BastaBugie n°66 del 23 gennaio 2009

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1 LA BUONA NOTIZIA E' CHE DIO ESISTE. QUELLA CATTIVA E' CHE QUALCUNO, NON USANDO LA RAGIONE, LO NEGA!

Autore: 17 gennaio 2009 - Fonte:
2 ISLAM ALL'ATTACCO?
No e' l'Europa che si sta suicidando
Autore: Michele Brambilla - Fonte: 21 dicembre 2008
3 SCIENZA E FEDE SONO AMICHE
Intervista al fisico Antonino Zichichi
Autore: Bruno Volpe - Fonte: 13/12/07
4 ECCO PERCHE' GIORNALI E TV NON VEDEVANO L'ORA CHE BUSH SI TOGLIESSE DI MEZZO

Autore: Elena Molinari - Fonte: 17 gennaio 2009
5 LA TURCHIA E IL RICONOSCIMENTO DEL GENOCIDIO DEGLI ARMENI
Piccoli passi...
Autore: Geries Othman - Fonte: 19/01/2009
6 COSA HA DETTO VERAMENTE IL PAPA PER LA GIORNATA DELLA PACE 2009

Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: Avvenire
7 CONVENZIONE ONU SUGLI HANDICAPPATI
Sei disabile, ti abortisco
Autore: Mario Palmaro - Fonte: 4 Dicembre 2008
8 IL GESÙ DEL CARDINALE MARTINI NON AVREBBE MAI SCRITTO LA HUMANAE VITAE

Autore: Sandro Magister - Fonte: 3 novembre 2008
9 SESSO
La proposta di Gesu' ti interessa?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte:

1 - LA BUONA NOTIZIA E' CHE DIO ESISTE. QUELLA CATTIVA E' CHE QUALCUNO, NON USANDO LA RAGIONE, LO NEGA!

Autore: 17 gennaio 2009 - Fonte:

La notizia può sembrare di quelle che fanno ridere: su alcuni autobus una pubblicità in favore dell'ateismo.
 
E’ un fatto che certamente sa di goliardia. Ma non è trascurabile. Essa va denunciata e ad essa va data una risposta. Monsignor Ravasi ha detto che all'ateismo sistematizzato, pensato e riflettuto (alla Nietzsche e alla Marx per intenderci) va dato una risposta; ma questo tipo di ateismo (monsignor Ravasi allude alla pubblicità) va trattato per quello che è, ovvero una goliardata e basta.
 Fermo restando che siamo nel campo delle opinioni e delle possibili strategie da attuare, noi crediamo però che la necessità di rispondere non si misuri dall'autorevolezza dell'offesa o dalla sua organicità e complessità, quanto dal pericolo che essa rappresenta, ovvero dal numero di anime a cui può parlare ed eventualmente contaminare. Anni fa, quando ci fu l'uscita del romanzo "Il Codice da Vinci" non ritenemmo opportuno intervenire. Lo facemmo invece quando uscì la realizzazione cinematografica del romanzo, convinti com'eravamo che avrebbe riguardato un numero di persone molto ma molto maggiore: pochi leggono i romanzi, molti vanno a vedere i film. Pensate voi quante persone possano vedere i cartelloni pubblicitari.
 Certo, qui non si tratta di organizzare convegni sul tema, piuttosto sono fatti, questi, che devono ancor più spingerci affinchè la nostra catechesi s'incentri sulle verità fondamentali, e quindi anche su un argomento come quello della pubblicità in questione...che è poi l'argomento degli argomenti: l'esistenza di Dio.
 Purtroppo questi tristi episodi richiamano due missioni importanti che noi cattolici abbiamo negli ultimi tempi dimenticato.
La prima è quella, appunto, di ricordare le grandi verità della Fede. Se solo c'impegnassimo a divulgare il catechismo (nella sua semplicità e schematicità) con la stessa passione con cui organizziamo marce per la pace o proteste contro gli inceneritori, forse riusciremmo più facilmente a persuaderci e a persuadere. Negli ultimi decenni abbiamo trascurato le opere di misericordia spirituale a favore delle pur importanti opere di misericordia corporale. Non dedichiamo più tempo ad annunciare le verità fondamentali. Sembra che uno dei più geniali colpi di Satana sia proprio quello di farci sprecare tutte le nostre energie in cose non importanti e quindi distogliendoci dal fondamentale. Tornando ai rifiuti e agli inceneritori, a Napoli, nei mesi dell’emergenza, molte parrocchie si sono talmente impegnate da meritarsi titoli come questi: Napoli. Lezioni in chiesa per raccogliere i rifiuti. Diapositive dopo la Messa e campagne differenziate (Corriere della Sera), Raccolta differenziata. Parrocchie in prima linea (Avvenire). Ci chiediamo: lo stesso impegno viene profuso per denunciare il dilagare dell’apostasia e del peccato mortale? Molte anime vanno all'inferno, la gente muore senza sacerdote...e noi ci preoccupiamo della raccolta differenziata, dell'inquinamento atmosferico, della chimicizzazione dell'agricoltura o del fumo passivo.
La seconda cosa che abbiamo dimenticato è lo spirito di riparazione...anche sociale.
Chiediamoci: le famiglie e le nazioni sono importanti nell'economia della salvezza? Certamente. L'uomo non si salva prescindendo da ciò che naturalmente la Provvidenza pone nella sua vita, tanto è vero che nulla impedisce di credere che l'angelo custode non sia solo per  i singoli uomini ma anche per tutte queste realtà. A Fatima, le apparizioni della Vergine furono precedute da quelle di un angelo che si definì anche come "Angelo del Portogallo".
Ma torniamo alla famiglie e alle nazioni. Mentre l'uomo riceve il suo giudizio dopo la morte, queste invece possono ricevere il loro giudizio solo in questa vita. Così, mentre l'uomo può purificare le proprie pene accumulate anche dopo la morte, le famiglie, le società e le nazioni devono scontare tutto già su questa terra. Da qui l'importanza di pregare, mortificarsi e riparare. I santi, questo, lo hanno sempre capito...e lo hanno sempre detto.
Tutte queste cose che hanno una valenza sociale (anche la pubblicità a favore dell’ateismo)  attirano castighi da parte di Dio. Nascondersi questa verità non è all'insegna di quella santa scaltrezza a cui c'invita il Signore (cfr.Luca 16, 1-8).


