BastaBugie n°48 del 19 settembre 2008

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1 TRAPIANTI E MORTE CEREBRALE: L'OSSERVATORE ROMANO HA ROTTO IL TABÙ

Autore: Sandro Magister - Fonte: fonte non disponibile
2 VI RICORDATE IL CALCIATORE STEFANO BORGONOVO? ECCO PERCHÉ NON VI DICONO CHE FINE HA FATTO
Coraggio Borgonovo, serve un gol per la vita. Il dramma è iniziato tre anni fa: ora non si muove più, respira, si nutre e comunica grazie alle macchine, assistito da familiari e amici. Ma è felice e ha ancora tanto da insegnare.
Autore: Paolo Perego - Fonte: fonte non disponibile
3 L'UNIVERSITÀ EUROPEA DI ROMA SI CONGRATULA CON I SUOI PRIMI LAUREATI

Fonte: fonte non disponibile
4 CHE BELLE FONTANE ALLE OLIMPIADI! PERÒ IL GOVERNO HA RUBATO L'ACQUA AI CONTADINI...
Contadini senz’acqua: serve ai Giochi. I costi umani delle fontane della capitale
Autore: Guido Mattioni - Fonte: fonte non disponibile
5 LO STATO VEGETATIVO? MAI È POSSIBILE DEFINIRLO IRREVERSIBILE

Autore: Viviana Daloiso - Fonte: fonte non disponibile
6 CIECO E PARALIZZATO: NOSTRO FIGLIO FELICE DI VIVERE
Andrea, 16 anni, comunica con noi e ci dice: “Grazie delle cure”.
Autore: Alberto Gentili e Gabriella Mambelli - Fonte: fonte non disponibile
7 L'ARCIVESCOVO DI DENVER CRITICA LA POSIZIONE DI BIDEN (CANDIDATO DEMOCRATICO CHE OBAMA HA SCELTO PER LA VICEPRESIDENZA)

Autore: Charles J. Chaput - Fonte: fonte non disponibile
8 INTERVISTA CON MONS. BURKE: CHI PUÒ RIVENDICARE UN DIRITTO A RICEVERE IL CORPO DI CRISTO?
L'Eucarestia: diritto o dono?
Autore: Thomas J. McKenna - Fonte: fonte non disponibile

1 - TRAPIANTI E MORTE CEREBRALE: L'OSSERVATORE ROMANO HA ROTTO IL TABÙ

Autore: Sandro Magister - Fonte: fonte non disponibile, 5 settembre 2008

Il giornale del papa ha messo in dubbio che per accertare la morte di una persona basti l'arresto del cervello. E con ciò ha riaperto la discussione sui prelievi d'organi da "cadaveri caldi" a cuore battente. Ancor più critici gli studiosi della Pontificia Accademia delle Scienze. E Ratzinger, quand'era cardinale...

