BastaBugie n°45 del 29 agosto 2008

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1 LA RUSSIA È IN GUERRA: DOVE SONO I PACIFISTI? FORSE IN FERIE...
Le lunghe ferie dei pacifisti.
Autore: Aldo Vitale - Fonte: fonte non disponibile
2 APPENA FINITE LE OLIMPIADI, RIECCO LA SOLITA CINA: ARRESTATO UN VESCOVO CATTOLICO
Cina, stretta dopo i Giochi: Fatto sparire un vescovo.
Autore: Lucia Capuzzi - Fonte: fonte non disponiblie
3 PROPOSTA DI LEGGE INTERESSANTE SULLE MOSCHEE IN ITALIA
Moschee, legge per regole severe.
Fonte: fonte non disponibile
4 SUBCULTURA ANTICATTOLICA E ANTIITALIANA A WASHINGTON (E LA PAGHIAMO NOI CON LE TASSE)

Autore: Andrea Galli - Fonte: fonte non disponibile
5 MAGGIOLINI (VESCOVO DI COMO): VIA FAMIGLIA CRISTIANA DALLA CHIESE

Autore: Alessandro Maggiolini - Fonte: fonte non disponibile
6 CATTOLICI STATE ZITTI, PER FAVORE
Le vie laiche per zittire quell’impedire le condizioni del vero dialogo
Autore: Francesco D’Agostino - Fonte: fonte non disponibile
7 LE AMBIZIONI DI UN PARTITO MUSULMANO IN DANIMARCA

Fonte: fonte non disponibile
8 ADDIO A SOLZHENITSYN, DENUNCIO' AL MONDO IL REGIME CHE CREDEVA DI AVER CANCELLATO DIO

Autore: Piero Sinatti - Fonte: fonte non disponibile
9 I 227 COLLABORATORI DI SOLZENICYN CHE HANNO COLLABORATO A DENUNCIARE AL MONDO L'ARCIPELAGO GULAG

Autore: Adriano dell’Asta - Fonte: fonte non disponibile

1 - LA RUSSIA È IN GUERRA: DOVE SONO I PACIFISTI? FORSE IN FERIE...
Le lunghe ferie dei pacifisti.
Autore: Aldo Vitale - Fonte: fonte non disponibile, 19 agosto 2008

Tra il riposo d'agosto da un lato e il calo del prezzo del petrolio dall'altro, tra la calura quotidiana attenuata sulle spiagge di tutta Italia da una parte e i successi dei nostri atleti a più di 8 mila chilometri di distanza dall'altra, tra i vaniloqui di Famiglia Cristiana per un verso e le prese di distanza del Vaticano dal settimanale catto-comunista per l'altro, un silenzio anomalo serpeggia in un settore della tribuna dell'opinione pubblica militante ed ideologizzata che normalmente è in perenne fermento, costante subbuglio, febbrile agitazione. Presenti e rumorosi sempre, in ogni momento, accaniti, organizzati e incredibilmente repentini nelle mobilitazioni, ma adesso sembrano scomparsi: forse in vacanza anche loro?
Ci avevano abituato a giorni, o ad intere settimane a volte e addirittura, di proteste, sit-in, occupazioni di strade, ferrovie, imbocchi autostradali, porti; ci avevano assuefatti agli scontri criminali con le forze dell'ordine, agli insulsi manifesti, agli osceni striscioni, agli acuti dei fischietti, ai megafoni urlanti, alle puerili bandiere multicolore, alle ambasciate presidiate, alle basi militari circondate, agli slogan vergognosi come «10, 100, 1000 Nassirya», ma adesso probabilmente saranno in ferie. In altre occasioni - occorre ricordarlo - avevano detto che la guerra è sempre e comunque un male; avevano assicurato che non c'erano pregiudizi ideologici nel loro operare, nel loro protestare, nel loro manifestare; avevano garantito che oggi si lotta contro la dottrina imperialista degli Usa, ma domani si sarebbe lottato contro quella degli altri, qualora vi fossero stati altri guerrafondai; avevano giurato «guerra alla guerra» sempre e comunque poiché la pace, l'autodeterminazione dei popoli, la libertà e la sovranità degli Stati sono i beni supremi e fondamentali per la democrazia mondiale; avevano coinvolto persone di ogni estrazione sociale, di ogni credo, di ogni continente; avevano il sostegno di scrittori, filosofi, registi, poeti, attori, cantanti, sacerdoti, docenti universitari, sindacati, giornalisti, associazioni umanitarie, politologi; avevano detto che bisognava essere tolleranti e non violenti mentre bruciavano cassonetti, mentre divellevano pezzi di strade, mentre aggredivano i McDonald's, mentre calpestavano e incendiavano le bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Ma ora?
Adesso, in questi caldi, ma bui giorni di mezza estate, in cui al rilassante chiacchiericcio delle onde in riva al mare si sovrappongono i cupi boati delle artiglierie, in cui al tonificante calore estivo si sostituisce la fatale arsura degli incendi degli edifici bombardati, in cui al riso spensierato d'un bambino che gioca in spiaggia si antepone il pianto dei profughi in fuga dal teatro delle operazioni belliche russe, cioè quasi tutto il territorio della Georgia, coloro che hanno sempre detto che si dovrebbe urlare la pace più di quanto rombino i cannoni, adesso, miseramente, spudoratamente, incredibilmente, tacciono. Ai pianti e alle grida di morte, ai singhiozzi dei mortai, ai sibili dei missili, ai tuoni delle esplosioni si contrappone il silenzio ancor più terrificante dei pacifisti.
Che fine hanno fatto? Dove sono? Ce ne sono ancora? Se sì, dove? Chi li ha visti? Cosa stanno facendo? Sono stati avvisati del massacro georgiano? Perché tacciono? Sono forse disinteressati? Sono forse troppo impegnati con, anzi, contro le altre guerre? Forse le guerre degli Usa, come le chiamano loro, lasciano troppo poco tempo da dedicare a quelle degli altri, come a quelle della Russia? Forse anche il pacifismo ha le sue due settimane di ferie garantite all'anno? Forse l'intera intellighenzia pacifista di sinistra, i cui dirigenti un tempo trascorrevano le vacanze d'agosto nelle dacie sovietiche sulle rive del Mar Nero, non si vogliono sbilanciare con chi, come Mosca, fino a poco più d'un decennio addietro rappresentava non solo l'alleato politico, ma la guida ideologica? O forse sono tutti a studiare cercando di comprendere come sia stato possibile che un uomo di destra (cioè della parte politica per definizione oppressiva, imperialista e malvagia) come Sarkozy sia intervenuto personalmente ed immediatamente per il rispetto del «cessate il fuoco»?
Forse sono tanto sorpresi di vedere che anche Mosca scatena i suoi cingoli divoratori per accaparrarsi le arterie euro-asiatiche che ossigenano di energia il Vecchio Continente? Forse sono annichiliti nel vedere che i loro teoremi, le loro costruzioni, le loro teorizzazioni sull'imperialismo americano, sul fascismo occidentale, sulla guerra di Bush per il petrolio, erano tutte parziali o addirittura false? Forse sono attoniti ed ammutoliti per qualcuna di queste ragioni? O forse, peggio, quando le guerre non prevedono un diretto coinvolgimento degli Stati Uniti non occorre auspicare il ripristino della pace? E se in tutto questo desolante silenzio, l'unica voce per il rispetto della libertà e della sovranità della Georgia, l'unica protesta per i massacri, l'unica manifestazione di indignazione per l'occupazione militare arbitraria in violazione di tutte le regole del diritto internazionale, fosse proprio quella di Wasghington? Forse per questo i pacifisti tacciono?
Ci piacerebbe sapere dove si trovano i pacifisti, italiani soprattutto, quelli che vengono indottrinati nei centri sociali, nei collettivi studenteschi scolastici ed universitari, quegli stessi pacifisti che normalmente sono dimentichi dei 60 conflitti sparsi per il globo e che ricordano soltanto quelli in cui vi è una operatività bellica degli Stati Uniti, quegli stessi, insomma, che ora non conoscono, o peggio, non sostengono, l'emergenza di pace e di libertà di cui in queste ore necessita la Georgia.

