BastaBugie n°58 del 28 novembre 2008

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1 CORRADO AUGIAS
Un libro serio o di barzellette?
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie
2 CENSURANO IL CROCIFISSO ED ESALTANO LE PARODIE DISSACRANTI

Autore: Antonio Socci - Fonte: Fonte non disponibile
3 IL NUOVO LIBRO DEL CARDINALE BIFFI
Pecore e pastori
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Fonte non disponibile
4 DOVE CONDUCE L'IDEOLOGIA GAY

Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Fonte non disponibile
5 UN MARZIANO CI DESCRIVE
Umani brava gente: solo, non tollerano il silenzio
Autore: Marina Corradi - Fonte: Avvenire
6 L'EREDITA' DEL MAGISTERO DI PAPA PIO XII

Autore: Benedetto XVI - Fonte: Fonte non disponibile
7 ELUANA ENGLARO 1: ECCO PERCHE' NON CI FANNO VEDERE LE FOTO RECENTI DI ELUANA

Autore: Antonio Gaspari - Fonte: Fonte non disponibile
8 ELUANA ENGLARO 2: E' AMBIGUO IL CONCETTO DI FINE VITA

Autore: Mario Palmaro - Fonte: Fonte non disponibile
9 ELUANA ENGLARO 3: UN VOLANTINO PRO-ELUANA PRONTO PER LA DIFFUSIONE

Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie

1 - CORRADO AUGIAS
Un libro serio o di barzellette?
Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie

Il giornalista televisivo Corrado Augias ha scritto nel 2008 il libro " Inchiesta sul cristianesimo" (ed. Mondadori). Ne parliamo soltanto perché ha venduto moltissime copie in Italia. E' un libro scorretto e anti-scientifico da un punto di vista storico e, inoltre, pericoloso per la fede. Perché?
Ecco alcuni esempi di quelle che lui nel libro chiama "incontestabili verità" (si noti: non semplici ipotesi o pareri personali, ma incontestabili verità):
1) Augias: "Gesù non ha mai detto di voler fondare una chiesa".
Gesù invece ha detto: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò LA MIA CHIESA" (Mt 16,18);
2) Augias: "Gesù non ha mai detto di essere della stessa sostanza del padre".
Gesù invece ha detto: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30), "Il Padre è in me e io nel Padre" (Gv 10,38), "Chi vede me, vede il Padre" (Gv 14,9);
3) Augias: "Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore".
Gesù invece in maniera solenne poco prima di ascendere in cielo ha detto: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19-20);
4) Augias: "Gesù non ha mai istituito alcuna gerarchia ecclesiastica".
Gesù invece ha detto: "Tu sei Pietro e SU QUESTA PIETRA edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18);
5) Augias: "Gesù non ha mai detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva; per ristabilire cioè l'alleanza tra Dio e gli uomini".
Gesù invece ha detto: "Sono venuto per dare la vita in riscatto per molti" (Mc 10,45), "Questo è il mio sangue dell'alleanza versato per molti in remissione dei peccati" (Mt 26,28);
6) Augias: "I martiri cristiani sono come i terroristi islamici".
A questa affermazione non si può più ridere soltanto come per le precedenti, ma si deve rimanere sdegnati e offesi. Come si fanno a confondere le vittime con i carnefici? I martiri cristiani, per testimoniare Gesù, si sono lasciati fare a pezzi, mentre i terroristi islamici uccidono vittime innocenti. Dove sta l'uguaglianza?
Per una critica al libro di Augias puoi vedere l'articolo di Massimo Introvigne pubblicato su BASTABUGIE N. 50 del 03-10-2008
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=743

