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CONFERENZA ONU: A BALI GLI USA RAFFREDDANO IL CLIMA
di Antonio Gaspari

Dopo 13 giorni di intenso dibattito, con il rischio di non raggiungere nessun accordo comune, le delegazioni di 190 paesi presenti a Bali, hanno chiuso, il 15 dicembre, la XIII Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. La conferenza ha approvato un documento minimo, e cioè una "road map" negoziale per avviare due anni di trattative mondiali e arrivare, per il summit sul clima del 2009 fissato a Copenaghen, a varare un nuovo eventuale accordo di riduzione dei gas serra per il dopo 2012, a partire cioè dalla scadenza del Protocollo di Kyoto. Nel documento finale non sono indicati gli obiettivi dei tagli alle emissioni, e non sono menzionate misure coercitive in termini di tasse o multe, come invece promossi dal Protocollo di Kyoto. Benché minimale, il documento finale è stato salutato da scroscianti applausi, e questo perché la conferenza era giunta alla fine senza nessun accordo, tant'è che le conclusioni sono state rinviate di un giorno. I lavori sono stati contrassegnati da un dibattito acceso e franco, con l'Europa e la burocrazia delle Nazioni Unite intenzionate a far accettare una riduzione tra il 25 ed il 40 % delle emissioni di anidride carbonica entro il 2020. Cifre buttate al vento, perché i Paesi industrializzati che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, soprattutto quelli europei, non riusciranno neanche a raggiungere la quota di riduzione del 5 % entro il 2012, come previsto dal Protocollo stesso. Mentre la maggior parte dei media si è accanita contro gli Stati Uniti, per non aver ratificato Kyoto e per la resistenza contro un nuovo accordo ancora più impegnativo, nella realtà gli USA hanno fatto valere le loro ragioni, condizionando l'intero dibattito, facendo passare un documento finale in cui si promuove la ricerca e l'utilizzo di tecnologie pulite in maniera volontaria. Pur sembrando isolati all'inizio della conferenza, gli USA hanno dunque finito per determinarla in maniera decisiva, trovando l'appoggio di Giappone, Canada, e Russia, che pure avevano ratificato il Protocollo di Kyoto, ma che non hanno nessuna intenzione di accettare nuove eventuali imposizioni in termini di quote, tasse ed eventuali multe. In merito al documento finale, il comunicato del Dipartimento di Stato americano, manifesta una certa soddisfazione soprattutto a proposito dei punti del documento finale in cui si riconosce «l'importanza dello sviluppo di tecnologie pulite, il finanziamento dello sviluppo di queste nuove tecnologie nei Paesi emergenti» e per tutte le misure che prevedono di «assistere questi Paesi nei piani di adattamento ai cambiamenti climatici e di miglioramento delle attività industriali per ridurre le emissioni e incrementare la riforestazione». Per quanto riguarda il procedere dei negoziati, la delegazione statunitense ha chiesto un approccio graduale per i Paesi in via di sviluppo. Secondo il Protocollo do Kyoto infatti, Paesi che emettono gran quantità di CO2 come Cina e India, sono esenti da misure restrittive fino al 2020.
Mentre gli USA chiedono che in un eventuale accordo globale Cina, India e altri Paesi in via di sviluppo che conoscono una forte crescita partecipino ai piani che impegnano i paesi industrializzati.
Da questo punto di vista Cina, India, Messico e Sudafrica hanno ribadito la loro «non disponibilità» a tagli delle emissioni che potrebbero compromettere i processi di sviluppo economico. E hanno riaffermato che la responsabilità dei tagli alle emissioni tocca ai Paesi industrializzati.
In occasione del documento finale, questi Paesi si sono detti disponibili ad eventuali discussioni per un nuovo trattato solo a condizione di ricevere aiuti finanziari per nuove tecnologie e progetti per la riduzione delle emissioni.
Tale disponibilità sembra essere stata sollecitata dall'Unione Europea e dai sostenitori dell'IPCC dell'ONU, con promesse di aiuti finanziari. Sta di fatto che i Paesi emergenti anche se si sono detti pronti a discutere un eventuale nuovo accordo, sanno che loro non pagheranno nessuna "carbon tax, e stanno alla finestra per vedere cosa accadrà.
Le uniche veramente deluse di come si è conclusa la XIII Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, sono state le associazioni ambientaliste.
I verdi ci sono rimasti malissimo, lamentando l'inesistenza degli impegni assunti e criticando aspramente il ruolo svolto dagli Stati Uniti.
Per sostenere un accordo più restrittivo e vincolante di quello di Kyoto, Al Gore in particolare è arrivato a dire con toni isterici che «la lotta contro il riscaldamento globale è simile a quella contro il nazismo».
La "lobby catastrofista", favorevole soprattutto al mercato speculativo della "carbon tax" e dei titoli sull'aria calda (cioè i "carbon credits"), spera che alle prossime elezioni presidenziali la politica di Bush venga sconfitta e che, se il nuovo presidente americano sarà democratico, sposi la linea di Al Gore.
Anche se bisogna ricordare che la ratifica degli USA al protocollo di Kyoto venne respinta quasi all'unanimità dal Senato USA, proprio quanto era presidente il democratico Bill Clinton.

 

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