BastaBugie n°146 del 25 giugno 2010

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1 BLOODY SUDAY, 13 CIVILI DISARMATI CATTOLICI FURONO UCCISI MENTRE MANIFESTAVANO PACIFICAMENTE
Il governo inglese fa giustizia dopo 28 anni dalla famosa domenica di sangue nell'Irlanda del Nord cantata dagli U2
Autore: Paolo Lambruschi - Fonte: Avvenire
2 QUELLO CHE NON LEGGERETE MAI SUL NEW YORK TIMES
Storie ordinarie di preti che donano la loro vita a Gesù e al prossimo
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Antidoti
3 SPAGNA, L'ISLAM NON VA IN CATTEDRALE
Finalmente un vescovo che nega qualcosa ai musulmani
Autore: Michela Coricelli - Fonte: Avvenire
4 SEI HANDICAPPATO? SCUSA SE NON TI ABBIAMO AMMAZZATO PRIMA!
Meno male che in Francia questa assurda pretesa di avere diritto a non nascere è stata negata
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: Avvenire
5 LO PSICOLOGO JOSEPH NICOLOSI DIFENDE LA SUA TERAPIA RIPARATIVA
A chi lo chiede è doveroso dare un aiuto ad uscire dall'omosessualità
Autore: Marco Invernizzi - Fonte: Tempi
6 JOSEPH NICOLOSI CONTESTATO A BRESCIA DALLE ASSOCIAZIONI GAY
La tollerante cultura contemporanea non tollera che si mettano in discussione i suoi dogmi
Autore: Valerio Pece - Fonte: RMFonline
7 VEGLIA PER LA CHIUSURA DELL'ANNO SACERDOTALE
Il Papa teologo invita a curare la formazione con il Catechismo della Chiesa Cattolica, sintesi della nostra fede e criterio per valutare la teologia
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Fonte: vatican.va
8 OMELIA PER LA XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 9,51-62)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - BLOODY SUDAY, 13 CIVILI DISARMATI CATTOLICI FURONO UCCISI MENTRE MANIFESTAVANO PACIFICAMENTE
Il governo inglese fa giustizia dopo 28 anni dalla famosa domenica di sangue nell'Irlanda del Nord cantata dagli U2
Autore: Paolo Lambruschi - Fonte: Avvenire, 12 giugno 2010

«Non riesco a credere alle notizie di oggi», canta Bono nell’attacco della celebre canzone degli irlandesi U2 Sunday Bloody Sunday. Le notizie di un massacro. Ora, dopo oltre 38 anni, si avvicina l’ora della verità e della giustizia per i 14 civili disarmati uccisi dai parà britannici in quella che è passata alla storia come la "domenica di sangue" di Derry, città del Nord-Ovest dell’Irlanda del Nord. Ieri, il quotidiano londinese The Guardian ha anticipato gli esiti dell’inchiesta governativa condotta per ben 12 anni da Lord Saville, la cui presentazione ufficiale è prevista per martedì 15 giugno. Il rapporto qualifica un «certo numero» di decessi come «unlawful», illegittimi. E chiede al governo dell’Irlanda del Nord di processare i responsabili almeno per omicidio colposo.
Qualcuno, insomma, dovrà pagare tra i soldati che, tre minuti dopo le 16 del 30 gennaio 1972, nel quartiere cattolico di Bogside, aprirono il fuoco contro migliaia di manifestanti nazionalisti disarmati che partecipavano a una marcia non autorizzata per i diritti civili. Lasciarono senza vita sul terreno 13 persone, molte neppure maggiorenni. L’ultima vittima morì quattro mesi dopo per le ferite. Lo scoop giornalistico è stato criticato dal ministero britannico per l’Irlanda del Nord e dai parenti di alcune vittime, ma non è stato smentito.
Vicenda ancora lacerante. Qualcuno, tra gli unionisti, teme addirittura che la verità possa incrinare gli equilibri politici che hanno portato a un nuovo governo locale di coalizione, cui Londra ha devoluto molti poteri. La prima inchiesta ufficiale condotta nel 1972 da lord Widgery, accreditò la versione dell’esercito. Secondo la verità «ufficiale» fu legittima difesa, pur con l’ammissione che quattro delle vittime non costituivano un pericolo. In base alle testimonianze, fu subito chiaro che i morti erano innocenti. All’epoca la vicenda fece degenerare la tensione in Ulster tra nazionalisti irlandesi e lealisti fedeli alla Corona britannica, in un conflitto che terminò nel 1998 con un bilancio di 3.500 vittime. Nei quartieri popolari di Belfast e Derry la rabbia per la strage e per l’insabbiamento spinse molti giovani cattolici tra le file dei terroristi dell’Ira. Ma la storia cammina sulle gambe degli uomini, spesso lungo percorsi insoliti. Se arriverà giustizia, sarà merito anche della musica rock, della coscienza di un milite ignoto e di un premier britannico poi fattosi cattolico.
Se infatti gli U2 non avessero scritto nel 1982 Sunday Bloody Sundayin ricordo dell’eccidio, suonandola ancora oggi a ogni concerto, la memoria viva e dolente di quei fatti si sarebbe smorzata. I versi di denuncia scuotono le coscienze a ogni esecuzione. Chissà quante volte li ha ascoltati il «soldato 27», del quale non sapremo mai il nome, perché vive sotto protezione e la cui testimonianza resa a lord Saville ha rotto l’omertà. Ha dichiarato che almeno due suoi commilitoni spararono a sangue freddo sulla folla, come se stessero eseguendo ordini precisi.
Gli altri, ha detto, erano stati «eccitati» dal comando la sera precedente. Ma la tenace battaglia per la verità dei parenti, durata anni, sarebbe stata forse vana se, nel 1998, il premier Tony Blair, allora ancora anglicano, non avesse deciso a sorpresa di riceverli, ordinando una nuova inchiesta. Disse che non gli importava delle conseguenze, i colpevoli dovevano pagare. Ieri qualcuno a Belfast paventava nuovi disordini qualora i killer di quella tragica domenica di 38 anni fa dovessero andare alla sbarra. Ma alle immagini di quei morti in bianco e nero vanno restituiti i colori della giustizia e della dignità. È ciò che chiede una pace duratura.

