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DON'T LOOK UP, IL FILM CON DICAPRIO CHE NASCONDE UNO SPOT ALL'UTERO IN AFFITTO
Apriamo gli occhi e ascoltiamo invece la vera testimonianza di una donna che ha affittato l'utero per una coppia di amici con drammatiche e sconvolgenti conseguenze
di Manuela Antonacci

Potremmo definirlo come una "satira apocalittica", il nuovo film con protagonista Leonardo DiCaprio, dal titolo "Don't look up", disponibile su Netflix.
Tutto si basa sul martellante slogan "Don't look up", appunto, ovvero "Non guardate su", pronunciato più volte dalla strampalata presidente degli Stati Uniti Janie Orlean (Meryl Streep) che conduce un'operazione mediatica per coprire e sminuire la scoperta di due scienziati che hanno individuato la traiettoria di una cometa grande come l'Everest in rotta di collisione verso la Terra e capace di raggiungerla e distruggerla nel giro di pochi mesi. Il leitmotiv del film è rappresentato dai meccanismi mediatici con cui la notizia viene volutamente e abilmente ignorata e sdrammatizzata dalla stampa per interessi politici ed economici, condannato così l'umanità al disastro.
Un film, dunque, incentrato sul coprire e nascondere ciò che invece è palese. Ma proprio un metodo simile è presente in un fotogramma del film stesso, anzi, in un vero e proprio messaggio subliminale. E sappiamo bene qual è il ruolo e quali le conseguenze - soprattutto in pubblicità e cinematografia - dei messaggi subliminali: ovvero far passare un'informazione, un'immagine, un contenuto senza farlo vedere palesemente, ma così facendo cercare di farlo assimilare nello spettatore in modo inconscio. Un gioco sporco, insomma.
E nel giro un fotogramma (come si vedere nell'immagine sopra), appunto, il film presta il fianco e si inchina alla logica abortista e pro gender. C'è, infatti, una scena in cui il protagonista, il dottor Randall Mindy (DiCaprio), denuncia il pericolo della catastrofe in arrivo, pronunciando la seguente frase: «Ogni cosa è teoricamente impossibile finché non viene fatta». Si riferisce alla possibilità di salvare il mondo, ma in realtà, mentre viene detto questo, viene inquadrata una coppia di donne, sedute in un bar, mentre tra loro due c'è una bambina (si potrebbe supporre sia la loro figlia) e indossa una maglietta con il logo di Planned Parenthood l'organizzazione di cliniche abortiste che appoggia sfegatatamente il mondo LGBT insieme a tutto il suo carrozzone di "diritti".
La frase detta dal protagonista, dunque, potrebbe tranquillamente assumere tutti i contorni della propaganda gender, proprio nel rispondere alla logica dei messaggi subliminali. Per i sostenitori Lgbt e pro-gender, infatti, ci sono cose «teoricamente impossibili», come appunto che due donne o due uomini possano avere un figlio, «finche non vengono fatte», come appunto accade con la pianificazione familiare che appoggia l'aborto e l'utero in affitto.
E menomale che il film avrebbe lo scopo di smascherare i meccanismi di manipolazione mediatica delle informazioni!

Nota di BastaBugie: Anna Bonetti nell'articolo seguente dal titolo "Utero in Affitto? La testimonianza choc di una donna" riporta la testimonianza di una donna che si è offerta di affittare il suo utero per una coppia di amici con tutte le drammatiche e sconvolgenti conseguenze che ne derivano.
Ecco l'articolo completo pubblicato su Provita & Famiglia il 23 gennaio 2022:

