BastaBugie n°61 del 19 dicembre 2008

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1 LUSSEMBURGO 1
Che grande lezione dal granduca Henri
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: 11 dicembre 2008
2 LUSSEMBURGO 2
Il granduca non è solo
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: 11 dicembre 2008
3 SCUOLE PARITARIE
Soldi ai Vescovi? Non raccontiamo panzane
Autore: Marco Tarquinio - Fonte: 7 dicembre 2008
4 DIGNITAS PERSONAE
Il nuovo documento della istruzione della congregazione per la dottrina della fede
Fonte: 12 Dicembre 2008
5 METODI NATURALI
Funzionano nel 98% dei casi (più del profilattico), ma nessuno ce lo dice!
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
6 BENEDETTO XVI: LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO PUO' TRASFORMARSI IN ARBITRIO SE...

Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
7 SENZA LEGGE NATURALE I DIRITTI UMANI RIMANGONO FRAGILI PERCHE' PRIVI DI SOLIDO FONDAMENTO

Autore: Benedetto XVI - Fonte: 10 dicembre 2008
8 OMELIA PER LA NOTTE DI NATALE
Un Bambino è nato per noi!
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: 24 dicembre 2003

1 - LUSSEMBURGO 1
Che grande lezione dal granduca Henri
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: 11 dicembre 2008

All’eutanasia per legge, il Granduca Henri di Nassau-Weilburg ha detto no. Non nel suo Paese. E «no» a qualsiasi costo, visto che per evitare una crisi costituzionale insanabile su quella norma, fortemente voluta dal governo, ora il Lussemburgo si appresta a spogliarlo del potere di ratificare le leggi, riducendolo a una sorta di 'controfirmatore d’ufficio', privato del potere di bloccare le leggi approvate dal Parlamento. Lo ha annunciato il premier Jean-Claude Juncker nei giorni scorsi: in futuro il Granduca si limiterà a 'promulgare' e non 'ratificare' le leggi approvate dal Parlamento. È il prezzo 'politico' dell’andare controcorrente, difendendo la vita. Proprio come accadde nel 1990, quando lo zio del Granduca – l’ex re del Belgio Baldovino – per non ratificare la legge sull’aborto approvata dalle camere con un artificio legale si autosospese per 48 ore. Il governo riconobbe che il monarca «non era in grado di adempiere temporaneamente ai suoi compiti». In questo caso, invece, il Granduca perderà una volta per tutte il potere di rinviare le leggi alle camere: «Non parteciperà più al processo legislativo e si limiterà a controfirmare le leggi solo per completare formalmente le procedure», ha spiegato con freddezza il ministro della Giustizia Luc Frieden. A poco sembrano essere valse finora le manifestazioni di solidarietà nei suoi confronti: come quella di cinque deputati francesi che hanno lanciato un appello su Internet per sostenerlo.
  Il dibattito, pur essendo venuto alla ribalta nelle ultime settimane, va avanti da molto tempo. Punto di rottura, nel febbraio del 2008, quando fu adottato in prima lettura il «progetto di legge sul diritto a morire con dignità». La Camera si divise in modo netto: 30 furono i voti a favore, 26 quelli contrari.
  Nel testo della legge nulla è lasciato al caso, a partire dalla definizione di eutanasia («L’atto, praticato da un terzo, che pone intenzionalmente fine alla vita di una persona su richiesta della stessa») e di assistenza al suicidio («aiutare un’altra persona intenzionalmente a suicidarsi o fornirle i mezzi per questo scopo»). Secondo la legge, il medico che pratica l’eutanasia o che collabora al suicidio assistito non commette reato se sono soddisfatte precise condizioni: il paziente deve essere maggiorenne o «minorenne emancipato», capace e consapevole al momento della richiesta di morire, che deve essere fatta su base volontaria, ponderata ed esente da pressioni esterne. Interessante notare inoltre che, sempre secondo la legge,  condizione sufficiente per la depenalizzazione dell’eutanasia sia una sofferenza 'fisica o psichica' senza prospettive di miglioramento e non necessariamente dipendente da un fatto accidentale o patologico. Criterio, quest’ultimo, indubbiamente generico e che assume significato paradossale se si considera che ad oggi si sta discutendo parallelamente di una legge che vuole introdurre il diritto alle cure palliative per tutti i malati terminali. Cure palliative che rientrano tra gli obblighi informativi che secondo la legge sull’eutanasia sono dovere del medico nei confronti del paziente, il quale resta comunque l’ultimo soggetto che può decidere che «non vi è alcuna alternativa accettabile alla sua situazione».
  La legge stabilisce che la domanda di eutanasia deve essere fatta per iscritto dal paziente o da un adulto – eredi esclusi – da lui designato nel caso in cui per lo stesso paziente sia impossibile compilare la richiesta.
  Nell’articolo 3 si affronta il tema del «testamento di vita», con il quale una qualsiasi persona può chiedere che un medico, immune da ogni responsabilità penale, pratichi l’eutanasia una volta constatato che la medesima persona non è più capace di comunicare e che la situazione sia «grave ed incurabile», oltre che «irreversibile per lo stato attuale della scienza». Il testamento può essere cambiato o ritirato in qualsiasi momento (anche se risulta difficile capire come, una volta che il paziente si trovi in un grave stato che lo rende incapace di esprimere le sue nuove volontà). «Nessun medico è tenuto ad eseguire l’eutanasia o il suicidio assistito», si precisa nell’articolo 13, ma, nel caso di rifiuto, è necessario specificarne le ragioni e consegnare la documentazione medica ad un secondo medico indicato dal paziente.
  Questo, dunque, l’atto contro cui il Granduca avrebbe dimostrato la sua 'anacronistica' contrarietà. La Camera è chiamata oggi ad esprimersi sulla modifica dell’articolo 34 della Costituzione: in questo caso, dovrà limitarsi alla promulgazione entro tre mesi delle leggi votate, a cominciare proprio da quella sull’eutanasia.
  Una pratica per cui, a quanto pare, il mondo 'progressista' è disposto a cucire persino la bocca dei reali.