2 - ISLAM ALL'ATTACCO?
No e' l'Europa che si sta suicidando
Autore: Michele Brambilla - Fonte: 21 dicembre 2008

La notizia è identica a tante altre che ci siamo ormai abituati a registrare, ogni anno, nell’imminenza del Natale: a Ravenna 17 asili su 22 hanno proibito il presepe. Identica è anche la motivazione della messa al bando: la volontà di «non offendere» i bambini non cristiani, che poi vuol dire i bambini musulmani, in larga maggioranza tra gli stranieri, anche se in larghissima minoranza tra gli iscritti agli asili. Comunque, per rispetto a quella «minoranza», niente presepe: e quindi anche niente Tu scendi dalle stelle, niente Astro del ciel, niente Adeste fideles, niente recita, non parliamo poi di una messa. È probabile che fra breve venga anche proibito ai bambini di far menzione in classe della scatola del Lego trovata sotto l’albero.
C’è però qualcosa di nuovo, in quel che è accaduto a Ravenna. Questa volta la comunità musulmana, evidentemente stufa di essere poi presa a bersaglio dell’indignazione di quei pochi ormai rimasti a indignarsi, insomma stufa di fare da capro espiatorio, ha fatto sentire la sua voce. «Il presepe non urta nessuno», ha detto Mustapha Toumi, segretario del Centro di cultura e Studi islamici della Romagna, che ha aggiunto: «La natività è il simbolo che spiega la venuta al mondo di Gesù, profeta amato dal popolo musulmano». Parole che sarebbero un’ovvietà, se solo si conoscesse l’abc della religione islamica, per la quale Gesù non è l’Incarnazione di Dio (come credono i cristiani) ma è comunque un grande profeta, secondo solo a Maometto.
Infatti, se è una «novità» la pubblica reazione degli islamici di Romagna, è anche incontestabile che mai abbiamo avuto notizia, negli anni scorsi, di manifestazioni di islamici contro il presepe: siamo sempre stati noi italiani, noi occidentali, noi laici a volerli cancellare dal panorama natalizio. Le uniche proteste contro i simboli cristiani provenienti dal mondo islamico sono venute da quel pittoresco personaggio di Adel Smith, cittadino italiano a tutti gli affetti, figlio di un italiano che si chiama «Smith» solo per via di antenati scozzesi. Quando, il 7 novembre 2001, a Porta a porta Adel Smith insultò il crocefisso («un cadaverino appeso a due legnetti»), la Comunità islamica italiana prese immediatamente le distanze.
Quel che è successo a Ravenna speriamo sia, insomma, la caduta di una foglia di fico, di un’ipocrisia tenuta in vita fino ad ora per occultare la verità: siamo noi che stiamo cercando di spazzare via il cristianesimo dalla nostra cultura e dalla nostra vita. Il «rispetto della sensibilità musulmana» è solo un pretesto, prova ne sia la festa di Ognissanti, altra ricorrenza cristiana ormai di fatto soppressa, e non per favorire la convivenza con altre religioni: è bastato trovare, come succedaneo, un’americanata come Halloween. Certo: il rischio di un’islamizzazione dell’Occidente, denunciato da Oriana Fallaci e da tanti altri, è reale. Ma se ciò avverrà, non sarà perché gli islamici ci avranno ammazzati: sarà perché noi ci saremo suicidati.
Qualcuno ironizza quando la Chiesa cattolica lamenta di sentirsi aggredita e accerchiata per essere ridotta a un ruolo di assoluta marginalità. Ma è un dato di fatto che i mezzi di informazione, la scuola, la politica e in generale tutta la cultura parlano un linguaggio estraneo - quando non apertamente ostile - al cristianesimo. Un fenomeno che non viene negato neppure da chi di questa cultura ormai a-cristiana è portatore. Ma che viene giustificato con la semplice necessità di separare Stato e fede, o con una sorta di autodifesa contro le continue ingerenze della Chiesa in questioni politiche.
In realtà, le «continue ingerenze» - più in materia etica che politica - sono un quasi disperato tentativo di far sentire ancora la propria voce in un mondo che vive neanche più «contro», ma semplicemente «senza» riferimenti al vangelo. La politica non basta a spiegare un’offensiva che ha in realtà radici ben più profonde: le stesse che hanno portato la cristianità, in duemila anni di storia, a essere ciclicamente perseguitata. Non a caso il cristiano crede che la Chiesa sussisterà fino alla fine dei tempi: ma non certo come maggioranza, bensì come «piccolo gregge».

Fonte: 21 dicembre 2008

3 - SCIENZA E FEDE SONO AMICHE
Intervista al fisico Antonino Zichichi
Autore: Bruno Volpe - Fonte: 13/12/07

La compatibilità tra scienza e fede è uno dei punti fermi del Magistero di Benedetto XVI. Il Papa, infatti, sin dal suo insediamento nell'aprile del 2005, ha sempre affermato che queste due categorie, al contrario di quello che vorrebbero far credere alcuni, non sono assolutamente 'nemiche' e in contrasto tra loro ma, anzi, possono e devono camminare insieme, lungo la stessa strada. Una tesi che il fisico italiano Antonino Zichichi, tra gli scienziati più famosi al mondo, intervistato in esclusiva da 'Petrus', sottoscrive in pieno e senza esitazioni.
PROFESSORE, LEI HA LA STESSA CONVINZIONE DEL SANTO PADRE: SCIENZA E FEDE NON SONO 'AVVERSARIE'...
Esatto. E mi consenta di dire che ammiro molto il Papa per il modo convincente con cui lo va ripetendo ai fedeli e al mondo intero, malgrado molti 'critici' facciano orecchie da mercante.
DUNQUE, L'UOMO DI SCIENZA ZICHICHI HA LA STESSA VISIONE DELL'UOMO DI FEDE BENEDETTO XVI...
Guardi, non potrebbe essere altrimenti: non esiste nessuna battaglia tra scienza e fede. Basti pensare che l'inventore, il padre della scienza moderna, è proprio quel Galileo Galilei che, in malafede, si vuol far passare per ateo ma che, invece, era credente.
EPPURE, GLI ATEI ALLA PIERGIORGIO ODIFREDDI SCRIVONO LIBRI E VANNO IN TELEVISIONE PER DIFFONDERE IL LORO CONCETTO DI SCIENZA ONNIPOTENTE CHE PRETENDE DI SPIEGARE RAZIONALMENTE TUTTO CIÒ CHE CI CIRCONDA...
L'arroganza intellettuale di certi scienziati ormai è insostenibile ed è giunta al limite del tollerabile. Alcuni, poi, amano definirsi scienziati, anche se nella loro vita non hanno mai scoperto o inventato nulla di nuovo. Ecco, davanti a simili personaggi respingo con ancora più forza la logica secondo la quale la scienza sia nemica della fede.
FATTO STA CHE, PURTROPPO, MOLTI SCIENZIATI CONTINUANO AD AFFERMARE CHE DIO NON ESISTE.
A questi signori dico: provatemi che Dio non c'è. Veda, l'ateismo è un atto di fede nel nulla cosmico. Noi non siamo figli del caso, né per caso siamo venuti al mondo. Negare il trascendente significa ammazzare la logica. Ateismo e scientismo, in più, sono contraddittori: mirano a spiegare e dimostrare tutto ben sapendo che ciò non sarà mai possibile.
PROFESSORE, GLI ATEI E GLI SCIENZIATI POTREBBERO RISPONDERLE RIBALTANDO LA DOMANDA: SIANO I CREDENTI A PROVARE L'ESISTENZA DI DIO.
Ma noi cattolici non dobbiamo provare niente a nessuno. Le grandi acquisizioni della scienza, l'intelligenza superiore, il meccanismo perfetto sono la dimostrazione più evidente della presenza di Dio. Perchè l'origine di tutto il mondo è divina e Dio stesso è tutto.
NON C'È CHE DIRE, C'È PIENA SINTONIA TRA LEI E IL PAPA...
Certamente. Benedetto XVI, con molto buon senso, da tempo porta avanti una pacifica battaglia per far capire che la fede non è nemica della scienza e della ragione. Le due categorie, infatti, possono coabitare proprio partendo dal presupposto che esistono delle realtà trascendenti che, per loro natura divina, non possono avere dimostrazione scientifica.
PER DIRLA IN PAROLE POVERE, NON SIAMO FIGLI DEL CASO...
Dire che siamo figli del caso, significa bestemmiare. La natura è una creazione divina ed armoniosa, figlia di una mente superiore. Riporre cieca ed assoluta fiducia nella scienza equivale ad un dogma al contrario. Certi atei e scienziati accusano i cattolici di dogmatismo, e non si rendono conto che hanno fatto della scienza un dogma, una verità di fede. Si tratta di un'assurdità! Indubbiamente è necessario coltivare le scoperte e il progresso, ma guardando sempre a Dio, al trascendente.
PROFESSOR ZICHICHI, IN CONCLUSIONE: CHI HA FEDE, MA ANCHE CHI NE È PRIVO, COME DEVE ADOPERARE LA SCIENZA?
Rispondo in maniera sintetica ma, spero, chiara: i progressi della tecnologia devono essere al servizio dell'uomo e non contro l'uomo.