Fonte: Redazione di BastaBugie

2 - CENSURANO IL CROCIFISSO ED ESALTANO LE PARODIE DISSACRANTI

Autore: Antonio Socci - Fonte: Fonte non disponibile, 23 novembre 2008

In estate la rana crocifissa (col bicchiere di birra e un uovo nelle mani) esposta al museo di Bolzano.
Ora la donna seminuda crocifissa del noto manifesto contro gli stupri, che ricorda la famosa copertina sull’aborto fatta dall’Espresso il 19 gennaio 1975 (rappresentava una donna nuda incinta e crocifissa).
Guai a chi tocca questi “capolavori” chiedendo rispetto per il simbolo cristiano della morte di Gesù (guai anche al Papa che aveva criticato la “scultura” di Bolzano).
Subito incorre negli anatemi dei salotti radical-chic, pronti a vedere in ogni critica un vile attacco alla “libertà di espressione” perché – signora mia – “l’arte deve essere sempre libera e l’artista mai deve avere limitazioni alla sua creatività”.
Ammesso e non concesso che si tratti di arte, resta da capire perché la parodia della crocifissione o la provocazione metaforica della stessa manda tutti costoro in brodo di giuggiole, mentre il Crocifisso vero scatena immediatamente l’istinto della rimozione e della censura.
Ricordiamo tutti quante urla scandalizzate provocò, in questi stessi salotti, il film “The Passion” di Mel Gibson che rappresentava realisticamente i supplizi della crocifissione a cui Gesù fu effettivamente sottoposto.
Quante anime belle deprecarono la “volgarità” di quelle immagini, quanti cuoricini delicati si dissero traumatizzati da tale brutalità. La si giudicò un’operazione cinica.
La rubrica sull’Espresso di Umberto Eco aveva questo sommario: “ 'La Passione' è un film che vuol guadagnare molto denaro offrendo tanto sangue e tanta violenza da far apparire 'Pulp Fiction' un cartone animato”.
Natalia Aspesi, il 6 aprile 2004, tuonò dalla “Repubblica” contro quel “troppo sangue” deprecando il fatto che il film non fosse vietato ai minori: “Una commissione di censura punitiva, in Italia, non ha previsto nessuna limitazione. Gli pare giusto” denunciava la Aspesi “che a qualsiasi età si assista a un'orgia di sangue, a due ore di sofferenza splatter, al film più horror mai arrivato nei cinema”.
Secondo la “giornalista democratica” in questo (e solo in questo caso!) la censura era necessaria.
Niente crocifissione di Gesù per non turbare la nostra gioventù: non importa se poi, secondo le statistiche, un bambino italiano, prima di aver concluso le elementari, ha visto in media in tv 8.000 omicidi e 100 mila atti di violenza.
Ma la Passione di Gesù giammai deve essere mostrata nella sua cruda realtà (non sia mai che si pongano qualche domanda su quel pericoloso e inquietante Gesù…).
Invece le parodie della crocifissione – dicevamo – spopolano nei salotti “illuminati”: le rane crocifisse prima e ora la donna crocifissa.
Ieri l’Unità ha messo addirittura in copertina la foto del manifesto della campagna antistupro in occasione della manifestazione di Roma organizzata dalle femministe.
Premesso che trovo orribile qualsiasi violenza sulle donne e che il mondo femminista sembra stranamente silente e disattento quando gli orrori contro le donne vengono perpetrati in un contesto islamico (penso alla recente vicenda di Aisha, tredicenne, che in Somalia è stata rapita e stuprata da tre uomini e poi è stata fatta lapidare dalla “corte islamica”, con l’accusa di adulterio perché chiedeva giustizia, mentre i tre violentatori sono stati lasciati liberi), premesso pure che in questo caso il richiamo al simbolo della crocifissione può anche essere sensato e giusto (se non fosse che la nudità offerta da quel manifesto antistupro in fondo rischia di ricadere nella stessa mercificazione del corpo femminile che si intende condannare), premesso tutto questo, perché la repulsa dell’unico che a quella croce è stato inchiodato davvero?
E’ curioso. Nei giorni scorsi Michele Serra è intervenuto sulla Repubblica, naturalmente a favore di tale manifesto con la donna crocifissa, con questa affermazione di singolare superficialità: “La croce, per quanto dura e crudele sia la sua funzione, segna e nobilita il suo passeggero, sia una rana, un dio, una donna nuda. Mette in fuga solamente vampiri e satanassi, solo i malvagi si turbano quando la vedono”.
A parte quella volgarotta parificazione fra la rana, “un dio” (con la d minuscola come usava nei Paesi dell’est) e “una donna nuda”, Serra mostra di ignorare totalmente che, al contrario, la crocifissione era il peggiore supplizio dei romani proprio perché, alle atroci sofferenze, aggiungeva l’umiliazione, l’esposizione vergognosa del corpo offeso, il dileggio crudele della nudità. Ciò che l’ha nobilitata è stata solo la crocifissione di Gesù, cioè di Dio.
Ma soprattutto, viene da chiedersi, se la croce “mette in fuga solamente vampiri e satanassi”, se “solo i malvagi si turbano quando la vedono”, perché lui stesso – Serra Michele – il 30 ottobre 2003, sulla Repubblica, si univa al coro di coloro che non volevano il crocifisso nelle scuole?
Scriveva: “i simboli religiosi, nei luoghi dello Stato, invischiano lo stesso Stato in una inevitabile e spinosa commistione di ruoli e di significati. Tolte la bandiera e l'immagine del Presidente della Repubblica, che appartengono a tutti i cittadini, ogni altra icona, comprese quelle più affini ai sentimenti di maggioranza, è inevitabilmente di parte, e non può essere la percentuale soverchiante a giustificarne la legittimità.”
Sennonché, per distinguersi da Adel Smith, Serra lanciò una proposta di compromesso: “in ogni nuovo edificio pubblico - scuola, tribunale, ospedale - non devono essere esposti simboli di fede, perché lo Stato è la casa di tutti.
Quanto al già edificato, e già arredato da crocifissi e altro, si condona munificamente, nella profonda e serena convinzione che ogni muro debba rimanere come è stato concepito e osservato dai milioni di italiani che ci sono passati davanti”.
Pure Corrado Augias è intervenuto sulla Repubblica in difesa del manifesto con la donna crocifissa, eppure lo stesso Augias sullo stesso giornale, il 18 giugno 2004, si era pronunciato non solo contro i crocifissi appesi sui muri delle scuole, ma addirittura a favore della fanatica legge francese la quale, in nome dei “principi laici… vieta nelle scuole i simboli ‘ostentatori’ come il velo, la kippah, il crocifisso”.
Così la donna seminuda-crocifissa sui manifesti o sulla copertina di un giornale o la rana crocifissa nel museo e sui giornali sarebbero legittime rappresentazioni, mentre invece portare il crocifisso cristiano al collo sarebbe un attentato alla laicità.
Come si vede si va ben oltre la questione del crocifisso appeso alle pareti.
In questo caso mi sembra che vi sia addirittura la limitazione della libertà personale.
Resta comunque da capire il perché di questa avversione al crocifisso. Il giurista ebreo-americano John Weiler sostiene che in Europa divampa la “cristianofobia” provocata dal “risentimento” che gli eredi delle vecchie ideologie provano verso la Chiesa, che non è scomparsa come loro volevano e prevedevano.
Ma forse questa avversione è pure un tentativo inconscio di “autodifesa” dal fascino formidabile che Gesù esercita su chiunque posi su di lui lo sguardo.
Un giorno, dopo il pronunciamento di un tribunale sulla rimozione di un crocifisso, il maestro Marcello d’Orta, l’autore di “Io speriamo che me la cavo” scrisse un articolo dove ricordava le risposte dei suoi alunni al tema “Che mestiere vorresti fare” da lui assegnato: “qualcuno dei miei bambini rispondeva; il camorrista, il boss, perché solo il camorrista, solo il boss è uomo”.
Il maestro spiegava nell’articolo che le materie scolastiche non lo aiutavano a far riflettere i ragazzi e che trovò un sorprendente aiuto proprio nel Crocifisso: “Fu grazie al costante, quotidiano riferimento a questo simbolo di dolore, ma anche di salvezza e di speranza che più d’uno dei miei ragazzi ebbe salva la vita.
Togliete i crocifissi dalle scuole e avrete fatto ben più che offendere un popolo, lo avrete privato di tante coscienze”. 