Fonte: 11 dicembre 2008

2 - LUSSEMBURGO 2
Il granduca non è solo
Autore: Lorenzo Schoepflin - Fonte: 11 dicembre 2008

Il granduca non è solo. Al suo fianco si schierano pezzi considerevoli dell’opinione pubblica lussemburghese. Dal direttore di giornale fino al cittadino comune. Basta navigare su Internet e si trovano numerose voci in suo appoggio.
  Una delle prime e più autorevoli a levarsi in difesa dell’operato di Henri di Nassau Weilburg è stata, il 3 dicembre, quella di Leon Zeches, direttore del Luxemburgischer Wort, maggiore quotidiano del piccolo granducato incastonato tra Germania, Francia e Belgio. Il giornale va in edicola in tedesco, ma ha anche sezioni in francese e lussemburghese, vende oltre 80mila copie ed è letto da circa 180mila persone. Ben oltre le difficoltà contingenti in cui il sovrano della monarchia costituzionale si è venuto a trovare per il suo rifiuto di apporre la firma a una legge sull’eutanasia, per il giornalista – che è consultore del Pontificio Consiglio della Cultura – sarà la storia a stabilire che questo comportamento, preso «dopo matura riflessione», ha il rango di «un eccezionale atto di coraggio civile». Così si legge in un articolo di fondo contenuto nello speciale su Internet (dal titolo «Monarchia al bivio») che il quotidiano dedica a questa crisi istituzionale senza precedenti. Il Capo di Stato «non è e non  si concepisce come una sagoma di cartone istituzionale, senza intelletto e anima», prosegue Zeches. E non lo si può tirare dove si vuole «a seconda del bisogno che si ha di una firma sotto qualsiasi cosa gli si presenti».
  L’opposizione morale di Henri è stata consapevole e convinta, tanto che non si è fermata davanti alle possibili conseguenze, rimarca l’editoriale. Infatti, egli – «uomo moderno, aperto e sincero» – si è riferito alle sue personali «convinzioni di fondo», alla sua morale, al suo «amore alla verità e al suo Paese».
  Ed è soprattutto il «rapporto diretto e cordiale», suo e della famiglia, con la popolazione a muoverlo, considera ancora Zeches. A partire da ciò, «egli senza dubbio desidera che questo Lussemburgo e i lussemburghesi rimangano quello che sono. Per questo c’è bisogno che nel Granducato non vengano valicati quei confini che non hanno niente a che fare con il progresso, quanto piuttosto con la distruzione». Lo scontro istituzionale avviene, per il direttore del quotidiano, su una legge «inutile» che è anche «assurdamente collegata a quella sulle cure palliative».
  Per approvarla in via definitiva si è avviata la riforma costituzionale che prevede per il granduca il solo diritto di promulgare formalmente le leggi, ma non più un potere di opporsi: «Sapeva che gli sarebbe capitato questo o qualcosa di simile. Nonostante ciò è rimasto fedele alle sue convinzioni in una delle questioni di maggiore importanza del nostro tempo. Molti invidieranno a noi lussemburghesi un capo di Stato che possiede un coraggio di tale grandezza», annota il giornalista.
  Settori della politica e della società lussemburghese non sono d’accordo con il granduca, ma il direttore dubita che le idee che costoro portano avanti «corrispondano a ciò di cui il Paese ha bisogno e che incarnino quei valori ai quali la gran parte della popolazione è attaccata».
  Di questi «fa parte anche una monarchia moderna e, per principio, al di sopra delle beghe di partito. Una monarchia che con questa piccola, fragile nazione e con il suo popolo ha vissuto sia i tempi belli sia quelli difficili». Zeches insiste sull’importanza per il Granducato di una guida salda. Per un piccolo Stato è bene avere continuità istituzionale ai vertici, per essere al riparo dalla 'politica politicante' e dal pericolo di frammentazione che la coesione nazionale può subire. «Forse per una nazione fragile come il Lussemburgo questo è addirittura il modo più sicuro per avere una chance di sopravvivenza ottimale in un mondo globalizzato».

