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ANALISI IN NOVE PUNTI DELLE REALI ELEZIONI EUROPEE
E non quelle immaginarie di cui parlano i giornali
di Massimo Introvigne

Mentre il dato amministrativo è come sempre influenzato da fattori squisitamente locali, il risultato delle elezioni europee – posto che, nella campagna elettorale, del Parlamento Europeo si è parlato pochissimo – ha valore principalmente di sondaggio sulla vita politica italiana. Le analisi scientifiche dei dati e dei flussi sono utili, ma richiedono mesi, mentre su sondaggi di questo genere i commenti in Italia di norma sono accolti con attenzione solo se sono fatti subito. Il mio punto di vista non è quello di un politologo ma di un sociologo, abituato a maneggiare numeri, e in particolare di un sociologo delle religioni. Tra religione ed elezioni il rapporto naturalmente è solo indiretto. Ma chi trascura nelle analisi di dati italiani di qualsiasi genere il fattore R – religione –, che pure certamente non è l'unico di cui tenere conto, di solito sbaglia. Propongo dunque alcuni primi commenti.
1. Il sondaggio è solo parzialmente attendibile perché il campione è grande ma non è uniforme. Troppo grande è lo squilibrio fra le percentuali di votanti nelle diverse regioni d’Italia – nelle Isole , per esempio, ha votato il 47,13% contro il 65,04% nazionale –, per cui si tratta tecnicamente di un “campione non omogeneo”, dunque di dubbia rappresentatività.
2. L'astensionismo particolarmente clamoroso in Sicilia colpisce il PDL, che lì perde 10,4 punti di percentuale rispetto alle politiche del 2008. Non è difficile ipotizzare che la spaccatura interna del PDL – con due fazioni contrapposte e litigiose fino all’insulto pubblico – in occasione della recentissima crisi della giunta regionale siciliana abbia contribuito all'esito, ancorché vi siano pure cause strutturali che vanno al di là della Sicilia e riguardano tutto il Sud.
3. Occorre anzitutto sottolineare che la sconfitta del PDL e della coalizione di governo è ampiamente immaginaria. In pendenza della più grave crisi economica degli ultimi ottant’anni, che di solito penalizza gravemente chi è al governo a prescindere dalle sue effettive responsabilità, una coalizione di governo che sfiora il 48% (dovendosi attribuire alla coalizione anche un buon 80% del dato MPA/La Destra, che come vedremo è sostanzialmente un dato MPA) – tra l’altro, sommando appunto l’80% del dato MPA la coalizione avanza, e non arretra, rispetto alle politiche (dal 46,8 del 2008 al 47,24 del 2009) – e un PDL che rimane ampiamente il primo partito in consultazioni diverse da quelle politiche (le quali tradizionalmente sono più favorevoli ai partiti fortemente connotati dalla presenza di un leader) sono dati su cui altrove in Europa e nel mondo chi governa metterebbe la firma. Il dato, in situazione di crisi economica, non permette d’inferire (come sostiene il quotidiano Repubblica) che gli attacchi di magistrati e giornalisti al premier Silvio Berlusconi in relazione a sue vicende personali abbiano effettivamente avuto un’influenza “decisiva”; né è certo – come ipotizzava invece alla vigilia il Corriere della Sera – che abbiano pesato molto vicende relative alla squadra di calcio del Milan, di cui Berlusconi è proprietario, ancorché studi seri su elezioni passate invitino a considerare in Italia i fatti calcistici come sempre più rilevanti di quanto a prima vista si potrebbe pensare. Né si comprende l'esultanza del PD che in un anno dalle politiche alle europee ha perso il 7,1%, un autentico crollo che nessun artificio mediatico riesce a mascherare. Paragonare i risultati effettivi ai sondaggi ha interesse per valutare la qualità dei sondaggisti ma non ha un grande significato politico (se i sondaggi erano sbagliati, non ha senso sostenere che qualcuno “è risalito” o “è sceso” rispetto alle loro cifre), ancorché si possa convenire sul fatto che l’eccessiva insistenza del PDL sui sondaggi durante la campagna elettorale ha contribuito alla percezione distorta del risultato.