Fonte: Fonte non disponibile, 23 novembre 2008

3 - IL NUOVO LIBRO DEL CARDINALE BIFFI
Pecore e pastori
Autore: Giacomo Biffi - Fonte: Fonte non disponibile, 21/11/2008

Quando nei nostri ambienti si tratta e si discute di evangelizzazione, prevale oggi un’attenzione alla concreta realtà dei destinatari, giusta e lodevole in sé, che però talvolta si congiunge a un’ansia eccessiva di impadronirsi di un’adeguata capacità di comunicazione, col rischio che così ci si preoccupa un po’ meno della sostanza dell’annuncio e della sua integrità. Non è che sia sbagliato cercare in tutti i modi di raggiungere la mente e il cuore delle persone che ci avviene d’incontrare; e di riuscire anche a porsi efficacemente in un dialogo corretto con la cultura dominante e con la sensibilità più diffusa. Purché però non si indulga, anche senza volerlo, a quell’esagerato culto dell’attualità, che Maritain ha addirittura condannato come ' cronolatrìa'.
Si trova qualche traccia di questo 'culto' persino in taluni ' vezzi linguistici' – per altro innocenti – del nostro linguaggio ecclesiale. Per esempio, durante la messa veniamo spesso invitati a pregare per gli «uomini del nostro tempo», come se qualcuno fosse mai tentato di raccomandare al Signore gli Assiro-babilonesi; o a impegnarci a vivere nel «mondo di oggi», contro il pericolo di sconfinare inavvertitamente nell’epoca carolingia.
A me pare che il nostro problema non sia quello di essere 'moderni' (non abbiamo altra scelta, a meno che dicendo 'moderni' vogliamo intendere 'seguaci delle mode'). Il problema previo e fondamentale è piuttosto di riuscire a fare attenzione a ciò che è eterno e a essere conformi al disegno di Dio.
Quanto alla questione che qui ci interessa, vorrei proporre una prospettiva insolita, eppure di un certo rilievo. L’interlocutore del Dio che si rivela è l’uomo in quanto uomo, non l’uomo nelle sue determinazioni storiche: l’uomo di oggi, l’uomo progressista o conservatore, l’uomo scientifico o l’uomo letterato. Il destinatario dell’annuncio evangelico è l’uomo nella sua verità imperitura.
Del resto, mirando non all’uomo di oggi ma all’uomo di sempre, si coglie ciò che resta sempre sostanziale e primario nell’uomo, anche nell’uomo di oggi. Proprio riflettendo sull’evangelizzazione nella sua natura perenne e nelle sue leggi intrinseche, si arriva a capire ciò che bisogna maggiormente avvalorare nell’annuncio cristiano, pur nell’annuncio cristiano del secolo ventunesimo. Proprio cercando di contemplare Cristo come è in se stesso, si può sperare di appurare che cosa sia Cristo per il mondo, anche per il mondo della nostra epoca. A riflessione sulla vita ecclesiale di questi anni mi ha portato a convincermi che la questione del 'come' – di solito privilegiata nei nostri dibattiti – è molto meno urgente e decisiva della questione del 'che'.
Prima di domandarsi 'come' credere, bisogna verificare 'che' si creda; prima e più di 'come' annunciare il Vangelo, bisogna darsi pensiero 'che' si annunci effettivamente il Vangelo nella sua autenticità e nella sua interezza; prima e più che chiedersi 'come' parlare (per esempio) del 'mistero pasquale', dobbiamo accertarci 'che' la notizia della risurrezione di Gesù di Nazaret sia data a tutti in maniera efficace e persuasiva; prima e più di 'come' proporre le verità cristiane, è urgente preoccuparci 'che' le verità cristiane siano davvero proposte. Una volta che si sia data la giusta attenzione alla questione primaria (quella del 'che') si può e si deve affrontare anche la questione del 'come'.
Il problema del linguaggio è rilevante, ma è secondario; il problema principale è quello del 'non linguaggio', vale a dire è quello di un mondo cristiano che è reticente nel presentare una concezione della realtà e un insegnamento esistenziale troppo diversi da quelli universalmente conclamati. Il problema principale è quello di recuperare la fede nella fede e nella sua capacità di toccare i cuori.
Farsi capire è necessario, e perciò bisogna parlare con chiarezza e semplicità; ma la difficoltà maggiore non sta nel farsi capire. I nostri contemporanei non sono ottusi: quando si sentono annunciare che Gesù Cristo è risorto (cioè è passato dalla morte alla vita), comprendono benissimo di che cosa si tratta, perché anche i più sprovveduti sanno la differenza che intercorre tra un uomo morto e un uomo vivo. Quando li informiamo che esiste un Dio creatore che ci è padre; che la nostra esistenza è una decisione tra una salvezza definitiva e una perdizione senza ritorno; che la verità è una sola ed è quella che ci è stata rivelata dal Figlio di Dio, non fanno fatica a intendere quello che diciamo, anche se poi fanno fatica ad accettarlo. Il guaio è che ormai non se lo sentono dire con la trasparenza, la convinzione, il coraggio che ci vorrebbero.
Ciò che potrebbe essere messo in discussione (qualora risultasse così 'datato' da essere incomprensibile ai più) sarebbe il linguaggio degli 'addetti ai lavori' in materia di teologia; ciò che riprovevole è l’uso del 'teologhese': cioè un modo di parlare e di scrivere che rifugge dalla chiarezza senza riuscire per altro a essere davvero sostanzioso e profondo. Ma se si usa il vocabolario e il fraseggio delle persone normali e dei comuni credenti si può stare sicuri che le effettive incomprensioni sono rare: gli ascoltatori che rifiutano l’annuncio evangelico, di solito non è perché non lo capiscono; è perché non gli piace. Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia. Oggi sempre più frequentemente ci si meraviglia da molti quando un papa o un vescovo dice ciò che la Chiesa ha sempre detto (e non può non dire perché appartiene al suo patrimonio inalienabile); come se fosse ormai persuasione pacifica che anche la Chiesa non creda più al suo messaggio di sempre.
Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire 'credibile', e non piuttosto che si debba 'convertire' la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che 'conversione' non 'adattamento' è parola evangelica.
La prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: «Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede» ; ma è: «Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» ( Mc 1,15).

"Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo» (Cantagalli, pagine 256, euro 13,80)

CARD. GIACOMO BIFFI
La fede che diventa cultura

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Fonte: Fonte non disponibile, 21/11/2008

4 - DOVE CONDUCE L'IDEOLOGIA GAY

Autore: Rino Cammilleri - Fonte: Fonte non disponibile, 1 novembre 2008

Alcuni giorni fa i romani hanno potuto notare con grande sorpresa e sbalordimento sugli autobus della linea ATAC della capitale la comparsa di grandi manifesti pubblicitari in favore dell’omosessualità e contro chi, come la Chiesa cattolica e la stessa maggioranza dei cittadini, la considera un comportamento improprio, immorale o semplicemente da non promuovere.
Il pannello affisso sui mezzi di trasporto pubblico mostrava in effetti la fotografia di tre donne, non a caso giovani e di bell’aspetto, ognuna con un telefono in mano e nell’atto di comunicare: accanto alla prima di queste si poteva leggere “Dove posso fare il test HIV?”; accanto alla seconda “Sul lavoro sono discriminata, cosa posso fare?”; accanto alla terza “C’è un’associazione gay nella mia città?”.
Per tutte e tre le richieste, e per altre simili evidentemente, il manifesto fornisce un numero verde (!) a cui rivolgersi per avere le informazioni desiderate.
La pubblicità “progresso”, come si legge nello stesso manifesto, è finanziata da Regione, Provincia e Comune, cioè con i soldi dei cittadini, in larga parte né gay né favorevoli a queste forme di ‘discriminazione positiva’.
La Chiesa cattolica, che non segue il consenso popolare, né tanto meno quello fabbricato ad arte dai mass media e dalle lobby, è rimasta fedele nel tempo, nonostante le diverse tesi, proposizioni e rivoluzioni sull’argomento, agli insegnamenti evangelici senza “se” e senza “ma” definendo: «gli atti di omosessualità» come «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» (n. 2357).
Qualche parola ulteriore meritano le tre vignette di cui sopra.
Ebbene, se la prima si limita a segnalare l’indubbia correlazione tra omosessualità e rischio di AIDS, la seconda, che parla di “discriminazione sul lavoro” subita da persone omosessuali, è assai grave e per più d’un motivo.
Anzitutto non si capisce perché solo la comunità gay debba fruire dello statuto di minoranza protetta a dispetto di tante altre comunità o gruppi umani di varia tipologia: se per esempio un cattolico, in quanto cattolico, fosse “discriminato sul lavoro” da parte di datori di lavoro ebrei o testimoni di Geova, atei o omosessuali, a quale numero verde potrebbe appellarsi? Evidentemente a nessuno!
Esistono dunque delle minoranze tutelate dal sistema e delle minoranze indegne di tutela. Inoltre, come insegnano la scienza e la psicologia più aggiornate, e come mostra il nutrito movimento americano degli “ex-gay”, l’omosessualità non è una condizione umana permanente paragonabile al sesso, alla razza o a quella di chi soffre menomazioni invalidanti di vario genere (handicap, cecità, etc.). Ogni tentativo di associare l’omosessualità ad una condizione naturale e biologica data è destinato a fallire: si tratta di una tendenza, di un’inclinazione che il Catechismo definisce “oggettivamente disordinata” (n. 2358) e perciò giustamente criticabile. Essa non può dare a chi la pratica, in violazione della legge naturale, dei diritti che non avrebbe chi non vuole praticarla: l’omosessuale gode dei diritti civili (e va trattato con tatto) non perché omosessuale, ma perché persona umana, capace di bene e di conversione.
La terza fotografia con accanto il messaggio in cerca di “un’associazione gay” è vergognosa e non merita commenti: che il Comune, la Provincia e la Regione arrivino in tal modo a promuovere un comportamento da cui molti gay cercano a fatica di uscire e che si riscontra in non pochi casi di pedofilia, la cui vittima è dello stesso sesso (maschile) dell’orco, è davvero scandaloso.
La dittatura del relativismo, che parla di pace a sproposito, genera guerre interne all’umanità, come quella attuale in Spagna contro il cosiddetto “machismo” (!), create ex nihilo per allontanare l’umanità dalla legge naturale e cristiana,  perseguitando con forza i recalcitranti.

Fonte: Fonte non disponibile, 1 novembre 2008

5 - UN MARZIANO CI DESCRIVE
Umani brava gente: solo, non tollerano il silenzio
Autore: Marina Corradi - Fonte: Avvenire, 23 ottobre 2008

Metti che un marziano, un giorno, si incammini per una nostra città, dovendo riferire ai suoi capi, in una galassia lontana, degli usi degli indigeni in questa provincia della Via Lattea.
Lo straniero si avvia per le strade della prima mattina, tra il traffico e gli autobus affollati, e frettolosi passanti con il giornale sottobraccio. Niente di strano, pensa il marziano, anche sul suo pianeta si va di fretta, a quell’ora. Bambini assonnati con lo zaino in spalla trascinati da genitori in ritardo. Cani ipernutriti strattonati col guinzaglio da padroni impazienti. Anche da noi va così, sorride fra sé lo straniero, tutto l’Universo è paese. E va a bersi un caffè al bar.
Nel locale la radio è a tutto volume. Borsa, meteo, pubblicità martellano sgradevolmente le delicate orecchie dell’alieno. Esce in fretta, infastidito, e pericolosamente lo sfiora un grosso fuoristrada dal cui abitacolo viene una musica al massimo volume. Lo straniero vorrebbe chiedere un’indicazione, si è perso, ma tutti quelli che incrocia stanno parlando al cellulare. Un altro, cui rivolge la parola, non gli risponde nemmeno, estraniato dalla cuffia dell’iPod. Affamato, il marziano entra in un supermercato. Anche qui musica, canzonette e un dee-jay che parla, parla, parla del nulla e ride, senza riprendere fiato.
Annota il forestiero nel suo bloc notes digitale: «Pianeta Terra: gli abitanti paiono ragionevoli e laboriosi; tuttavia, sembrano non sopportare il silenzio».
L’osservazione dell’alieno, che casualmente ho incrociato e con cui ho fatto due chiacchiere, mi ha colpito. In effetti è sempre più raro trovare un locale pubblico, un ipermercato, un parrucchiere dove non ti inseguano le note e le parole di una radio, e dediche alla fidanzata, e previsioni del tempo, e oroscopi, e dibattiti sul gas serra. Ogni argomento va bene, ogni melodia già sentita mille volte è bene accolta, ogni jingle molesto di pubblicità è tollerato: tutto, purché non il silenzio. Sali su un taxi all’alba. «All’aeroporto», dici assonnata, sono le sei e già la radio è al massimo, dibattono, discutono, orbitano sul nulla. Ma non le dà fastidio la radio sempre accesa?, chiedi al tassista. Ti guarda nello specchietto retrovisore, considera perplesso la domanda: «Fastidio? No, mi fa sentire meno solo».
E parliamo, parliamo, il cellulare incollato all’orecchio; e ascoltiamo, ascoltiamo, la tv sempre accesa in soggiorno, anche se non la guardiamo. Sembra che abbiamo un comune nemico da cacciare. Come un intollerabile vuoto che occorre colmare, non importa come. Lo spazio di un’incognita, di un’attesa che non ci è più sopportabile – giacché non sappiamo cosa aspettare. E dunque quello spazio aperto crea un’ angoscia, che bisogna affannosamente seppellire.
L’alieno è ritornato nella sua galassia. Ha riferito: «Terrestri, brava gente. Solo, stranamente intolleranti del silenzio. Si direbbe, quasi, che ne abbiano paura».