Fonte: 11 dicembre 2008

3 - SCUOLE PARITARIE
Soldi ai Vescovi? Non raccontiamo panzane
Autore: Marco Tarquinio - Fonte: 7 dicembre 2008

 C’è un fraintendimento che sta prendendo piede nella pubblicistica nazionale – non nuovo per la verità, ma oggi particolarmente insistente – quello per il quale il problema dei tagli alla scuola paritaria sarebbe una questione che riguarda – faccia a faccia – la politica e i vescovi italiani. Il problema, in realtà, è ben altro, e concerne il rapporto tra lo Stato e una fetta consistente di suoi cittadini. In particolare, tutti quelli che nelle località in cui vivono si trovano a usufruire dell’unica offerta di scuola primaria là esistente, organizzata dal solo ente che finora si è fatto carico del problema formativo dell’infanzia, ossia la parrocchia. Il falso dualismo politica-vescovi, di cui dicevamo, che cosa induce a pensare? Che i vescovi chiedano per sé risorse che lo Stato deve riservare invece all’istruzione statale. Una rappresentazione del tutto falsa e fuorviante. Eppure il fatto che non poche diocesi e anche strutture della Cei si siano fatte carico di una sorta di «gratuito patrocinio morale» a sostegno delle crescenti preoccupazioni di tanti cittadini in difficoltà, è stato oggetto di questa deliberata distorsione. Così, più di qualcuno ha preso a gridare all’«ultimatum dei vescovi» per «ottenere più soldi». E l’intera vicenda è stata persino raccontata come l’evento di un giorno, consumatosi nel giro di pochi minuti, in un incredibile e insopportabile botta e risposta tra una Chiesa che batte cassa e uno Stato che risponde concedendo privilegi.
  La realtà, che tanti cittadini semplici conoscono assai bene, è invece sotto gli occhi di chiunque vuol vedere e capire davvero. Quello che da settimane, e ancora oggi, si alza è il drammatico allarme dei gestori delle tante scuole paritarie. I tagli, lo ripetiamo, colpiscono servizi al territorio e alla gente. E i «soldi» vanno (o non vanno) direttamente ed esclusivamente a strutture di servizio rivolte ai cittadini, non alla Chiesa.
  Qualche numero può essere utile a mettere a fuoco la questione. Le scuole paritarie servono circa la metà di tutti gli allievi della scuola dell’infanzia e, in totale, 1 milione e 72 mila bambini e ragazzi. Eppure, è proprio su questa realtà e non su altre – checché si vada dicendo e sia stato gridato in più di una piazza – che si è abbattuta per prima la scure dei tagli scolastici. Tagli da 133,4 milioni di euro annunciati nel 2009, tagli da 140 milioni – a tutt’oggi – effettuati senza annuncio per il 2008.
  Qualcuno ancora non ci crede? Possiamo capirlo. Il coro dei contestatori ufficiali (e massmediaticamente coccolati) ha finito per sovrastare ogni altra voce e ha reso quasi impercettibile il disperato grido dei responsabili di scuole sparse per tutta la Penisola e dei genitori dei ragazzi che le frequentano. Un’'onda' minore e snobbata. Che non ha certo protestato – e come avrebbe potuto? – per gli oltre 900 milioni in più che la scuola statale riceverà nel 2009 (chi non crede neanche a questo vada a controllare le tabelle allegate alla Finanziaria per il prossimo anno). Che per settimane non ha fatto risuonare invettive, ma invocato attenzione e un provvidenziale ripensamento per scongiurare la chiusura di migliaia di scuole. Lo ha chiesto e richiesto. Ricordando che se le paritarie fossero spazzate via, lo Stato dovrebbe investire almeno 6 miliardi di euro all’anno in più per l’istruzione. E facendo notare che le scuole paritarie non nuotano affatto nell’oro. In tutto, la scuola pubblica costerà nell’anno solare che si sta per concludere un po’ più di 58 miliardi di euro: 57 miliardi e 571 milioni sono infatti destinati alla scuola statale, appena 540 milioni alla paritaria non statale, cioè solo lo 0,9% del totale anche se a frequentarla è il 12% dell’intera popolazione scolastica.
  Questi sono i veri termini della questione. È quella modesta dote – 540 milioni per più di un milione di ragazzi – che si voleva rendere ancora più esigua. Ed è a questo disastro annunciato che, almeno in parte, il governo si appresta – speriamo – a porre rimedio. Dovrebbe essere una buona notizia per tutti. Certo lo è per centinaia di migliaia di famiglie.

