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QUANDO C'E' DEL BENE ANCHE NELLE PARETI GRIGIE
di Carlo Bellieni

Un difetto frequente è pensare che messaggi eticamente buoni debbano essere confezionati in carta patinata ed espressi da persone al di sopra di ogni critica, che magari usano un linguaggio ineccepibile e danno pubbliche professioni di religiosità.
E’ quanto abbiamo visto succedere in questi giorni nei confronti di Mel Gibson, criticato perché si separa dalla moglie, a quanto si sa: evidentemente non si accetta che chi predica bene sia un povero Cristo anche lui e non andiamo lontano se pensiamo che qualcuno non aspettava altro che trovare una pecca a questo combattente cristiano.
Non è un caso isolato, ma è un tarlo da cui dobbiamo epurarci, perché invece ritroviamo proprio nei meandri più inaspettati delle belle sorprese. Vediamo ad esempio degli spunti nel cinema più semplice e non “colto” e nelle semplici canzonette di San Remo dei messaggi che ci stupiscono positivamente e che sono da additare ad esempio.
Il primo spunto viene dal semplice e allegro film di Giovanni e Giacomo “Il Cosmo sul Comò” in cui ritroviamo raccontata con semplicità la storia di una coppia che si affanna a ricercare con tutti i mezzi tecnici un figlio, per poi arrendersi agli insuccessi della medicina… e finire col miracolo di passare una sera tardi vicino ad un cassonetto dell’immondizia e trovare lì, nella tragedia dell’abbandono uno, anzi due bambini che il nostro protagonista salva da morte e adotta.
In realtà il finale è di una comicità estrema, e anche privo di moralismo (il personaggio oscilla tra il cinismo di prendere uno solo dei bambini, ma poi capisce che li deve amare e salvare entrambi): chi l’ha detto che le cose buone non devono destare allegria? San Tommaso Moro scriveva: “Dammi, o Signore, il senso dell'umorismo”. Già: proprio quando l’adozione sta passando ad essere una genitorialità di “seconda scelta” ecco che dei comici rimettono ordine là dove tanti teorici non ci sono riusciti.
Al contempo, dal festival di San Remo arriva la famosissima Arisa, con la cantatissima canzone “Sincerità” che ha sbancato i botteghini e che si permette di dire in una canzone d’amore la parola che dalle canzonette d’amore è stata semplicemente espunta negli ultimi anni: “Eternità”. Ed è la parola-chiave della canzone: la ripete dodici volte:
“Sincerità
Un elemento imprescindibile
Per una relazione stabile
Che punti all’eternità…”
Certo, è una parola apparentemente inoffensiva, ma come non pensare che non sia finita lì per caso? Qualche “purista” potrebbe storcere il naso dato che non si parla di matrimonio e si parla di “fare e rifare l’amore”; la parola Eternità chiarisce tutto, rischiara tutto, illumina tutto.

Così come la canzone del rap più duro, “Vivi per miracolo” dei Gemelli Diversi, anch’essi prodigio di San remo 2009, che risulta una specie di preghiera, ma non una sciapa preghiera laica fatta di buoni sentimenti fashion, e lo capiamo dal fatto che dice qualcosa di “fuori posto”: parla di aborto col dolore e la riprovazione che vorremmo sentir più spesso:
“Per ogni madre ancora troppo immatura
che ha avuto troppa paura
Per ogni vita finita in un sacco della spazzatura”
E la canzone si fa davvero preghiera:
“Ce l’hai un attimo per me? Perché c’è troppo bisogno di aiuto, di aiuto, di aiuto..”
“Ti imploro veglia e prega
Per chi è sul baratro però
guarda in basso e dice no” (un coraggioso no al suicidio –assistito o no-, così di moda oggi).