Fonte: Avvenire, 12 giugno 2010

2 - QUELLO CHE NON LEGGERETE MAI SUL NEW YORK TIMES
Storie ordinarie di preti che donano la loro vita a Gesù e al prossimo
Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Antidoti, 31 maggio 2010

Il missionario salesiano uruguayano Martín Lasarte ha inviato al New York Times, senza ottenere risposta, una lettera che è stata pubblicata dall’agenzia Zenit nel maggio 2010. Il New York Times, come è noto, è stato capofila nell’accusare il clero cattolico di pedofilia. Riporto qualche stralcio: «E’ curioso constatare (…) il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si consumano per milioni di bambini, per gli adolescenti e i più sfortunati nei quattro angoli del mondo (…). Penso che al vostro mezzo informativo non interessi il fatto che io abbia dovuto trasportare su percorsi minati nel 2002 molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (Angola), perché il governo non si rendeva disponibile e le Ong non erano autorizzate; che abbia dovuto seppellire decine di piccole vittime tra gli sfollati della guerra e i ritornati; che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone a Moxico con l’unico posto medico in 90mila kmq, o che abbia distribuito alimenti e sementi; o che in questi 10 anni abbiamo dato un’opportunità di istruzione e scuole a più di 110mila bambini (…). Non interessa che con altri sacerdoti abbiamo dovuto far fronte alla crisi umanitaria di circa 15mila persone negli alloggi della guerriglia, dopo la loro resa, perché gli alimenti del governo e dell’Onu non arrivavano (…). Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, p. Roberto, di notte percorra le vie di Luanda curando i bambini di strada, portandoli in una casa di accoglienza perché si disintossichino dalla benzina, che alfabetizzi centinaia di detenuti; che altri sacerdoti, come p. Stefano, abbiano case in cui i bambini picchiati, maltrattati e violentati cercano un rifugio, e nemmeno che fr. Maiato, con i suoi 80 anni, vada casa per casa per confortare i malati e i disperati (…). Non fa notizia che più di 60mila dei 400mila sacerdoti e religiosi abbiano abbandonato la propria terra e la propria famiglia per servire i fratelli in lebbrosari, ospedali, campi di rifugiati, orfanotrofi per bambini accusati di stregoneria o orfani di genitori morti di Aids, in scuole per i più poveri, in centri di formazione professionale, in centri di assistenza ai sieropositivi (…) e soprattutto in parrocchie e missioni, motivando la gente a vivere e amare (…). Non fa notizia che il mio amico p. Marcos Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola, li abbia portati da Kalulo a Dondo e tornando alla sua missione sia stato ucciso a colpi di mitragliatrice; che fr. Francisco e cinque catechiste siano morti in un incidente mentre andavano ad aiutare nelle zone rurali più sperdute; che decine di missionari in Angola siano morti per mancanza di assistenza sanitaria, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina, mentre facevano visita alla loro gente. Nel cimitero di Kalulo ci sono le tombe dei primi sacerdoti che giunsero nella regione (…). Nessuno aveva più di 40 anni (…). La verità è che non cerchiamo di fare notizia, ma semplicemente di portare la Buona Novella, quella notizia iniziata senza rumore la notte di Pasqua. Fa più rumore un albero che cade che un bosco che cresce».

