BastaBugie n°129 del 26 febbraio 2010

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I CRISTIANI AMERICANI PAGANO PER LO SPOT ANTI ABORTO DURANTE IL SUPER BOWL, LA FINALE DEL FOOTBALL AMERICANO

Fonte: Il Foglio, 30 gennaio 2010

Trenta secondi e 3,2 milioni di dollari per “celebrare la vita” durante il Super Bowl del 7 febbraio, la finalissima del campionato di football che batte ogni anno il record di ascolti in Tv. Si chiamano “Focus on the family”, e sono un gruppo di cristiani conservatori attivi ovunque, anche a Colorado Springs: lì hanno deciso di comprare uno degli spazi pubblicitari più costosi al mondo per piazzare uno spot contro l’aborto. I 30 secondi che verranno mandati in onda in una delle pause dell’evento sportivo americano racconteranno la storia di Pam e Tim Tebow: nel 1987 la ragazza era incinta quando si ammalò durante un viaggio in una missione nelle Filippine. I medici le consigliarono l’aborto, lei rifiutò. Oggi suo figlio Tim è uno dei più amati giocatori di football e gioca come quarterback nei Florida Gators.
 Il sito della Cbs, l’emittente televisiva che trasmetterà lo spot, ieri rispondeva alle critiche che hanno investito lo spot antiabortista (ancora non andato in onda). Il Women’s Media Center di New York ieri ha chiamato la Cbs per chiedere di togliere lo spot dalla programmazione perché “divide gli americani invece di unirli”. Il gruppo femminista ha inviato una lettera particolarmente violenta all’emittente, scrivendo che l’avere lasciato spazio a un’associazione no-choice durante il Super Bowl danneggerà la sua reputazione e farà perdere ascoltatori. Dal canto suo la Cbs ha risposto che manderà in onda lo stesso i 30 secondi di Focus on the family. Uno spot che i vertici del canale tv hanno esaminato con attenzione senza trovare motivi per rifiutarlo, dal momento che “celebra la famiglia”. I soldi per pagare la messa in onda non sono dell’associazione cristiana, ma arrivano da “alcuni amici generosi”. “So che a qualcuno non piacerà – ha detto Tim Tebow – ma io sono contro l’aborto perché oggi non sarei qui se non fosse stato per il coraggio di mia madre”.

Fonte: Il Foglio, 30 gennaio 2010

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