Fonte: Avvenire, 23 ottobre 2008

6 - L'EREDITA' DEL MAGISTERO DI PAPA PIO XII

Autore: Benedetto XVI - Fonte: Fonte non disponibile, 8 novembre 2008

Pio XII, dono del Signore.
Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti al congresso su "l’eredità del magistero di Pio XII e il Concilio Vaticano II".

Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di accogliervi in occasione del Congresso su "L’eredità del Magistero di Pio XII e il Concilio Vaticano II", promosso dalla Pontificia Università Lateranense insieme con la Pontificia Università Gregoriana. E’ un Congresso importante per il tema che affronta e per le persone erudite, provenienti da varie Nazioni, che vi prendono parte. Nel rivolgere a ciascuno il mio cordiale saluto, ringrazio in particolare Mons. Rino Fisichella, Rettore dell’Università Lateranense, e P. Gianfranco Ghirlanda, Rettore dell’Università Gregoriana, per le espressioni gentili con cui hanno interpretato i comuni sentimenti.
Ho apprezzato l’impegnativo tema sul quale avete concentrato la vostra attenzione. Negli ultimi anni, quando si è parlato di Pio XII, l’attenzione si è concentrata in modo eccessivo su una sola problematica, trattata per di più in maniera piuttosto unilaterale. A parte ogni altra considerazione, ciò ha impedito un approccio adeguato ad una figura di grande spessore storico-teologico qual è quella del Papa Pio XII. L’insieme della imponente attività svolta da questo Pontefice e, in modo del tutto speciale, il suo magistero sul quale vi siete soffermati in questi giorni, sono una prova eloquente di quanto ho appena affermato. Il suo magistero si qualifica infatti per la vasta e benefica ampiezza, come anche per la sua eccezionale qualità, così che può ben dirsi che esso costituisca una preziosa eredità di cui la Chiesa ha fatto e continua a fare tesoro.
Ho parlato di "vasta e benefica ampiezza" di questo magistero. Basti ricordare, al riguardo, le Encicliche e i moltissimi discorsi e radiomessaggi contenuti nei venti volumi dei suoi "Insegnamenti". Sono più di quaranta le Encicliche da lui pubblicate. Tra esse spicca la "Mystici Corporis", nella quale il Papa affronta il tema della vera ed intima natura della Chiesa. Con ampiezza di indagine egli mette in luce la nostra profonda unione ontologica con Cristo e - in Lui, per Lui e con Lui - con tutti gli altri fedeli animati dal suo Spirito, che si nutrono del suo Corpo e, trasformati in Lui, gli danno modo di continuare ed estendere nel mondo la sua opera salvifica. Intimamente connesse con la "Mystici Corporis" sono altre due Encicliche: la "Divino afflante Spiritu" sulla Sacra Scrittura e la "Mediator Dei" sulla sacra Liturgia, nelle quali vengono presentate le due sorgenti a cui devono sempre attingere coloro che appartengono a Cristo, Capo di quel mistico Corpo che è la Chiesa.
In questo contesto di ampio respiro Pio XII ha trattato delle varie categorie di persone che, per volere del Signore, fanno parte della Chiesa, pur con vocazioni e compiti differenziati: i sacerdoti, i religiosi ed i laici. Così egli ha emanato sagge norme sulla formazione dei sacerdoti, che si devono distinguere per l'amore personale a Cristo, la semplicità e la sobrietà di vita, la lealtà verso i loro Vescovi e la disponibilità verso coloro che sono affidati alle loro cure pastorali. Nell’Enciclica "Sacra Virginitas" poi e in altri documenti sulla vita religiosa Pio XII ha messo in chiara luce l’eccellenza del "dono" che Dio concede a certe persone invitandole a consacrarsi totalmente al servizio suo e del prossimo nella Chiesa. In tale prospettiva il Papa insiste fortemente sul ritorno al Vangelo ed all’autentico carisma dei Fondatori e delle Fondatrici dei vari Ordini e Congregazioni religiose, prospettando anche la necessità di alcune sane riforme. Numerose sono state poi le occasioni in cui Pio XII ha trattato della responsabilità dei laici nella Chiesa, profittando in particolare dei grandi Congressi internazionali dedicati a queste tematiche. Volentieri egli affrontava i problemi delle singole professioni, indicando, ad esempio, i doveri dei giudici, degli avvocati, degli operatori sociali, dei medici: a questi ultimi il Sommo Pontefice dedicò numerosi discorsi illustrando le norme deontologiche che essi devono rispettare nella loro attività. Nell’Enciclica "Miranda prorsus", poi, il Papa si soffermò sulla grande impoMiranda prorsusrtanza dei moderni mezzi di comunicazione, che in modo sempre più incisivo andavano influenzando l’opinione pubblica. Proprio per questo il Sommo Pontefice, che valorizzò al massimo la nuova invenzione della Radio, sottolineava il dovere dei giornalisti di fornire informazioni veritiere e rispettose delle norme morali.
