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LEFEBVRIANI
Si sono sottomessi all’autorità del Papa per una piena comunione
da 25 gennaio 2009

Benedetto XVI ha approvato il Decreto, che porta la firma del cardinale Giovanni Battista Re Prefetto della Congregazione per i vescovi, di revoca della scomunica per i vescovi scismastici Bernard Fellah, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e Richard Williamson, incorsi nella più grave sanzione che può comminare la Chiesa per aver ricevuto l’ordinazione episcopale, il 30 giugno del 1988, senza il permesso del Pontefice dell’epoca, Giovanni Paolo II. La scomunica riguardò anche i due vescovi consacranti, Mons. Marcel Lefebvre (il vero promotore dell’iniziativa, da qui l’appellativo per i suoi chiamati ‘lefebvriani’ e non cattolici) e il brasiliano Antonio de Castro Mayer, entrambi deceduti. I seguaci di quest’ultimo sono già rientrati nella Chiesa Cattolica, così come un gran numero dei cosiddetti ‘lefebvriani’. Così, alcuni mesi fa, gli stessi quattro vescovi, tutti residenti Econe e in Svizzera, avevano scritto al Cardinale Dario Castrillòn Hoyos, Presidente della Commissione ‘Ecclesia Dei’, chiedendogli la possibilità di essere reintegrati in seno alla Chiesa di Roma e il 15 dicembre hanno sottoscritto una dichiarazione di fedeltà cattolica alla Chiesa di Roma. Secondo il Vaticano la “Fraternità” conta 600.000 fedeli, quasi 500 sacerdoti e 300 religiosi e religiose, con oltre 700 istituzioni e luoghi di culto a loro disposizione. La Congregazione per i vescovi indicherà la forma giuridica per inserire nuovamente la ‘Fraternità’ San Pio X’, cui appartengono i prelati scomunicati e perdonati, nella Chiesa. Ma con il decreto di revoca della scomuniche, il Santo Padre spiana la strada alla piena comunione e ricuce una ferita dolorosissima per tutta la Chiesa. I presidenti delle tre Conferenze episcopali più interessate dalla presenza dei cosiddetti lefebvriani sottolineano la grande generosità del gesto compiuto da Benedetto XVI verso la comunità in quanto tale (senza approvare le singole opinioni personali) e auspicano che i vescovi non più scomunicati e in comunione collegiale possano compiere l’ulteriore passo di un’adesione convinta di tutti i loro fedeli presbiteri, consacrati e laici a tutti i documenti del Concilio Vaticano II, approvati anche da Mons. Marcel Lefebvre. “Nella sua decisione – afferma in una nota il presidente dei vescovi svizzeri, Monsignor Kurt Koch –, il Pontefice è stato guidato dalla convinzione che dopo il riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa vi sono buone prospettive che i pendenti colloqui sulle questioni ancora irrisolte dell’eredità vincolante del Consilio Vaticano II possano giungere a buon fine. In questo modo la piena riconciliazione deve trovare la sua visibile espressione nella piena comunione sulla base di una fede comune”. Gli ha fatto eco il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Monsignor Robert Zollitsch: “Il Papa mostra la possibilità del ritorno alla piena comunione con la Chiesa Cattolica e non lascia alcun dubbio sul fatto che le conclusioni del Concilio Vaticano II sono un fondamento irrinunciabile per la vita della Chiesa”. Da Parigi, il Cardinale André Vingt-Trois: “Ogni volta che la Chiesa sospende una pena, io me ne rallegro. E’ una opportunità, una porta aperta, per permettere a dei cristiani di ritrovare la pienezza della comunione con la Chiesa. A condizione che essi lo desiderino o l’accettino. E’ un gesto di apertura per fortificare l’unità della Chiesa”.
Ultimo Papa ad avere partecipato in pieno e con passione, come giovanissimo teologo, al Concilio, Benedetto XVI ha delineato nel 2005 l’interpretazione cattolica del Vaticano II per tutta la Chiesa
Il Concilio Vaticano II, come lo sono tutti i Concili, è un avvenimento cioè un dono dello Spirito del Risorto presente nel suo corpo che è la Chiesa che va letto non nella logica di una ‘discontinuità’. Assolutizzandolo come assolutizzando altri Concili, lo si isolerebbe dal criterio ecclesiale veritativo che è la Tradizione, ma nella logica della ‘riforma’, lo si apre alla continuità dinamica del futuro. Il Vaticano II non è minimamente messo in discussione dal perdono del Pontefice ai quattro vescovi della “Fraternità”, ai quali ha tolto la scomunica. Il Vaticano II, è un Concilio che come tutti gli altri, deve essere storicizzato e non mitizzato, inseparabile dai suoi testi, che proprio dal punto di vista storico non possono essere contrapposti a un supposto ‘spirito’ del Vaticano II. Rifiutando il Vaticano II si toglie fondamento a tutti gli altri Concili fin da quello di Gerusalemme cioè lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa che è la sua stessa continuità dinamica. Si chiama Tradizione che con il fondamento della Scrittura è la coscienza della comunità che vive ora, attraverso la garanzia magisteriale del suo declinarsi storico. Mezzo secolo fa, proprio il 25 gennaio 1959, l’annuncio del Vaticano II da parte del beato Giovanni XXIII fu una gioiosa