Fonte: fonte non disponibile, 19 agosto 2008

2 - APPENA FINITE LE OLIMPIADI, RIECCO LA SOLITA CINA: ARRESTATO UN VESCOVO CATTOLICO
Cina, stretta dopo i Giochi: Fatto sparire un vescovo.
Autore: Lucia Capuzzi - Fonte: fonte non disponiblie, 26 agosto 2008

«Dopo le Olimpiadi, la repressione si farà più dura». I fedeli della Chiesa cattolica sotterranea cinese – che non riconoscono l’autorità di Pechino in materia religiosa e sono fedeli alla Santa Sede – ne erano convinti.
 Per due settimane, hanno atteso la fine dei Giochi con timore, certi che – non appena lo sguardo del mondo si fosse allontanato dalla Cina – contro di loro si sarebbe scatenata “l’offensiva” delle autorità di Pechino. Nessuno pensava, però, che i fatti precipitassero tanto rapidamente. La polizia non ha aspettato nemmeno il termine delle Olimpiadi: domenica, poche ore prima della spettacolare cerimonia conclusiva, quattro agenti si sono presentati nella cattedrale di Wuqiu, nella regione di Hebei, e hanno trascinato via monsignor Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding. Secondo quanto riportato dall’agenzia AsiaNews, al momento dell’arresto il presule stava celebrando la Messa. È la dodicesima volta che monsignor Jia Zhiguo viene imprigionato. Il vescovo, che ora ha 73 anni, ne ha trascorsi quindici in carcere, dal 1963 al 1978. Dal 1989, il presule si trova sotto “stretta sorveglianza”: in pratica, negli ultimi vent’anni, ha alternato periodi di libertà a lunghi soggiorni dietro le sbarre. Tanto che, in più occasioni, il Vaticano è intervenuto per chiedere il suo rilascio.
  Durante il periodo olimpico, il presule – come molti altri della Chiesa sotterranea – era stato costretto agli arresti domiciliari. Un gruppo di agenti lo vigilava 24 ore su 24, davanti alla sua casa era stata perfino costruita una baracca dove bivaccavano gli agenti di turno. Il tutto mentre, al villaggio olimpico, il regime ostentava un “volto liberale”, consentendo appositi “spazi per la spiritualità e la preghiera” e celebrazioni religiose per tutti i credi presenti. Fuori da “quest’isola franca”, però, la libertà religiosa – come le altre libertà civili – erano fortemente ristrette.
  I prelati della Chiesa cattolica “ufficiale” – la cui nomina e attività dipende da Pechino – hanno ricevuto rigide indicazioni affinché, durante il periodo dei Giochi, non venissero organizzate speciali manifestazioni. Quelli già programmati dovevano essere brevi e poco affollati, al massimo 200 persone. Ben peggiore la condizione della Chiesa sotterranea, a cui era stato espressamente vietato ogni tipo di celebrazione, sotto la minaccia di «provvedimenti» post-olimpici. A molti sacerdoti, inoltre, era stato consigliato di «intraprendere dei viaggi», in modo che i giornalisti stranieri non riuscissero ad incontrarli. Il «cordone di sicurezza» costruito intorno a monsignor Jia aveva probabilmente analogo obiettivo.
  Nonostante, però, lo rigide maglie del regime, i fedeli di Zhengding si erano radunati per celebrare la Messa nel giorno dell’Assunta. La polizia, per evitare di turbare la “pace olimpica”, non era intervenuta. I «provvedimenti » sono stati rimandati a Giochi conclusi, come ha dimostrato l’arresto del vescovo. Che al momento sembra essere stato ingoiato dalla macchina repressiva del sistema: nessuno sa dove sia stato portato, né se e quando potrà tornare.