Fonte: 7 dicembre 2008

4 - DIGNITAS PERSONAE
Il nuovo documento della istruzione della congregazione per la dottrina della fede
Fonte 12 Dicembre 2008

 «L'embrione umano ha fin dall'inizio la dignità propria della persona». Lo afferma Dignitas personae, la Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede pubblicata oggi che aggiorna la Donum vitae dell'87, nella quale gli esperti vaticani avevano deciso di non definire che «l'embrione è persona, per non impegnarsi in una affermazione di indole filosofica». Tuttavia, aggiunge «ha rilevato che esiste un nesso intrinseco tra la dimensione ontologica e il valore specifico di ogni essere umano». «Anche se la presenza di un'anima spirituale non può essere rilevata dall'osservazione di nessun dato sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza sull'embrione umano a fornire un'indicazione preziosa» in questo senso. Infatti, prosegue la Dignitas personae al punto 5, «la realtà dell'essere umano, per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare nè un cambiamento di natura nè una gradualità di valore morale, poichè possiede una piena qualificazione antropologica ed etica». «L'embrione umano - è la conclusione - ha fin dall'inizio la dignità propria della persona».
Nella conferenza stampa di presentazione, monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha detto che nel dare indicazioni riguardo alla dignità dell'embrione, il magistero della Chiesa non compie «nessuna invasione di campo» quando «entra in un ambito specifico come quello della sperimentazione sull'embrione, che è oggetto di più scienze di cui nessuna può arrogarsi il diritto di dire l'ultima parola». Riguardo agli indirizzi di bioetica «alcuni preferiranno ignorarli con supponenza come se non li riguardassero - prevede Fisichella - altri rincorreranno la via più facile della derisione ed altri ancora etichetteranno quelle pagine come foriere di buio oscurantismo che impedisce il progresso e la libera ricerca. Molti altri, infine, - ha aggiunto - condivideranno certamente la nostra preoccupazione e la nostra analisi». «Al di là degli schieramenti - ha osservato - ci saranno persone che saranno provocate a formulare qualche interrogativo». La Chiesa - previene Fisichella - non entra nell'ambito della scienza, ma «richiama tutti gli interessati alla responsabilità etica e sociale del loro operato». «Nessuna invasione di campo», dunque, ma «un contributo autorevole nella formazione della coscienza non solo dei credenti ma di quanti intendono porre ascolto alle argomentazioni che vengono portate», che «rientra pienamente nella missione della Chiesa».
Il documento ribadisce poi una serie di posizioni sui differenti aspetti della vita dell'embrione.
Contraccezione e Aborto. No a tutti i metodi contraccettivi e all'«intenzione dell'aborto» compresa nel semplice utilizzo di alcuni anticoncezionali. La Santa Sede ha così ribadito il divieto per tutti gli anticoncezionali, sia quelli tradizionali, che «impediscono il concepimento a seguito di un atto sessuale», sia quelli che «agiscono dopo la fecondazione, quando l' embrione è già costituito, prima o dopo l'impianto in utero. Queste tecniche sono intercettive (è il caso della spirale e della pillola del giorno dopo, ndr), se intercettano l'embrione prima del suo impianto nell'utero materno, e contragestive se provocano l'eliminazione dell' embrione appena impiantato». A questa seconda specie appartiene la Ru 486. Sebbene gli intercettivi non provochino un aborto ogni volta che vengono assunti - spiega il documento - anche perché non sempre dopo il rapporto sessuale avviene la fecondazione, si deve notare che in colui che vuol impedire l'impianto di un embrione eventualmente concepito, e pertanto chiede o prescrive tali farmaci, l'intenzionalità abortiva è generalmente presente». Nel caso della contragestazione «si tratta dell'aborto di un embrione appena annidato. L'uso dei mezzi di intercezione e di contragestazione rientra nel peccato di aborto ed è gravemente immorale». «Inoltre - prosegue il testo - qualora si raggiunga la certezza di aver realizzato l'aborto, secondo il diritto canonico, vi sono delle gravi conseguenze morali».