Certo anche qui si può obiettare che il testo è ambiguo, ma intanto certe parole sono state dette… e non sono parole inoffensive: “dai speranza”, “veglia e prega”. E l’ambiguità dolce è proprio il segno di una generazione che vuole pregare ma ha disimparato l’ABC, ha perso la dimestichezza a come si parla con Dio.
Ultimo, in ordine non di valore, è la serie tanto osteggiata da alcuni: “I Simpson”, personaggi squallidi, dal colorito giallo-squallore, che vivono in una città all’ombra di una centrale nucleare tossica, che si fanno dispetti e sgarberie, che scappano di fronte alle responsabilità… ma che tornano sempre indietro; indietro alla loro famiglia che, affogata nello squallore, non si sfascia mai, resta piena di amore e questo li salva.
I Simpson passano per essere un inno al dissesto, talvolta quasi un inno cinico, viste le scomposte reazioni dei personaggi: ma cosa vi aspettate che faccia la generazione di oggi affogata in un mare di perdita di senso, intossicata nell’animo e nel corpo se non diventare squallida e vile... salvo riprendersi sul punto estremo, grazie ad un’ancora che per grazia talora affiora: la famiglia Simpson quest’ancora l’ha trovata, resta aggregata, non si separa, non si sfascia.
La puntata-simbolo di questa ri-lettura (titolo inglese: “Don’t fear the roofer”, stagione 16) narra una storia meravigliosa...“alla Simpson”: Homer, il capo-famiglia non riesce ad aggiustare il tetto, se ne va di casa, arriva nel bar del quartiere e lì viene sbeffeggiato. Cambia bar disperato... e lì trova “Rio”, uno sconosciuto che si rivela come la persona ideale per lui: è un artigiano che aggiusta i tetti, e lo rincuora, gli offre da mangiare, scherza con lui, diventa in breve il suo migliore amico. E con lui la vita cambia, arriva l’allegria, le cose si aggiustano.
Il problema, paradosso del cartone animato, è che nessuno dei familiari e amici vede Rio; e nessuno crede che esista davvero. E Homer grida “Rio esiste: io l’ho visto!”, ma non gli credono (“Rio è una tua immaginazione!”), lo ricoverano, gli fanno l’elettroshock… finché Rio non appare di nuovo a tutti; e si capisce perché amici e parenti non lo vedevano: perché uno era cieco da un occhio, un altro aveva un camion che gli occupava la vista ecc.
La conclusione è che “Rio” c’è: siamo noi che non lo vediamo. Insomma, è chiaro che “Rio” altri non è altri che... fate voi.
Credo che la chiave per scoprire una trasmissione (TV, radio, musica) davvero religiosa, tra tanto ciarpame, sia il seguente: trovare un segnale-chiave politicamente scorretto, “fuori posto”, piuttosto che tante parole affastellate su “generici problemi religiosi” (cfr . Mt 7,21).
Ma cos’è “politicamente scorretto” oggi? La manina del feto che accarezza il dito del dr House (cui di recente abbiamo dedicato un libro), il neonato adottato invece di essere concepito in vitro, una famiglia che regge e non si sfascia tra lo squallore, “puntare all’Eternità” invece che il banale “senza di te non vivo”, l’immagine della donna che “abortisce perché si arrende”: questo è davvero politicamente scorretto. E ritrovarlo “fuori posto” (in una canzonetta, in un TG) non è casuale ed è molto più forte che un telefilm su un santo, trasmesso in orario protetto, ad un pubblico già preparato a ciò che vedrà. Perché in un’epoca di censura di tutto quello che è davvero religioso, questi segnali non sono messi per caso dai loro autori, che rischiano davvero per questo.
Trovare delle “figurine di santi” vicine a quelle dei calciatori in edicola è un bel “fuori posto”; vedere un bambino Down che sorride durante il TG è “fuori posto”, un calciatore che si fa il segno della croce quando entra in campo (anche se dopo farà tutti i fallaci del mondo e si riempirà la bocca di parolacce) è “fuori posto”; Mel Gibson che forse non è perfetto ma fa film sul vero amore è “fuori posto”. E proprio perché questi bei “fuori posto” ci suonano veri, capiamo che invece quello –cioè il quotidiano– è davvero il “loro posto”.
Probabilmente è anche da esempi come questi che deve ripartire un’educazione all’etica, per un pubblico che non vuole istruzioni per l’uso, ma immagini belle. Certo, spesso i termini che circondano queste immagini possono essere sgarbati, rudi, e volgari… come siamo un po’ tutti. Già, perché il cristianesimo non è una religione per persone buone (essere buoni è Grazia), ma per peccatori (cfr. Mt 9,9-13). Talvolta ce ne dimentichiamo.

 
Fonte: 18 maggio 2009

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