 

Fonte: fonte non disponiblie, 26 agosto 2008

3 - PROPOSTA DI LEGGE INTERESSANTE SULLE MOSCHEE IN ITALIA
Moschee, legge per regole severe.
Fonte fonte non disponibile, 23 agosto 2008

Interessante la proposta di una legge per regole ferree sulla costruzione di nuove moschee annunciata dal capogruppo alla Camera della Lega Roberto Cota. Capisaldi della proposta, che sarà depositata la prossima settimana ed è stata anticipata ieri dall'’esponente del Carroccio in un’intervista al Corriere della Sera, la competenza affidata alle Regioni; un referendum obbligatorio tra i cittadini dell’area interessata; dimensione dei luoghi di culto proporzionata al numero dei fedeli e loro distanza di almeno un chilometro dalle chiese vicine; divieto ai minareti e all’amplificazione dei richiami alla preghiera; nessun contributo statale e trasparenza dei finanziamenti; un albo per gli imam e preghiere in italiano; divieto di commerci e scuole nei pressi della moschee; obbligo, nello statuto dei proponenti, del riconoscimento della laicità dello Stato e di rifiuto della poligamia. Il tutto sulla base della convinzione, sostenuta da Cota, che le moschee non sono un luogo di preghiera ma «un centro politico e simbolico, e spesso anche militare. L’Islam del resto – aggiunge – da secoli è in antitesi e in guerra con l’Occidente». Quanto alla competenza delle Regioni sulla materia, viene fatta derivare dal fatto che non è stata ancora firmata dai musulmani alcuna intesa con lo Stato come quelle, previste dalla Costituzione, già concluse con altre religioni.

Fonte: fonte non disponibile, 23 agosto 2008

4 - SUBCULTURA ANTICATTOLICA E ANTIITALIANA A WASHINGTON (E LA PAGHIAMO NOI CON LE TASSE)

Autore: Andrea Galli - Fonte: fonte non disponibile, 26 agosto 2008

La presentazione è di quelle studiate per risvegliare il fan nascosto di Dan Brown che c’è in te: «Per quasi quattro secoli la stupefacente storia dell’ascesa di una donna al poter assoluto in Vaticano è stata nascosta. Fino ad ora. Il suo nome era Olimpia Maidalchini e attraverso il suo cognato e presunto amante Papa Innocente X regnante dal 1644 al 1655 - governò la più potente istituzione sulla faccia della Terra. I cardinali e la nobiltà si piegavano a lei mentre dettava la politica internazionale, dichiarava guerre, patrocinava i più grandi artisti barocchi di Roma e si riempiva le tasche di oro vaticano. Storia avvincente al massimo grado, 'L’Amante del Vaticano' è pieno di personaggi eccentrici e della magnificenza e della brutalità di un’epoca passata». Commento teologico in coda: «In una Chiesa che esclude fermamente le donne dal sacerdozio, e anche dallo sposare sacerdoti, quella di Olimpia è chiaramente una storia scomoda per il Vaticano» .
  L’entusiasta presentatore in questione è l’Istituto di cultura italiana a Washington, che ha organizzato una serata il prossimo 24 settembre su «L’Amante del Vaticano: la vera storia di Olimpia Maidalchini».
'La Papessa segreta', ultimo libro della giornalista e scrittrice Eleanor Herman. Per la cronaca, Olimpia Maidalchini, di cui gli storici riconoscono un infelice protagonismo nelle vicende vaticane di quegli anni e un forte ascendente sul cognato Innocenzo X come sua consigliera, ritenendo fasullo il restante gossip, fu il soggetto di una delle tante leggende nere anti- cattoliche forgiate in area protestante. In particolare dal milanese Gregorio Leti, fattosi calvinista in quel di Ginevra, finito nel corso delle sue peripezie alla corte di Carlo II d’Inghilterra e lì distintosi come prolifico autore di crassi pamphlet antipapali, tra cui, appunto, una «Histoire de Donna Olimpia Maldachini» del 1666 che lanciò la figura dell’«amante» di papa Giovanni Battista Pamphilj.
  Di tanto in tanto qualcuno richiama l’attenzione sulla gestione di molti dei 93 istituti di cultura italiana sparsi per il mondo, dipendenti dal Ministero degli Affari Esteri e tenuti in piedi con i soldi dei contribuenti. Deputati, sulla carta, ad essere una vetrina del meglio della produzione intellettuale e del patrimonio storico-artistico del nostro Paese. Le iniziative singolari in queste ambasciate del sapere non mancano, a partire dalle sedi più defilate - il tributo a Dario Argento organizzato a Giacarta - a quelle più strategiche - la proiezione della serata finale del festival di Sanremo su schermo gigante a Stoccolma, città dei Nobel - a quelle più prestigiose. Come l’Istituto di cultura italiana di New York, che lo scorso marzo proponeva 'Devozione Fetish', ossia 'il viaggio della giornalista Olivia Fincato e del fotografo Ale Zuek Simonetti negli abissi della subcultura fetish underground' di Miami e New York. Con la speciale partecipazione all’evento di Lenny Waller, storico animatore della comunità gay della Grande Mela. Chissà, forse l’Istituto di Washington, che pur ha organizzato in passato appuntamenti di valore, si è accorto del ritardo accumulato sul fronte della subcultura, sentendo il bisogno di recuperare il terreno perduto. E quale via più spiccia di un erudito schizzo di fango sul 'Vaticano'? Non sarà molto originale, ma di questi tempi tira sempre.