Fonte: 13/12/07

4 - ECCO PERCHE' GIORNALI E TV NON VEDEVANO L'ORA CHE BUSH SI TOGLIESSE DI MEZZO

Autore: Elena Molinari - Fonte: 17 gennaio 2009

Bush crea una giornata per la sacralità della vita.

 La difesa della vita era stato uno dei primi atti di George W. Bush alla Casa Bianca. La proclamazione della sua sacralità è uno degli ultimi. A tre giorni dall’insediamento di un nuovo capo di Stato favorevole all’aborto e a meno da una settimana dalla grande Marcia annuale per la vita di Washington, il presidente americano ha fatto del 18 gennaio la «Giornata nazionale per la sacralità della vita umana». Nel documento istitutivo l’ancora per poco inquilino della Casa Bianca ha dichiarato con forza che «la vita umana è un dono del Creatore ed è sacro, unico e degno di essere protetto ». Il giorno per la sacralità della vita viene dunque istituito perché ovunque in America si riconosca che ogni persona «compresa ogni persona che aspetta di nascere», ha un posto e uno scopo speciale in questo mondo.
  Bush va oltre, affermando che «il dovere primario del governo è di proteggere la vita degli innocenti». Quindi ricorda che la sua amministrazione ha fatto tutto quanto in suo potere per promuovere una cultura della vita: facilitando l’adozione, sostenendo leggi che impongono di informare i genitori ogni volta che una minorenne vuole abortire, e rifiutandosi di finanziare le Ong che incoraggiano l’aborto. Il presidente ricorda che nel 2002 firmò la prima legge che assicura protezione ai neonati che sopravvivono a un tentativo d’aborto, mentre l’anno successivo mise al bando le interruzioni di gravidanza dell’ultimo trimestre.
  A ulteriore prova della sua difesa dei diritti dei non-nati, Bush cita la legge del 2004 che considera ogni crimine commesso nei confronti di una donna incinta come commesso nei confronti di due persone. Bush fa anche riferimento alla scienza e alla ricerca: «I nostri valori ci devono guidare quando sfruttiamo i doni della scienza. Nel nostro zelo per nuovi trattamenti e cure, non dobbiamo mai abbandonare i nostri fondamentali valori morali. Possiamo raggiungere le più grandi conquiste che tutti noi cerchiamo rispettando il dono della vita». George W. si congeda dunque dagli americani ricordando loro che «la sacralità della vita è scritta nei cuori di tutti gli uomini e di tutte le donne» e invitandoli a costruire «una società in cui ogni bambino è benvenuto alla vita e protetto dalla legge».
  Da più parti ci si aspetta invece che Barack Obama userà proprio uno dei suoi primissimi decreti per capovolgere alcuni ordini presidenziali voluti da Bush. In particolare il no al finanziamento federale della ricerca su nuove linee embrionali con cui Bush inaugurò il suo arrivo alla Casa Bianca. Consapevoli di questa possibilità, i vescovi americani sono tornati a rivolgersi ieri al presidente eletto, augurandosi che il cambiamento in arrivo per gli Stati Uniti sia contraddistinto «da un impegno comune in favore della vita umana, dei più deboli e della pace». Nel testo, firmato dal presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Chicago Francis George, si ribadisce il sostegno della Chiesa al matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna, e si chiede con forza l’attuazione di politiche per ridurre il numero di aborti. Inequivocabile è poi l’assicurazione che i vescovi «si opporranno a misure per espandere l’aborto».

Fonte: 17 gennaio 2009

5 - LA TURCHIA E IL RICONOSCIMENTO DEL GENOCIDIO DEGLI ARMENI
Piccoli passi...
Autore: Geries Othman - Fonte: 19/01/2009

