioterapia per tutelare la vita del suo piccolo. Misael nasce 1'8 febbraio 2008, lei muore 45 giorni dopo. "Ha affrontato  tutto con determinazione e coraggio, sempre con il sorriso sulle labbra […].  Fin dal primo istante sapeva che cosa rischiava e ha affrontato anche questa prova da vera combattente qual era", ricorderà la sorella Simona ("Avvenire", 29 marzo 2008).

LUISELLA LONGONI CROSINA, 35 ANNI, ERBA (COMO)
Muore nel luglio 2002, quattro giorni dopo aver dato alla luce Margherita. A gennaio dello stesso anno le avevano diagnosticato un tumore ai polmoni spiegandole che se voleva curarsi avrebbe dovuto rinunciare alla sua prima bimba. Nonostante sapesse a cosa andava incontro, Lella non ha esitato un attimo. Dopo sette mesi le sue condizioni si aggravano così i medici decidono di far nascere la bimba anticipando il parto di due mesi. Margherita nasce settimina, ma in buone condizioni di salute, mentre quelle della neo mamma precipitano. Luisella chiede di essere riportata a casa con la piccola, e ci riesce. Morirà nel letto della sua camera tra le braccia del marito.

RITA FEDRIZZI, 41 ANNI, PIANELLO DEL LARIO (COMO)
Muore a fine gennaio 2005, dopo aver dato alla luce Federico, il suo terzo figlio. Racconta il marito che i dottori le avevano detto: "L'unica terapia è l'aborto". Il verdetto era chiaro, il cancro la metteva di fronte a una scelta: o tu o lui, o "la morte tua o quella del bambino".
"Mia moglie si era informata, sapeva bene che se non avesse abortito non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivenza, ma considerava quel figlio un dono e ha sempre sostenuto che i doni vanno riconosciuti e poi custoditi [...]. Quando qualcuno - ed erano in tanti - le raccomandava l'aborto come unica via di scampo, lei semplicemente spiegava: 'È come se mi chiedessero di uccidere uno degli altri miei due figli per salvare la mia pelle'. E così non le restava che accogliere Federico, rifiutando le massicce dosi di chemioterapia che avrebbero ucciso il cancro cresciuto nel suo grembo". É una lotta contro il tempo e contro il male, ma Federico nascerà, sano e pieno di vita.

CLAUDIA CARDINALI, 32 ANNI, DI ANCONA
Quando si trova alla sedicesima settimana della sua seconda gravidanza, l'ecografia le diagnostica un tumore alla placenta. "C'erano pochi spazi al dubbio - racconta il dottore - era come un grappolo d'uva con i suoi acini che, col passare del tempo, divenivano sempre più grandi. Alla fine le due masse tumorali più grandi misuravano 7 e 13 centimetri, come la testa del feto" (archiviostorico.corriere.it). Ma Claudia non ha esitazioni, nonostante il rischio fosse molto alto sia per lei che per il bimbo: "A interrompere la gravidanza non ci ho pensato neppure un momento. Non so perché, ma sentivo dentro di me che sarebbe finita bene".
La donna affronta tutto con serenità e determinazione combattendo contro una serie di complicazioni successive. Prima l'ipertensione a causa della gestosi, poi varie emorragie dovute alle masse tumorali, a seguire una forte anemia, infine minacce di parto spontaneo prematuro. Il primo ottobre 1999 nasce, con taglio cesareo, Diego, un fagottino di 1 chilo e 160 grammi, ma sano e con tanta voglia di vivere. Anche la mamma sta bene, ma guai a definire la sua scelta un atto di coraggio, Claudia vuole che sia chiamato, semplicemente, "gesto d'amore".

Nota di BastaBugie: guarda "L'odissea della vita", video bellissimo da gustare in silenzio


https://www.youtube.com/watch?v=oXKlnXDYSO4

 
Titolo originale: Gravidanza: una malattia moderna
Fonte: Scegliere la vita, ed. Fede & Cultura

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