Fonte: fonte non disponibile, 26 agosto 2008

5 - MAGGIOLINI (VESCOVO DI COMO): VIA FAMIGLIA CRISTIANA DALLA CHIESE

Autore: Alessandro Maggiolini - Fonte: fonte non disponibile

FAMIGLIA Cristiana, il settimanale dei Paolini, in questo periodo ha parlato di pericolo del reinsorgere di qualche forma di fascismo in Italia e si è espressa in chiari giudizi politici.
L’Osservatore Romano ha precisato che quanto scritto da Famiglia Cristiana non manifesta la linea della Santa Sede.
Qualche osservazione:
1) Con queste prese di posizione il problema del rapporto tra settimanale dei Paolini e la Santa Sede non rimane più entro gli ambiti della politica: diventa un problema ecclesiale. Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale dei Paolini, afferma che Famiglia Cristiana «si muove in perfetta sintonia con il magistero della Chiesa e con la sua dottrina sociale». Padre Federico Lombardi assicura che Famiglia Cristiana «non ha titolo per esprimere la linea della Santa Sede e della Cei».
2) E’ questo, uno dei casi di confusione provocato da organi di stampa che si dichiarano cattolici, ma intendono essere autonomi, quasi in modo assoluto. L’obbedienza ai Pastori stabiliti da Cristo, i quali guidano la Chiesa, non concerne soltanto dogmi e grandi principi morali: si estende anche alla zona delle indicazione prudenziali di direttive pratiche sulla presenza e l’attività dei cattolici nella società.
3) Sarebbe stato meglio se i vescovi, a tempo opportuno, si fossero fatti sentire, non costringendo il Vaticano a queste polemiche.
4) Bisognerà vedere se sia opportuno mettere in fondo alla Chiesa delle parrocchie copie di Famiglia Cristiana da vendere, insieme all’Osservatore Romano, che pure non sembra estraneo al cattolicesimo. Non si divide così la Chiesa?

Fonte: fonte non disponibile

6 - CATTOLICI STATE ZITTI, PER FAVORE
Le vie laiche per zittire quell’impedire le condizioni del vero dialogo
Autore: Francesco D’Agostino - Fonte: fonte non disponibile