Fonte: Antidoti, 31 maggio 2010

3 - SPAGNA, L'ISLAM NON VA IN CATTEDRALE
Finalmente un vescovo che nega qualcosa ai musulmani
Autore: Michela Coricelli - Fonte: Avvenire, 16 giugno 2010

I musulmani non possono pregare nella cattedrale di Cordova. Permettere il cosiddetto «uso condiviso» sarebbe solo «un eufemismo, che significa: cattolici, andatevene via di qui». E al vescovo di Cordova, monsignor Demetrio Fernandez, gli eufemismi non piacciono per temi così delicati. Parla chiaro e tondo, quando ricorda: «Dove pregano i musulmani non può pregare nessun altro». La questione è di vecchia data: gruppi e associazioni islamiche reclamano la possibilità di pregare nel tempio, che un tempo fu una moschea: nella città andalusa l’argomento è sempre di estrema attualità. Non sono mancati gli incidenti. Lo scorso aprile un gruppo di turisti austriaci di religione islamica aggredì le guardie di sicurezza della cattedrale, che intervennero quando questi cercarono di pregare all’interno della chiesa. La vicenda terminò con diversi arresti.
Impossibile evitare l’argomento, a Cordova. Monsignor Fernandez lo ha toccato in una recente intervista, in cui ha spiegato: «La risposta alla richiesta sull’uso condiviso della cattedrale è no, non ce ne andiamo, perché in questo luogo la Chiesa cattolica è presente da 16 secoli, mentre i musulmani vi sono stati quattro secoli e mezzo». Non c’è volontà di polemica, al contrario. La Chiesa cattolica – che è titolare del tempio attraverso il capitolo cattedralizio di Cordova – ha «una buona relazione con i musulmani» e vuole collaborare con chi professa la religione islamica nella ricerca di «pace, giustizia e convivenza fra popoli. Ma questa è una cosa e un’altra cosa ben distinta è volere condividere lo stesso tempio per il culto». Impossibile. Sarebbe come «dire ai cattolici: addio, buona notte. Sarebbe un’irresponsabilità». Quando la città andalusa fu riconquistata dai cristiani, nel 1236, la moschea fu riconsacrata come Cattedrale di Santa Maria di Cordova. Per questo alcune organizzazioni islamiche ne rivendicano l’uso. Ma in realtà, sotto il tempio islamico, ci sono i resti della basilica dedicata al martire San Vincenzo, del VI o del VII secolo.

Fonte: Avvenire, 16 giugno 2010

4 - SEI HANDICAPPATO? SCUSA SE NON TI ABBIAMO AMMAZZATO PRIMA!
Meno male che in Francia questa assurda pretesa di avere diritto a non nascere è stata negata
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: Avvenire, 12 giugno 2010

Non esiste il «diritto a non nascere». È questo, in sintesi, quanto emerge dal pronunciamento del Consiglio costituzionale francese, equiparabile alla nostra Corte Costituzionale. È stata infatti ribadita la conformità con la Carta fondamentale repubblicana della legge, risalente al 2002, che nega la possibilità di indennizzare chi nasce con gravi handicap a causa di diagnosi errate da parte dei medici durante la gravidanza. La legge era stata varata durante il governo socialista di Lionel Jospin per porre fine alle polemiche innescatesi nel 2000, quando la Corte di Cassazione aveva dato invece il via libera alla possibilità di risarcire persone con handicap.
Allora ad alimentare il dibattito era stato il caso di Nicolas Perruche, nato gravemente malato dopo l’errore dei medici i quali non si erano accorti che la madre aveva contratto la rosolia. A riaprirlo è stato in tempi più recenti il ricorso di una madre che, sfruttando una nuova norma che consente ai cittadini francesi di rivolgersi al Consiglio costituzionale nel caso in cui ritengano che una legge dello Stato violi i loro diritti, aveva chiesto un risarcimento danni per aver dato alla luce un figlio affetto da distrofia di Duchenne. La malattia, infatti, non era stata diagnosticata per un errore di valutazione dei dati da parte dell’ospedale parigino che aveva in cura la donna durante la gestazione. Ma l’assalto alla legge del 2002 è fallito, con il Consiglio costituzionale che ha confermato come «nessuno può rivendicare un danno per il solo fatto della sua nascita».
L’«Alleanza per il diritto alla vita» francese esprime la propria soddisfazione per quanto è emerso dalla seduta plenaria del Consiglio costituzionale: «Siamo sollevati – ha dichiarato il presidente Xavier Mirabel – perché soffriamo ogni volta che un giudice afferma che una persona ha subito un danno per il fatto di non essere stata eliminata prima della nascita». Il pensiero delle associazioni “pro life” d’Oltralpe va alle persone disabili e alle loro famiglie che si sentono ferite e indesiderate ogni volta che la discussione si riapre. Lo sforzo, secondo Mirabel, deve essere piuttosto quello di aiutare chi soffre. Proprio i «diritti di partecipazione e cittadinanza per le persone disabili» costituiscono una delle materie richiamate dalla delibera del Consiglio costituzionale francese. È infatti attorno a questo tema che si era concentrata la disputa: prima che fosse approvata la legge del 2002, che ieri è uscita rafforzata dalla sentenza, duecento famiglie si erano riunite nel «Collettivo contro l’handifobia»,che si è posto l’obiettivo di difendere i disabili da azioni denigratorie.

