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CINA: AZIENDE CHIUSE E DISOCCUPAZIONE, CRESCE LA PROTESTA
di Bernardo Cervellera

Quest’anno le vacanze per il Capodanno cinese sono cominciate molto prima del consueto. A pochi mesi dalle Olimpiadi, pensate come celebrazione della superba grandezza della nazione, le stazioni ferroviarie e i terminal degli autobus si sono riempiti di contadini che a milioni lasciano le città, dove erano giunti anni fa in cerca di lavoro, per passare le feste con i familiari. Ma questa volta non torneranno indietro, perché sono stati licenziati e addirittura lasciati per mesi senza salario. Il miracolo economico che ha impressionato il mondo intero almeno per loro si è trasformato in un grande fallimento.
  Per la prima volta dagli anni ’90, la locomotiva cinese perde colpi. Dopo decenni di crescita economica al 10% (il 2007 ha fatto segnare un +13% da record, che portato al sorpasso della Germania come terza potenza mondiale), il 2008 si è chiuso al 9% e le previsioni per il 2009 sono al 7 o perfino al 6,5%, le cifre più basse dal 1990. I tanti 'adoratori' del gigante asiatico avevano predetto un’ascesa continua fino al 2020; e ritenevano che Pechino non avrebbe risentito della crisi mondiale. Invece, il Paese che ha costruito la sua ricchezza sulle esportazioni e sul suo status di 'fabbrica del mondo' si trova oggi di fronte a un calo degli ordini e degli investimenti. Nell’ultima rilevazione mensile, la produzione industriale è aumentata solo del 5,4% e gli investimenti dall’estero sono scesi del 36,5%. La borsa cinese è crollata del 70% in un anno e il mercato edilizio, una volta ruggente, oggi risente pesantemente della congiuntura. Studenti, pensionati e impiegati, che nel mercato finanziario avevano investito i loro pochi soldi (perfino le borse di studio), si trovano ora in gravi difficoltà.
  Il segnale più preoccupante è dato dalla chiusura delle fabbriche nelle regioni che hanno creato la ricchezza del Paese. Nel Guangdong, spina dorsale della produzione, in un anno hanno cessato l’attività quasi 100mila stabilimenti. Alcune società si sono trasferite nelle zone più interne, ma la maggioranza ha spento i macchinari dall’oggi al domani, e i loro manager sono fuggiti senza pagare le ultime mensilità agli operai. Lo stesso avviene nel delta del fiume Yangt­ze.
  Le aziende più colpite sono quelle tessili, di giocattoli e automobilistiche, che risentono della riduzione della domanda mondiale. Secondo cifre diffuse dal Consiglio di Stato, nel 2008 sono state chiuse complessivamente 670mila stabilimenti. Il buio scenario che si prepara è una valanga di disoccupati e di rivolte sociali. Si calcola che nel 2009 vi saranno almeno 33 milioni di persone senza lavoro. Fra essi, anche 6 milioni di laureati. Perfino l’agenzia Xinhua,  che di solito minimizza questo tipo di problemi, la scorsa settimana ha scritto che «nel 2009 la società cinese dovrà fare fronte a conflitti e scontri che metteranno a dura prova le capacità di gestione del Partito e del governo a tutti i livelli».
  Dopo anni di sviluppo selvaggio e di vero schiavismo ai danni di lavoratori migranti – reclutati senza contratto, senza assistenza sanitaria, senza pensione e con paghe misere – lo scorso anno il governo ha introdotto alcune regole sindacali per tutte le fabbriche statali e straniere. Il risultato sono stati scioperi, occupazioni, citazioni in giudizio e tafferugli con la polizia, perché i manager erano riluttanti ad adattarsi alle nuove norme, per loro svantaggiose. Secondo il ministero della Pubblica sicurezza, gli 'incidenti' legati al lavoro (scioperi, manifestazioni, pestaggi) nel 2008 «sono aumentati del 90%», arrivando a circa 85mila episodi. Si sono registrati scontri nel Guangdong, nell’Henan e nel Jiangsu, tutti motivati dal fatto che gli imprenditori volevano chiudere gli stabilimenti senza pagare i dipendenti. A Zhangmutou (Guangdong), il governo locale ha perfino accettato di versare la liquidazione agli operai per fare terminare le violente proteste, sborsando 24 milioni di yuan (circa 2,4 milioni di euro). In altre zone si sono avuti  pestaggi e arresti.
  Il ritorno dei lavoratori nei propri villaggi significa più povertà per le campagne, già provate da uno sviluppo squilibrato a favore delle città: mancano l’acqua potabile, le scuole, le strutture sanitarie. Il governo teme che decine di milioni di migranti portino nelle aree rurali gli stessi conflitti vissuti in contesto urbano, accresciuti da una maggiore frustrazione per l’inquinamento e i sequestri delle terre, nonché dal risentimento per aver visto la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, mentre loro saranno costretti a vivere con un reddito medio di 100 euro l’anno.
  L’allarme è ormai lanciato e il Partito ha dato direttive a tutte le autorità locali affinché «strappino i germogli [della rivolta] sul nascere», senza farli propagare altrove, e «mantengano la stabilità». Per rabbonire la massa inquieta di 120 milioni di persone che rischiano di dovere tornare nelle zone di origine, il premier Wen Jiabao ha promesso ospedali, nuove scuole nelle campagne e alfabetizzazione per tutti. Ma questi annunci vengono ripetuti da almeno 6 anni e la situazione nelle regioni rurali continua a peggiorare. La differenza di reddito si fanno insopportabili: quello delle città è fino a 17 volte quello delle campagne.
  Il presidente Hu Jintao, che finora ha osannato «la società armoniosa» – ovvero, l’auspicata distribuzione equa del benessere e della ricchezza – ormai parla solo di «stabilità» e di salvaguardia della leadership del Partito. Ai tribunali si danno direttive ferree: devono sostenere a priori il Partito e la «stabilità», evitando di prendere in considerazione le denunce della popolazione. Nelle campagne, perfino gli esperimenti di democrazia 'guidata' (elezione dei capi-villaggio) sono stati fermati. I poveri migranti che con il loro sudore (e il loro sangue) hanno creato la ricchezza della Cina contemporanea non devono nemmeno fiatare.

 
Fonte: 15 gennaio 2009

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