Con un vistoso articolo in prima pagina, "L'Osservatore Romano" di due giorni fa ha riaperto la discussione sui criteri con cui stabilire la morte di una persona umana.
L'articolo è di Lucetta Scaraffia, docente di storia contemporanea all'Università di Roma "La Sapienza" e firma ricorrente del giornale vaticano. Il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha precisato che l'articolo "non è un atto del magistero della Chiesa né un documento di un organismo pontificio" e che le riflessioni ivi espresse "sono ascrivibili all'autrice del testo e non impegnano la Santa Sede".
Giusto. "L'Osservatore Romano" ha valore di organo ufficiale della Santa Sede soltanto nella rubrica "Nostre informazioni", che riporta le nomine, le udienze e gli atti del papa. La quasi totalità dei suoi articoli è stampata senza il previo controllo delle autorità vaticane e ricade sotto la responsabilità degli autori e del direttore, il professor Giovanni Maria Vian.
Ciò non toglie però che l'articolo ha rotto un tabù, su un giornale che è pur sempre "il giornale del papa".
Quarant'anni fa, il 5 agosto del 1968, il "Journal of American Medical Association" pubblicò un documento – il cosiddetto rapporto di Harvard – che fissò il momento della morte non più nell'arresto del cuore, ma nella cessazione totale delle funzioni del cervello. Tutti i paesi del mondo si adeguarono rapidamente a questo criterio. E anche la Chiesa cattolica si allineò. In particolare con una dichiarazione del 1985 della Pontificia Accademia delle Scienze e poi ancora nel 1989 con un nuovo atto della stessa accademia, avvalorato da un discorso di Giovanni Paolo II. Papa Karol Wojtyla tornò ancora sul tema in successive occasioni, ad esempio con un discorso a un congresso mondiale della Transplantation Society, il 29 agosto del 2000.
In questo modo, la Chiesa cattolica legittimò di fatto i prelievi di organi così come oggi sono universalmente praticati su persone in fin di vita per malattia o per incidente: col donatore definito morto dopo che si è accertato il suo "coma irreversibile", nonostante ancora respiri e il suo cuore batta.
Da allora, su questo punto la discussione nella Chiesa si spense. Le uniche voci che si udivano erano in linea con il rapporto di Harvard. Tra queste voci standard ci fu quella del cardinale Dionigi Tettamanzi, negli anni antecedenti il 2000, quando i temi bioetici erano suo pane quotidiano. Dopo di lui, le autorità della Chiesa più ascoltate in materia sono stati il vescovo Elio Sgreccia, fino a pochi mesi fa presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del pontificio consiglio per la pastorale della salute.
Anche un altro esperto oggi tra i più accreditati in campo ecclesiastico, Francesco D'Agostino, professore di filosofia del diritto e presidente emerito del comitato italiano di bioetica, difende a spada tratta i criteri fissati dal rapporto di Harvard. I dubbi affacciati dall'articolo de "L'Osservatore Romano" non scuotono le sue certezze: "Quella esposta da Lucetta Scaraffia è una tesi che esiste in ambito scientifico, ma è ampiamente minoritaria".
Sotto traccia, però, nella Chiesa i dubbi crescono. Intanto, da Pio XII in poi, i pronunciamenti della gerarchia sulla questione sono meno lineari di come appaiono. A illustrare queste "ambiguità" della Chiesa c'è un intero capitolo di un libro uscito di recente in Italia: "Morte cerebrale e trapianto di organi. Una questione di etica giuridica", edito dalla Morcelliana di Brescia. Ne è autore Paolo Becchi, professore di filosofia del diritto nelle università di Genova e di Lucerna e allievo di un pensatore ebreo che dedicò riflessioni preoccupate alla questione della fine della vita, Hans Jonas. Secondo Jonas, la nuova definizione di morte accreditata dal rapporto di Harvard era motivata, più che da un reale avanzamento scientifico, dall'interesse, cioè dalla domanda di organi da trapiantare.
Ma soprattutto aumentano nella Chiesa le voci critiche. Già nel 1989, quando la Pontificia Accademia delle Scienze si occupò della questione, il professor Josef Seifert, rettore dell'Accademia Filosofica Internazionale del Liechtenstein, avanzò forti obiezioni alla definizione di morte cerebrale. A quel convegno, quella di Seifert fu l'unica voce dissenziente. Ma anni dopo, quando il 3-4 febbraio del 2005 la Pontificia Accademia delle Scienze si riunì di nuovo a discutere la questione dei "segni della morte", le posizioni si erano capovolte. Gli esperti presenti – filosofi, giuristi, neurologi di vari paesi – si trovarono d'accordo nel ritenere che la sola morte cerebrale non è la morte dell'essere umano e che il criterio della morte cerebrale, privo di attendibilità scientifica, debba essere abbandonato.
Questa conferenza fu uno choc per i dirigenti vaticani che aderivano al rapporto di Harvard. Il vescovo Marcélo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, dispose che gli atti non fossero pubblicati. Un buon numero dei relatori consegnò allora i propri testi a un editore esterno, Rubbettino. E ne venne un libro dal titolo latino: "Finis Vitae", curato dal professor Roberto de Mattei, vicedirettore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e direttore della rivista "Radici Cristiane". Il libro ha avuto una doppia edizione, in italiano e in inglese. Allinea diciotto saggi, metà dei quali di studiosi che non parteciparono al convegno della Pontificia Accademia delle Scienze ma ne condividevano gli orientamenti. Tra questi il professor Becchi. Mentre tra i relatori al convegno spiccano i nomi di Seifert e del filosofo tedesco Robert Spaemann, quest'ultimo molto stimato da Papa Joseph Ratzinger.
Sia questo doppio volume edito da Rubbettino, sia quello di Becchi pubblicato dalla Morcelliana hanno dato lo spunto a Lucetta Scaraffia per riaprire la discussione sulle colonne de "L'Osservatore Romano", nel quarantesimo del rapporto di Harvard.
E Benedetto XVI? Sulla questione non si è mai pronunciato direttamente, nemmeno da teologo e cardinale. Si sa però che apprezza le argomentazioni dell'amico Spaemann.
Nel concistoro del 1991 Ratzinger tenne ai cardinali una relazione sulle "minacce contro la vita". E nel descrivere tali minacce si espresse così:
"La diagnosi prenatale viene usata quasi di routine sulle donne cosiddette a rischio, per eliminare sistematicamente tutti i feti che potrebbero essere più o meno malformati o malati. Tutti quelli che hanno la buona sorte di essere portati sino al termine della gravidanza dalla loro madre, ma hanno la sventura di nascere handicappati, rischiano fortemente di essere soppressi subito dopo la nascita o di vedersi rifiutare l'alimentazione e le cure più elementari.
Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma 'irreversibile' saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d'organo o serviranno, anch'essi, alla sperimentazione medica, come 'cadaveri caldi.
Infine, quando la morte si preannuncerà, molti saranno tentati di affrettarne la venuta mediante l'eutanasia".
Da queste parole si intuisce che Ratzinger aveva già allora forti riserve sui criteri di Harvard e sulla pratica che ne è derivata. A suo giudizio i prelievi d'organo su donatori in fin di vita avvengono spesso su persone non già morte, ma "messe a morte" a tal fine.
Inoltre, da papa, Ratzinger ha pubblicato il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Nel quale si legge, al n. 476:
"Per il nobile atto della donazione degli organi dopo la morte deve essere pienamente accertata la morte reale del donatore".
Commenta Becchi nel suo libro:
"Poiché oggi ci sono buoni argomenti per ritenere che la morte cerebrale non equivalga alla morte reale dell'individuo, le conseguenze in materia di trapianti potrebbero davvero essere dirompenti. E ci si può chiedere quando esse saranno oggetto di una presa di posizione ufficiale della Chiesa".

Fonte: fonte non disponibile, 5 settembre 2008

2 - VI RICORDATE IL CALCIATORE STEFANO BORGONOVO? ECCO PERCHÉ NON VI DICONO CHE FINE HA FATTO
Coraggio Borgonovo, serve un gol per la vita. Il dramma è iniziato tre anni fa: ora non si muove più, respira, si nutre e comunica grazie alle macchine, assistito da familiari e amici. Ma è felice e ha ancora tanto da insegnare.
Autore: Paolo Perego - Fonte: fonte non disponibile, 05/09/2008