Fonte: Avvenire, 12 giugno 2010

5 - LO PSICOLOGO JOSEPH NICOLOSI DIFENDE LA SUA TERAPIA RIPARATIVA
A chi lo chiede è doveroso dare un aiuto ad uscire dall'omosessualità
Autore: Marco Invernizzi - Fonte: Tempi, 25 Maggio 2010

È stato accolto in Italia come uno psicologo rinnegato che vuole “curare” i gay e farli diventare “normali” a tutti i costi. Hanno cominciato i giornali locali e nazionali, poi si sono messi in mezzo i suoi colleghi italiani, l’Ordine della Lombardia, quello del Lazio e altri. Tutti a decretare che Joseph Nicolosi è fuori dalla “loro” comunità scientifica e offende la “loro” professione perché, praticando la “terapia riparativa”, impedisce agli omosessuali di vivere liberamente la loro condizione. E a furia di veleni e menzogne, Nicolosi è diventato il mostro da tenere a bada coi forconi. Per adesso, fortunatamente, si sono fermati alla vernice rossa con cui nella notte fra il 19 e il 20 maggio sono stati imbrattati il portone e i muri attigui alla sede del Sindacato delle famiglie e del Forum delle associazioni familiari, a Milano, con scritte contro la presenza del “fascista” che nei giorni successivi avrebbe parlato a Brescia.
Ma chi è Joseph Nicolosi? E cos’è la terapia riparativa? Perché suscita tanta ostilità? Tempi ha provato a chiederlo direttamente a lui, approfittando del suo passaggio in Lombardia in occasione del convegno sull’omosessualità rivolto a educatori, genitori, psicoterapeuti, dove è stato presentato il suo ultimo libro tradotto in italiano, Identità di genere. Manuale di orientamento (Sugarco, 448 pagine, 25 euro).
Americano nato nel 1947, Nicolosi vive ed esercita la terapia riparativa nella sua clinica, la Thomas Aquinas Psychological Clinic, a Encino, California, dove dirige l’Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell’omosessualità (Narth), della quale esiste un piccolo nucleo anche in Italia. È membro dell’American Psychological Association e autore di numerosi libri e articoli scientifici, alcuni dei quali pubblicati anche nella nostra lingua. In un’epoca in cui è vietato considerare l’omosessualità una malattia, non poteva che nascere una leggenda nera intorno alla sua figura e alla sua terapia. Il 30 per cento dei clienti di Nicolosi, infatti, ha abbandonato definitivamente l’omosessualità.
DOTTOR NICOLOSI, OMOSESSUALI SI NASCE?
Non esiste una prova conclusiva che le persone nascano omosessuali, non ci sono dimostrazioni decisive a livello genetico, biologico o di studi sul Dna. Molte persone credono di avere scoperto il “gene gay”, ma questo non è affatto vero. Potrebbe esserci una qualche predisposizione biologica, ma anche se ci fosse, non sarebbe determinante: i bambini nati con questa predisposizione temperamentale hanno comunque bisogno della classica “costellazione familiare” per trasformarla in un orientamento omosessuale. Questa “costellazione familiare” ha uno schema classico, ripetutamente documentato nel corso degli anni: una madre eccessivamente presente, invadente, dominante, e un padre distante, distaccato e/o ostile.
CIRCA 25 ANNI FA, DOPO UNA LUNGA ATTIVITÀ DICIAMO ORDINARIA, COME TUTTI GLI PSICOLOGI LEI “SCOPRE” IL DRAMMA ESISTENZIALE DI MOLTI “OMOSESSUALI NON GAY”, CHE CIOÈ NON ACCETTANO LA PROPRIA CONDIZIONE. COSÌ NASCE E SI ARTICOLA LA TERAPIA CHE LEI CHIAMA “RIPARATIVA”. DI COSA SI TRATTA?
La terapia riparativa deve prendere le mosse dalla motivazione al cambiamento da parte del cliente. È lui che desidera risolvere qualcosa nella sua vita che gli causa disagio. Sogna un giorno di sposarsi e avere una famiglia; probabilmente si è dedicato a pratiche o ha assunto comportamenti omosessuali che ha trovato insoddisfacenti; ha vissuto per un po’ nella subcultura gay e ne è stato deluso e sta ora cercando di ridurre qualcosa che trova insoddisfacente, che gli crea infelicità, e desidera aumentare il suo potenziale eterosessuale. Quando il cliente è motivato comincia a comprendere come alcuni eventi della sua infanzia hanno posto le fondamenta per un adattamento omosessuale. Di solito comincia a riconoscere che la sua storia personale si inquadra nella classica triade