Anche alle scienze e agli straordinari progressi da esse compiuti Pio XII rivolse la sua attenzione. Pur ammirando le conquiste raggiunte in tali campi, il Papa non mancava di mettere in guardia dai rischi che una ricerca non attenta ai valori morali poteva comportare. Basti un solo esempio: restò famoso il discorso da lui pronunciato sulla raggiunta scissione degli atomi; con straordinaria lungimiranza, però, il Papa ammoniva circa la necessità di impedire ad ogni costo che questi geniali progressi scientifici venissero utilizzati per la costruzione di armi micidiali che avrebbero potuto provocare catastrofi immani e perfino la totale distruzione dell'umanità. Come non ricordare poi i lunghi ed ispirati discorsi concernenti l’auspicato riordinamento della società civile, nazionale ed internazionale, per il quale egli indicava come fondamento imprescindibile la giustizia, vero presupposto per una convivenza pacifica fra i popoli: "opus iustitiae pax!". Ugualmente meritevole di speciale menzione è l'insegnamento mariologico di Pio XII, che ebbe il suo culmine nella proclamazione del dogma dell'Assunzione di Maria Santissima, per mezzo del quale il Santo Padre intendeva sottolineare la dimensione escatologica della nostra esistenza ed esaltare altresì la dignità della donna.
Che dire della qualità dell’insegnamento di Pio XII? Egli era contrario alle improvvisazioni: scriveva con la massima cura ogni discorso, soppesando ogni frase ed ogni parola prima di pronunciarla in pubblico. Studiava attentamente le varie questioni ed aveva l'abitudine di chiedere consiglio ad eminenti specialisti, quando si trattava di temi che richiedevano una competenza particolare. Per natura ed indole Pio XII era un uomo misurato e realista, alieno da facili ottimismi, ma era altresì immune dal pericolo di quel pessimismo che non si addice ad un credente. Aborriva le sterili polemiche ed era profondamente diffidente nei confronti del fanatismo e del sentimentalismo.
Questi suoi atteggiamenti interiori rendono ragione del valore e della profondità, come anche dell’affidabilità del suo insegnamento, e spiegano l’adesione fiduciosa ad esso riservata non solo dai fedeli, ma anche da tante persone non appartenenti alla Chiesa. Considerando la grande ampiezza e l’alta qualità del magistero di Pio XII, viene da chiedersi come egli sia riuscito a fare tanto, pur dovendo dedicarsi ai numerosi altri compiti connessi col suo ufficio di Sommo Pontefice: il governo quotidiano della Chiesa, le nomine e le visite dei Vescovi, le visite di Capi di Stato e di diplomatici, le innumerevoli udienze concesse a persone private ed a gruppi molto diversificati.
Tutti riconoscono a Pio XII un’intelligenza non comune, una memoria di ferro, una singolare dimestichezza con le lingue straniere ed una notevole sensibilità. Si è detto che egli era un diplomatico compito, un eminente giurista, un ottimo teologo. Tutto questo è vero, ma ciò non spiega tutto. Vi era altresì in lui il continuo sforzo e la ferma volontà di donare se stesso a Dio senza risparmio e senza riguardo per la sua salute cagionevole. Questo è stato il vero movente del suo comportamento: tutto nasceva dall’amore per il suo Signore Gesù Cristo e dall’amore per la Chiesa e per l’umanità. Egli infatti era innanzitutto il sacerdote in costante ed intima unione con Dio, il sacerdote che trovava la forza per il suo immane lavoro in lunghe soste di preghiera davanti al Santissimo Sacramento, in colloquio silenzioso con il suo Creatore e Redentore. Da lì traeva origine e slancio il suo magistero, come d’altronde ogni altra sua attività.
Non deve pertanto stupire che il suo insegnamento continui anche oggi a diffondere luce nella Chiesa. Sono ormai trascorsi cinquant’anni dalla sua morte, ma il suo poliedrico e fecondo magistero resta anche per i cristiani di oggi di un valore inestimabile. Certamente la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è un organismo vivo e vitale, non arroccato immobilmente su ciò che era cinquant’anni fa. Ma lo sviluppo avviene nella coerenza. Per questo l’eredità del magistero di Pio XII è stata raccolta dal Concilio Vaticano II e riproposta alle generazioni cristiane successive. E’ noto che negli interventi orali e scritti presentati dai Padri del Concilio Vaticano II si riscontrano ben più di mille riferimenti al magistero di Pio XII. Non tutti i documenti del Concilio hanno un apparato di Note, ma in quei documenti che lo hanno, il nome di Pio XII ricorre oltre duecento volte. Ciò vuol dire che, fatta eccezione per la Sacra Scrittura, questo Papa è la fonte autorevole più frequentemente citata. Si sa inoltre che le note apposte a tali documenti non sono, in genere, semplici rimandi esplicativi, ma costituiscono spesso vere e proprie parti integranti dei testi conciliari; non forniscono solo giustificazioni a supporto di quanto affermato nel testo, ma ne offrono una chiave interpretativa.
Possiamo dunque ben dire che, nella persona del Sommo Pontefice Pio XII, il Signore ha fatto alla sua Chiesa un eccezionale dono, per il quale noi tutti dobbiamo esserGli grati. Rinnovo, pertanto, l’espressione del mio apprezzamento per l'importante lavoro da voi svolto nella preparazione e nello svolgimento di questo Simposio Internazionale sul Magistero di Pio XII ed auspico che si continui a riflettere sulla preziosa eredità lasciata alla Chiesa dall’immortale Pontefice, per trarne proficue applicazioni alle problematiche oggi emergenti. Con questo augurio, mentre invoco sul vostro impegno l’aiuto del Signore, di cuore imparto a ciascuno la mia Benedizione.