La nuova consapevolezza è frutto del sangue di Hrant Dink, il giornalista ucciso due anni fa. Persone collegate al suo omicidio compaiono anche nel processo Ergenekon, il gruppo clandestino ultra-nazionalista accusato di pensare ad un colpo di Stato.
“Il mio cuore non accetta che la gente sia insensibile alla grande tragedia che gli armeni ottomani hanno vissuto nel 1915. Respingo questa ingiustizia e condividendo il loro dolore e sentimento, chiedo scusa ai miei fratelli armeni”. Questa la quanto mai coraggiosa petizione online, lanciata da trecento intellettuali turchi (giornalisti, scrittori e docenti universitari) per chiedere il riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni durante la Prima guerra mondiale. Da un mese sta circolando su Internet e ha già raccolto più di 27.650 firme di cittadini turchi.
 Forse non sarà una petizione a cambiare l’intransigenza da sempre mostrata dai governi turchi nei confronti del genocidio degli armeni, ma sicuramente è un segnale che qualcosa sta cambiando nell’opinione pubblica della nazione.
 Questo è certo uno dei frutti più significativi del sangue versato due anni fa da Hrant Dink: giornalista armeno turco assassinato per strada con tre colpi di pistola nel centro di Istanbul. Condannato a sei mesi per “insulto all’identità turca”, in base all’articolo 301 della Costituzione per aver osato parlare, da armeno, di genocidio, nelle pagine del suo settimanale Agos e nelle interviste che rilasciava all’estero, diventò “il nemico dei turchi” e fu in fondo condannato a morte proprio da quella giustizia di Stato che avrebbe dovuto difendere un suo cittadino e il suo diritto di parola.
 Era il 19 gennaio 2007 quando venne ucciso da un giovane ultranazionalista. E a due anni di distanza, appare sempre più chiaro che nella vicenda del fondatore e direttore di Agos, per la quale è in corso un processo sempre più lontano dalla conclusione ci sono tutti i mali della Turchia: il nazionalismo anti-armeno e anti-cristiano, i limiti alla libertà di espressione, lo strapotere delle forze dell'ordine e di alcuni politici, le difficoltà del Paese a fare i conti con il passato.
 Sul banco degli imputati per il processo Dink ci sono 18 uomini. Sono Ogun Samast, il giovane che ha premuto il grilletto, e i suoi 17 complici, con storie molto diverse, ma accomunati dal fanatismo ultranazionalista. E non a caso, anche nel grande processo che sta sconvolgendo da più di un anno tutta la Turchia per il coinvolgimento di noti personaggi politici e militari, ci sono anche uomini implicati con l’omicidio di Dink. Sì, tra gli 86 arrestati per Ergenekon, il gruppo clandestino ultra-nazionalista che univa burocrati, militari in pensione, nazionalisti e gang criminali c’è Veli Kucuk generale in pensione che aveva minacciato di morte Hrant Dink. e Kemal Kerincsiz, l'avvocato che più volte aveva portato Dink in tribunale per "denigrazione dell'identità turca" e anche Fuat Turgut, avvocato del mandante dell'omicidio Dink.
 L'omicidio di Dink è stato uno shock per tutta la Turchia: ovunque foto giganti dell’assassinato, candele sul marciapiede, 100mila democratici al funerale coi cartelli “Siamo tutti armeni”. Nessuno mai si sarebbe aspettata una partecipazione così vistosa e sentita. Incoraggia la solidarietà dei democratici e degli intellettuali, sono sempre più numerosi i sostenitori di Agos, con migliaia di nuovi abbonamenti, e incoraggia la petizione online, ma c’è ancora anche irrigidimento e prese di posizioni contrarie forti.
 Quasi un secolo dopo, il genocidio degli armeni resta ancora difficile da affrontare in Turchia. E così, benché il presidente turco Abdullah Gul, si sia  schierato nei giorni scorsi a sostegno della campagna lanciata su Internet e abbia affermato che tutti hanno il diritto di esprimere liberamente la propria opinione, contro di essa si sono levate le proteste di ex ambasciatori e diplomatici che l´hanno definita sbagliata e contro gli interessi nazionali. Lo stesso primo ministro Recep Tayyip Erdogan, dopo le reazioni rabbiose da parte dei circoli nazionalistici, ha preso le distanze da questo appello degli intellettuali che presentano le loro scuse alle vittime: “Respingo questa campagna - ha affermato - e non la sostengo. Non ho commesso alcun crimine, di che dovrei scusarmi?”.
 Così, dieci giorni fa, sei magistrati turchi hanno presentato una petizione chiedendo che vengano puniti gli organizzatori della campagna. Come se non bastasse Arat Dink, figlio del giornalista armeno, è ora sotto processo, con la richiesta di una condanna a sei mesi, ai sensi del famigerato art. 301, con l’accusa di “insulto all’identità turca”. Motivo dell’imputazione, la pubblicazione su Agos (di cui è diventato editore dopo l’assassinio del padre) di un’intervista rilasciata da Hrant nel luglio 2006 all’agenzia Reuters e nella quale si faceva espresso riferimento al genocidio del popolo armeno.
 Ma fino a quando potrà andare avanti questo braccio di ferro sul negazionismo? Quando il 6 settembre 2008 il presidente Gul, ha visitato Yerevan, capitale dell’Armenia, per assistere ad una partita di calcio tra Turchia e Armenia, a differenza degli altri capi di Stato, si è rifiutato di entrare nel museo che raccoglie documentari e fotografie del genocidio. Tuttavia, sempre più turisti e giornalisti turchi visitano questo museo. ”Sono più di 500 i turchi che sono venuti qui nel 2008. Un numero enorme per noi, senza precedenti”, ha detto Hayk Demoyan, direttore del Museo. “La loro, inizialmente, è sempre una reazione di shock. D’impatto rimangono sconvolti e negano. I più, poi, cominciano ad interrogarsi sulla storia della propria nazione. Sicuramente tornano a casa diversi”.
E’ proprio quanto sosteneva Hrant Dink a difesa del popolo turco, che amava. Quando gli si chiedeva come mai i turchi non volevano ammettere il genocidio, rispondeva che ciò non era motivato da cinismo o ipocrisia, ma “perché pensano che un genocidio è una cosa brutta, che loro non farebbero mai, e perché non possono credere che i loro antenati lo avrebbero fatto. Lo negano principalmente perché non lo conoscono, non ne sanno nulla. Lo percepiscono solo come una minaccia alla loro identità”.
 Proprio l’assassinio di Hrant Dink ha portato alla luce fermenti di solidarietà e di consapevolezza, impensabili solo qualche anno fa. Segnali di speranza, speranza in un processo certamente lento e lungo, faticoso e contrastato, ma che porterà la Turchia a fare i conti con questo “buco nero” della sua storia, uscendone rinforzata. Molti infatti non hanno dubbi: se questa sindrome di negazione non viene debellata, aprendo un dibattito sereno su tutti i capitoli della storia turca moderna, sarà molto difficile che il Paese possa compiere la trasformazione da Stato autoritario a Stato democratico, basato sul riconoscimento dei diritti universali.  In gioco c’è non tanto il passato, quanto il futuro della Turchia. “C’è bisogno - sosteneva Dink in un’intervista a Radikal nel 2006 - di un processo in cui l’informazione e l’espressione si liberino. Con lo sviluppo della nostra democrazia, a mano a mano che impariamo, anche le nostre coscienze cominceranno a mettersi in movimento. Deve esserci libertà di espressione. Una Turchia che non riesce a parlare con se stessa non avrà nulla da dire agli armeni. (…) Non intendiamo rimanere arenati nella storia. Ciò che conta è riuscire a salvaguardare il nostro avvenire”.