familiare prima descritta; può darsi che identifichi momenti particolarmente traumatici, momenti di intensa vergogna riguardo la propria autostima, la propria identità di maschio, la formazione della propria identità di genere come maschio. Questi momenti allora diventano il punto focale della terapia. Si tratta di sciogliere i traumi del passato. Un altro fattore importante nella terapia è lo sviluppo di amicizie maschili significative. Il cliente comincia a rendersi conto che ciò che sta dietro la sua attrazione per lo stesso sesso in realtà non ha affatto carattere sessuale, ma è un desiderio di quelle che chiamiamo le tre A: attenzione, affetto, approvazione. Questi sono bisogni affettivi, bisogni di identificazione, e man mano che essi vengono soddisfatti attraverso amicizie profonde, in molti casi il cliente scopre che le sue tendenze omosessuali diminuiscono.
LA TEORIA RIPARATIVA È EFFICACE? SECONDO I SUOI CRITICI SAREBBE DANNOSA...
La terapia è efficace. Faccio questo lavoro da 25 anni e vediamo regolarmente che le persone cambiano. Questo non vuol dire che il cambiamento sia istantaneo o facile. È una terapia molto difficile e lunga, ma ovviamente ogni individuo può decidere quanto vuole restare in terapia, quanto vuole proseguire. Ognuno è libero di sceglierne l’estensione, ma in media la terapia dura due anni, a conclusione dei quali i sentimenti omosessuali residuali del cliente non sono più fonte di disagio per lui, non sono più compulsivi, ma vengono gestiti e congedati consentendo di rifocalizzare l’attenzione sulla propria vita eterosessuale. Per quanto riguarda i possibili danni, il dato di fatto è che non è mai stato sottoposto alla nostra attenzione un solo caso di danno derivante da essa. Come per ogni altro tipo di terapia, procedere rispettando sempre i desideri e i sentimenti del cliente è la garanzia contro il danno. Il cliente non viene mai forzato o spinto a fare o credere qualcosa che non sia vero per lui. Quindi i princìpi di ogni buona terapia, indipendentemente da quale sia il problema, valgono anche per la terapia riparativa.
IN ITALIA IL TERMINE “RIPARATIVO” ACCOSTATO AL CONCETTO DI OMOSESSUALITÀ SUSCITA REAZIONI NEGATIVE.
Sono stato io a coniare l’espressione “terapia riparativa”. Il concetto di riparativo è di origine psicoanalitica. Esso spiega che il sintomo, di qualsiasi sintomo si tratti, è in realtà un desiderio di autoguarigione. Quindi diciamo “terapia riparativa” perché il cliente prende coscienza che i suoi sentimenti omosessuali, il suo comportamento omosessuale sono in realtà un tentativo di “riparare se stesso”. Egli sta cercando di acquisire qualcosa che manca nel suo passato, cioè la relazione affettiva con altri uomini. Quindi il concetto che l’omosessualità è un impulso riparativo è in realtà confortante e consolante per il cliente, perché comprende che il suo comportamento non dice: “Sei un pervertito, sei uno strano, una persona malata”, ma dice invece: “Il tuo desiderio omosessuale affonda in realtà le sue radici in un desiderio naturale”. Quindi questo è molto confortante per il cliente. Tuttavia i miei critici vogliono intendere la parola “riparare” nel suo aspetto superficiale. Per quanto spesso io chiarisca il termine “riparativo”, ci sono sempre persone che continuano a fraintenderlo di proposito.
DOTTOR NICOLOSI, I SUOI CRITICI E ALCUNI SUOI COLLEGHI DICONO CHE LEI È AL DI FUORI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA INTERNAZIONALE, CHE L’AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION LE HA PROIBITO DI ESERCITARE LA PROFESSIONE.
È falso. Sono membro dell’Apa da più di dieci anni, continuo a esserlo, nessuno mi ha proibito di esercitare la professione. Sono anche membro della Psychoanalytic Division dell’Apa. Credo che noi siamo nel regno della scienza, mentre molte altre associazioni di professionisti sono state trascinate da gruppi rappresentanti interessi particolari fuori dalla scienza e dentro la politica. Se stessimo facendo qualcosa di sbagliato, sarebbe l’Apa ad attivarsi contro di noi. Invece siamo noi a incalzare l’Apa, sfidandola ad essere più scientifica.

