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LA QUARESIMA CI SPINGE AD IMPARARE L'UMILTA'
Essere umili è indispensabile per sperimentare la gioia e vivere in pienezza la nostra vita
da Beata Pacis Visio

L'inizio della Quaresima ci richiama subito ad un tempo di penitenza e di conversione, a volte anche con una sfumatura di mestizia. Le cose cambiano se vediamo questi giorni come un mezzo per avere con il Signore quel rapporto di fede e di amore che è l'unico che dà senso, pienezza, stabilità, gioia alla nostra vita, rendendoci umili, cioè insegnandoci chi è Lui e chi siamo noi.
Può sembrare strano, ma è proprio così: l'umiltà è indispensabile per sperimentare la gioia e vivere in pienezza la nostra vita.

LA FALSA UMILTÀ
Noi troppe volte abbiamo un concetto errato di umiltà, per questo la sentiamo come un peso, una diminuzione che "dobbiamo" accettare, spesso a denti stretti. Altre volte invece siamo inclinati verso una falsa umiltà e questo ci impedisce di ottenere la vera umiltà. L'umiltà non consiste nel non vedere le doti naturali, l'intelligenza, le grazie che abbiamo, perché questo sarebbe un non vedere i doni che Dio ci ha dato e quindi più che umiltà sarebbe ingratitudine. Ciò che è contrario all'umiltà è l'attribuircene il merito, è il farsi belli con ciò che abbiamo ricevuto da Dio come se fosse tutta opera nostra.
L'umiltà non consiste nell'avvilirsi e nel buttarsi giù davanti agli altri. Questo modo di fare spesso è in realtà orgoglio; talvolta lo scopo, magari inconscio, di chi si butta giù è di ottenere dagli altri la lode che nega a se stesso e può essere anche una grande pigrizia. Dalla vera umiltà non nasce mai lo scoraggiamento. Se ci scoraggiamo è perché pensiamo più al nostro successo che alla gloria di Dio, è perché non cerchiamo veramente solo Dio, è perché il nostro orgoglio è ferito e la nostra volontà contrariata; e in altre parole, è perché in ciò che facciamo siamo mossi da motivi umani, cerchiamo il consenso degli uomini più che quello di Dio.

LA VERA UMILTÀ
Invece per essere umili dobbiamo prima di tutto spostare lo sguardo e l'attenzione da noi stessi a Dio.
Nessuno mai ha visto Dio (1Gv 4,12), afferma la Sacra Scrittura. Fino a quando viviamo sulla terra, non abbiamo una conoscenza diretta dell'essenza divina; tra Dio e l'uomo c'è una distanza infinita, e soltanto Lui, adeguandosi alla condizione dell'essere umano, ha potuto colmarla attraverso la sua rivelazione. Dio si è manifestato agli uomini nella creazione, nella storia di Israele, nelle parole che ha pronunciato attraverso i profeti e, infine, nel proprio Figlio, che è la rivelazione ultima, completa e definitiva, la manifestazione stessa di Dio, infatti Gesù ha detto "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14,9).
Se ci pensassimo veramente: Dio che si fa uomo. Dio che, in Cristo, vede e si fa vedere, sente e si fa sentire, tocca e si fa toccare, che si abbassa alla condizione umana e ci chiama - noi che lo abbiamo offeso e tradito! - all'intimità del suo amore, alla santità. Lo stupore di fronte all'Incarnazione del verbo ci spinge a contemplare con venerazione le azioni, i gesti e le parole di Gesù. E facendo questo, si scopre che nella vita di Cristo, tutto, dalla nascita fino alla morte in Croce, è impregnato di umiltà, perché come dice S. Paolo nel famoso passo della Lettera ai Filippesi (2, 6-8): "... pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce".

L'ALLERGIA ALL'UMILTÀ
È per questo che S. Agostino nella sua Lettera 118 afferma: "Se mi chiedete cosa vi è di più essenziale nella religione e nella disciplina di Gesù Cristo, vi risponderò: La prima cosa è l'umiltà, la seconda, l'umiltà e la terza, l'umiltà". Perché nell'umiltà del Verbo incarnato, oltre a manifestarsi la profondità dell'amore di Dio per noi, ci viene fatto conoscere il solo cammino che può condurre anche noi alla pienezza di questo amore.
Oggi invece nel mondo pare che ci sia una specie di "allergia all'umiltà", anche se in realtà questo non è tanto un pensiero "moderno", ma una costante del carattere umano, dell'uomo che orgogliosamente si ritiene unico signore e padrone della propria vita, e legge a se stesso, come quando fece il peccato originale.
Umiliarsi significa dunque vedersi quali effettivamente siamo davanti a Dio, ammettere onestamente i propri limiti, riconoscere un'autorità legittima al di sopra di noi e sottomettersi volentieri ad essa. Significa soprattutto imitare Gesù, seguire il suo esempio.
Se nel nostro cammino quaresimale impareremo questo, allora davvero arriveremo a Pasqua colmi del gaudio dello Spirito Santo, come dice S. Benedetto nella sua Regola (49,6) e un poco più cristiani, cioè un poco più simili a Cristo.

 
Titolo originale: Per imparare ad essere umili
Fonte: Beata Pacis Visio, marzo 2019

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