Fonte: 19/01/2009

6 - COSA HA DETTO VERAMENTE IL PAPA PER LA GIORNATA DELLA PACE 2009

Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: Avvenire

Il messaggio di papa Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace 2009 (“Combattere la povertà, costruire la pace”) pur radicandosi nella solida tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, rappresenta una novità eccezionale per la chiarezza di giudizio con cui affronta certi temi controversi (anche nel mondo cattolico) e per le implicazioni ecclesiali, politiche ed economiche che ne derivano. E’ un documento che dai media è stato sostanzialmente ignorato o ridotto nella sua portata (il solito e scontato appello del Papa alla solidarietà), e per questo è importante ripercorrerne invece alcuni punti particolarmente significativi.
1. La globalizzazione. Contrariamente a quanto si  è letto sui media, il messaggio di Benedetto XVI non è una condanna o una dura critica della globalizzazione, stile no-global. Al contrario è un invito a una vera globalizzazione, che vuol dire considerare tutti gli uomini e tutti i fattori che rendono un uomo tale. Per questo il Papa critica la riduzione economica della globalizzazione e sollecita ad “avere della povertà una visione ampia ed articolata” con esplicito riferimento alle “povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali”, ovvero “emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale”. In altre parole si deve puntare allo sviluppo integrale della persona e a tutte le persone “nella consapevole prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino”. Guai, dunque, a fidarsi soltanto delle  analisi economiche o sociologiche, sia che si tratti di sostenere il liberismo o il no-globalismo.
2. Il problema culturale. Proseguendo su questo filone il Papa accenna a una questione molto importante, ovvero al fatto che “la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse”. Quando si parla di sviluppo, questo è un aspetto decisivo quanto trascurato: quando ci si trova di fronte a culture – vedi l’Africa – dove donne e bambini valgono meno degli animali (che quindi, ad esempio, non vengono usati come aiuto nei lavori agricoli); oppure di fronte a culture che hanno una visione negativa del lavoro (praticamente tutte al di fuori del cristianesimo), riservato quindi alle classi servili, appare chiaro che non si può liquidare la povertà come semplice colpa dei ricchi. Peraltro proprio la questione culturale dovrebbe spingere i cattolici a comprendere quanto, in chiave di sviluppo, sia decisiva l’opera di evangelizzazione: se riguardiamo con attenzione alla storia dell’Europa e dell’Occidente vediamo che proprio il cristianesimo è la chiave interpretativa che spiega lo sviluppo e il primato nel mondo che dura da secoli.
3. La questione demografica. Il messaggio del Papa condanna con chiarezza la visione  che vede “la povertà spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico”. I miliardi di dollari spesi ogni anno dalla comunità internazionale per le campagne di riduzione delle nascite sono dunque la risposta sbagliata al problema della povertà. Non solo:  lungi dall’essere un aiuto allo sviluppo “lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l’eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani”. Senza dimenticare, dice il Papa, che “nel 1981 circa il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico”.
4. La crisi alimentare. Contrariamente a quanto si è tentato di far credere nei mesi scorsi “l’attuale crisi alimentare è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze”. Ancora una volta il Papa sostiene che non c’è un problema di mancanza di risorse dovuto a uno squilibrio tra loro disponibilità e popolazione da soddisfare. A dimostrarlo è il drastico calo dei prezzi alimentari di base e del petrolio negli ultimi mesi dopo l’impennata dell’anno scorso che aveva fatto gridare all’esurimento delle risorse.
5. Modelli economici e aiuti allo sviluppo.  Un aspetto molto importante sottolineato dal Papa è la critica radicale all’assistenzialismo: “Non si può negare – si legge nel Messaggio – che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all’origine di molti fallimenti nell’aiuto ai Paesi poveri”. Se la vera globalizzazione coincide con lo sviluppo integrale di ogni persona e di tutti i popoli, il primo aiuto consiste nel mettere ogni uomo e ogni popolo nella condizione di sviluppare tutte le potenzialità: “Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell’iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine”. Inoltre il messaggio papale critica alla radice l’ottica redistribuzionista, tanto cara al terzomondismo, anche cattolico: “Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l’aumento del reddito pro capite non può costituire in assoluto il fine dell’azione politico-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per raggiungere l’obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgomberato il campo dall’illusione che una politica di pura redistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva. In un’economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro”. In effetti la disastrosa situazione economica di tanti Paesi è crisi soprattutto di produttività: dovrebbe far pensare il fatto che nei Paesi poveri si soffre la fame malgrado la stragrande maggioranza della popolazione sia dedita all’agricoltura e gli aiuti alimentari arrivino da quei Paesi in cui l’agricoltura è diventata un’attività economica secondaria.
In conclusione, si può affermare che contro lo ”sviluppo sostenibile” – che si basa su una visione negativa della popolazione e punta a frenare lo sviluppo e la crescita economica – il Papa rilancia lo “sviluppo solidale”, che riconosce il primato della persona umana – prima vera risorsa –, si basa dunque sul riconoscimento del comune destino che lega ogni uomo e ogni popolo, e chiede di allargare l’orizzonte dello sviluppo: a tutta la persona e a tutti i popoli.

Fonte: Avvenire

7 - CONVENZIONE ONU SUGLI HANDICAPPATI
Sei disabile, ti abortisco
Autore: Mario Palmaro - Fonte: 4 Dicembre 2008

 La Santa Sede ha fatto benissimo a pronunciare il suo “gran rifiuto”: la Chiesa non firmerà la Convenzione sui disabili approvata dall’Onu. E lo farà per un motivo chiaro a chiunque sia sano di mente: non si può prevedere il diritto alla uccisione volontaria di soggetti che una convenzione dice di voler proteggere. Perché di questo stiamo parlando: agli articoli 23 e 25 della convenzione l’Onu fa riferimento alla «salute sessuale e riproduttiva». Termini inequivocabili che nel linguaggio internazionale comprendono il ricorso all’aborto volontario legale, gratuito e sicuro.
Questo significa che i disabili hanno tutti i diritti di questo mondo, tranne quello di nascere. Risultato finale: la Convenzione per i diritti dei portatori di handicap, creata per proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni riguardo all’esercizio dei loro diritti, può essere usata per negare il basilare diritto alla vita delle persone disabili non ancora nate.
Se c’è qualcuno capace di disinnescare la contraddizione logica, giuridica e morale fra queste due opposte condotte, si faccia pure avanti.
D’altra parte, però, gioverà ricordare ai più distratti che questa deriva eugenetica è quotidianamente praticata negli ambulatori e negli ospedali italiani, in coerenza con la vigente legge 194 del 1978. La quale – dietro al penosa foglia di fico della “salute psicofisica della donna” – nasconde la banalissima motivazione eugenetica: se il figlio risulta “malato”, meglio non farlo nascere. Cioè, abortirlo. Ciò che avviene anche nella legge 40 sulla fecondazione artificiale: si pretende di produrre un figlio ad ogni costo, salvo poi eliminarlo se non risulta perfetto!
Con il che se ne ricava – sempre usando la logica elementare – che la condanna del Vaticano nei confronti della Convenzione dell’Onu per i disabili in “salsa abortista” colpisce in modo identico tutte le leggi che, come la 194 e in modo diverso la 40, prevedano l’aborto per nascituri con problemi di salute.
C’è insomma di che riflettere per tutti coloro che, anche in buona fede, hanno accreditato l’immagine di una 194 “buona ma applicata male”, “con delle parti buone”, “una delle migliori leggi al mondo”. La legge italiana sull’aborto è perfettamente coerente alla logica eugenetica e maltusiana che si respira al Palazzo di Vetro: se sei handicappato, in nome dei tuoi diritti civili, non ti facciamo nascere. Cioè, ti uccidiamo.