È la sera del 18 aprile 1990. Lo stadio di Monaco di Baviera è gremito di tifosi.
  Si gioca la semifinale della Coppa dei Campioni tra Bayern e Milan. Gli italiani hanno vinto all’andata. Ma il Bayern segna riaprendo i giochi. Si va ai supplementari.
  Dieci minuti e Stefano Borgonovo, centra¬vanti, entrato nel secondo tempo, con un pallonetto scavalca il portiere tedesco Au¬mann. Quando la palla cade nella rete, Ste¬fano è già a braccia alzate. In finale il Milan vincerà contro i portoghesi del Benfica.
  Quando, per caso, mi sono imbattuto nella sua vicenda, i ricordi sono andati a quella sera di 18 anni fa. A quell’eccitazione che riempie la testa di un ragazzino allora dodi¬cenne, per quel gol atteso, e poi segnato dal¬l’ultimo entrato. A quel gusto di eroico che può fargli desiderare di essere un giorno al suo posto, calcia¬tore in una gran¬de squadra, capa¬ce di fare emozio¬nare la gente.
  Penso a questo mentre seguo la macchina con i giovani infermieri che vanno a tro¬varlo, a casa sua, nel cuore della Brianza, dove Ste¬fano è nato 44 an¬ni fa. È tornato a casa la settimana scorsa, dall’ospe¬dale Niguarda di Milano, dopo sei mesi di ricoveri al reparto Nemo.
  Dove, per inten¬derci, vengono assistiti i malati di scleros i la¬terale amiotrofica e altre malattie neuromu¬scolari.
  Stefano oggi è malato di Sla. Non si muove più. Respira e si nutre grazie alle macchine, sdraiato su un lettino. La malattia impedisce al cervello di comunicare con il resto del corpo, come un ciclista che pedala su una bicicletta senza catena. Conosciuta anche come 'Morbo di Lou Gehrig', è una malat¬tia che progressivamente colpisce i moto¬neuroni, le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che consentono i movimen¬ti. Non se ne conoscono le cause. Non esiste cura. Si può solo rallentarla, allontanando la morte.
  Con Maria, Antonella e Pietro, infermieri che gli sono diventati amici durante il rico¬vero al Nemo suoniamo al citofono. Arriva anche Paolo, fisioterapista poco più che ventenne, che lo ha assistito. Ci accoglie la moglie, Chantal. È appena tornata dall’asilo dove ha recuperato Gaia, 5 anni. La più pic¬cola dei quattro figli. Stefano è sul letto e ap¬pena rivede gli amici gli si apre un sorriso sulla faccia. Pochi secondi e una voce metal¬lica esclama: «Ciao ragazzi». È la nuova voce di Stefano: un sintetizzatore legge per lui quello che digita su uno schermo con gli oc¬chi, attraverso un sistema a infrarossi che interpreta i movimenti delle pupille. Di fian¬co a lui una grande libreria, piena di cd e dvd. «Pietro, scorri l’anta. Guarda in alto.   Scatola bassa», “dice” Stefano. Dentro, tante foto, tanti ricordi. E un pacchetto di figurine di quando giocava nel Milan, da regalare a¬gli amici. Con Chantal guardiamo le foto di Stefano, durante una cena, al mare, in alle¬namento… «Vedete quanto era bello Stefa¬no », e ridendo le allunga alle ragazze. Oggi è lei che lo accudisce, insieme ai figli che la aiutano.
  Stefano scherza con gli infermieri. Chantal porta da bere, c’è anche un amico di infan¬zia di Stefano che si riconosce in una foto inquadrettata, tra altri dieci ragazzini di una squadra della parrocchia. La finestra è spa¬lancata, dietro il letto. Lui sta lì, immobile. È felice.
  Mi siedo vicino, in modo da leggere quello che scrive sullo schermo. Tutto è cominciato nell’ottobre 2005: «Un giorno mi sono ac¬corto che non riuscivo a dire alcune parole», spiega. Allenava da tre anni le giovanili del Como, dove aveva iniziato la sua carriera. A¬veva da qualche tempo aperto una scuola calcio, la Extrasport, nella zona dove abita, dopo essersi ritirato dai campi di gioco. «Al¬l’inizio ero confuso e spaventato, ma c’era la mia famiglia, e miei amici che mi hanno aiutato molto. E poi il mio carattere…». Ste¬fano è un vulcano di vitalità. Mentre mi rac¬conta, come può, la sua storia, continua a scherzare con i ragazzi. Ha un tatuaggio che raffigura Peter Pan, come il simbolo della sua scuola calcio. «Sai, il calcio per me è sta¬to un terzo genitore, mi ha insegnato tanto, mi ha fatto crescere, grazie anche ad alcuni grandi uomini che mi è capitato di incontra¬re nelle squadre in cui ho giocato». Partito dal Como, poi alla Sambenedettese, quindi il periodo d’oro a Firenze e a Milano, con al¬cune presenze nell’Italia, nel 1989. Poi Udi¬nese, Pescara… e di nuovo Como. «Ricordi i miei gol?». Era un acrobata: rovesciate, tuffi di testa, molto veloce. Gli occhi di Stefano, scuri, profondi, vivaci sono gli stessi di allo¬ra. Che vita è questa, Stefano? «Ma come?   Guarda Chantal. Guarda i miei figli… Amore». «Ciao papà», risponde Gaia senza disto¬gliere gli occhi dal libro che sta sfogliando sul divano: «Questa è vi¬ta », dice lui. I ragazzi del Nemo stanno ridendo per una vecchia foto di Stefano che “sfotte” Ro¬berto Baggio… «Guardali! Questa è vita». Gli amici, la scuola calcio, i film, la musica. «Tutto questo è vita».
  L’interruttore del respira¬tore è lì, vicino al letto.
  Eppure c’è chi al tuo po¬sto staccherebbe la spina, chi dice che non è una vita che vale la pena di essere vissuta… «Gli risponderei questo: proteggi i doni del¬l’infanzia, conserva la capacità e la disponi¬bilità di lasciarti affascinare. Se non è così, allora uno stacca la spina. Ma è un egoi¬smo… ». E poi, aggiunge ridendo, «chi può dire che non trovino la 'penicillina del 2008' per la malattia? Io ho grandi progetti per il futuro, ancora tanti traguardi da raggiunge¬re.
  Prima di tutto voglio vedere i miei figli crescere, studiare, sistemarsi». E scherzando cerca di piazzare il più grande, Andrea, 20 anni, con Maria , l’infermiera… «Sto anche scrivendo un libro», con lettere, pensieri, ri¬flessioni. «Voglio aprire una fondazione a mio nome, per raccogliere fondi. È necessario che noi ammalati possiamo vivere con strumenti come quel¬lo attraverso cui parlo con te. Per questo ho deciso di riprendere i contatti con tanti del mondo in cui ho vissuto per anni. Ho appe¬na contattato Braida del Milan per parlare con Gal¬liani, per esempio. E qual¬cuno, come il presidente dell’Udinese Pozzo, mi ha già risposto».
  Mi mostra il suo lavoro sul computer, le sue lettere… dice che ha un sacco di cose da fa¬re. Sono passate due ore da quando siamo arrivati. Mentre ci salutiamo guardo ancora la finestra aperta. E in macchina torno a pensare a quel gol, a quel ragazzino che lo vedeva come un eroe. Dopo diciotto anni ho scoperto la verità. Era solo un uomo. Un vero uomo.

Fonte: fonte non disponibile, 05/09/2008

3 - L'UNIVERSITÀ EUROPEA DI ROMA SI CONGRATULA CON I SUOI PRIMI LAUREATI

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Lunedì 28 Luglio 2008 l'Università Europea ha festeggiato i suoi primi tre laureati: Simona, Anna, Amila. Tali studenti si sono distinti per il loro impegno e per aver completato tutti i crediti previsti dal curriculum degli studi entro la II sessione di esami (la terza sessione si terrà a settembre e ottobre). Il Rettore aveva infatti disposto una sessione straordinaria estiva per gli studenti già pronti a sostenere la prova finale.
CORSI DI LAUREA (legalmente riconosciuti)
1) Economia e gestione aziendale
2) Scienze e Tecniche Psicologiche
3) Giurisprudenza
4) Scienze storiche
AMMISSIONE ANNO ACCADEMICO
Giovedì 11 settembre, alle ore 14, si terrà la prova di ammissione per l'Anno Accademico 2008-2009. E' possibile iscriverti sin d'ora compilando direttamente il nostro modulo di prenotazione on-line oppure telefonando allo 06-66 52 78 32.
Per maggiori informazioni, entra nella pagina Ammissione all'Università Europea di Roma!
UNIVERSITÀ EUROPEA DI ROMA
UNIVERSITÀ LEGALMENTE RICONOSCIUTA
Ufficio Orientamento
Via degli Aldobrandeschi, 190 
00163 - Roma
Tel. 06 - 66 52 79 24 oppure 06 - 66 52 79 34
Fax 06 66 52 78 50
Email: info@unier.it
www.universitaeuropeadiroma.it
Lo staff dell'Ufficio di Orientamento ti aspetta e se non sai come raggiungerci ti diamo qualche informazione utile!! Ti aspettiamo!

