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PAKISTAN, LA MADRE DI TUTTE LE PERSECUZIONI
La discriminazione si impara fin dai libri di scuola e la legge sulla blasfemia copre qualsiasi arbitrio contro i cristiani
di Marta Petrosillo

«Siete liberi di andare al tempio, alla moschea o in qualsiasi altro luogo di culto. La vostra religione non ha nulla a che fare con gli affari dello Stato. Diamo inizio ad un'era in cui non vi è discriminazione». Così Muhammad Ali Jinnah parlava all'Assemblea costituente pachistana l'11 agosto 1947. Purtroppo però i sogni del fondatore del Pakistan si sono infranti, quantomeno per le minoranze religiose che oggi conoscono tanto la discriminazione quanto la persecuzione.

LA TERRA DEI PURI
La "terra dei puri" è uno dei luoghi al mondo in cui è più difficile essere cristiani. Minuscola minoranza, meno del 2% dei 180 milioni di abitanti, i cristiani affrontano regolarmente discriminazioni e ingiustizie. Sin dai banchi di scuola, quando sono costretti a studiare su libri che favoriscono l'intolleranza religiosa. In molti testi delle scuole pubbliche le minoranze religiose non vengono citate - sono comuni affermazioni quali «Siamo tutti pachistani, siamo tutti musulmani» - o sono esplicitamente screditate. Uno studio del 2011 della commissione Usa sulla libertà religiosa nota infatti che nei libri di testo pachistani «i riferimenti ai cristiani sono spesso inaccurati ed offensivi. E che gli appartenenti alle minoranze sono ritenuti cittadini di seconda classe, che dovrebbero essere grati ai musulmani perché generosamente concedono loro alcuni diritti». Per non parlare dei testi delle madrasse, le scuole islamiche, in cui i non musulmani sono indicati come khafir [infedeli], dhimmi, o perfino apostati.
Discriminati a scuola, discriminati nel mondo del lavoro, senza pressoché alcuna possibilità di accedere a cariche politiche se non a quelle riservate alle minoranze, a volte perfino riassegnate a musulmani per "assenza di candidati". I cristiani appartengono perlopiù alle fasce maggiormente deboli della popolazione ed è altissima la loro percentuale tra gli operai delle fornaci di mattoni, costretti a lavorare quattordici ore al giorno per l'equivalente di qualche decina di euro al mese. È diffi-cile avere stime esatte, ma l'organizzazione pachistana Public Welfare Foundation ritiene che almeno l'80% della forza lavoro impiegata nella produzione di mattoni sia formato da cristiani.

LA LEGGE ANTI-BLASFEMIA
Nel quadro di grave e diffusa discriminazione appena descritto, la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze religiose trova poi il suo strumento d'elezione nella cosiddetta legge anti-blasfemia. La norma corrisponde in realtà ai commi B e C dell'articolo 295 del codice penale pachistano che puniscono rispettivamente con l'ergastolo chi profana il Corano e con la pena capitale chi offende il profeta Maometto. L'articolo 295 è in parte ereditato dalla legislazione introdotta nel 1860 dall'impero britannico per proteggere i sentimenti religiosi, che però si riferiva a tutte le confessioni e non esclusivamente a quella islamica. Sarà il generale Zia-ul-Haq a introdurre negli anni '80 del XX secolo i commi B e C, trasfor-mando l'art. 295 in uno strumento atto a difendere esclusivamente l'islam. Con una conseguente discriminazione delle minoranze religiose. Perché se è vero che – come non manca di precisare regolarmente il governo pachistano - la maggioranza degli accusati di blasfemia è di fede musulmana, non si può fare a meno di notare che circa il 50% dei presunti blasfemi appartiene a minoranze religiose che in Pakistan rappresentano appena il 4% della popolazione.
I due commi voluti da Zia-ul-Haq favoriscono un uso improprio della legge, di cui ci si può facilmente servire per risolvere questioni personali come vendicarsi di un torto subito o liberarsi di un rivale in affari. Non è un caso dunque se dal 1947, anno di nascita del Pakistan, al 1986, anno di introduzione del comma C, si sono registrati solo sei casi di blasfemia, mentre dal 1986 ad oggi contano 1438 casi, di cui 182 vedono imputati dei cristiani.
I commi B e C mancano infatti di una precisa definizione del reato, la cui descrizione alquanto generica lascia spazio ad un'ampia discrezionalità in sede giuridica. Non vi è poi alcun riferimento all'intenzionalità dell'accusato. Sulla base dell'articolo 295 comma B, lasciar cadere accidentalmente una copia del Corano significa commettere blasfemia. Allo stesso modo si può essere blasfemi semplicemente calpestando una pagina di giornale sulla quale sono riportati dei versetti del Corano: un'eventualità non così remota in un paese in cui quotidiani, riviste e cartelloni riportano quotidianamente versetti del libro sacro islamico. Non costituiscono un'attenuante né la minore età e i disturbi mentali, come dimostra ampiamente il caso di Rimsha Masih, né l'analfabetismo – che in Pakistan ha un tasso superiore al 40% - e la mancata conoscenza della lingua araba, compresa da meno del 5% della popolazione.