Secondo Alberto Melloni non si vede oggi in giro nessuno che voglia chiudere la Chiesa nelle sagrestie o nel privato: non solo, quindi, avrebbe sbagliato il cardinale Bagnasco ad insistere su questo tasto, aprendo a Rimini i lavori del meeting di Comunione e Liberazione, ma avrebbe in tal modo dato un’ulteriore prova dell’indebita persistenza di quelle paure «antimoderne» che caratterizzerebbero la Chiesa da due secoli a questa parte.
  Ha ragione Melloni? No. È evidente infatti che la denuncia del presidente della Cei non intendeva avere per oggetto la situazione istituzionale del nostro Paese; ad onta di tutti coloro che continuano con monotonia a insistere sul rischio dell’affermarsi di nuove «derive autoritarie», le libertà pubbliche e private sono in Italia più che adeguatamente garantite. Si tratta invece di percepire lo specifico delle dinamiche culturali tipiche di questi ultimi anni. È su questo piano che il tentativo di 'chiudere la Chiesa nelle sagrestie o nel privato' è ramificato, subdolo e incessante. Mi spiace che Melloni non riesca a vederlo: cercherò, con un esempio solo, ma molto vistoso, di aprirgli gli occhi.
  Consideriamo le più rilevanti questioni bioetiche che lacerano da molti e molti anni l’opinione pubblica mondiale: l’aborto, la procreazione assistita, l’eutanasia, la sperimentazione sugli embrioni (potremmo andare avanti a lungo con l’esemplificazione, aggiungendo ad esempio i temi della famiglia e della scuola). Si tratta di tematiche che non hanno carattere confessionale, che non concernono la comunità cristiana in senso stretto, ma il bene umano in generale, anzi il destino stesso dell’umanità nel nuovo millennio. La Chiesa non esita a prendere posizione al riguardo, non per difendere i suoi dogmi o gli interessi materiali delle sue comunità, ma perché è 'esperta in umanità' e sa che è suo dovere proteggere la dignità umana (ovunque sia minacciata) usando gli strumenti che sono tipicamente i suoi: quelli della ragione morale universale o, come potremmo dire usando un linguaggio solo lievemente più tecnico, della 'legge morale naturale' (che vincola tutti, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti).
  A fronte di questo impegno, che può essere ritenuto più o meno convincente, ma che è ed è sempre stato generoso, leale e soprattutto non dogmatico, ma argomentativo, assistiamo a un costante, sistematico e ottuso rifiuto da parte della cultura laicista oggi dominante di aprire con i cristiani un dialogo autentico. I laicisti hanno messo a punto uno strumento teoreticamente rudimentale, ma obiettivamente efficace: bollano come 'cattolici' (senza analizzarne le argomentazioni) tutti coloro che non condividono le loro pretese libertarie e li esortano a difendere i loro valori esclusivamente all’interno delle loro comunità confessionali (li esortano cioè a rinchiudersi 'nelle sagrestie o nel privato'!). In altre parole: proprio perché nulla impedirebbe ai cattolici di vivere privatamente la loro fede e quindi di non abortire, di non richiedere l’eutanasia, di non ricorrere alla fecondazione artificiale, essi non sarebbero abilitati a chiedere un riconoscimento pubblico per tali comportamenti.
  In questo modo, ogni tentativo da parte dei cattolici di individuare nel no all’aborto, all’eutanasia o alla procreazione assistita un bene umano oggettivo viene interpretato come una pretesa arbitraria e intollerante. È evidente che non tutti i laici condividono gli slogan radicali del tipo 'no taliban, no vatican' o le pressioni per impedire al Papa di accettare un invito a parlare alla 'Sapienza', ma credo purtroppo che tranne alcune luminose eccezioni questo paradigma sia molto diffuso e sia ben giustificata la fermezza con cui il cardinale Bagnasco ne ha stigmatizzato gli esiti.

Fonte: fonte non disponibile

7 - LE AMBIZIONI DI UN PARTITO MUSULMANO IN DANIMARCA

Fonte fonte non disponibile, 31 Luglio 2008

Il DAMP, il partito musulmano danese, non cela le sue ambizioni: islamizzare la Danimarca.
Afferma che circa 700.000 musulmani risiedono già in Danimarca (su poco meno di cinque milioni e mezzo di abitanti) e di conseguenza sogna di avere una forte rappresentanza musulmana al Parlamento danese considerando che, se tutti i musulmani votassero per un candidato musulmano, potrebbero avere qualche decina di parlamentari.
In base ad un calcolo demografico, il DAMP sostiene che entro il 2020 i musulmani costituiranno la maggioranza in Danimarca.
Allo stesso modo, il partito conta molto sull’entrata della Turchia nella Unione Europea, in quanto ritiene che sarà l’occasione per far giungere molti nuovi immigrati musulmani che andrebbero ad accentuare ulteriormente il fenomeno demografico in corso.
Il primo punto del DAMP consiste nell’inviare un gran numero possibile di deputati musulmani al Parlamento «a prescindere dalle loro idee, dal loro credo religioso o dalle loro opinioni politiche».
Potrebbero anche, avendo 60 rappresentanti in Parlamento, vale a dire 1/3 dei deputati, entrare a far parte del governo. Per il DAMP «il cattivo trattamento degli immigrati causerà in futuro sommosse e gravi problemi» proprio perché la parte musulmana della popolazione non è rappresentata. Il DAMP predica il divieto della droga e la libertà religiosa.