Vi proponiamo la testimonianza, riportata dal sito Nordic Model Now, di una donna che si è offerta di affittare il suo utero per una coppia di amici e che attraverso la sua testimonianza ci permette di conoscere a fondo la pratica dell'utero in affitto, al di là dei riflettori mediatici e con tutte le drammatiche e sconvolgenti conseguenze che ne derivano.
"È stata un'esperienza incredibilmente traumatica - spiega la donna sui suoi profili social - tanto che ho dovuto essere curata per disturbo da stress post-traumatico. Non parlo mai con nessuno della mia esperienza, poiché la trovo ancora completamente devastante».
«Nei media - precisa - sentiamo solo storie positive, guidate da organizzazioni che promuovono la maternità surrogata, ma è importante anche che le persone sappiano che la maternità surrogata può andare molto male e avere ripercussioni per tutta la vita per le donne che offrono il proprio corpo da utilizzare come incubatrici».
«Tuttavia - chiarisce la donna - ho accettato di andare avanti prima di sapere abbastanza sulle procedure mediche estremamente invasive e dannose che avrei dovuto subire. Non mi rendevo conto che il mio ciclo naturale sarebbe stato interrotto chimicamente per la quantità di ormoni sintetici e dannosi che avrei dovuto assumere. Così sono andata avanti contro il mio giudizio, soprattutto per non turbare i miei amici».
«Mi hanno convinta - spiega - a impiantare due embrioni per aumentare le possibilità di successo dell'impianto e solo ora mi rendo conto del rischio che ho corso nell'aver sottomesso la mia salute per dare priorità ai desideri dei futuri genitori. Ero completamente disinteressata a me stessa, vedevo il mio valore solo in quanto ero utile agli altri. Durante la gravidanza ho sperimentato la gelosia e rabbia da parte della madre "designata" per il fatto che potessi rimanere incinta così facilmente. Entrambi i genitori mi hanno fatto pressione su come e dove avrei partorito».
«La mia salute mentale è crollata, al punto che due anni dopo il parto mi è stato diagnosticato un disturbo da stress post traumatico, per il quale sono stata curata. Non so quali saranno le conseguenze per la mia salute fisica per aver assunto grandi quantità di ormoni sintetici, né il possibile rischio di cancro al seno, dovuto al fatto che non ho allattato i bambini. Oggi - rivela la donna - sono contro tutti i tipi di maternità surrogata, sia altruistica che commerciale. Le donne non dovrebbero essere incoraggiate a mettere in pericolo la loro salute fisica e emotiva per soddisfare il "bisogno" di altre persone di avere bambini. Le donne contano. La legge - conclude - non dovrebbe essere cambiata per facilitare lo sfruttamento delle donne, sia quelle che sono vulnerabili a causa della povertà, sia quelle che sono state ben intenzionate come me. Non c'è nulla di etico nella maternità surrogata».
Una storia traumatica, che fa riflettere su quanto la pratica dell'utero in affitto - o, come lo chiamano alcuni, maternità surrogata - nella sua intrinseca disumanità sia una pratica estremamente individualista, che non tutela in alcun modo la salute delle donne mercificate per soddisfare i desideri altrui.
Va sottolineato che oltre a questo massacro fisico, tale pratica consiste in un sacrificio non indifferente di embrioni umani. Come riporta una ricerca condotta dal dottor Fabio Fuiano, presidente degli "Universitari Per la Vita", infatti, è emerso che soltanto il 12% degli embrioni prodotti in laboratorio e destinati alla fecondazione artificiale sopravvivono fino al parto. Inoltre, come si evince dalla stessa ricerca, i nascituri concepiti artificialmente hanno una probabilità più elevata di malformazioni rispetto a quelli concepiti naturalmente.
E' stato il caso di Giovannino, il piccolo affetto dall'Ittiosi di Arlecchino, una rara malattia della pelle, nato all'ospedale Sant'Anna di Torino in seguito a un intervento di fecondazione assistita e abbandonato dai genitori immediatamente dopo la nascita.
In sintesi, l'utero in affitto, oltre che essere una pratica disumana, è anche totalmente incompatibile con la difesa della vita ed è figlio della stessa cultura di morte, secondo la quale la vita quando è non voluta viene selezionata prima della nascita, mentre quando è desiderata a tutti i costi si è addirittura disposti a mettere a rischio la vita del prossimo.

 
Titolo originale: Don't look Up, il film con Di Caprio nasconde uno spot all'utero in affitto
Fonte: Provita & Famiglia, 21 gennaio 2022


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