Ricerca su staminali e clonazione. L'uso delle cellule staminali embrionali, così come la clonazione o gli esperimenti di «ibridazione» di Dna umano su cellule di origine animale, sono moralmente inaccettabili e, in questo modo, «la ricerca non si pone veramente a servizio dell'umanità»: Il documento vaticano premette che la «terapia genica» è «in linea di principio moralmente lecita», nei limiti di ogni altra terapia medica, ovvero se si evita l'accanimento terapeutico. Tuttavia, il Vaticano mette in guardia nei confronti di chi vuole migliorare o potenziare la «dotazione genetica» di una persona, perchè tali manipolazioni favorirebbero «una mentalità eugenetica» e introdurrebbero «un indiretto stigma sociale nei confronti di coloro che non possiedono particolari doti». Al di là di questi casi limite, però, il problema per la Santa Sede sta nei metodi impiegati per la raccolta delle cellule staminali. Sì quindi alle cellule staminali che prevengono da un organismo adulto, dal cordone ombelicale, al momento del parto, e anche «dai tessuti di feti morti di morte naturale». Ribadito invece il rifiuto del «prelievo di cellule staminali dall'embrione umano vivente», che «causa inevitabilmente la sua distruzione, risultando di conseguenza gravemente illecito. In questo caso - osserva il documento - la ricerca non si pone veramente a servizio dell'umanità. Passa infatti attraverso la soppressione di vite umane che hanno uguale dignità rispetto agli altri individui umani e agli stessi ricercatori».
Stesso discorso anche per la clonazione, anche se «terapeutica», perchè «creare embrioni con il proposito di distruggerli, anche se con l'intenzione di aiutare i malati, è del tutto incompatibile con la dignità umana, perchè fa dell'esistenza di un essere umano, pur allo stadio embrionale, niente di più che uno strumento da usare e distruggere. È gravemente immorale sacrificare una vita umana per una finalità terapeutica». L'uso invece di embrioni ibridi, i cosiddetti «embrioni-chimera», è «una offesa alla dignità dell'essere umano, a causa della mescolanza di elementi genetici umani ed animali capaci di turbare l'identità specifica dell'uomo».
Diagnosi pre-impianto. La diagnosi preimpianto ha lo scopo di effettuare una «selezione» tra gli embrioni, con una discriminazione che «dovrebbe essere considerata giuridicamente inaccettabile»: «La diagnosi pre-impiantatoria - si legge nel documento - è una forma di diagnosi prenatale, legata alle tecniche di fecondazione artificiale, che prevede la diagnosi genetica degli embrioni formati in vitro, prima del loro trasferimento nel grembo materno. Essa viene effettuata allo scopo di avere la sicurezza di trasferire nella madre solo embrioni privi di difetti o con un sesso determinato o con certe qualità particolari». «Diversamente da altre forme di diagnosi prenatale - prosegue il testo -, alla diagnosi pre-impiantatoria segue ordinariamente l'eliminazione dell'embrione designato come 'sospetto' di difetti genetici o cromosomici, o portatore di un sesso non voluto o di qualità non desiderate. La diagnosi pre-impiantatoria è finalizzata di fatto ad una selezione qualitativa con la conseguente distruzione di embrioni, la quale si configura come una pratica abortiva precoce. Trattando l'embrione umano come semplice 'materiale di laboratorio', si opera un'alterazione e una discriminazione anche per quanto riguarda il concetto stesso di dignità umana. Tale discriminazione - conclude - è immorale e perciò dovrebbe essere considerata giuridicamente inaccettabile».
Ibridazioni.  «È illecita qualunque ibridazione tra uomo e animale, anche quelle che hanno lo scopo di preparare organi per i trapianti». Nella conferenza stampa di presentazione il presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, mons. Elio Sgreccia, ha detto che «si tratta di tutelare non solo la dignità dell'embrione umano utilizzato e dell'eventuale ricevente ma anche la salute pubblica, possono esservi malattie che nell'animale, si tratta di maiali, non si presentano ma che potrebbero esplodere se il materiale genetico è trasferito all'uomo: l'Aids, ad esempio, potrebbe essere arrivato dalle scimmie che di tale malattia però non si ammalano». «Recentemente - rileva in proposito il testo della Congregazione della Dottrina della Fede - sono stati utilizzati ovociti animali per la riprogrammazione di nuclei di cellule somatiche umane, al fine di estrarre cellule staminali embrionali dai risultanti embrioni, senza dover ricorrere all'uso di ovociti umani». Per la Chiesa ma anche semplicemente «dal punto di vista etico simili procedure rappresentano una offesa alla dignità dell'essere umano, a causa della mescolanza di elementi genetici umani ed animali capaci di turbare l'identità specifica dell'uomo».
Per leggere integralmente il documento "Dignitas personae" puoi andare alla pagina internet:
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20081208_dignitas-personae_it.html