Fonte: 4 Dicembre 2008

8 - IL GESÙ DEL CARDINALE MARTINI NON AVREBBE MAI SCRITTO LA HUMANAE VITAE

Autore: Sandro Magister - Fonte: 3 novembre 2008

È un Gesù che lotta contro l'ingiustizia. E quindi anche contro le "bugie" e i "danni" dell'enciclica in cui Paolo VI vietò la contraccezione artificiale. Così scrive l'ex arcivescovo di Milano nel suo ultimo libro. Intanto però, in un altro libro, due studiose tratteggiano diversamente lo spirito di quel documento
Nel suo ultimo libro-intervista, uscito prima in Germania e ora anche in Italia, il cardinale Carlo Maria Martini si autodefinisce non un antipapa come spesso è dipinto dai media, ma "un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre".
Stando comunque a quello che si legge nel libro, sono molti i punti su cui il cardinale Martini appare parecchio distante dal papa regnante e dai suoi ultimi predecessori.
Se si confrontano, ad esempio, il "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI e il Gesù descritto dal cardinale Martini in questo libro, la lontananza è impressionante. La dice bene il gesuita tedesco che fa da intervistatore, padre Georg Sporschill, senza nascondere a chi dà la sua preferenza:
"Il libro del pontefice è una professione di fede nel buon Gesù. Il cardinale Martini ci pone di fronte a Gesù da un'altra prospettiva. Gesù è l'amico del pubblicano e del peccatore. Ascolta le domande della gioventù. Porta scompiglio. Lotta con noi contro l'ingiustizia".
Proprio così. Nelle parole del cardinale, il Discorso della Montagna è una carta dei diritti degli oppressi. La giustizia è "l'attributo fondamentale di Dio" e "il criterio di distinzione" con cui Egli ci giudica. L'inferno "esiste ed è già sulla terra": nella predicazione di Gesù era semplicemente "un monito" a non produrre troppo inferno quaggiù. Il purgatorio è anch'esso "un'immagine", sviluppata questa volta dalla Chiesa, "una delle rappresentazioni umane che mostra come sia possibile essere preservati dall'inferno". La speranza finale è "che Dio ci accolga tutti", quando la giustizia cederà il passo alla misericordia.
Lo stile espressivo di Martini è come sempre il chiaroscuro, lo sfumato, fin dal titolo di questo suo ultimo libro: "Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede". Sul celibato del clero, ad esempio, dice e non dice. E così sulle donne prete. E così sull'omosessualità. E così sul preservativo. Anche quando critica la gerarchia della Chiesa non fa i nomi, né delle persone né delle cose.
Ma questa volta un'eccezione c'è. In un capitolo del libro, il bersaglio esplicito è l'enciclica di Paolo VI del 1968 "Humanae Vitae" sul matrimonio e la procreazione. Martini l'accusa d'aver prodotto "un grave danno" col divieto della contraccezione artificiale: "molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone".
A Paolo VI, Martini imputa d'aver celato deliberatamente la verità, lasciando che fossero poi i teologi e i pastori a rimediare, adattando i precetti alla pratica:
"Io Paolo VI l'ho conosciuto bene. Con l'enciclica voleva esprimere considerazione per la vita umana. Ad alcuni amici spiegò il suo intento servendosi di un paragone: anche se non si deve mentire, a volte non è possibile fare altrimenti; forse occorre nascondere la verità, oppure è inevitabile dire una bugia. Spetta ai moralisti spiegare dove comincia il peccato, soprattutto nei casi in cui esiste un dovere più grande della trasmissione della vita".
In effetti, prosegue il cardinale, "dopo l'enciclica Humanae Vitae i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, seguirono, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti". Un orientamento che esprime "una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi".
Dopo Paolo VI venne però Giovanni Paolo II, che "seguì la via di una rigorosa applicazione" dei divieti dell'enciclica. "Non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell'infallibilità papale".
E dopo Giovanni Paolo II è venuto Benedetto XVI. Martini non ne fa il nome e non sembra fare su di lui affidamento, ma azzarda questa previsione:
"Probabilmente il papa non ritirerà l'enciclica, ma può scriverne una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d'animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza".
Fin qui Martini. Chi si limitasse però a leggere il suo ultimo libro non imparerebbe nulla né della lettera né tanto meno dello spirito di quella contestatissima enciclica.
Molto più istruttivo, da questo punto di vista, è il discorso che papa Joseph Ratzinger ha dedicato alla "Humanae Vitae" il 10 maggio di quest'anno. Illustrandone i contenuti, ha affermato che "a quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato".

Fonte: 3 novembre 2008

9 - SESSO
La proposta di Gesu' ti interessa?
Autore: Giacomo Biffi - Fonte:

La sfida della castità.