sorpresa che di colpo oltrepassò i confini visibili della Chiesa Cattolica. La più vasta assemblea mai celebrata nella storia fu intuita e aperta da un Papa settantottenne, un secolo dopo l’interruzione del Vaticano I (voluto da Pio IX quasi alla stessa età), portando con coraggio alla luce un’idea già ventilata sotto i pontificati di Pio XI e Pio XII. Il declinarsi storico della Chiesa, con la garanzia del magistero ordinario e straordinario, procede dinamicamente senza fratture ma nella continuità della Rivelazione, della Parola di Dio: tutto ciò che la Chiesa ha ricevuto, essa lo trasmette nella sua dottrina, nel suo vissuto fraterno di comunione e nel suo culto o presenza sacramentale del Crocefisso risorto. Non si tratta soltanto di una ‘tradizione scritta o orale’, ma di una tradizione concreta e vivente, che fruttifica durante il tempo, così che conservando la via umana della verità rivelata iniziata con l’incarnazione del Verbo del Padre per opera dello Spirito Santo, essa la attualizza nello Spirito del Risorto presente in lei, secondo i bisogni e le possibilità inedite di ogni epoca. Pur in comunione con i suoi testi è comprensibile una ricezione controversa e non facile, come è avvenuto dopo ogni Concilio, per l’incidenza delle decisioni conciliari nella vita della Chiesa, sottoposte al rischio del libero arbitrio, nella liturgia, nella missione, nei rapporti con le altre confessioni cristiane, l’ebraismo, le altre religioni, con l’affermazione della libertà religiosa a livello di rapporto esistenziale tra religione e politica, nell’atteggiamento verso il mondo contemporaneo moderno e post-moderno. Garanzia illuminante nell’attuale dialettica ecclesiale è stato l’intervento magisteriale di Benedetto XVI alla Curia Romana e quindi a tutta la Chiesa (22 dicembre 2005), che mette in luce il contrasto tra due interpretazioni, quella della discontinuità e quella della continuità. “La Chiesa – aveva affermato il Papa –, è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, Santa, cattolica e apostolica in cammino verso i tempi. Chi si era aspettato che con questo ‘sì ’ fondamentale all’età moderna tutte le tensioni si dileguassero e l’apertura verso il mondo così realizzata trasformasse tutto in armonia, aveva sottovalutato la pericolosa fragilità della natura umana che in tutti i periodi della storia e in ogni costellazione storica è una minaccia per il cammino dell’uomo”. Nella visione del Papa, “questi pericoli, con le nuove possibilità e con il nuovo potere dell’uomo sulla materia e su se stesso, non sono scomparsi, ma assumono invece nuove dimensioni: uno sguardo sulla storia attuale lo dimostra chiaramente. Anche nel nostro tempo la Chiesa resta un ‘segno di contraddizione’”. E infatti, non è senza motivo se ancora da cardinale Karol Wojtyla aveva dato questo titolo agli Esercizi spirituali predicati nel 1976 a Papa Paolo VI e alla Curia romana. Non poteva essere intenzione del Concilio abolire questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei pericoli e degli errori dell’uomo. Era invece senz’altro suo intendimento accantonare contraddizioni erronee o superflue, per presentare e inculturare in questo nostro mondo secolarizzato l’esigenza essenziale del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza. Dunque il passo fatto dal Concilio verso l’età moderna, che in modo assai impreciso è stato presentato come una ‘apertura verso il mondo’, appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede – ragione – amore, che si ripresenta in sempre nuove forme. I problemi della ricezione del Concilio Vaticano II sono nati dal fatto che due interpretazioni contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione. L’altra, silenziosamente, ha portato e porta frutti visibili. Nel rilevare dialetticamente i rischi della prima anche la comunità della “Fraternità” può avere nella Chiesa la legittimità del loro apporto carismatico particolare senza totalizzarlo e senza perdere la fiducia della seconda nella globalità della Chiesa condotta dal successore di Pietro e di tutti i vescovi in comunione con lui. Tra i buoni frutti del Concilio vi è anche il gesto di misericordia nei confronti dei vescovi necessariamente scomunicati nel 1988. Un gesto che sarebbe piaciuto a Giovanni XXIII, a Paolo VI che ha fatto rivedere più volte il Decreto sulla liberà religiosa per venire incontro alle giuste obiezioni di mons. Lefebvre durante il Concilio tanto da portare Lefebvre ad approvare anche la Dignitatis humanae, e che Benedetto XVI, Papa di pace e di comunione, ha voluto rendere pubblica in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell’annuncio del Vaticano II, con l’intenzione chiara di vedere presto sanata una frattura dolorosa. “Con questo atto (insieme al Motu proprio) – spiega il decreto – si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della ‘Fraternità San Pio X’, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del Magistero e dell’autorità del Papa”.

 
Fonte: 25 gennaio 2009

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