Fonte: fonte non disponibile, 31 Luglio 2008

8 - ADDIO A SOLZHENITSYN, DENUNCIO' AL MONDO IL REGIME CHE CREDEVA DI AVER CANCELLATO DIO

Autore: Piero Sinatti - Fonte: fonte non disponibile, 4 agosto 2008


"Alla fine della mia vita posso sperare che il materiale storico i temi storici, i quadri di vita e i personaggi da me raccolti e presentati, riguardanti gli anni durissimi e torbidi vissuti dal nostro Paese, entreranno nella coscienza e nella memoria dei miei connazionali (...). La nostra amara esperienza nazionale ci aiutera' nella possibile nuova ripresa delle nostre mutevoli fortune, ci mettera' in guardia e ci terra' lontani da rovinose rotture".
Parole simili a un congedo e a un testamento spirituale, pronunciate dal grande scrittore russo Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn nel giugno 2007, quando gli fu conferito il massimo premio di Stato per "i grandi risultati raggiunti in letteratura": poco piu' di tredici mesi prima della morte che lo ha sorpreso, la notte di domenica 3 agosto a oltre 89 anni. Era da tempo gravemente ammalato e costretto a muoversi in una sedia a rotelle, nella sua appartata e boschiva residenza di Troitse-Lykovo, presso Mosca. Residenza in cui, in quella importante occasione, accetto' e ricevette la deferente visita di Vladimir Putin. Privilegio che non ebbe Boris Eltsin, da cui lo scrittore respinse la concessione di quella stessa onorificenza.
UN GRANDE TESTIMONE DEL TEMPO
Con Solzhenitsyn scompare uno dei piu' grandi testimoni del XX secolo. Una vita intera segnata da un indomabile coraggio e un'alta moralita', civile e religiosa, da una profonda coerenza tra vita e opera intellettuale e letteraria, secondo la sua principale professione di fede: "Non vivere secondo menzogna". Premio Nobel per la letteratura nel 1970, Solzhenitsyn (nato a Kislovodsk, sud-est russo, l'11 dicembre 1918, da una famiglia di agiati agricoltori, fisico e matematico per formazione) e' stato il primo scrittore a vedere pubblicata in Urss (novembre 1962) un'opera incentrata su un tema fino ad allora tabu': la vita di un campo di prigionia dell'epoca staliniana. Si tratta del romanzo breve Una giornata di Ivan Denisovich, apparso con grande clamore e con un lungo e fitto seguito di polemiche, nella rivista letteraria "Novyj Mir", grazie al parere favorevole del suo direttore, il famoso poeta Aleksandr Tvardovskij, e dell'allora leader "destalinizzatore" del Pcus Nikita Khrusciov.
Con realismo degno della migliore narrativa russa (tra Tolstoj e Cekhov) Solzhenitsyn vi rappresento' un giorno trascorso in un lager da un semplice contadino ed ex-soldato, Ivan Denisovich Shukov, che e' riuscito ancora una volta a sopravvivere alle fatiche e agli stenti del lavoro forzato, mantenendo intatta la propria coscienza in un mondo di gerarchie crudeli e imposizioni volente.
L'ARCIPELAGO GULAG
E' al tema concentrazionario che restano indissolubilmente legati il nome e il destino di Solzhenitsyn, che alla meta' degli anni Settanta, subito dopo la sua espulsione dall'Urss, pubblico' all'estero (presso l'editrice parigina in lingua russa Ymca Press) i sette libri in tre volumi del monumentale Arcipelago Gulag, la piu' grande e originale ricerca documentario-letteraria costruita attraverso le testimonianze da lui raccolte in gran segreto tra oltre duecento persone che avevano vissuto l'esperienza del lager, al pari e piu' dello stesso scrittore. Lo stesso Solzhenitsyn aveva scontato una condanna a otto anni di lager tra il 1945 e il 1953, reo di aver criticato in una lettera scritta al fronte la condotta di guerra di Stalin. Grazie a quest'opera, cui lo scrittore aveva lavorato con tenacia e intransigenza per piu' di un decennio, l'acronimo Gulag (Direzione centrale dei lager) e' diventato il simbolo piu' conosciuto e onnicomprensivo dell'intero sistema sovietico negli anni di Stalin.
Nell'Arcipelago, Solzhenitsyn rappresenta tutti i cerchi dell'inferno concentrazionario, compresi quegli estremi della Kolyma, ovvero "il crematorio bianco" dell'estremo nord-est sovietico (raccontato con impareggiabile efficacia artistica da un altro superstite del Gulag, Varlam Shalamov, che con Solzhenitsyn ebbe rapporti difficili). L'Arcipelago e' una vera e propria requisitoria contro il sistema concentrazionario, segnata da un'efficacissima diversita' di registri linguistici e letterari. Possiamo parlare di altissima oratoria storico-artistica, che inchioda per sempre alle sue immani responsabilita' il sistema totalitario-inquisitorio creato da Lenin e da Stalin. Un'opera gigantesca, mai apparsa fino ad allora.