Fonte: 12 Dicembre 2008

5 - METODI NATURALI
Funzionano nel 98% dei casi (più del profilattico), ma nessuno ce lo dice!
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 21/11/08

Amare vuol dire rispettare i bisogni dell’altro.
 
In prima linea contro questi metodi, completamente gratuiti, ci sono ovviamente le case farmaceutiche, che incassano grandi cifre vendendo contraccettivi. Ma così pensa anche la maggior parte delle persone che ne ha sentito parlare (tuttavia sono molti anche coloro che nemmeno ne sono a conoscenza). Sono di tutt’altro avviso le 50 (solo per limiti di spazio, ma avrebbero potuto essere molte di più) coppie le cui testimonianze sono raccolte nel recente bel libro di A. Cosentino, Testimoni di speranza (Cantagalli, 2008). Questi metodi (informazioni su www.confederazionemetodinaturali.it) di regolazione della fertilità (diversi dal metodo Ogino-Knaus) hanno un tasso di successo del 98% (dati forniti da studi scientifici, p. 215) nell’evitare la gravidanza senza ricorrere alla contraccezione, la cui efficacia è significativamente più bassa (cfr. il sito citato, alla voce 'informazioni sulla contraccezione').
Per esempio, in Cina (p. 35), questi metodi, dove sono stati insegnati, hanno riscontrato un tasso di successo del 99% e, conseguentemente, il numero degli aborti si è ridotto di sette volte. Inoltre, attraverso questi metodi, molte coppie, addolorate perché non riuscivano ad avere figli, hanno coronato il sogno di avere un bambino, senza ricorrere o dopo aver (inutilmente) ricorso a quella fabbricazione di uomini che è la fecondazione artificiale (che degrada l’uomo a cosa da produrre), senza o dopo essersi (inutilmente) sottoposte a pratiche umilianti e talvolta molto pericolose per le donne, come la stimolazione ovarica, ecc. Queste coppie hanno anche scoperto come conoscere i ritmi biologici femminili, e come è possibile alle donne controllare, almeno in parte, gli stati d’animo e l’ansia legata all’andamento ormonale, ed accettare se stesse con più serenità. I mariti raccontano di aver imparato come e quando il ciclo mestruale influisce sull’umore delle mogli e perciò a rispettare i loro tempi, trasformando le attese in occasioni di crescita e conoscenza reciproca: «Ho notato – dice Pietro – che l’uso sistematico del metodo ha favorito la nostra crescita a livello di coppia per quanto riguarda la comunicazione e la comprensione reciproca». Una coppia spiega: «La sessualità è diventata per noi luogo di accoglienza, di rispetto e di gioia e non luogo di sfida in cui uno deve dimostrare all’altro quanto è bravo, [durante] una prova che ti fa sentire sempre 'sotto esame'». Un’altra coppia spiega che la diminuzione dei rapporti sessuali inizialmente è stata faticosa, ma ciò ha fatto comprendere che «avevamo bisogno di costruire, perché l’amore non è il sesso e il sesso spesso ci assorbiva al punto da non permetterci di costruire».
  Insomma, molte coppie hanno testimoniato la pienezza o il senso ritrovato dell’unione sessuale, «tanto da far sospettare che alla base di tante storie di amore finito… ci sia il 'tarlo' della contraccezione, un 'mezzo amore', troppo spesso utilitaristico e ingannevole» (p. 179).

Fonte: Avvenire, 21/11/08

6 - BENEDETTO XVI: LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO PUO' TRASFORMARSI IN ARBITRIO SE...

Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 11 dicembre 2008

Nel giorno dei diritti contro l’arbitrio con ritrovato senso del dovere.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui ricorre il 60° anniversario, pur essendo perfettibile, è veramente un traguardo importante, almeno a livello teorico. Però, a livello pratico, come ha detto ieri il Papa, «centinaia di milioni di nostri fratelli e sorelle vedono tuttora minacciati i loro diritti alla vita, alla libertà, alla sicurezza; non sempre è rispettata l’uguaglianza tra tutti né la dignità di ciascuno» .
  Inoltre, nel 1948 l’uomo era più fiducioso circa la possibilità di conoscere la verità sulla realtà, certo non totalmente, ma comunque in parte. In effetti, se la verità sulla realtà è (in parte) conoscibile, almeno in certi casi non è la realtà a doversi adeguare all’uomo, bensì è l’uomo che deve adeguarsi ad essa (ad esempio alla realtà del matrimonio).
  Viceversa, in una cultura relativista, presto o tardi, avviene un rovesciamento. Se per relativismo si intende (per chi lo definisce diversamente il discorso cambia) la negazione della possibilità di conoscere la verità, allora tutto è soggettivo, i nostri atti non possono essere giudicati oggettivamente ed ogni singolo uomo è l’unità di misura di tutte le cose. Così, è la realtà che deve adeguarsi all’uomo, alle sue pretese ed ai suoi desideri, ed anche le leggi debbono assecondare ogni suo desiderio e concedergli ogni diritto (pacs – caso emblematico di diritti senza quasi nessuno dei doveri dei coniugi–, 'matrimonio omosessuale', fecondazione artificiale, aborto, ecc.). Come ha detto ieri il cardinal Bertone, tante nostre società mettono «in discussione l’etica della vita e della procreazione, del matrimonio e della vita familiare (...) introducendo unicamente una visione individualistica su cui arbitrariamente costruire nuo­vi diritti». Insomma, il discorso sui diritti è di per sé molto prezioso ma, in sinergia col relativismo, ha trasformato i desideri in diritti e ha fatto quasi scomparire, nella percezione del soggetto, i suoi doveri verso gli altri (e, in generale, verso la realtà). Si enfatizzano, invece, i doveri che hanno gli altri e, in particolare lo Stato, nei suoi riguardi: anzi, si afferma il dovere dello Stato di praticargli l’eutanasia a richiesta, di finanziargli la fecondazione artificiale e l’aborto... Fino al punto di voler negare l’obiezione di coscienza, imponendo al medico il dovere di prescrivere la pillola del giorno dopo, di praticare l’eutanasia, di praticare l’aborto...
  Ancora, pensiamo alle conseguenze della logica relativista spinta all’estremo: se non esiste una realtà conoscibile da rispettare e se la legge mi deve concedere qualsiasi diritto, allora la libertà di ciascuno è assoluta, dunque esiste anche il diritto di negare i diritti altrui; se la libertà è assoluta, ognuno ha la libertà di negare quella altrui. E se pure dei doveri vengono enunciati, se essi sono stabiliti solo in base a una convergenza di interessi, per un’utile convenzione, quando poi il loro rispetto non corrisponde più ai miei interessi, nessuno mi può biasimare se li trasgredisco.
  Il discorso cambia quando i doveri esprimono il rispetto che è dovuto alla realtà (conoscibile) delle cose e dell’uomo. Allora, riprendendo in una certa misura Simone Weil, si può dire addirittura che, se esistesse un solo uomo, costui non avrebbe interlocutori a cui reclamare i propri diritti, mentre continuerebbe ad avere dei doveri, almeno quelli verso se stesso. Aveva ragione Giovanni Paolo II quando, laicamente, diceva che «è il dovere che stabilisce l’ambito entro il quale i diritti devono contenersi per non trasformarsi nell’esercizio dell’arbitrio »