4. Contrariamente a quanto hanno subito sostenuto – con notevole eco mediatica – personaggi vicini al presidente della Camera dei Deputati, on.le Gianfranco Fini, il sondaggio elettorale non boccia affatto le posizioni vicine a quelle della Chiesa Cattolica su vita e famiglia. La somma dei voti ottenuti dai partiti che nei programmi o nella maggioranza dei loro parlamentari (sia pure con minoranze di opinione diversa) sui valori non negoziabili (fine vita, unioni omosessuali, scuole non statali) hanno posizioni vicine a quelle della Chiesa – PDL, Lega Nord, UDC, La Destra-MPA – arriva al 54,19% (e più, se si aggiungesse anche il Südtiroler Volkspartei). E resta fuori del Parlamento Europeo il Partito Radicale, il partito-simbolo della posizione contraria.
5. Sempre al contrario di quanto sostengono gli amici dell'on.le Fini, sembra fin da ora evidente, per quanto siano complesse le analisi dei flussi, che voti non più dati al PDL – i quali non sono certo andati al PD – siano passati alla Lega o all'UDC, i quali sui valori non negoziabili hanno posizioni più chiaramente identificate con quelle sostenute dalla Chiesa Cattolica di quelle dello stesso PDL, come mostrano anche alcune specifiche candidature nell’UDC. Pertanto, la lezione da trarre – pur tenendo conto del carattere non completamente rappresentativo del sondaggio – è che l’elettore di centro e di destra gradisce – certamente, non spregia – il richiamo a posizioni chiare in materia di vita e di famiglia. Dunque si potrebbe ipotizzare che siano state, semmai, più le posizioni dell’on.le Fini che quelle di altri esponenti del partito più sensibili al tema dei valori non negoziabili a sottrarre qualche voto al PDL.
6. Ancora, il successo della Lega – in alcune zone d’Italia particolarmente clamoroso – mostra che l’elettorato gradisce i richiami all’identità e a una politica rigorosa in tema d’immigrazione e di contrasto all’estremismo ultra-fondamentalista islamico. La stessa UDC, che – senza trionfare – ha guadagnato il suo punto di percentuale, che non è poco per un piccolo partito, aveva diffuso manifesti con il volto di un suo candidato, il giornalista convertito dall’islam al cattolicesimo Magdi Allam, e la scritta “islamicamente scorretto”. Questi temi – anche qui, contro l’opinione dell’on.le Fini e dei suoi amici – hanno dunque esercitato un forte richiamo sugli elettori. Dal momento che il successo della Lega Nord è più marcato proprio nelle zone d’Italia dove maggiore è l’affluenza alla Messa domenicale, s’impone una riflessione anche alla gerarchia cattolica sul perché le opinioni espresse da alcuni suoi esponenti in materia d’immigrazione e di respingimenti di clandestini non siano state seguite da elettori cattolici che hanno ampiamente votato per la Lega. Senza naturalmente voler sostenere che la gerarchia ecclesiastica debba farsi dettare tempi e agende dagli esiti elettorali, un dialogo fra la gerarchia cattolica e i suoi stessi fedeli – sulla linea delle ultime e più pacate dichiarazioni del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, del resto già raccolte in questo senso da esponenti del centro-destra come il sottosegretario all’Interno on.le Alfredo Mantovano – dove si esaminino in modo più approfondito i principi in tema d’immigrazione che si ricavano dalla dottrina sociale della Chiesa e si riporti nello stesso tempo con forza l’attenzione sull’identità cattolica del nostro Paese emerge come un contributo urgente e necessario al bene comune dell’Italia.