Oltre a queste due opere, Solzhenitsyn dedica alla tematica del lager altri due grandi libri, scritti negli anni Sessanta, prima del suo forzato esilio che inizia nel 1974 e si protrae per un ventennio, prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti. Sono Il primo cerchio e Padiglione cancro. In quest'ultimo l'autore parla della sua miracolosa guarigione dal cancro, avvenuta in un ospedale dell'Asia centrale. Non ne viene autorizzata la pubblicazione: si afferma il "rigelo" di Leonid Brezhnev e si chiudono gli spazi, pur angusti, prima concessi da Khrusciov alla critica dello stalinismo. Lo scrittore si trasforma, in quegli anni, in un nemico da mettere a tacere con tutti i mezzi (persino l'avvelenamento).
I due romanzi in parte autobiografici sono pubblicati per la prima volta in Occidente: in essi l'autore sviluppa, con trame avvincenti, temi di alto livello etico: il male, la sua affermazione e la resistenza che vi si oppone; la responsabilita' dell'individuo, dell'intellettuale e quella collettiva di fronte al potere e alla storia; lo scontro tra l'idealismo libertario ed egualitario e la tetra realta' del sistema autoritario-burocratico, delle sue violenze e dei privilegi di cui gode la "nuova classe". Si puo' affermare che con queste quattro opere - assieme a preziosi racconti come La casa di Matriona - Solzhenitsyn raggiunge i risultati artistici e letterari piu' alti. Mai piu' raggiunti nelle opere successive, tra cui spicca per la mole - e per il totale insuccesso di critica e di pubblico - del grande ciclo narrativo in quattro volumi di circa cinquemila pagine, La ruota rossa, scritto durante l'esilio nel Vermont e incentrato sulle origini della Rivoluzione d'Ottobre e della sua affermazione. E' un severo processo intentato dall'autore alla classe politica russa prerivoluzionaria, alla dinastia e soprattutto all'intelligentsija radicale (e liberale), responsabili della catastrofe in cui dal 1917 sprofonda la Russia.
ALTRE OPERE
Solzhenitsyn, il cui Ivan Denisovic fa da battistrada alla memorialistica sui tempi di Stalin e alla "letteratura campagnola" (Mozhaev, Rasputin, Abramov), ha al suo attivo una vastissima opera di documentazione storica e una vasta pubblicistica di carattere storico, etico e politico sui temi piu' diversi. La sua vis polemica non risparmia nessuno. Serrata e' la critica alle filosofie illuministe e radicali, in nome dei valori tradizionali e religiosi. E ancor piu' veementi sono gli attacchi al sistema mediatico, al consumismo e all'"onnipermissivismo" occidentali (si veda il suo Discorso di Harvard), oltre alla continue critiche ai limiti del sistema democratico occidentale.
Tutto questo gli inimica i circoli "liberal" americani, oltre a quelli perennemente ostili delle diverse e cangianti sinistre europee. E infine, i "liberali" russi post-sovietici. Nel 1994 ritorna da trionfatore in Russia. Alla fine della perestrojka gorbacioviana erano state pubblicate in Urss le sue opere principali. Atterra a Magadan, citta' della Kolyma, simbolo del Gulag. Quell'anno in un duro e poco applaudito discorso alla Duma definisce (per primo) "oligarchico" il sistema installato da Eltsin: vi dominano i pochi che si stanno spartendo le ricchezze del Paese, in un quadro di miseria generalizzata. Seguono insuccessi editoriali e televisivi, ostilita' e attacchi feroci. Pochi anni prima, aveva pubblicato un pamphlet, Come ricostruire la Russia, in cui auspica la costruzione graduale di un sistema politico basato sull'autogoverno locale e di un'economia mista, di ispirazione solidaristico-cristiana. Auspica l'unione tra Russia, Ucraina e Bielorussia, i fratelli slavi uniti - secondo lui - dalla comune storia e dal comune credo religioso: l'ortodossia.
LE ULTIME ACCUSE
L'ultima grande opera (per mole e impegno storico) di Solzhenitsyn e' il saggio in due volumi Duecento anni insieme (2001-2002). Vi descrive i difficili rapporti tra ebrei e russi negli ultimi due secoli. Il libro si propone come "una ricerca di tutti i punti di comprensione comune e di tutte le possibili strade verso il futuro, purificate dalle amarezze del passato". Seguono pochi consensi, ancor meno lettori e molti attacchi velenosi.
Riaffiorano le vecchie accuse di antisemitismo, gia' emerso, secondo i critici, nella sulfurea rappresentazione del rivoluzionario ebreo-russo-tedesco Helphand, alias Parvus, in un volume della Ruota rossa. Infine, a un anno della morte, Solzhenitsyn si rende colpevole, agli occhi dei liberali occidentali e russi, di un altro delitto imperdonabile. Lo ha commesso nella sua ultima intervista (concessa al settimanale "Der Spiegel"), in cui attribuisce a Putin il merito di "una lenta e graduale ripresa della Russia... dopo aver ereditato un paese saccheggiato e disorientato, con un popolo povero e demoralizzato". A noi sembra che ancora una volta, anche su questo controverso tema, Solzhenitsyn abbia dimostrato di volere e sapere andare controcorrente, forte dei suoi convincimenti, sempre fermi e severi. Come sempre ha fatto nella sua lunga esemplare esistenza.