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4 - CHE BELLE FONTANE ALLE OLIMPIADI! PERÒ IL GOVERNO HA RUBATO L'ACQUA AI CONTADINI...
Contadini senz’acqua: serve ai Giochi. I costi umani delle fontane della capitale
Autore: Guido Mattioni - Fonte: fonte non disponibile, 25 agosto 2008

Wang Duchuan non sa nulla delle Olimpiadi. A dirla tutta, non gliene potrebbe fregare un accidente dei Giochi di Pechino. Lui, trentenne contadino di Baoding, ormai ex fertile centro agricolo nella provincia meridionale dell’Hebei, ad appena un’ora e mezzo di treno dalla capitale, guarda disperato il suo campo di grano ridotto a una landa di stoppie. E piange sulla risaia, più asciutta di un osso di seppia. «I ruscelli, tutti i nostri fiumi - spiega allargando le braccia - sono a secco, qui non c’è più acqua».
Di acqua, nell’Hebei, ce n’era. E tanta. Il fatto è che le autorità l’hanno «spostata» altrove. La si può vedere volteggiare vanitosa nel cielo inquinato di Pechino sotto forma di giochi delle fontane. O nebulizzata sopra i fiori dei parchi dagli inesausti sistemi di irrigazione che frustano l’aria e allagano le aiuole. La si può addirittura ascoltare, giorno e notte, nel concerto continuo di schizzi, gorgoglii, zampilli e sciacquoni che, attraverso il gigantesco organo a canne del sistema idraulico cittadino, garantiscono docce e ghiaccio, tè e tuffi, rasature e più intime necessità alle centinaia di migliaia di persone arrivate in occasione dei Giochi olimpici.
Peccato che buona parte di quest’acqua sprecata fosse proprio quella del povero Wang e di altre decine di migliaia di agricoltori ai quali il governo comunista l’ha presa - in Occidente si direbbe rubata - senza nemmeno chiederla. Deviandola poi a Pechino con 400 chilometri di canali e acquedotti realizzati in gran fretta in appena 100 giorni. Pare che qualcuno, ai piani alti, avesse fatto dei calcoli cinesi, cioè decisamente megalomani, prevedendo l’arrivo in città di mezzo milione di persone. Un afflusso che avrebbe lasciato la città, già afflitta da penuria nonché come tutto il Paese da inquinamento idrico, all’asciutto. Bisognava prenderla altrove.
Tutti quei turisti, poi si è visto, non sono arrivati a Pechino. Ma l’acqua di Wang e dei suoi colleghi, quella ormai sì. E il costo della poca rimasta, di quell’unico filo sottile che a Baoding e dintorni esce dai rubinetti, è aumentato del 300%. Con il risultato che sono già migliaia, nella regione, gli agricoltori indebitati e ridotti sul lastrico da questa spaventosa siccità artificiale, provocata dal regime. E sono almeno 31mila le persone che in questo modo hanno perso i campi e la casa. Tanto che tra i contadini c’è stato chi - riporta con una coraggiosa inchiesta svolta in loco, tra mille difficoltà, il giornale londinese Sunday Times - non ha retto allo strazio e si è tolto la vita. Qualcuno in modo atroce, bevendo pesticidi, ha raccontato sottovoce la gente ai reporter.
Sì, sottovoce, perché il nemico, cioè il regime, ti ascolta. E controlla. Al punto che - qui arriviamo all’assurdo - l’intera provincia è stata isolata dal resto della Cina, soprattutto da Pechino, con una presenza nelle strade di un autentico esercito di poliziotti, del tutto inusuale per una pacifica area agricola. E con decine di posti di blocco camuffati con grotteschi cartelli recanti la scritta «Checkpoint di Sicurezza Olimpica». Così si impediscono, nei due sensi, i movimenti di persone curiose. Perché la capitale non sappia quel che succede a Baoding. Ma soprattutto perché Badoing non deve sapere dove sta scorrendo inutilmente la sua acqua.

Fonte: fonte non disponibile, 25 agosto 2008

5 - LO STATO VEGETATIVO? MAI È POSSIBILE DEFINIRLO IRREVERSIBILE

Autore: Viviana Daloiso - Fonte: fonte non disponibile, 4 settembre 2008

Il luminare, che opera a Crotone, sollecita nuovi accertamenti su Eluana: «Perché non si è tenuto conto dei lavori più recenti sullo stato di coscienza di pazienti vegetativi da anni? Qui è in gioco il grado di civiltà del nostro Paese»