Fonte: Fonte non disponibile, 8 novembre 2008

7 - ELUANA ENGLARO 1: ECCO PERCHE' NON CI FANNO VEDERE LE FOTO RECENTI DI ELUANA

Autore: Antonio Gaspari - Fonte: Fonte non disponibile, 17 novembre 2008

Moratoria sulla sentenza di morte per Eluana, La chiede il Presidente del CAV di Lecco.

I Centri di Aiuto alla Vita (CAV) non si occupano solo di portare aiuti e sostegni alle mamme in difficoltà, compiono anche un’azione educativa e culturale.
Molto attivo in questo campo il CAV di Lecco, il cui Presidente Paolo Gulisano, medico epidemiologo e noto saggista, in merito al caso di Eluana Englaro ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno suscitato scalpore.
Il Presidente del CAV di Lecco ha fatto richiesta che fossero diffuse le immagini di Eluana.
PERCHÉ QUESTA RICHIESTA?
Gulisano: Perché in questi anni di Eluana sono state mostrate in pubblico, sui media, solo le foto della sua adolescenza, quasi a voler dare l’idea che quella, e solo quella, era Eluana. Mostrare questa donna oggi, per come è, nelle condizioni di inferma amorevolmente assistita, potrebbe servire a comprendere meglio questo caso, a far vedere che si tratta di una persona viva, e non di una sorta di vegetale la cui esistenza considerata inutile deve avere termine.
E’ impressionante l’uso strategico delle immagini nei casi eticamente sensibili: pensate al caso-Welby: non passava giorno che fossero mostrate le sue immagini a letto, con inquadrature che insistevano sulle macchine, sui cavi, per indurre negli spettatori la convinzione di un’artificiosità di tale tipo di vita.
Per Eluana invece il contrario: nessuna immagine, anche perché la donna non è attaccata a nessuna macchina, non ha alcun supporto: è un’invalida in carrozzina, come migliaia di persone ammalate, diversamente abili, o anziani. Vedere Eluana toccherebbe il cuore a molte persone e potrebbe suscitare un movimento di solidarietà ancora più vasto di quello esistente.
I LEGALI DEL PADRE HANNO PARLATO DI INACCETTABILE VIOLAZIONE DELLA PRIVACY.
Gulisano: Siamo di fronte ad una situazione eccezionale, inaudita, per cui è stata data l’autorizzazione a far morire una persona, e si parla di privacy? Si pretende che Eluana scompaia alla vista, sia rimossa, e - fatto ancor più grave - si vorrebbe che la questione della morte procurata di una persona sia un fatto strettamente privato, non di interesse pubblico, riguardante solo le persone coinvolte. E’ questo un aspetto aberrante. 
La sentenza dei giudici ha inteso “far rispettare” una sorta di contratto privato tra Eluana e suo padre. “Con Eluana io avevo fatto un patto e l’ho rispettato. Ho rispettato e onorato la parola che avevo dato a mia figlia”. Così ha sottolineato più volte il signor Englaro.
Un incredibile patto di morte, senza testimoni, senza firme, un patto di “sangue e onore”, a cui si è voluto attribuire una sorta di volontà testamentaria. Sembra tutto assurdo, eppure è proprio a causa di questo patto segreto che Eluana sta per essere terminata, sta per andare incontro - se non interverranno fatti nuovi o addirittura miracolosi -,  alla morte per fame e sete.
COME PRESIDENTE DEL CAV DI LECCO LEI SI È OCCUPATO DA TEMPO DELLA VICENDA?
Gulisano: Sì, anche perché al di là del caso specifico, fu subito chiaro che questo dramma umano personale rischiava di aprire le porte all’introduzione dell’eutanasia. Anni fa lanciai pubblicamente un appello al signor Englaro perché desistesse dalla sua battaglia. Gli dissi che comprendevamo la sua tragedia, il dolore quasi rabbioso di chi aveva posto tante aspettative in quella figlia unica e aveva visto sfumare quei sogni, e avrebbe dovuto accettare una figlia diversa da quella si era immaginata. Gli chiesi un atto nobile, eroico, un sacrificio - quello di accettare Eluana così com’era diventata -, affinché il suo caso personale non venisse utilizzato per introdurre in Italia l’eutanasia, mettendo così a rischio la vita di tante persone, delle tante Eluane, ma anche di anziani, disabili, persone deboli che potrebbero essere eliminate. Purtroppo non venni ascoltato e l’iter giuridico è proseguito.
COME MEDICO COSA PENSA DELLA VICENDA?
Gulisano: Siamo di fronte ad una situazione in cui si vuol far passare per morte “naturale” la morte per sete e per mancanza di nutrimento, che tutto è fuorché “naturale”. Togliere la vita ad una persona, solo perché malata o disabile o incosciente, é una pratica inaccettabile in ogni paese che voglia continuare a rientrare nel novero di quelli civili.
Occorre che la classe medica prenda una posizione non pilatesca, rigettando qualsiasi pratica eutanasica esplicita o camuffata. L’auspicio è che né nel caso di Eluana né in altre situazioni venga meno la sensibilità deontologica che impegna il personale sanitario ad agire in scienza e coscienza per il bene delle persone,  dei diritti inviolabili dei malati.
COSA INTENDE FARE ORA IL CAV DA LEI PRESIEDUTO?
Gulisano: Vogliamo agire su più livelli: innanzitutto facendo crescere la solidarietà intorno ad Eluana in un crescendo di attenzioni. “Chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva”: hanno detto le suore della clinica della nostra città. Loro continuano a servire la vita di Eluana Englaro, come di tutti i pazienti, e hanno affermato la disponibilità a continuare a farlo. Vorremmo quindi aiutarle ad “adottare” Eluana, per garantirle di continuare a vivere.
La solidarietà verso Eluana è indispensabile anche per un altro motivo: nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, la sentenza della Cassazione in realtà  non è propriamente una  condanna a morte. E’ una  “licenza di uccidere” che delega ad un privato cittadino la possibilità di eseguirla. Nessuno è obbligato a farlo, né medico, né infermiere, né lo stesso Englaro padre. La sentenza non obbliga  a togliere o a far togliere il sondino: dà facoltà di farlo impunemente, cioè senza risponderne penalmente.
Occorre allora invitare ad una massiccia disobbedienza civile di fronte a questa sentenza, rigettando sul piano morale e civile questa espressione del potere  giudiziario che ha voluto acconsentire ad una richiesta di soppressione di un essere umano, ultima espressione dell’ideologia del potere dell’uomo sull’uomo, del forte sul debole. Il Diritto di morire non è contemplato nella Costituzione. Chiediamo quindi la moratoria a tempo indeterminato della sentenza: nessuno la applichi, nemmeno - e di questo li supplichiamo - i genitori di Eluana.

