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CARITAS IN VERITATE
Come vanno corrette le imprecisioni di Paolo VI
di Roberto de Mattei

Per comprendere in profondità il significato dell’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”, occorre situarla all’interno di un dibattito che da oltre un secolo traversa il pensiero cattolico. Il problema nasce verso la metà dell’Ottocento, con il sorgere della cosiddetta “questione sociale” e con essa di una serie di nuove dottrine, come il liberalismo e il socialismo.
L’enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII, considerata la prima risposta cattolica a tali sfide, è in realtà l’approdo di un ampio dibattito che vede confrontarsi due scuole di economisti e sociologi cristiani. I primi sostengono che la questione sociale va affrontata innanzitutto alla luce del primato della virtù teologica della carità; i secondi affermano invece il primato della virtù morale della giustizia.
Dalle due posizioni discendono inevitabili conseguenze. Il primato della giustizia porta a enfatizzare il ruolo dello stato come soggetto chiamato a regolare la vita pubblica, attribuendo a ciascuno il suo. Il primato della carità porta invece a sottolineare il ruolo dell’individuo, come attore decisivo di ogni relazione sociale. Ne conseguono nel primo caso lo stato pianificatore, tendenzialmente socialista; nel secondo, la tutela del mercato, della proprietà privata, della libera impresa.
La soluzione più sicura, adombrata dalla “Rerum Novarum”, resta quella di una sintesi tra giustizia e carità, con prevalenza di quest’ultima, secondo la bella formula di Giuseppe Toniolo: “Chi più può, più deve; chi meno può, più riceve”. La carità è essenzialmente il dono di sé e di ciò che si possiede: essa ha la sua origine nello spirito di rinuncia e di sacrificio proprio del Cristianesimo.
Nel 1967, la“Populorum progressio” di Paolo VI, rovesciando la tradizione che si era fino ad allora delineata nel pensiero della chiesa, proclamò il primato della giustizia sulla carità. L’enciclica formulava un giudizio negativo sul capitalismo liberale (n. 26), criticava il “libero scambio” (n. 58), auspicava programmazione e pianificazione (n. 33), prevedeva la limitazione della proprietà privata e la ridistribuzione dei redditi (nn. 23- 24), esprimeva il culto del progresso, del lavoro, della “solidarietà mondiale” (nn. 58-59).
Il documento di Benedetto XVI ripropone invece in termini nuovi la dottrina tradizionale, sviluppando i paragrafi 26-31 della sua precedente enciclica “Deus caritas est”, relativi proprio al rapporto tra giustizia e carità. E’ interessante paragonare gli Incipit delle encicliche di Benedetto XVI e di Paolo VI. La Caritas in veritate afferma che “la carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (n. 1) e costituisce “la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” (n. 2). Essa “è il principio non solo delle microrelazioni (rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo), ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (n. 2).
La “Populorum progressio” lanciava invece fin dall’inizio un appello alla liberazione dei popoli “dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza” (n. 1), riecheggiando le utopie postconciliari, secondo cui sarebbe stato possibile assicurare pace e benessere alla società intera. “Giustizia e pace” era il programma proposto da Papa Montini per “lo sviluppo integrale dell’uomo e lo sviluppo solidale dell’umanità” (n. 5).
E’ importante notare come la carità a cui si richiama Benedetto XVI si radica nella verità, perché “un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (n. 4). La dottrina sociale della chiesa è dunque “caritas in veritate in re sociali”: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina “è servizio della carità, ma nella verità” (n. 5). “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo.
L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario” (n. 3).
Anche la giustizia è naturalmente presente nel documento pontificio. Essa non solo non è una via alternativa o parallela alla carità, ma è inseparabile da essa (n. 6). Tuttavia “la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare” (n. 6). In questo senso, al concetto di carità si collega quello di dono. “La carità è amore ricevuto e donato” (n. 5). Nella giustizia rendiamo al prossimo ciò che è suo, mentre nella carità gli doniamo ciò che è nostro.
Nei confronti dell’enciclica del suo predecessore, Benedetto XVI ha una posizione analoga a quella assunta nei confronti del Concilio Vaticano II: essa va recuperata interpretandola alla luce della Tradizione. Il Papa sottolinea come la “Populorum progressio” è in grado di parlare ancora a noi, solo se “inserita nella grande corrente della Tradizione” (n. 12). Per comprendere il significato e il ruolo dello sviluppo di cui parlava Paolo VI, “il corretto punto di vista, dunque, è quello della Tradizione della fede apostolica, patrimonio antico e nuovo, fuori del quale la Populorum progressio sarebbe un documento senza radici e le questioni dello sviluppo si ridurrebbero unicamente a dati sociologici” (n. 10). La “Populorum progressio”, ad esempio, influenzata dalle teorie neomaltusiane degli anni Sessanta, alludeva non tanto velatamente alla necessità di limitare responsabilmente le nascite (n. 37). L’enciclica di Benedetto XVI si richiama apertamente alla “Humanae Vitae” (1968) dello stesso Paolo VI affermando che i problemi toccati in quest’ultimo importante documento non riguardano la morale meramente (n. 15).
Il Papa è consapevole del fatto che l’incremento demografico non produce povertà, ma ricchezza. L’apertura moralmente responsabile alla vita è dunque una ricchezza sociale ed economica (n. 44) ed è al centro del vero sviluppo (n. 28). Per questo gli stati sono stati chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, “fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società” (n. 44). Benedetto XVI sottolinea quindi il valore positivo del mercato e dell’impresa, che però deve essere fortemente ancorata all’etica. E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso, ma questa non è la sua natura (n. 36). Il mercato è uno strumento: ciò che deve essere chiamato in causa non è esso, ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale (n. 36).
Rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico. “L’economia infatti ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento”; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona (n. 45). Per molti economisti la difesa della libertà economica si unisce con una assoluta libertà in campo morale. In campo liberale, ad esempio, molti sono a favore della liberalizzazione della droga, dell’aborto e di ogni sperimentazione nel campo della bioetica. Per chiarire bene questo punto, Benedetto XVI afferma che “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (n. 75) nel senso che essa implica il modo stesso di concepire la vita umana, minacciata dalle tecniche di manipolazione genetica e dalla “mens eutanasica”.
“Non si possono minimizzare – egli afferma – gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i potenti strumenti che la cultura della morte ha a disposizione” (n. 75). Infine un’affermazione ricca di profonde conseguenze: Dio deve trovare un posto “anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica” (n. 56). “Senza Dio – infatti – l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (n. 78). In questa riga sta tutta l’enciclica e forse il nucleo dell’intero Magistero di Benedetto XVI.

 
Fonte: Il Foglio, 10/07/2009

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