C’è confusione, su Eluana. Tanta da far sbottare an¬che uno come Giuliano Dol¬ce, luminare di livello inter¬nazionale, tra i massimi e¬sperti nel campo della neu¬roriabilitazione. Per lui – che dal 1996 dirige l’Unità di ri¬sveglio dell’Istituto Sant’An¬na di Crotone – 'irreversibilità' degli stati vegetativi e 'sospensione' sono termini insulsi, fuorvianti. Da chia¬rire una volta per tutte.
Professore, si è tornati a parlare di Eluana negli ultimi giorni, e col solito argomento: quello dell’irreversibi¬lità del suo stato vegetativo. Proviamo a fare chiarez¬za su questo punto: quando uno stato vegetativo può essere definito irreversibile?
Mai. Almeno secondo quanto è stato stabilito dalla con¬ferenza di Londra del 1996, quando neurologi e ricer¬catori di tutto il mondo si confrontarono sullo stato ve¬getativo arrivando a cancellare termini come 'irrever¬sibile' o 'permanente'. Infatti oggi sappiamo che oltre il 50% di pazienti in stato vegetativo post-traumatico riacquistano, anche dopo anni, un margine, seppur mi¬nimo, di coscienza e diventano pazienti in stato di mi¬nima coscienza. Badi bene, cito questa conferenza in modo provocatorio, però…
In che senso?
Il professor Defanti, neurologo che da sempre segue la situazione di Eluana, per dare consistenza alla 'certez¬za' che la ragazza non si sveglierà più – e che quindi an¬drebbe 'lasciata morire' – qualche giorno fa ha tirato in ballo i criteri della 'prognosi di irreversibilità' stabi¬liti da una Task Force statunitense nel 1994, cui lui si sa¬rebbe attenuto rigorosamente. Mi domando, dunque, perché andando indietro di anni ci si debba proprio soffermare su quella Task Force, dimenticando gli esiti dell’incontro di Londra avvenuto due anni dopo, e mol¬to diversi.
È anche vero che da allora molte cose sembrano esse¬re cambiate nell’approccio scientifico ai pazienti in stato vegetativo.
E qui sta il punto. È chiaro che non possiamo rifarci sol¬tanto a ricerche condotte dieci anni fa per esprimere giu¬dizi sulle condizioni di un paziente in stato vegetativo og¬gi.
Questo è proprio il problema a¬vanzato nel ricorso della Procura di Milano: possibile che nel caso di Eluana non si sia tenuto conto de¬gli almeno 15 lavori usciti recen¬temente a proposito dello stato di coscienza verificato anche in pa¬zienti vegetativi da anni?
Si riferisce alla ricerca del bri¬tannico Owen, che utilizzando la risonanza magnetica funzionale ha evidenziato che i pazienti in stato vegetativo sono coscienti?
Non solo. Anche qui a Crotone abbiamo condotto e pubblicato diverse ricerche sui contenuti di coscienza sommersa di pazienti in stato vegetativo. Per esempio abbiamo studiato il cosiddetto 'Effetto mamma', pubblicato nel Journal of Psychophysiology nel 2008.
Il risultato?
In queste ricerche si dimostra che nei pazienti in stato vegetativo è possibile registrare i correlati fisi¬ci delle emozioni indotte con sti¬molazione verbale e musicale.
Che significa...
Che significa che ascoltando la «Patetica» di Tchaikovsky, o rice¬vendo le carezze della madre, il loro ritmo cardiaco si altera pro¬prio come nei soggetti sani.
Professore, Eluana è mai stata sottoposta a questi test?
Mai. Anche perché, e questo va detto, all’epoca del suo incidente le unità di risveglio ancora non esistevano.
Tornando a Owen, la cui ricerca è stata citata proprio nel ricorso della procura di Milano, il suo test è mai stato condotto in Italia?
Ma certo. La macchina per quel tipo di risonanza c’è in molti ospedali. Per esempio a Bologna.
Perché queste prove non vengono condotte anche su Eluana?
Non lo so. Anche perché la Cassazione, pur in un sentenza a mio avviso scorretta, si era espressa chiaramente: per autorizzare l’interruzione dell’alimentazione di Eluana la condizione di stato vegetativo della paziente avrebbe dovuto essere apprezzata clinicamente come irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità di recupero della coscienza. Per Eluana questa minima possibilità non si è cercata. Voglio dire una cosa, però.
Poniamo anche che Eluana sia destinata a non risvegliarsi, a non migliorare. Poniamo che tutte le prove effettuate diano risultati negativi, che il suo cervello sia del tutto compromesso, che la sua attività cognitiva sia pari a zero. E poniamo anche che le sue volontà siano accertate, che esista una legge per questo e lei abbia lasciato addirittura per iscritto che vuole non essere curata.
Prego.
Ebbene?
A quel punto le toglieremmo le cure: cioè, le toglieremmo le medicine (se ne prende) e i trattamenti per le malattie (se ne presenta). Morirebbe? No. E non morirebbe perché Eluana è sana! È affetta da una gravissima disabilità certo, un difetto di coscienza. Ma morirebbe solo se smettessimo di nutrirla. Eccolo il cortocircuito, ecco la balla – me lo lasci dire – che ci viene raccontata. Questi signori ci dicono che Eluana non presenta 'segnali' di reversibilità cognitiva e che quindi deve morire: ma Eluana vive, vive una sua vita emotiva e una vegetativa. L’uomo non è tale solo perché ha una coscienza cognitiva. Se no che faremmo dei malati di Alzheimer, dei Parkinsoniani, delle arteriosclerosi cerebrali? Questi son tutti malati che, in fase avanzata, vengono nutriti con sondino naso- gastrico! Che faremmo dei bambini abbandonati nei cassonetti, non gli daremmo il latte? Qui non è in gioco il parametro clinico di una diagnosi.
E cosa?
Qui, con il caso di Eluana, è in gioco il grado di civiltà del nostro Paese.

Fonte: fonte non disponibile, 4 settembre 2008

6 - CIECO E PARALIZZATO: NOSTRO FIGLIO FELICE DI VIVERE
Andrea, 16 anni, comunica con noi e ci dice: “Grazie delle cure”.
Autore: Alberto Gentili e Gabriella Mambelli - Fonte: fonte non disponibile

Siamo i genitori di Andrea e di altri tre ragazzi che colpiti  da quanto deciso ultimamente sulla vita di Eluana, vorremo fornire un contributo in merito alla comprensione della realtà.  Andrea, il nostro primogenito, ha quasi 16 anni, è handicappato grave con disabilità al 100%, non parla, non vede, non si muove volontariamente...insomma, come recita un suo certificato medico «necessita e necessiterà di assistenza continua per tutti gli atti quotidiani della vita».
Da qualche anno, grazie all'inserimento in un progetto sperimentale, ha iniziato a «dialogare» faticosamente con il mondo esterno con la tecnica della comunicazione facilitata. Il brano che le inviamo è parte della trascrizione di un dialogo tra Andrea ed uno dei suoi dottori. «Grigio periodo di dolore è il mio. Fermamente ho chiesto a Dio di aiutarmi e di benedirmi. Ho personalmente già più volte offerto le mie sofferenze per altri e questa volta una parte devolvo a te, dottore. (...) ho tanta voglia di fare esperienze belle interiori e di amicizia ma sono dentro una condizione tale di dolore e fisica che non mi permette di fare tutto ciò che vorrei. Questo sono io: dolore e gioia allo stesso tempo. Grato sono alla vita e voglio che si sappia. Grato sono a te per le cure ed a tutti coloro che si preoccupano per me, per il mio presente e per il mio futuro. Sono dell'idea che bisogna dare più spazio a ciò che aiuta interiormente e spiritualmente. Lotta, sì, ma con meta il cielo e la nostra grande anima da coltivare. (...) Ci tengo a dire che non disdegno le cure e ciò che porta un benessere fisico e questo va tutelato, ma il bene interiore porta anche benessere fisico quindi è primariamente da considerare. Grazie, ti voglio dire che sono felice di oggi e ti dono il mio grazie di cuore».
Non vogliamo giudicare assolutamente il padre di Eluana.
Capiamo bene il suo dolore e, come lui subiamo la stessa lacerazione interiore quando guardiamo, ahimè troppo spesso, un figlio che soffre steso in un letto e gli siamo vicini. Non accettiamo e ci fa rabbrividire il triste moralismo infantile ed inconsapevole di tanti che giudicano la vita degna solo se di «qualità». Anche noi, presi, impregnati, dalla «mentalità dominante», riusciamo solo per brevi istanti ad intuire che le parole di nostro figlio «questo sono io: gioia e dolore allo stesso tempo» sono vere non solo per lui ma anche per noi.
Esse rappresentano la realtà della condizione umana. Realtà dura, spigolosa, inaccettabile non solo per chi ha una coscienza di sé inconsapevolmente nichilista e gaudente, ma pur sempre strada per la felicità e non per una inutile spensieratezza. Sempre riprendendo le parole di Andrea: «Lotta, sì, ma con meta il cielo e la nostra grande anima da coltivare».
La battaglia è qui. È possibile essere felici come Andrea dice di essere quando tutto intorno dice che non serve cercare la felicità ma solo il divertimento e l’assenza di problemi?
Rimuovere il dolore dalla vita è eliminare la Croce, sola realtà capace di trasfigurarlo in gioia. Come sempre è la  Croce il vero scandalo. E quale metodo più efficace per rimuovere la Croce che eliminare chi ad essa è più vicino?