Fonte: Fonte non disponibile, 17 novembre 2008

8 - ELUANA ENGLARO 2: E' AMBIGUO IL CONCETTO DI FINE VITA

Autore: Mario Palmaro - Fonte: Fonte non disponibile, 20 Novembre 2008

Caso Englaro: LICENZA DI UCCIDERE -

 L’eversiva sentenza della magistratura italiana, blindata addirittura dal nulla osta delle Sezioni riunite della Cassazione, prima che una condanna a morte è una ancor più tragica "licenza di uccidere". Al cittadino Englaro la decisione se fare o no quello che lo Stato gli consente.
Ancora non ha eseguito o fatto eseguire il gesto omicida. E noi fortemente speriamo che ci ripensi.
Ma se sciaguratamente dovesse farlo, questa decisione omicida non sarà nella sostanza diversa dai milioni di decisioni omicide – anche queste consentite e finanziate dallo Stato – prese da padri, madri e medici in materia di aborto; nonché da quelle di genitori e medici che – nelle tecniche di fecondazione artificiale omologhe o eterologhe - obbligano i poveri figli concepiti in provetta ad un "percorso di guerra" che nove volte su dieci li uccide. Di questo, purtroppo, da troppo tempo si tace, favorendo il clima per una sentenza come quella sul caso-Englaro.
Come era facile prevedere – e chi l’ha fatto ha suscitato le solite "prese di distanza" di certi paladini del "politicamente corretto" e del "male minore" – la legalizzazione prossima ventura della eutanasia si materializzerà con la ben nota trappola dell’antilingua. L’importante è non chiamare le cose con il loro nome. In questo caso, la nuova espressione, che sembra già godere di quell’ampio consenso autorevolmente auspicato per la sua traduzione in legge, è "Fine Vita".
Per l’aborto, che è l’uccisione "volontaria" del figlio concepito, si coniò la formula "Interruzione volontaria della gravidanza", tradotta nell’asettico acronimo "ivg". Il diritto della donna si chiama "autodeterminazione", e la vittima è un essere umano fra il concepimento e la nascita, impossibilitato ad autodeterminarsi. Adesso, con il "fine vita" e la c.d. autodeterminazione delle DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), si delega qualcuno a uccidere colui che – qui e ora - non può esprimersi.
In questo modo – a prescindere da certe buone intenzioni – una legge sul "fine vita" sdoganerà una nuova categoria giuridica: quella delle persone che si trovano in una condizione umana intermedia tra vita e morte.
Recependo nell’ordinamento proprio quel concetto culturale di "zona grigia" elaborata da qualche sedicente cattolico in cerca di facili consensi mondani.
Per questi motivi, Verità e Vita conferma il proprio deciso dissenso dalla linea politica di sostegno ad una legge comunque ispirata al c.d. "fine vita", che nella migliore delle ipotesi funzionerà come "scivolo" al decollo dell’eutanasia legale. Che implica quel diritto di uccidere che, almeno per i cittadini già nati, la legge vigente oggi rifiuta, anche a livello della Costituzione.
Come abbiamo già scritto più volte, delle due l’una: o la volontà del paziente, espressa prima di cadere nell’incoscienza, non è vincolante per il medico. E in questo caso non serve alcuna legge. O la volontà del paziente è vincolante per il medico, e questo apre all’eutanasia. Una legge che cerchi di collocarsi in mezzo a questo spartiacque è solo una colossale trappola della cultura della morte, nella quale Verità e Vita non vuole cadere.
Il "fine vita" non esiste. Esistono la vita e la morte. Al contrario, il "non ancora" dell’ ivg e l’ "ormai" del "fine vita" non sono che il marchio del potere dell’uomo sulla vita dell’altro.
Noi di Verità e Vita sosteniamo che l’unico modo sincero e corretto di esprimere l’ambito della misteriosa dignità, anche corporea, dell’uomo nel tempo è: "dal concepimento alla morte naturale". Parole chiare, distinte e univoche. Parole pro-life.

Fonte: Fonte non disponibile, 20 Novembre 2008

9 - ELUANA ENGLARO 3: UN VOLANTINO PRO-ELUANA PRONTO PER LA DIFFUSIONE

Autore: Giano Colli - Fonte: Redazione di BastaBugie

Vi proponiamo un testo breve che può essere diffuso con e-mail o volantini. E' utile per fare controinformazione efficace (cioè con slogan facilmente comprensibili). Ecco il testo da divulgare:
 
ELUANA E' VIVA!

La RAGIONE ci basta per dire che non si può non dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati e quindi la sentenza di morte per Eluana è crudele. Ecco perché:

1) NON È UNA MALATA TERMINALE
2) NON È IN COMA
3) NON HA BISOGNO DI MEDICINE
4) È CLINICAMENTE GUARITA (anche se è gravemente disabile)
5) È VIVA
6) HA SOLO BISOGNO DI CIBO E ACQUA
7) IL SUO STOMACO DIGERISCE IL CIBO
8) RESPIRA AUTONOMAMENTE (senza macchine)
9) AL MATTINO SI SVEGLIA E APRE GLI OCCHI
10) LA NOTTE CHIUDE GLI OCCHI E DORME
11) POTREBBE RISVEGLIARSI (ci sono casi di risveglio anche dopo 20 anni di stato vegetale persistente!)
12) LE SUORE SONO DISPONIBILI A CONTINUARE AD OCCUPARSI DI LEI (come fanno da oltre 14 anni)

Per chi ha FEDE, poi, è ancora più chiaro. Ecco perché:
Può un cattolico ritenere lecita l'eutanasia?
NO! Un cattolico non può ritenere lecita l'eutanasia in quanto il Papa Giovanni Paolo II nell'enciclica Evangelium Vitae ha dichiarato ex cathedra, cioè INFALLIBILMENTE che l'eutanasia è un peccato gravissimo. Il cattolico che volesse pensarla diversamente dovrebbe dimostrare di essere infallibile lui e non il Papa.

Può un cattolico ritenere che nel caso di Eluana non si possa parlare di eutanasia?
NO! Il caso di Eluana è eutanasia. Infatti l'anno scorso la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che l'alimentazione e l'idratazione sono cure ordinarie e quindi OBBLIGATORIE per tutti i malati. Il Papa Benedetto XVI ha approvato quanto dichiarato dalla congregazione.

Può un cattolico dire di essere personalmente contrario all'eutanasia, ma di non poter imporre la sua idea a chi la pensa diversamente?
NO! L'eutanasia non si può concedere nemmeno a chi la richieda esplicitamente (come ad esempio il caso di Welby). Questo perché l'eutanasia è l'uccisione di un innocente e questo non si può mai permettere perché ogni uomo ha la sua dignità. Ecco perché è stato giustamente condannato un tedesco che aveva mangiato (sì, proprio mangiato) un altro uomo. Quest'ultimo era d'accordo ed anzi l'aveva chiesto lui. NESSUNO PUÒ DISPORRE DELLA PROPRIA VITA, NEMMENO SE È D'ACCORDO DI ESSERE UCCISO.

Fonte: Redazione di BastaBugie

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