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MINORI E GIOCO D’AZZARDO: PERSI IL VALORE DEL DENARO E IL SUO LEGAME CON IL LAVORO
Le famiglie, con prelievi di poche monete alla volta, perdono in media 600 euro l’anno
di Luigi Ballerini

Poco alla volta ci si abitua, entra a far parte di una nuova normalità.
Così circa 600 euro all’anno vengono grattati via dai ragazzi alle famiglie senza quasi rendersene conto, in una microemorragia di poche monetine per volta. Ce lo conferma l’indagine svolta anche quest’anno dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr) di Pisa. E adesso che è finita la scuola è possibile che questo fenomeno si amplifichi ulteriormente, complice quella certa rilassatezza e maggiore disponibilità di tempo che può indurre e favorire l’accesso ai punti vendita o al gioco online. Anche per noia, perché in molti casi è proprio questo affetto a nascondersi dietro la propensione al gioco che lentamente scivola nel vizio, conducendo a pieno titolo nell’universo della compulsione, del «vorrei smettere ma non riesco».
Spesso ricorre al gioco d’azzardo il giovane alla ricerca di un piccolo brivido, di una poussée adrenalinica che sovverta il grigiore di una giornata vuota di senso, sebbene magari fitta di impegni. La minima posta in gioco, inoltre, di solito limitata a pochi euro per volta, altera la percezione del denaro che viene perso.
Esiste però anche un altro fattore, più propriamente culturale, che si nasconde dietro l’abitudine del gioco ripetuto: l’idea che i soldi si vincano, arrivino per un colpo di fortuna capace di sbaragliare la vita ed eliminare per sempre la necessità di lavorare. Idea evidentemente alternativa a una corretta percezione della realtà, ossia che i soldi invece si guadagnano. Eppure i ragazzi non fanno tutto da soli, certe idee si instillano piano piano, si insinuano nell’animo attingendo dalle parole e dai pensieri che circolano in famiglia e nella società. Quanti adulti affascinati dall’idea del jackpot riempiono le ricevitorie inseguendo vincite improponibili? Quanti sono attratti dal miraggio del win-for-life,
promessa di un buon salario garantito senza impegno? Capita che quando chiedo a un bambino cosa vuol fare da grande, a volte mi risponda «il pensionato!»: non è difficile immaginarci dietro un adulto che a cena riesce a raccontare solo la fatica del suo lavoro, vissuto come un peso inevitabile, una pena da scontare, anziché il punto privilegiato del suo personale intervento sul reale.
Non va nemmeno trascurata poi quella sorta di legittimazione sociale che tali comportamenti stanno ricevendo negli ultimi anni: sponsor di grandi squadre di calcio sono proprio le società di gaming online e i loro loghi risaltano sulle magliette dei beniamini dei ragazzi. Allo stesso modo gli spot pubblicitari che invitano al gioco – certo, di Stato e sempre responsabile! – interrompono in continuazione gli eventi sportivi più rilevanti e le fiction più popolari inducendo l’idea che provarci sia giusto, anzi sia cool , da furbi. Da questo arriva anche nei ragazzi la mancata percezione dei giochi in cui si puntano soldi come veri e propri giochi d’azzardo, ritenuti legittimi passatempo e innocenti divertimenti. E invece si svuotano le tasche e con loro, a volte, la vita tutta.

 
Fonte: Avvenire, 8 agosto 2010


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