Fonte: Tempi, 25 Maggio 2010

6 - JOSEPH NICOLOSI CONTESTATO A BRESCIA DALLE ASSOCIAZIONI GAY
La tollerante cultura contemporanea non tollera che si mettano in discussione i suoi dogmi
Autore: Valerio Pece - Fonte: RMFonline, 14 giugno 2010

Il 21 e il 22 maggio, a Brescia, il noto psicologo americano Joseph Nicolosi è stato protagonista di un importante convegno in cui ha illustrato le modalità (teoria e prassi) con cui aiutare le persone con pulsioni omosessuali indesiderate. Tema scomodo, problema enorme.
Ad invitarlo, un cartello di diciannove associazioni: da Alleanza Cattolica a Scienza & Vita di Brescia e Milano, da Agapo (Associazione Genitori e Amici di Persone Omosessuali) a Nuove Onde, da Gruppo Lot a Medici Cattolici di Brescia.
Credete che i giornali, dopo aver ospitato, quelli sì, i comunicati stampa di un'indignatissimo Arcigay, abbiano anche pensato ad approfondire, magari un pochino, un tema così serio? Certo che no. Guai. L'unica eccezione nel mare del conformismo a mezzo stampa è stata Tempi, settimanale cordialmente battagliero, che ha ospitato un'intervista di Marco Invernizzi a Joseph Nicolosi e un allarmante approfondimento del Presidente di Agapo, Michele Gastaldo.
Eppure la notizia c'era tutta, sarebbe bastato soltanto leggere il depliant del convegno, un incredibile stato dell'arte sulla moderna educazione sessuale. "Secondo il pensiero 'gender' - si legge - non esiste il sesso inteso come differenza ontologica tra uomo e donna (...), gli stessi cinque generi (etero, omo, lesbo, bisessuale e trans) altro non sarebbero che espressioni convenzionali per indicare alcuni punti situati all'interno di un 'continuum identitario' ai cui estremi opposti vi sono la figura del cosiddetto maschio identitario e della cosiddetta femmina identitaria".
Chiaro? "Un continuum", cioè un ribaltamento concettuale devastante nel quale, lo si voglia o no, siamo immersi visto che già oggi il "Gender Mainstreaming" rappresenta la politica ufficiale dell'Unione Europea. "In ossequio a questa linea - scrive su Tempi il presidente di Agapo - l'Unione Europea ha infatti cominciato a parlare di 'ruoli stereotipati' (tipicamente maschili, tipicamente femminili) e a penalizzarli". E aggiunge: "Dal momento che certe rivendicazioni del movimento gay non ottengono il consenso della maggioranza in un confronto democratico aperto, esse vengono fatte passare 'top-down', dall'alto verso il basso, attraverso campagne di immagine e leggi apparentemente innocue, o attraverso organismi internazionali del cui lavoro poche persone sono a conoscenza. Al tempo stesso si delegittimano le persone che esprimono dissenso come razziste o omofobe, si tenta di trasformarle in 'fuorilegge', rovesciando il concetto di tolleranza nel suo esatto contrario".
Ma se la lobby gay si presenta sempre più orgogliosa e compatta, la realtà dei singoli è spesso un'altra: vite segnate da sofferenza e solitudine. Come spiegare altrimenti i Centri Narth fondati da Nicolosi sparsi ormai in tutto il mondo se non con l’arrivo di migliaia di richieste di aiuto?
Eppure è stata completamente sottaciuta la vera posta in gioco: la libertà negata. La domanda è semplice: coloro che provano pulsioni omosessuali indesiderate (e non sono pochi) hanno o no il diritto di chiedere di essere aiutati a recuperare l'eterosessualità che desiderano? Questo è il punto, il resto sono divagazioni ideologiche.
Peccato però che "per statuto" non possano esserci omosessuali infelici. Chi ha pulsioni omosessuali indesiderate semplicemente, come dire, non esiste. Non tornerebbero i conti, è la solita vecchia storia: se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti. Viene in mente Pasolini con il suo terribile travaglio interiore.
Una nota positiva: la Chiesa bresciana. Che, a differenza della stampa, si è mossa con sapienza, evitando note ufficiali ma di fatto appoggiando il simposio con l'invio strategico di schiere di catechisti pronti a familiarizzare con la "teoria ripartiva" di Nicolosi per riportarla nelle comunità parrocchiali. Magari prima che per legge non sia più possibile neanche parlarne.
È che alla Chiesa l'uomo sta troppo a cuore perché possa riservarsi enclaves socio-culturali, gabbie dorate di silenzio, dentro cui, per paura del mondo, zittirsi. Non vuole averne, e questo è già uno scandalo.