7. Non va sopravvalutato – anche se va registrato – il successo dell’IDV. Tanto più in consultazioni europee dove non si eleggono governi, partiti che tuonano contro chi è al governo con la modalità dell’insulto raccolgono ovunque in Europa più o meno quanto raccoglie l’IDV in Italia. Il problema non sono i voti dell’IDV, ma chi pensa – illusoriamente – che sia possibile utilizzarli politicamente all’interno di coalizioni, mentre i voti che partono dai vari “Vaffa-Day” (o come altro si chiamano in altri Paesi) sono per loro natura voti “contro” e non “per”.
8. Merita un cenno anche il crollo de La Destra, che in realtà non ha preso il 2,2% come si legge nelle tabelle, ma molto meno. In effetti il 2,2% è il risultato di un 15,64% in Sicilia, di un 3,22% nella circoscrizione Sud e di percentuali inferiori all’1% in tutto il resto d’Italia, con imbarazzanti 0,74% nella città di Roma – roccaforte storica dei suoi dirigenti – e 0,74% a Torino, dove nel 2008 il risultato fu buono e dove non mancavano candidati validi. Appare dunque evidente come il 2,2% vada ampiamente attribuito al MPA e non a La Destra. La caduta – nel Centro-Nord – dal 2,5% del 2008 (senza MPA e altri alleati) allo 0,75% del 2009 è a suo modo il risultato più clamoroso e imprevisto (dai sondaggisti) delle elezioni. A Torino, a Roma e in molte altre località l’alleanza LA Destra - MPA è superata dalla Fiamma Tricolore. Avranno giocato il simbolo (la fiamma tricolore stavolta l’aveva, appunto, la Fiamma Tricolore e non un’alleanza in cui c’era La Destra), l’illegibilità del simbolo della coalizione Storace-Lombardo, l’assenza dell’attivismo televisivo del 2008 dell’on.le Daniela Santanché (nel frattempo passata con il suo movimento al PDL). Ma soprattutto sembrano avere avuto un ruolo le turbolenze della Regione Siciliana che, se hanno giovato in Sicilia (+ 2,9% per l’alleanza La Destra-MPA rispetto ai voti ottenuti separatamente dai due partiti nel 2008), evidentemente non sono piaciute agli elettori de La Destra nel Centro-Nord che non hanno capito né il senso della coalizione elettorale, né il suo progetto politico, né le minacce dell’on.le Lombardo di nuove alleanze alla Regione Siciliana “al di là” del centro-destra. E tutto questo nonostante il fatto che non soltanto La Destra ma lo stesso MPA avessero proposto valori e giudizi storici (per esempio, per esponenti del MPA, in tema di “conquista del Sud” e unità nazionale) consonanti con l’identità e le aspirazioni di una parte significativa della popolazione.
9. Senza dimenticare le riserve quanto al campione utilizzato per questo sondaggio, la lezione che si ricava dalla tornata elettorale europea è che – per chi non si lasci ingannare da “spiriti fini” che vanno a cercare maliziosamente colpevoli di sconfitte in buona parte immaginarie – il richiamo ai valori della vita e della famiglia e all’identità (anche nel contrasto dell’immigrazione clandestina e dell’ultra-fondamentalismo islamico) ha dato buoni risultati: se s’intende continuare a operare in consonanza con le aspirazioni reali degli elettori non va abbandonato ma semmai ulteriormente reiterato e spiegato. Un’analisi di tutte le sfaccettature del sondaggio elettorale mostra però (e questo vale, tra l’altro, per gli elettori e i quadri de La Destra, oggi comprensibilmente preoccupati: ma vale anche per chi nel PDL, illuso dai sondaggi, oggi è deluso) che le soluzioni e le alleanze ad horas difficilmente danno frutti. Gli esiti politici sono sempre preparati da un lungo, faticoso lavoro di studio e di formazione pre-politica, attraverso la riflessione sulla storia, sulla dottrina, sui principi. A questo lavoro pre-politico – alla luce non di alchimie elettorali, ma della dottrina sociale della Chiesa – Alleanza Cattolica offre da sempre il suo contributo. Per i valori non negoziabili, per l’identità e le radici cristiane dell’Europa e dell’Italia, per la maggior gloria di Dio anche sociale.

 


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