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7 - L'ARCIVESCOVO DI DENVER CRITICA LA POSIZIONE DI BIDEN (CANDIDATO DEMOCRATICO CHE OBAMA HA SCELTO PER LA VICEPRESIDENZA)

Autore: Charles J. Chaput - Fonte: fonte non disponibile

Ai Cattolici dell'Arcidiocesi di Denver:
Quando  i cattolici prestano servizio sulla scena nazionale, le loro azioni e le loro parole hanno un'incidenza sulla fede dei cattolici di tutto il paese. Di conseguenza essi si prestano ad un esame sulle questioni di fede da parte dei cattolici e dei vescovi del luogo. Lungo il 2008, sebbene la NBC forse non intendesse farlo, Meet the Press è diventata palcoscenico e cassa di risonanza di scorretti ragionamenti di politici cattolici.
Il 24 agosto, la Speaker of the House Nancy Pelosi, che si dice cattolica praticante, ha dato una interpretazione scorretta dell'insegnamento della Chiesa cattolica contro l'aborto davanti alla platea nazionale, difendendo la propria visione "pro-choice" dell'aborto. Il 7 settembre, il Senatore Joseph Biden ha aggravato il problema, davanti al pubblico della stessa Meet the Press.
Il senatore Biden è uomo dal servizio pubblico illustre. Ciò, però, non scusa la carenza di logica o azioni cattive. Alla domanda su quando abbia inizio la vita, egli ha detto che, "si tratta di un problema personale e privato". A dire il vero, però, la moderna biologia sa esattamente quando la vita umana ha inizio: al momento del concepimento. La religione non ha niente a che fare con ciò. Si può discutere su quando inizi la "personalità" – sebbene questo possa condurre le politiche pubbliche verso direzioni molto  pericolose – ma nessuno può sostenere a lungo che l'inizio della vita dipende dalle opinioni religiose. 
Il senatore Biden ha anche frainteso cosa sia il pluralismo. Il vero pluralismo si sviluppa su un vigoroso, non violento dissenso; esso richiede un ambiente in cui persone di convinzione lottano rispettosamente ma vigorosamente per portare avanti le loro fedi. Nell'intervista, il senatore ha osservato che altre persone di forte credo religioso non concordano con la visione della Chiesa cattolica sull'aborto. E' certamente vero che noi dobbiamo conoscere le visioni degli altri e cercare un compromesso quando è possibile – ma non a spese del diritto del nascituro alla vita. L'aborto è un problema fondamentale; non è come la politica interna o il prezzo del petrolio. Esso comporta sempre l'uccisione  intenzionale di una vita innocente, ed è sempre, gravemente sbagliato. Se, come ha detto il Senatore Biden, "Io sono pronto, in quanto è materia di fede, ad accettare che la vita comincia dal momento del concepimento", allora egli non sbaglia solo quanto alla scienza di una nuova vita, ma anche nella difesa di una vita innocente che egli sa che c'è.
Come ha detto nell'intervista, il senatore si è opposto alla destinazione di fondi pubblici per l'aborto. Egli ha anche spinto per impedire l'aborto a nascita parziale. Ma il suo forte sostegno alla decisone della Corte Suprema Roe v. Wade del 1973 e il falso diritto all'aborto che essa ha attestato, non può essere scusato da nessun serio cattolico. Sostenere Roe e il "diritto a scegliere" l'aborto significa solo mascherare ciò che l'aborto è, e ciò che l'aborto produce. La "Roe" è una cattiva sentenza. Finché dura, essa impedisce che il problema dell'aborto si riproponga negli Stati in cui è ammesso, in modo che il popolo Americano possa decidere il proprio futuro attraverso un dibattito ed una legislazione equi.
Nell'intervista a Meet the Press, il senatore Biden adopera un argomento moralmente esaurito che I cattolici americani sentono ormai da 40 anni: I cattolici non possono "imporre"  le loro visioni religiose al resto del paese. Ma opporsi all'aborto è materia di diritti umani, non di opinioni religiose. E il senatore, in quanto legislatore, sa bene che tutte le leggi comportano l'imposizione delle convinzioni di alcune persone sulle altre. Questa è la legge. I cattolici americani si sono fatti intimorire ad accettare la distruzione ogni anno di più di un milione di bambini non nati. Altre persone hanno imposto la loro fede "pro-choice" alla società americana per decenni senza alcun rimorso.
Se vogliamo essere cattolici, cattolici americani, compresi gli uomini pubblici che si presentano come tali, dobbiamo operare di conseguenza. Dobbiamo mettere fine alla "Roe" e all'industria  dell'aborto permissivo che essa permette. In caso contrario noi tutti – dai senatori e membri del Congresso ai laici – falliremo non solo come credenti e discepoli, ma anche come cittadini.