Fonte: RMFonline, 14 giugno 2010

7 - VEGLIA PER LA CHIUSURA DELL'ANNO SACERDOTALE
Il Papa teologo invita a curare la formazione con il Catechismo della Chiesa Cattolica, sintesi della nostra fede e criterio per valutare la teologia
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Fonte: vatican.va, 10 giugno 2010

DOMANDA: Santità, sono Mathias Agnero e vengo dall’Africa, precisamente dalla Costa d’Avorio. Lei è un Papa-teologo, mentre noi, quando riusciamo, leggiamo appena qualche libro di teologia per la formazione. Ci pare, tuttavia, che si sia creata una frattura tra teologia e dottrina e, ancor più, tra teologia e spiritualità. Si sente la necessità che lo studio non sia tutto accademico ma alimenti la nostra spiritualità. Ne sentiamo il bisogno nello stesso ministero pastorale. Talvolta la teo-logia non sembra avere Dio al centro e Gesù Cristo come primo “luogo teologico”, ma abbia invece i gusti e le tendenze diffuse; e la conseguenza è il proliferare di opinioni soggettive che permettono l’introdursi, anche nella Chiesa, di un pensiero non cattolico. Come non disorientarci nella nostra vita e nel nostro ministero, quando è il mondo che giudica la fede e non viceversa? Ci sentiamo “scentrati”!
RISPOSTA DEL PAPA: Grazie. Lei tocca un problema molto difficile e doloroso. C’è realmente una teologia che vuole soprattutto essere accademica, apparire scientifica e dimentica la realtà vitale, la presenza di Dio, la sua presenza tra di noi, il suo parlare oggi, non solo nel passato. Già san Bonaventura ha distinto due forme di teologia, nel suo tempo; ha detto: “c’è una teologia che viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto, fa passare Dio da soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe essere soggetto che ci parla e ci guida”. C’è realmente questo abuso della teologia, che è arroganza della ragione e non nutre la fede, ma oscura la presenza di Dio nel mondo. Poi, c’è una teologia che vuole conoscere di più per amore dell’amato, è stimolata dall’amore e guidata dall’amore, vuole conoscere di più l’amato. E questa è la vera teologia, che viene dall’amore di Dio, di Cristo e vuole entrare più profondamente in comunione con Cristo. In realtà, le tentazioni, oggi, sono grandi; soprattutto, si impone la cosiddetta “visione moderna del mondo” (Bultmann, “modernes Weltbild”), che diventa il criterio di quanto sarebbe possibile o impossibile. E così, proprio con questo criterio che tutto è come sempre, che tutti gli avvenimenti storici sono dello stesso genere, si esclude proprio la novità del Vangelo, si esclude l’irruzione di Dio, la vera novità che è la gioia della nostra fede. Che cosa fare? Io direi prima di tutto ai teologi: abbiate coraggio. E vorrei dire un grande grazie anche ai tanti teologi che fanno un buon lavoro. Ci sono gli abusi, lo sappiamo, ma in tutte le parti del mondo ci sono tanti teologi che vivono veramente della Parola di Dio, si nutrono della meditazione, vivono la fede della Chiesa e vogliono aiutare affinché la fede sia presente nel nostro oggi. A questi teologi vorrei dire un grande “grazie”. E direi ai teologi in generale: “non abbiate paura di questo fantasma della scientificità!”. Io seguo la teologia dal ’46; ho incominciato a studiare la teologia nel gennaio ’46 e quindi ho visto quasi tre generazioni di teologi, e posso dire: le ipotesi che in quel tempo, e poi negli anni Sessanta e Ottanta erano le più nuove, assolutamente scientifiche, assolutamente quasi dogmatiche, nel frattempo sono invecchiate e non valgono più! Molte di loro appaiono quasi ridicole. Quindi, avere il coraggio di resistere all’apparente scientificità, di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, ma pensare realmente a partire dalla grande fede della Chiesa, che è presente in tutti i tempi e ci apre l’accesso alla verità. Soprattutto, anche, non pensare che la ragione positivistica, che esclude il trascendente - che non può essere accessibile - sia la vera ragione! Questa ragione debole, che presenta solo le cose sperimentabili, è realmente una ragione insufficiente. Noi teologi dobbiamo usare la ragione grande, che è aperta alla grandezza di Dio. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il positivismo alla questione delle radici dell’essere. Questo mi sembra di grande importanza. Quindi, occorre avere il coraggio della grande, ampia ragione, avere l’umiltà di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, vivere della grande fede della Chiesa di tutti i tempi. Non c’è una maggioranza contro la maggioranza dei Santi: la vera maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo orientarci! Poi, ai seminaristi e ai sacerdoti dico lo stesso: pensate che la Sacra Scrittura non è un Libro isolato: è vivente nella comunità vivente della Chiesa, che è lo stesso soggetto in tutti i secoli e garantisce la presenza della Parola di Dio. Il Signore ci ha dato la Chiesa come soggetto vivo, con la struttura dei Vescovi in comunione con il Papa, e questa grande realtà dei Vescovi del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la testimonianza della verità permanente. Abbiamo fiducia in questo Magistero permanente della comunione dei Vescovi con il Papa, che ci rappresenta la presenza della Parola. E poi, abbiamo anche fiducia nella vita della Chiesa e, soprattutto, dobbiamo essere critici. Certamente la formazione teologica – questo vorrei dire ai seminaristi – è molto importante. Nel nostro tempo dobbiamo conoscere bene la Sacra Scrittura, anche proprio contro gli attacchi delle sette; dobbiamo essere realmente amici della Parola. Dobbiamo conoscere anche le correnti del nostro tempo per poter rispondere ragionevolmente, per poter dare – come dice San Pietro – “ragione della nostra fede”. La formazione è molto importante. Ma dobbiamo essere anche critici: il criterio della fede è il criterio con il quale vedere anche i teologi e le teologie. Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un criterio assolutamente sicuro nel Catechismo della Chiesa Cattolica: qui vediamo la sintesi della nostra fede, e questo Catechismo è veramente il criterio per vedere dove va una teologia accettabile o non accettabile. Quindi, raccomando la lettura, lo studio di questo testo, e così possiamo andare avanti con una teologia critica nel senso positivo, cioè critica contro le tendenze della moda e aperta alle vere novità, alla profondità inesauribile della Parola di Dio, che si rivela nuova in tutti i tempi, anche nel nostro tempo. (...)