Fonte: Avvenire, 11 dicembre 2008

7 - SENZA LEGGE NATURALE I DIRITTI UMANI RIMANGONO FRAGILI PERCHE' PRIVI DI SOLIDO FONDAMENTO

Autore: Benedetto XVI - Fonte: 10 dicembre 2008

Illustri Signori e gentili Signore,
cari fratelli e sorelle!
(...) Sessant’anni or sono, il 10 dicembre, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, riunita a Parigi, adottò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che costituisce ancora oggi un altissimo punto di riferimento del dialogo interculturale sulla libertà e sui diritti dell’uomo. La dignità di ogni uomo è garantita veramente soltanto quando tutti i suoi diritti fondamentali vengono riconosciuti, tutelati e promossi. Da sempre la Chiesa ribadisce che i diritti fondamentali, al di là della differente formulazione e del diverso peso che possono rivestire nell’ambito delle varie culture, sono un dato universale, perché insito nella stessa natura dell’uomo. La legge naturale, scritta dal Creatore nella coscienza umana, è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli; è una guida universale che tutti possono conoscere e sulla base della quale tutti possono intendersi. I diritti dell’uomo sono, pertanto, ultimamente fondati in Dio creatore, il quale ha dato ad ognuno l’intelligenza e la libertà. Se si prescinde da questa solida base etica, i diritti umani rimangono fragili perché privi di solido fondamento.
La celebrazione del 60mo anniversario della Dichiarazione costituisce pertanto un’occasione per verificare in quale misura gli ideali, accettati dalla maggior parte della comunità delle Nazioni nel 1948, siano oggi rispettati nelle diverse legislazioni nazionali e, più ancora, nella coscienza degli individui e delle collettività. Indubbiamente un lungo cammino è stato già percorso, ma ne resta ancora un lungo tratto da completare: centinaia di milioni di nostri fratelli e sorelle vedono tuttora minacciati i loro diritti alla vita, alla libertà, alla sicurezza; non sempre è rispettata l’uguaglianza tra tutti né la dignità di ciascuno, mentre nuove barriere sono innalzate per motivi legati alla razza, alla religione, alle opinioni politiche o ad altre convinzioni. Non cessi, pertanto, il comune impegno a promuovere e meglio definire i diritti dell’uomo, e si intensifichi lo sforzo per garantirne il rispetto. Accompagno questi voti con la preghiera perché Iddio, Padre di tutti gli uomini, ci conceda di costruire un mondo dove ogni essere umano si senta accolto con piena dignità, e dove i rapporti tra gli individui e tra i popoli siano regolati dal rispetto, dal dialogo e dalla solidarietà. A tutti la mia Benedizione.

Fonte: 10 dicembre 2008

8 - OMELIA PER LA NOTTE DI NATALE
Un Bambino è nato per noi!
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: 24 dicembre 2003