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8 - INTERVISTA CON MONS. BURKE: CHI PUÒ RIVENDICARE UN DIRITTO A RICEVERE IL CORPO DI CRISTO?
L'Eucarestia: diritto o dono?
Autore: Thomas J. McKenna - Fonte: fonte non disponibile, 11 Agosto 2008

S.E. mons. Raymond L. Burke, finora arcivescovo di Saint Louis, è stato chiamato lo scorso giugno in Vaticano dal Santo Padre Benedetto XVI per dirigere il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.
Mons. Burke affronta il fondamentale tema del rispetto dovuto all'Eucaristia da parte di ogni fedele che si accosti a riceverla e del diritto del ministro di rifiutarsi a dare la Comunione a chi persista nel peccato grave e pubblico.
Eccellenza, sembra che oggi prevalga una visione lassista nei riguardi della ricezione dell'Eucaristia. Perché? Crede poi che questo influenzi i fedeli nel modo di vivere come cattolici?
Mons. Burke riceve il Pallio dalle mani di Papa Giovanni Paolo II. Una delle ragioni per cui credo che questo lassismo sia andato sviluppandosi è l'insufficiente enfasi nella devozione eucaristica: in modo speciale mediante il culto al Santissimo con le processioni; con le benedizioni del Santissimo; con tempi più lunghi per l'adorazione solenne e con la devozione delle Quaranta Ore.
Senza devozione al Santissimo Sacramento la gente perde rapidamente la fede eucaristica. Sappiamo che c'è una percentuale elevata di cattolici che non crede che sotto le specie eucaristiche ci siano il corpo e il sangue di Cristo. Sappiamo inoltre esserci un'allarmante percentuale di cattolici che non partecipano alla Messa domenicale.
Un altro aspetto è la perdita del senso di collegamento fra il sacramento della Eucaristia e quello della Penitenza. Forse nel passato c'è stata un'enfasi esagerata al punto che la gente credeva che ogni volta che si riceveva l'Eucaristia si doveva prima confessare anche se non avevano un peccato mortale. Ma ora la gente va regolarmente a comunicarsi e forse mai, o molto di rado, si confessa.
Si è perso il senso della nostra propria indegnità per accostarci al Sacramento e del bisogno di confessare i peccati e far penitenza al fine di ricevere degnamente la Sacra Eucaristia.
Si somma a questo il senso sviluppatosi a partire dalla sfera civile che consiste nel credere che ricevere l'Eucaristia sia un diritto. Cioè che come cattolici abbiamo il diritto di ricevere la Comunione.
È vero che una volta che siamo stati battezzati e abbiamo raggiunto l'uso della ragione, dovremmo essere preparati per ricevere la Sacra Comunione e, se siamo ben disposti, dobbiamo riceverla. Ma d'altra parte noi non abbiamo mai un diritto di ricevere l'Eucaristia.
Chi può rivendicare un diritto a ricevere il Corpo di Cristo? Tutto è un atto senza misure dell'amore di Dio. Nostro Signore si rende Egli stesso disponibile nel suo Corpo e nel suo Sangue, ma non possiamo mai dire di avere diritto a riceverLo nella Santa Comunione. Ogni volta che ci accostiamo a Lui, dobbiamo farlo con un senso profondo della nostra indegnità.
Questi sarebbero alcuni degli elementi che spiegano l'atteggiamento lassista verso l'Eucaristia in genere. Lo vediamo anche nel modo con cui alcune persone vestono per ricevere la Sacra Comunione. Per esempio, vediamo gente che si avvicina alla Comunione senza unire le mani e persino a volte parlottando fra di loro. Alcuni perfino nel momento di ricevere l'Ostia, non dimostrano un'adeguata riverenza.
Tutto ciò è indicazione del bisogno di una nuova evangelizzazione nei riguardi della fede e della pratica eucaristica.
Ci sono leggi della Chiesa per impedire condotte inadeguate da parte dei fedeli a beneficio della comunità. Potrebbe commentarle e spiegarci fino a che punto la Chiesa e la Gerarchia hanno un obbligo di intervenire allo scopo di chiarire e correggere.
Nei riguardi dell'Eucaristia, per esempio, ci sono due canoni in particolare che hanno a che fare con la degna ricezione del Sacramento. Essi hanno come scopo due beni.
Un bene è quello della persona stessa, perché ricevere indegnamente il Corpo e il Sangue di Cristo è un sacrilegio. Se lo si fa deliberatamente in peccato mortale, è un sacrilegio. Quindi per il bene della persona stessa, la Chiesa deve istruirci dicendoci che ogni volta che riceviamo l'Eucaristia, dobbiamo prima esaminare la nostra coscienza.
Se abbiamo un peccato mortale sulla coscienza dobbiamo prima confessarci di quel peccato e ricevere l'assoluzione e, soltanto dopo, accostarci al sacramento eucaristico. Molte volte i nostri peccati gravi sono nascosti e noti solo a noi stessi e forse a pochi altri. In quel caso, dobbiamo essere noi a tenere sotto controllo la situazione ed essere in grado di disciplinarci in modo di non ricevere la Comunione.
Ma ci sono altri casi di persone che commettono peccati gravi deliberatamente e sono casi pubblici, come un ufficiale pubblico che con conoscenza e con sentimento sostiene azioni che sono contro la legge morale Divina ed Eterna.
Per esempio, pubblicamente appoggia l'aborto procurato, che comporta la soppressione di vite umane innocenti e senza difesa. Una persona che commette peccato in questa maniera è da ammonire pubblicamente in modo che non riceva la Comunione finché non abbia riformato la propria vita.
Se una persona che è stata ammonita persiste in un peccato mortale pubblico e si avvicina per ricevere la Comunione, allora il ministro dell'Eucaristia ha l'obbligo di rifiutargliela.
Perché? Innanzitutto per la salvezza della persona stessa, cioè per impedirle di compiere un sacrilegio. Ma anche per la salvezza di tutta la Chiesa, per impedire che ci sia scandalo in due maniere.
Primo, uno scandalo riguardante quale debba essere la nostra disposizione per ricevere la Santa Comunione. In altre parole, si deve evitare che la gente sia indotta a pensare che si può essere in stato di peccato mortale e accostarsi all'Eucaristia.
Secondo, ci potrebbe essere un'altra forma di scandalo, consistente nell'indurre la gente a pensare che l'atto pubblico che questa persona sta facendo, che finora tutti credono sia un peccato serio, non debba esserlo tanto se la Chiesa permette a quella persona di ricevere la Comunione.
Se abbiamo una figura pubblica che apertamente e deliberatamente sostiene i diritti abortisti e che riceve l'Eucaristia, che finirà per pensare la gente comune? Essa può essere portata a credere che è corretto in un certo qual modo sopprimere una vita innocente nel seno materno.