Fonte: Fonte: vatican.va, 10 giugno 2010

8 - OMELIA PER LA XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 9,51-62)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 27 giugno 2010)

Con la pagina del Vangelo di oggi continuiamo ad imparare cosa significa seguire Gesù. La scorsa domenica abbiamo meditato insieme che seguire Gesù significa ripercorrere la via del Calvario per raggiungere la gloria della Vita eterna. Quest’oggi continuiamo il discorso dicendo che, per seguire Gesù, dobbiamo metterlo al di sopra di tutto, al di sopra anche degli affetti più cari e più santi come possono essere gli affetti familiari. Con questo non si vuole assolutamente dire che bisogna spezzare questi legami, ma si vuole unicamente affermare che al di sopra di queste relazioni vi è Dio, il quale deve essere amato con tutto il cuore e con tutte le nostre forze. Amare qualcosa o qualcuno al di sopra o anche alla pari di Dio, sarebbe un peccato contro il primo Comandamento.
A volte, poi, accade di trovarsi come ad un bivio. Da una parte ci sono questi legami umani molto forti; dall’altra vi è la Volontà di Dio che chiama a qualcosa di superiore. Cosa fare? Il cristiano non deve esitare a scegliere Dio e la sua gloria. Pensiamo a san Francesco d’Assisi. A un certo punto della sua vita si sentì chiamato da Dio a rinunciare a tutto per seguire Gesù in povertà e umiltà. A questo suo proposito si oppose tenacemente il padre che voleva fare di lui un ricco mercante. San Francesco non esitò un attimo e, pur con il comprensibile dolore di figlio affettuoso, seppe seguire la chiamata divina e divenne il grande Santo che tutti conosciamo. Se avesse ceduto alle insistenze paterne, noi oggi non saremo qui a parlare di lui.
Gesù insegna questa dottrina adoperando delle espressioni molto forti. A un giovane che voleva seguirlo ovunque, il Maestro dice: «Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). Con queste parole Gesù voleva far comprendere a quel giovane il distacco dalle cose materiali, al punto che Egli, Gesù, non aveva niente su questa terra, nemmeno un guanciale per il riposo. Questo ci insegna a usare le cose di questo mondo senza attaccarci il cuore, perché in Paradiso non porteremo nemmeno uno spillo, ma soltanto le opere buone da noi compiute.
Ad un altro che chiedeva a Gesù il tempo di seppellire il padre, Gesù rispose: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio» (Lc 9,60). Ad un altro, infine, che voleva accomiatarsi da quelli di casa sua, Gesù disse: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). Sono certamente parole molto forti che devono farci comprendere ancora una volta che al di sopra di tutto c’è Dio e la sua gloria.
Per comprendere meglio queste parole, pensiamo a tanti nostri fratelli che si sono convertiti al Cristianesimo provenendo da altre religioni. Per alcuni di loro, ricevere il Battesimo è equivalso a tagliare radicalmente con tutto il loro ambiente familiare, con la loro cultura, con tutti gli affetti che prima avevano nutrito. Essi hanno sentito fortemente che Gesù li chiamava e hanno trovato la forza anche di fuggire letteralmente dalle loro terre, senza speranza di tornarvi, pur di ricevere il dono del Battesimo e divenire cristiani. Preghiamo per loro e preghiamo per tutti quelli che desiderano fare altrettanto ma, per ora, non trovano la forza.
Di fronte ad esempi così eroici di fortezza, noi rimaniamo confusi. Sforziamoci perlomeno di dimostrare la nostra fedeltà a Dio, mettendolo sempre al primo posto con la preghiera quotidiana, non accontentandoci di dargli solo le briciole del nostro tempo, ma di iniziare e terminare le nostre giornate con una intensa preghiera, domandandogli sinceramente di indicarci la sua Volontà, come fece san Francesco d’Assisi.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 27 giugno 2010)

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