Entro la secolare vicenda dell’umanità – così monotona e ripetitiva nelle sue spirituali opacità, nelle sue sconfitte morali, nelle sue enigmatiche sofferenze – l’avvento del "piccolo gregge" di Cristo è stata forse la sola novità sostanziale: qualcosa di inedito e di positivamente originale è finalmente comparso sulla faccia della terra.
Si è affacciata per la prima volta la carità come altissimo ideale di vita: [...] un ideale ammirato spesso anche [...] dai non cristiani, pur se difficile da imitare; una testimonianza che talora ha fatto riflettere anche quelli che non sono avvezzi a far posto a Dio nei loro pensieri.
Ciò che invece è stato percepito dal mondo come qualcosa di ostico e di repulsivo nella mentalità e nello stile della Chiesa è l’ideale, il programma, la testimonianza della castità. [...] Essa si configura fin dall’inizio come una vera e propria sfida. E resta una sfida anche nei confronti della mentalità più diffusa e prevalente ai nostri giorni. [...]
UNA EVIDENTE INCOMPATIBILITÀ
Quando si affaccia alla ribalta della storia – nel mondo greco-romano, oltre che nei territori dell’antico regno d’Israele – il cristianesimo deve fare i conti con una cultura contrassegnata da una concezione dell’erotismo, da una pratica della sessualità, da una regolamentazione dell’istituto matrimoniale, che è percepita subito come estranea all’indole dell’Evangelo e anzi come stridente con l’umanità nuova, nata dall’evento pasquale.
Ma non ci furono esitazioni: s’impose dall’inizio la persuasione universale e compatta che in tale materia non fossero ammissibili ambiguità o compromessi. Il "popolo nuovo", emerso dall’acqua e dallo Spirito, doveva distinguersi – oltre che per il fenomeno inaudito dello stile di amore fraterno – anche per una forma esigente e radicale di castità. Tutte le attestazioni in nostro possesso sono concordi. [...] Lo si evince dagli elenchi delle trasgressioni inammissibili nell’esistenza cristiana, che perciò escludono dall’approdo al Regno di Dio; elenchi che con sollecitudine pastorale vengono proposti alle comunità dei credenti:
"Non illudetevi: né immorali (pornòi), né idolatri, né adùlteri (moichòi), né depravati (malakòi), né sodomiti (arsenokòitai), né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio" (1 Corinzi 6, 9).
"Sappiatelo bene, nessun fornicatore (pòrnos) o impuro (akàthartos) o avaro, cioè nessun idolatra, avrà in eredità il regno di Cristo e di Dio" (Efesini 5, 5).
"Sono ben note le opere della carne: fornicazione (pornèia), impurità (akatharsìa), dissolutezza (asèlgheia)…; riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: che chi le compie non erediterà il regno di Dio" (Galati 5, 19-21).
ESIGENZA DI SANTITÀ
Una condotta casta è tra i segni necessari e più riconoscibili del passaggio sostanziale avvenuto col battesimo tra il modo di vivere degradato e indegno, tipico del paganesimo, e uno stato di purezza nuova: è uno stacco netto tra le vecchie abitudini e la novità pasquale:
"Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità per l’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione" (Romani 6, 19).
"È finito il tempo trascorso nel soddisfare le passioni dei pagani vivendo nei vizi (en aselghèiais)" (1 Pietro 4, 3).
Non è una sessuofobia ossessiva e neppure un moralismo esasperato a ispirare questo comportamento. È piuttosto una consapevolezza senza precedenti della esigenza di santificazione, che proviene dall’aver aderito al Dio tre volte santo:
"Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impurità (apò tes pornèias), che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio" (1 Tessalonicesi 4, 3-5).
"Dio non ci ha chiamati all’impurità (epì akatharsìa), ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito" (1 Tessalonicesi 4, 7-8).
La giovane cristianità sente che è soprattutto l’immoralità sessuale del mondo ellenistico che merita il nome di impurità (akatharsìa) contraria a Dio.
VALORE DEL CORPO
Questa cultura, inaudita nella società greco-romana, non nasce da un eccessivo spiritualismo: qui non c’è quella diffidenza verso ciò che è materiale e corporeo, che serpeggiava nelle ideologie di matrice platonica (ma era ignota alla mentalità israelitica).
Al contrario essa si alimenta e si esprime col rispetto verso il corpo, il quale nella prospettiva cristiana è ritenuto realtà sacra e strumento di santificazione:
"State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi. Lo avete ricevuto da Dio, e voi non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" (1 Corinzi 6, 18-20).
C’è, secondo san Paolo, come una "dimensione liturgica" della castità:
"Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale" (Romani 12, 1).
Si capisce come la Chiesa abbia reagito subito alla disistima gnostica del matrimonio, disistima che nello gnosticismo arriva alla proibizione (cfr. 1 Timoteo 4, 3) e ne abbia difeso la dignità:
"Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio" (Ebrei 13, 4).
La nuova umanità del battezzato si rivela anche nel suo linguaggio, che deve rifuggire dal turpiloquio o anche solo dalle espressioni volgari, perché nei "santi" (così vengono chiamati i cristiani nelle lettere apostoliche) l’attenzione alla castità è totalizzante e deve rifulgere in ogni manifestazione dell’"uomo nuovo", anche nel suo contegno generale e nelle sue parole:
"Gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni (aischrologhìan) che escono dalla vostra bocca" (Colossesi 3, 8).
"Di fornicazione e di ogni specie d’impurità o di cupidigia, neppure si parli tra voi, – come deve essere tra santi – né di volgarità, insulsaggini, trivialità: che sono cose sconvenienti" (Efesini 5, 3-4).
LA QUESTIONE DELL'OMOSESSUALITÀ
Riguardo al problema oggi emergente dell’omosessualità, secondo la concezione cristiana bisogna distinguere il rispetto dovuto sempre alle persone, che comporta il rifiuto di ogni loro emarginazione sociale e politica (salva la natura inderogabile della realtà matrimoniale e familiare), dalla doverosa riprovazione di ogni esaltata ideologia dell’omosessualità.
La parola di Dio – come la conosciamo in una pagina della lettera ai Romani dell’apostolo Paolo – ci offre anzi un’interpretazione teologica del fenomeno della dilagante aberrazione ideologica e culturale in questa materia: tale aberrazione, si afferma, è al tempo stesso la prova e il risultato dell’esclusione di Dio dall’attenzione collettiva e dalla vita sociale, e del rifiuto di dargli la gloria dovuta.
L’estromissione del Creatore determina un deragliamento universale della ragione:
"Si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti" (Romani 1, 21-22).
In conseguenza di questo accecamento intellettuale, si è verificata la caduta comportamentale e teorica nella più completa dissolutezza:
"Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra di loro i propri corpi" (Romani 1, 24).
E a prevenire ogni equivoco e ogni lettura accomodante, l’Apostolo prosegue in un’analisi impressionante, formulata con termini del tutto espliciti:
"Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Egualmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne" (Romani 1, 26-28).
Infine san Paolo si premura di osservare che l’abiezione estrema si ha quando "gli autori di tali cose... non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa" (Romani 1, 32).
È una pagina del Libro ispirato che nessuna autorità umana può costringerci a censurare. E neppure ci è consentita, se vogliamo essere fedeli alla parola di Dio, la pusillanimità di passarla sotto silenzio per la preoccupazione di apparire non "politicamente corretti".
Dobbiamo anzi far notare la singolare attualità di questo insegnamento della divina Rivelazione: ciò che san Paolo rilevava come avvenuto nella vicenda culturale del mondo greco-romano, si dimostra profeticamente corrispondente a ciò che si è verificato nella cultura occidentale in questi ultimi secoli: l’estromissione del Creatore – fino a proclamare grottescamente la "morte di Dio" – ha avuto come conseguenza e quasi come intrinseca punizione un dilagare di un’ideologia sessuale aberrante, ignota, nella sua arroganza, alle epoche precedenti.
IL PENSIERO DI CRISTO
Gesù, generalmente parlando, ha toccato poche volte queste tematiche: e sempre con uno stile sobrio, però al tempo stesso inequivocabile e risoluto. In materia di morale sessuale, egli si rivela in contrasto non solo con le abitudini dei pagani, ma anche con qualche persuasione diffusa in Israele.
Non è d’altra parte immaginabile che l’annuncio pasquale e la proposta della comunità cristiana, con la loro carica di novità e di non conformismo, non si attenessero pur su questo punto alla piena fedeltà al Vangelo e non si siano proposti la perfetta consonanza col magistero del Signore, custodito e trasmesso dalla predicazione degli Apostoli.