Fonte: fonte non disponibile, 4 agosto 2008

9 - I 227 COLLABORATORI DI SOLZENICYN CHE HANNO COLLABORATO A DENUNCIARE AL MONDO L'ARCIPELAGO GULAG

Autore: Adriano dell’Asta - Fonte: fonte non disponibile, 13 agosto 2008

Furono oltre duecento gli amici di Aleksandr Solzenicyn che collaborarono in segreto con lui nell’opera di denuncia dei Gulag. Una mostra nel prossimo Meeting di Rimini svela finalmente i loro nomi.

227 Nomi. Al prossimo Meeting di Rimini, nella mostra curata da Russia Cristiana e dalla fondazione Solzenicyn di Mosca e dedicata al grande scrittore da poco scomparso, un’intera parete sarà occupata dai 227 nomi delle persone che fornirono a Solzenicyn una parte dei materiali e delle informazioni necessarie per comporre il suo Arcipelago Gulag.
  Nell’impianto originario della mostra questi nomi non figuravano; si parlava degli 'invisibili' che in mille modi aiutarono lo scrittore durante il suo lavoro, ma i nomi non c’erano: l’idea di inserirli è venuta nel giugno scorso, su esplicita sollecitazione di Solzenicyn, che ci aveva fatto comunicare questo suo desiderio durante uno degli ultimi incontri organizzativi. Fin qui questi nomi non erano mai apparsi in nessuna delle edizioni italiane dell’Arcipelago, per il semplice fatto che non figuravano neppure nelle edizioni originali russe: motivi di sicurezza avevano consigliato di proteggere in questo modo chi aveva aiutato lo scrittore.
  E questi motivi, quasi per forza di inerzia, avevano continuato ad agire fino a poco tempo fa: solo recentemente, nelle ultimissime edizioni del libro, i nomi erano apparsi e ora dovevano essere conosciuti anche dal pubblico italiano. Nel desiderio espresso da Solzenicyn, adesso possiamo vedere una parte delle sue ultime volontà di «restituire integralmente la memoria alla Russia privata della sua memoria». Ma c’è anche molto del suo modo di vedere il mondo e il proprio lavoro di scrittore. La sua è stata l’opera di un gigante, è l’opera dell’uomo che rinasce e ritrova la propria dignità e libertà in un mondo che aveva fatto di tutto per distruggerle; ma nello stesso tempo quest’opera non è mai stata concepita come l’opera di un io isolato.
  L’Arcipelago è l’opera di un io e del suo popolo; se è stato tanto destabilizzante per il regime, come anche chi non ama particolarmente Solzenicyn è stato costretto ad ammettere, è stato proprio perché al suo cuore c’è questa intuizione della rinascita dell’io e del popolo, che sono tra i primi bersagli di un regime totalitario. Il regime non può vincere finché sopravvive l’io con la sua capacità di giudizio indipendente, con la sua capacità di volgersi all’infinito e di sottrarsi alla pressione di ogni potere finito.
  E non può vincere, il regime, finché questo io è sostenuto da un popolo; ecco perché, secondo Solzenicyn, una delle caratteristiche principali del potere sovietico è stata quella di aver fatto sì che, per la prima volta nella storia, un popolo diventasse nemico di se stesso. A differenza di quanto è stato detto un po’ frettolosamente in questi giorni, se il regime è stato tanto danneggiato dall’Arcipelago non è stato perché Solzenicyn avrebbe svelato l’esistenza dei campi; del resto, come lui stesso ripete più volte, questa esistenza era nota in occidente da sempre, almeno per chi non voleva chiudere gli occhi o lasciarsi ingannare dalla propaganda sovietica.
  Giustamente Glucksmann ha fatto notare che se il suo libro è stato tanto dirompente è perché ha svelato un’altra cosa: che nei campi era possibile resistere. Lo hanno fatto un io e un popolo. Ma, come dimostra la storia personale di Solzenicyn e dei suoi «invisibili», si deve aggiungere che questa resistenza ha potuto avere la meglio su un potere così apparentemente invincibile perché non era dettata da una nuova e più ricca ideologia, ma dipendeva dall’esistenza di uomini il cui essere e il cui comportamento erano totalmente agli antipodi rispetto all’idea di uomo nuovo del regime. Là dove il regime proponeva l’idea dell’Homo sovieticus che, in una colossale opera di riforgiatura, doveva eliminare gli scarti dell’umanità precedente, il materiale umano che non poteva essere utilizzato per costruire la nuova macchina socialista, nei romanzi e nella vita di Solzenicyn c’è l’uomo reale che, con tutti suoi limiti, tutta la sua mancanza di eroicità e perfezione, agisce gratuitamente, per una solidarietà intrinseca alla sua natura, priva di tornaconto e, proprio per questo, inevitabilmente vittoriosa a dispetto degli esiti. Alëška il battista, l’ingenuo e un po’ sempliciotto compagno di prigionia di Ivan Denisovic, lo colpisce perché non si tira mai indietro e aiuta chiunque glielo chieda senza alcun interesse, per pura bontà; e in questo modo fa venire a Ivan Denisovic il desiderio di essere come lui. È l’esatto contrario di quello che vorrebbe ottenere il regime, per il quale persino i rapporti naturali più stretti devono essere annullati in nome della rivoluzione, e qualsiasi relazione umana deve passare attraverso la mediazione del partito, al punto che il figlio deve arrivare a denunciare il padre per il bene della causa. Allo stesso modo, anche gli «invisibili» hanno aiutato Solzenicyn in pura gratuità, rischiando la vita e sapendo che il loro sacrificio o comunque la loro generosità difficilmente avrebbero potuto avere un riconoscimento pubblico; e non erano eroi, potevano essere caduti mille volte prima del riscatto e, viceversa, potevano cedere dopo gesti di coraggio. Ma questi uomini semplici sono distruttivi per il regime proprio perché distruggono il suo mito principale: là dove il regime vorrebbe un genere umano che si salva da solo sacrificando le singole persone reali, questa gente gli resiste e sopravvive con una forza che nessuno le sospetterebbe e che propriamente non è di questi uomini, «non è fatta da mano d’uomo in questo mondo di cose fatte dagli uomini».
  Solzenicyn è stato distruttivo per il regime che credeva di aver cancellato Dio dalla memoria degli uomini, perché dopo aver mostrato la resistenza dell’io e del popolo ha mostrato che essa dipendeva da qualcosa che l’uomo non si può dare da solo ma riceve in dono da Dio; Solzenicyn chiama «anima» questo dono che costituisce il «nucleo dell’io» e del popolo: «Il Popolo non sono tutti coloro che parlano la nostra lingua, ma non sono neppure gli eletti, coloro che portano il marchio infuocato del genio. Non per la nascita, non per il lavoro delle proprie mani e non per le ali della propria cultura gli uomini vengono selezionati per formare il Popolo.
  Ma per la loro anima». Mostrare che questa anima non era l’oppio dei popoli, ma la fonte di una socialità reale persino nell’inferno nei campi, mostrare che Matriona non era una vecchia stupida, ma «il giusto senza il quale non vive il villaggio, né la città, né tutta la terra nostra», era la vittoria definitiva sul regime.
  Ricordare i nomi degli «invisibili» uno per uno è continuare a fare memoria di questa vittoria.
 Per aiutare il noto scrittore, da poco scomparso, misero spesso a rischio la vita. Ma rimasero tenaci nell’accusare un regime intento a derubare il popolo della propria anima

Fonte: fonte non disponibile, 13 agosto 2008

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