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MALATO DI SLA AVEVA CHIESTO IL SUICIDIO ASSISTITO
A distanza di sette anni è più che mai felice di essere al mondo
di Antonio Padovano

Immaginate di essere un uomo di successo. Un medico con una bella famiglia, moglie e tre figli ed una forma fisica invidiabile. Poi un giorno, a quaranta anni, scopri che qualcosa non va, vai dagli specialisti e ti dicono che hai contratto una malattia incurabile, la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), una sentenza di morte a tempo, con perdita progressiva delle funzioni vitali. Così, l'uomo che scalava le montagne, che sembrava non aveva timore di nulla, il medico che curava i malati si scopre egli stesso gravemente malato. È spaventato, triste, fragile, con la prospettiva di un immediato futuro fatto di sofferenza, dolore, disperazione. Ciò è quanto è successo al dottor Mario Melazzini, direttore dell'Unità operativa di Day Hospital Oncologico della Fondazione Maugeri IRCCS di Pavia, affetto da SLA dal 2002.
Per Melazzini era già insostenibile sopportare l’idea di essere malato. La SLA gli cadde addosso come un macigno. Divenne irascibile, si isolò, si infuriò contro l’avverso destino. Pensò al suicidio e all’eutanasia. Fissò la data per farla finita, finché di fronte all’orrore ed alla crudeltà di una morte inutile, decise di vivere e combattere. Da quel giorno ha dedicato la sua vita a curare se stesso e gli altri malati di SLA, scoprendo il senso profondo dell'umano, cogliendo il senso della vita e riconoscendo la grandezza della propria anima.
La vicenda di Melazzini, che per il coraggio delle sue posizioni a favore della vita è stato indicato come il testimone più efficace contro i sostenitori dell'eutanasia e del suicidio assistito, è ora raccontata nel libro "Un medico, un malato, un uomo". Come la malattia che mi uccide mi ha insegnato a vivere, scritto insieme al giornalista Marco Piazza e pubblicato da Lindau (www.lindau.it). Nel libro Melazzini racconta le tante difficoltà per accettare una malattia che, giorno dopo giorno, lo disabilita, la resistenza a portare il bastone, e poi ad andare in carrozzella. Descrive la rabbia che gli impedisce di accettare la sua condizione di malato e il desiderio di rimanere solo e morire lontano da tutto e da tutti.
Nel punto più basso della sua disperazione, Melazzini racconta di aver pensato seriamente al suicidio assistito. Nel maggio del 2003 scrive alla clinica svizzera Dignitas e risponde a tutti requisiti richiesti per iniziare le pratiche che dovrebbero portarlo alla morte. Telefona alla clinica perché gli sembra assurdo che per suicidarsi basti un'e-mail. La telefonata è surreale. “Mi sembrava di parlare con un impiegato del ministero - racconta Melazzini -. Ho sentito un gelo incredibile”.
I funzionari della clinica gli fissano un appuntamento per un incontro preparatorio. Nel libro il giornalista Piazza ha raccontato che Melazzini “prova ad immaginare la scena. Un luogo asettico, una stanza bianca con un medico biondo che lo informa del modo in cui lo ucciderà”. Ma Melazzini a quell'appuntamento con la morte non ci andrà: da quel momento, anzi, ha iniziato a combattere per la vita. “Credo che in quel momento, sia pure a livello inconscio, sia venuta fuori la mia fede”, spiega.
Come in una conversione, inizia un'altra storia, quella del medico che, proprio perché malato, capisce e aiuta di più i pazienti, quella dell'uomo che sa cos'è la sofferenza e per questo conosce a fondo l'umano e scopre la bellezza dell'anima. “La malattia - ha scritto Melazzini - non porta via le emozioni, i sentimenti, e fa anzi capire che l'essere conta più del fare. Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità, fa brillare maggiormente l'anima”.
Da quel momento l'oncologo malato di SLA comincia a combattere per cercare una cura contro la malattia. Conosce altre persone colpite dallo stesso male, riunite nell'AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) e insieme a loro sta conducendo una battaglia di dignità e diritto all'assistenza. Oggi Melazzini è presidente dell'AISLA e, nella riflessione in appendice al libro, ha scritto: “Ciò che manca è una reale presa in carico del malato, una corretta informazione sulla malattia e sulle sue problematiche, una comunicazione personalizzata con la famiglia. (...) Bisogna occuparsi del malato e impegnarsi affinché la malattia e la disabilità non siano criteri di discriminazione sociale e di emarginazione”.
In merito al suicidio assistito, l'oncologo ha sottolineato che “non si può chiedere a nessuno di uccidere. Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto. Perché l'amore vero non uccide e non chiede di morire”. “Mi batterò perché la dignità delle persone fragili sia riconosciuta e favorita con i fatti”, scrive Melazzini in conclusione. “Perché, sono convinto che un corpo malato può portare salute all'anima, rendendola più forte, più tenace, più determinata”. (...)

 
Fonte: L'Ottimista, 23 giugno 2010


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