MANCA L'ONERE DELLA PROVA
Ma l'elemento che più di ogni altro favorisce un uso improprio della "legge nera" è l'assenza di riferimenti all'onere della prova. Per essere arrestati è sufficiente un'accusa, che si ritiene falsa in circa il 95% dei casi. L'accusatore non deve fornire prove, sta al presunto blasfemo dimostrare la propria innocenza, il più delle volte senza poter contare sulla testimonianza di familiari e amici, che rischierebbero di essere incriminati a loro volta se parlassero in sua difesa. Le accuse non cadono se non nei successivi gradi di giudizio, quando l'imputato ha già trascorso un lungo periodo in carcere, peraltro rischiando di essere ucciso, come accaduto nel 2009 a Fanish Masih. Altri presunti blasfemi sono stati assassinati prima ancora di essere assicurati alla giustizia - come Shama e Shahzad Masih, i due coniugi cristiani arsi vivi in una fornace di mattoni nel novembre 2014 - o dopo essere stati assolti, come Mohammad Imran, rilasciato per mancanza di prove e poi freddato in strada nel 2011. «Per chi è accusato di blasfemia non vi è mai giustizia», ha dichiarato al Timone Ashiq Masih, marito di Asia Bibi. Nel 2009 la donna cristiana, madre di cinque figli, è stata accusata di aver offeso Maometto da alcune donne musulmane. Un'accusa che lei ha sempre negato, ma per la quale nel 2010 è stata condannata a morte per impiccagione. Nell'ottobre del 2014 l'Alta corte di Lahore ha confermato la sentenza. Uno dei suoi avvocati, Joseph Nadeem, racconta come la pressione di numerosi musulmani presenti in aula abbia influito sul verdetto.

GLI ALTOPARLANTI DELLE MOSCHEE
A decidere l'esito di un processo o l'apertura di un'indagine per blasfemia è in molti casi la grande pressione esercitata dalla comunità locale - spesso incitata dagli altoparlanti delle moschee - sulle forze di polizia e sui giudici, che sono regolarmente minacciati e talvolta uccisi. Nel 1998 il giudice dell'Alta corte di Lahore Arif Bhatti è stato assassinato per aver prosciolto Salamat Masih, un ragazzo cristiano di appena 11 anni accusato di blasfemia. Secondo il suo assassino, assolvendo un blasfemo il giudice Bhatti si era macchiato di blasfemia e meritava di morire. La stessa sorte è toccata al governatore del Punjab Salmaan Taseer e al Ministro per le Minoranze Shahbaz Bhatti entrambi uccisi nel 2011 a causa del loro grande impegno contro la legge sulla blasfemia e in difesa di Asia Bibi.
Se un musulmano incolpato di blasfemia è l'unico a pagare per il reato commesso, quando l'accusato è un cristiano, o un appartenente ad un'altra minoranza religiosa, è l'intera comunità a risponderne. E nella caccia al blasfemo avvengono veri e propri massacri. Come è accaduto nel 2009 a Gojra, dove sono morti sette cristiani, e nel 2013 a Joseph Colony, il quartiere cristiano di Lahore ridotto in cenere da una folla di tremila musulmani alla ricerca del presunto blasfemo cristiano Sawan Masih. Ironia della sorte, gli 83 uomini ritenuti colpevoli dell'attacco a Joseph Colony sono stati tutti rilasciati su cauzione, mentre Sawan Masih è stato condannato a morte.
In seguito alla recente decisione del governo pachistano di revocare la moratoria sulla pena capitale, Sawan Masih, Asia Bibi e gli altri cristiani condannati a morte per aver insultato il profeta Maometto, rischiano oggi di morire. «Ora - ha detto al Timone Joseph Nadeem - Asia può essere uccisa in qualsiasi momento».

 
Titolo originale: Pakistan, la madre di tutte le persecuzioni
Fonte: Il Timone, maggio 2015

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