Gesù non dubita di annoverare anche le violazioni della castità tra i comportamenti che attentano alla dignità dell’uomo e alla sua purezza interiore, precisando inoltre che la corruzione del "cuore" (cioè del mondo interiore) è la fonte e la misura della responsabilità (e quindi della colpevolezza) delle azioni perpetrate:
"Dal cuore provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Questo rende impuro l'uomo" (Matteo 15, 19-20).
Addirittura Gesù ritiene – ed è tipico della sua antropologia – che la castità sia violata già nel segreto dell’animo quando è accolto il desiderio riprovevole, prima che ci sia la consumazione dell’atto peccaminoso:
"Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore" (Matteo 5, 28).
UN PROBLEMA RABBINICO CIRCA IL MATRIMONIO
"È lecito a un uomo ripudiare la propria donna (gynàica) per qualsiasi motivo?" (Matteo 19, 3). La questione che i farisei propongono a Gesù aveva un riferimento preciso: si trattava di una questione che divideva le correnti rabbiniche dell’epoca.
La scuola di Shammai riteneva che l’unica ragione valida per procedere al ripudio fosse il cattivo comportamento morale, cioè la scostumatezza della moglie.
Per la scuola di Hillel invece bastava qualche inconveniente nella vita coniugalee: anche solo l’abitudine a salare troppo i cibi o l’aver lasciato bruciare la pietanza.
Proseguendo su tale linea permissiva, Rabbi Aquiba poche decine d’anni dopo arriverà a ritenere ragione sufficiente la possibilità da parte del marito di sposare una donna più bella.
LA RISPOSTA DI GESÙ
Gesù non si lascia impigliare nelle controversie dei dottori della legge né si dimostra condizionato dai comportamenti diffusi tra gli ebrei. Il suo è un colpo d’ala: la sua risposta è che bisogna rifarsi al disegno originario di Dio:
"In principio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due diventeranno una carne sola. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto" (Marco 10,6-9).
"In principio": questo "principio" nel quale è stata ideata e decisa la creazione (cfr. Genesi 1, 1: en archè) include già la prospettiva cristologica ed ecclesiologica, secondo la quale la realtà nuziale è segno e figura dell’unione che lega il Redentore all’umanità rinnovata, e la stessa distinzione dei sessi è allusione alla dialettica e alla comunione tra Cristo e la Chiesa.
È una visione così sublime e inattesa del matrimonio che i discepoli, trasecolati, si rifugiano nel sarcasmo: "Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (Matteo 19, 10).
Notiamo che la redazione di Marco dell’episodio suppone l’idea della sostanziale parità tra l’uomo e la donna: parità che non compariva nella disposizione mosaica:
"Chi ripudia la propria donna e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio" (Marco 10, 11-12).
Dal canto suo il vangelo di Luca ci ha conservato un altro detto di Gesù che ci offre un’ulteriore precisazione:
"Chiunque ripudia la propria donna e ne sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio" (Luca 16, 18).
Come si vede, la seconda parte della frase previene e scarta anche l’ipotesi che l’indissolubilità non valga più dopo che il vincolo sia stato rotto, come qualcuno ha pensato. E sconfesssa l’ipotesi che la legge dell’indissolubilità possa essere eccezionalmente violata, quando si tratti del coniuge ripudiato, non responsabile della rottura.
L’INCISO DI MATTEO
La redazione di Matteo aggiunge un inciso che non è di facile comprensione:
"Chiunque ripudia la propria donna (ten ghynàica autoù), tranne in caso di 'pornèia', e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Matteo 19, 9).
Che cos’è questa "pornèia"? Non può voler dire un cattivo comportamento morale della moglie, perché in tal caso Gesù si assimilerebbe alla scuola di Shammai (mentre la reazione dei discepoli si spiega solo con l’assoluta novità della sentenza di Cristo). D’altra parte, la perfetta concordanza di Marco, Luca e Paolo ci assicura che Gesù ritiene assoluto il principio dell’indissolubilità.
La soluzione più semplice è che qui si parli di una convivenza non sponsale con una donna; convivenza che non solo si può ma anche si deve interrompere. Così interpreta anche la Bibbia della conferenza episcopale italiana, che traduce: "Se non in caso di unione illegittima".
L’IDEALE E LA MISERICORDIA
Gesù annuncia senza attenuazioni e senza sconti lo splendente disegno originario del Padre sulla donna e sull’uomo; e perciò stesso ammonisce tutti a non deturpare quell’ideale di una vita casta e santa che ci è divinamente proposto. Però guarda sempre con simpatia e comprensione agli uomini che di fatto hanno avvilito quell’ideale con le loro prevaricazioni.
I peccatori sono da lui trattati con affettuosa cordialità. Non li ritiene estranei e lontani; piuttosto li considera la ragione della sua venuta nel mondo e i naturali destinatari della sua missione: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Matteo 9, 13; Marco 2, 17; Luca 5, 32).
Con questo atteggiamento benevolo riesce a salvare l’adultera dalla lapidazione (Giovanni 8, 1-11). Difende cavallerescamente una donna che nella narrazione è qualificata "una peccatrice di quella città" (Luca 7, 37). Avvia con la samaritana dalle molte esperienze un colloquio garbato e schietto che conquista il suo cuore (Giovanni 4, 5-42).
La sua non è la misericordia apparente del permissivismo: è la misericordia salvatrice che, senza disprezzare e umiliare, sospinge al ravvedimento e alla rinascita interiore.
IL "MISTERO GRANDE"
La trascendente visione cristiana del rapporto uomo-donna – e in essa la precisa ed esigente proposta di vita casta secondo la condizione propria di ciascuno – trova il suo fondamento e la sua ispirazione nel convincimento che quel rapporto è immagine della connessione sponsale che lega Cristo alla Chiesa.
È una lezione di "teologia anagogica" (che cioè si lascia illuminare dall’alto) impartitaci da san Paolo nella lettera agli Efesini. Nella reciproca donazione dei coniugi vive un "mistero grande" [...] che il Padre ha disegnato prima di tutti i secoli: "Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa" (Efesini 5, 32). L’amore del marito per la moglie evoca agli occhi dell’Apostolo l’amore di Cristo per la Chiesa: un amore che salva che purifica e santifica.
Il successivo magistero della Chiesa parlerà del matrimonio come di un "sacramento": un sacramento che, essendo allusione e figura del vincolo che fa del Redentore e dell’umanità redenta "una sola carne", attua negli sposi una speciale partecipazione a quell’evento, [...] entro il quale gli atti reciproci di donazione personale diventano occasione e veicolo di continua grazia.
Nessuna filosofia e nessuna religione è mai arrivata a esaltare così la vita sessuale; naturalmente la vita sessuale condotta secondo il piano originario di Dio.
UNA SFIDA SEMPRE ATTUALE
La castità annunciata e proposta dalla predicazione apostolica è stata senza dubbio una sfida alla mentalità e al comportamento dell’umanità di quei tempi. Ed è una sfida che anche oggi conserva intatta la sua attualità. Sotto un certo profilo anzi è diventata più necessaria e più urgente.
La nostra epoca è dominata e afflitta da una specie di pansessualismo. Il sesso è continuamente chiamato in causa: non solo negli enunciati sociali e psicologici, non solo nelle molteplici espressioni di arte e di cultura, non solo negli spettacoli e negli intrattenimenti; persino nei messaggi pubblicitari non si può fare a meno di evocarlo e di alludervi.
Abbiamo talvolta l’impressione di essere condizionati e intrigati da una misteriosa accolta di maniaci che impongono a tutti una loro degenerazione mentale. Sono gli stessi che non mancano mai di definire bigotti e bacchettoni quanti non si lasciano convincere dalle loro elevate argomentazioni. E con la loro tenacia e la loro intraprendenza raggiungono senza volerlo il malinconico traguardo di una oggettiva comicità.
REALISMO EVANGELICO
Senza dubbio agli occhi del mondo la visione cristiana appare fatalmente astratta e utopistica: nobile e bella – si dirà – ma troppo lontana dalla realtà effettuale.
A onor del vero quest’ideale di castità è proprio impossibile e vano per chi non vive con pienezza la vita battesimale, con i suoi appuntamenti sacramentali, con la contemplazione assidua dell’evento pasquale, con il giusto spazio dedicato alla preghiera, con la decisa e gioiosa condivisione dell’esperienza ecclesiale.
La ragione sta nel fatto che la castità non è virtù che si possa inseguire e acquisire da sola, fuori dal contesto di un’integrale sequela di Cristo. Invece nel contesto di un’integrale sequela di Cristo tutto diventa possibile, facile, gioioso: "Tutto posso in colui che mi dà la forza" (Filippesi 4, 13).


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