Ora la Chiesa ha queste discipline e sono molto antiche. In realtà risalgono ai tempi di san Paolo. Ma lungo la sua storia, la Chiesa ha sempre dovuto disciplinare la materia della ricezione della Comunione, che è il più sacro tesoro che essa possiede.
È il dono del Corpo e del Sangue di Cristo. Disciplinare questa pratica in modo che, primo, la gente non si avvicini né riceva la Santa Comunione indegnamente a costo del proprio danno morale e, secondo, che la fede eucaristica sia sempre rispettata e i fedeli non siano indotti in confusione, persino in errore, nei riguardi della sacralità del sacramento e della legge morale.
Eccellenza, ci sono casi in cui figure pubbliche vanno a Messa, ricevono i sacramenti e pubblicamente dicono di essere cattolici ma che, in pratica, sostengono legislazioni contrarie alla morale cattolica. Alcuni di loro, come scusante, sostengono di sentire in coscienza che non fanno niente di sbagliato e che comunque è una vicenda privata. Lei potrebbe spiegare perché questa posizione è erronea e come la formazione della propria coscienza non sia una questione soggettiva.
È vero che dobbiamo agire in modo conforme ai dettami della nostra coscienza, ma essa deve essere adeguatamente formata. La nostra coscienza deve conformarsi alla verità delle situazioni.
Essa non è una realtà soggettiva con cui giudico per me stesso cosa è bene e cosa è male. Anzi, essa è una realtà oggettiva per la quale devo conformare il mio pensiero alla verità.
A volte si sente parlare del primato della coscienza nel senso di dire "qualsiasi cosa io decida in coscienza, questo devo fare", e un tale assioma poi regola la vita. Certo, questo è vero se la coscienza è stata formata adeguatamente.
Amo ripetere quello che ha detto il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney: "anziché parlare di primato della coscienza dobbiamo parlare di primato della verità". Cioè, la verità della legge morale di Dio con la quale la nostra coscienza deve conformarsi. Fatto questo, allora sì che la coscienza ha quel primato che le viene attribuito.
Lo stemma episcopale di mons. BurkeAlcune persone dicono che è parte del diritto di ricevere la Comunione non sentirsi dire da nessuno, neppure da un vescovo, da un sacerdote o da un ministro dell'Eucaristia, cosa devono fare al riguardo. Cosa ne pensa?
Anzitutto bisogna dire che il Corpo e il Sangue di Cristo sono un dono dell'amore di Dio per noi. Il più grande dono, un dono che va oltre la nostra capacità di descriverlo. Dunque nessuno ha diritto a questo dono, esattamente come non abbiamo mai diritto a nessun dono che ci viene fatto.
Un dono è gratuito, causato dall'amore, e ciò è precisamente quanto Dio fa ogni volta che partecipiamo alla Messa e riceviamo la Sacra Eucaristia. Pertanto, dire che abbiamo diritto di ricevere la Comunione non è corretto.
Se vogliamo dire che, se siamo ben disposti, possiamo accostarci all'Eucaristia nella Messa che si sta celebrando, che abbiamo il diritto di ricevere la Comunione nel senso che abbiamo il diritto di avvicinarci per farlo, allora sì, questo è vero.
Orbene, nella ricezione della Sacra Eucaristia sono coinvolti Nostro Signore stesso, la persona che la deve ricevere, e infine il ministro del sacramento, che ha la responsabilità di assicurarsi che l'Eucaristia sia data solo alle persone degne di riceverla. Certamente la Chiesa ha il diritto di dire a chi persiste in un serio peccato pubblico, che non potrà ricevere la Comunione finché non sarà ben disposto per farlo.
Questo diritto del ministro di rifiutarsi a dare la Comunione a qualcuno che persiste nel peccato grave e pubblico è salvaguardato dal codice di Diritto Canonico sotto il canone 915. Altrimenti, se si vede negare il diritto del rifiuto a dare l'Eucaristia a un peccatore pubblico che si avvicini a riceverla dando scandalo a tutti, è il ministro che viene messo in situazione di violentare la propria coscienza al riguardo di una materia serissima. Ciò sarebbe semplicemente sbagliato.
Eccellenza, sembra che spesso la richiesta di adempire la legge canonica da parte di un vescovo, di un sacerdote e persino di un'autorità della Curia vaticana, è vista da alcuni come una crudeltà, come un atto prevaricatore nei riguardi dei fedeli. Non vedono questo come un atto di carità, finalizzato a evitare che qualcuno si accosti all'Eucaristia in modo indegno compromettendo la sua salvezza eterna. Per questa ragione la Chiesa ha le sue regole. Potrebbe commentare questo aspetto del ministero?
Sono d'accordo, certo. E il più grande atto di carità evitare che qualcuno faccia una cosa sacrilega. Prima si deve ammonire chi vuole farlo e poi si deve evitare di prendere parte a un sacrilegio.
È una situazione analoga a quella del genitore che deve opporsi a che il bambino giochi col fuoco. A chi verrebbe di dire che il genitore non è caritatevole perché lo richiama alla disciplina? Anzi, diremmo che questo è un genitore che veramente ama il figlio.
Lo stesso fa la Chiesa; nel suo amore Essa vieta di far cose gravemente offensive a Dio e gravemente dannose alle anime stesse.
Si dice a volte che quando un membro della Gerarchia ammonisce cattolici che sono figure pubbliche, stia usando la sua influenza per interferire nella politica. Come risponde a questa obiezione?
Il vescovo o l'autorità ecclesiastica, potrebbe essere anche il parroco, che interviene in queste situazioni, lo fa solo per il bene dell'anima della figura pubblica coinvolta. Non c'entra nulla la volontà di interferire nella vita pubblica, bensì nello stato spirituale del politico o dell'ufficiale pubblico che, se è cattolico, è tenuto a seguire la legge divina anche nella sfera pubblica. Se non lo fa, deve essere ammonito dal suo pastore.
Dunque, è semplicemente ridicolo e sbagliato cercare di zittire un pastore accusandolo di interferire in politica affinché non possa fare il bene all'anima di un membro del suo gregge.
Questo si desume anche da quanto ha denunciato il Santo Padre Benedetto XVI ai vescovi, cioè il desiderio di alcune persone della nostra società di relegare completamente la fede religiosa nell'ambito privato, affermando che essa non ha niente a che fare con l'ambito pubblico. Questo è semplicemente sbagliato.
Dobbiamo dare testimonianza della nostra fede non soltanto nel privato dei nostri focolari ma anche nel nostro interagire pubblico con gli altri, per dare una forte testimonianza di Cristo. Quindi dobbiamo finirla con l'idea che in un certo qual modo la nostra fede è una materia completamente privata che non c'entra con la nostra vita pubblica.

Fonte: fonte non disponibile, 11 Agosto 2008

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