“Un bambino è nato per noi” ci ha detto la voce del profeta antico: Isaia. Sulle prime non sembra una grande notizia. Perché allora ci siamo mossi in tanti questa notte per venire a renderci conto di un evento apparentemente così feriale e dimesso (“E’ nato un bambino”)? Perché siamo venuti a rendere omaggio a una creatura così piccola e indifesa? A una creatura “avvolta in fasce” dalla premura materna (ed è una cosa del tutto normale); a una creatura “deposta in una mangiatoia” (ed è sì una cosa insolita, ma unicamente per lo straordinario squallore).
Certo, lo stesso profeta che ci ha dato l’annuncio, ci ha anche chiarito che non si tratta di un neonato comune: “Sulle sue spalle è il segno della sovranità, - ci ha detto - è chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace, e grande sarà il suo dominio”. Titoli solenni, ma troppo sovrastanti per poterci davvero emozionare.
Come mai allora questa nascita arriva a toccare un po’ tutti, anche quelli meno sensibili alle tematiche religiose, anche quelli più resistenti alle sollecitudini e ai pensieri che non riguardino gli impegni e le aspirazioni dell’esistenza terrena? E’ innegabile che l’incanto del Natale - sia pure con diversa intensità e in forme eterogenee - raggiunge praticamente qualsivoglia dimora umana, e poco o tanto segna e ispira ogni cuore. Del Natale si accorge ogni uomo, anche il più superficiale e distratto. Di questa universale attenzione ci sono delle ragioni forti e profonde, anche se dai più sono percepite confusamente e quasi come luci tenui e disordinate.
Proviamo allora a mettere in chiaro qualcuna di queste ragioni.
1) L’INNOCENTE CHE CI LIBERA DAL PECCATO
Chi è questo bambino? E’ l’Innocente che ci libera dal peccato: nasce in un’umanità colpevole, ne assume la condizione e la pena, e ne pagherà col suo sangue il riscatto e la liberazione. “Ecco l’Agnello di Dio, - esclamerà un giorno Giovanni il Battezzatore, additandolo alle folle - ecco colui che toglie il peccato del mondo”. Càpita all’uomo – quando è beneficato da un sufficiente stato di lucidità interiore - di provare l’amara percezione di essere scivolato in basso senza rimedio e di essere affondato come in una palude melmosa, dalla quale sa di non riuscire a emergere se qualcuno dall’alto non viene a dargli una mano.
Ebbene, il Signore Gesù, che è nato a Betlemme, è venuto a darci una mano, è sempre pronto a risollevarci e a farci ripercorrere da capo la strada della giustizia, del vero bene, dell’intera osservanza dei comandamenti di Dio.
In una sua omelia, sant’Agostino ha una frase dove risuona la sua esperienza di peccatore raggiunto dalla salvezza (che è poi l’esperienza un po’ di tutti): “Saresti morto per l’eternità, - egli dice - se lui non fosse nato nel tempo…Una perpetua miseria ti avrebbe posseduto, se non ti fosse stata elargita questa misericordia…Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato”.
L’odierna nascita dell’Innocente è dunque un invito a rinnovare la nostra vita in comunione con il Figlio di Dio, divenuto nostro fratello e nostro Salvatore. La gioia del Natale, nella sua più radicale autenticità, è un riverbero nella nostra coscienza della festa che, secondo la parola di Gesù, si fa in cielo per ogni peccatore che si converte.
2) L’IMMORTALE CHE CI LIBERA DALLA MORTE
Domandiamoci ancora: “Chi è questo bambino?”. È l’Immortale che ci libera dalla morte. Egli viene dal giorno eterno di Dio ed entra in questi nostri giorni “infausti e brevi”, sui quali incombe una rapida sera. “Viene dall’alto, come sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nell’ombra della morte”, era stato profetizzato di lui da Zaccaria nel benedictus che troviamo nelle lodi mattutine.
L’ombra di morte può darsi che talvolta offuschi anche il periodo natalizio che vorrebbe essere sempre lieto e sereno: per esempio, un vuoto recente, che si è aperto nella famiglia o nella cerchia dell’amicizia, può gettare un alone di invincibile tristezza sul nostro animo. In ogni caso, la morte è una certezza per tutti noi. E il Figlio di Maria nasce anche per questo: per dissolvere l’angoscia dell’ombra di morte. “Io sono la risurrezione e la vita; - egli dirà e lo comproverà con la potenza di Dio - chi crede in me anche se muore vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno”.
Credere in lui significa appunto uscire dall’ombra di morte; significa vincere con la speranza cristiana ogni ansia e ogni paura; significa consentire che la luce nuova e gioiosa che si è accesa a Betlemme irraggi senza attenuazioni e senza eclissi nei nostri cuori, nelle nostre case, nei nostri rapporti sociali.
3) L’AMORE CHE CI LIBERA DAL NOSTRO NATIVO EGOISMO
Domandiamoci una terza volta: “Chi è questo bambino?”. E’ l’Amore che ci libera dal nostro nativo egoismo. La stalla di Betlemme - come sarà poi in modo esauriente e definitivo l’altura del Calvario - è la rivelazione dell’inimmaginabile amore del Creatore dell’universo “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi”. E’ l’inizio di quella lunga storia di affettuosa dedizione che è l’intera avventura terrena dell’Unigenito del Padre, nato dalla Vergine Maria. Ciascuno di noi può ripetere per sé le appassionate parole dell’apostolo Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Quel bambino nasce per insegnarci con l’esempio e con la parola che la vita vale a misura che è donata: vale se è donata per ricambiare l’amore che ci ha creati e salvati, vale se è donata per Dio e per il vero bene dei nostri fratelli.
Se arriveremo a spendere così la nostra unica vita, saremo nella realtà, e non solo nel sentimento, più vicini alla povera culla dell’Unigenito del Padre, che si è fatto unigenito della Vergine Madre per stare sempre con noi, nel tempo e nell’eternità.       

Fonte: 24 dicembre 2003

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