BastaBugie n�144 del 11 giugno 2010

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1 CREAZIONE DELLA VITA IN LABORATORIO?
La bufala della prima cellula artificiale: ecco come i giornali hanno pompato una modesta scoperta scientifica
Autore: Andrea Galli - Fonte: Avvenire
2 POPIEULSKO, UN OTTIMO FILM ADESSO IN EDICOLA
La storia del sacerdote polacco recentemente beatificato, vittima della violenza totalitaria del comunismo
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: L'Ottimista
3 LA PAPESSA, UN PESSIMO FILM ADESSO NEI CINEMA
Basato su una leggenda sicuramente falsa, lo riconoscono persino Wikipedia e uno storico protestante
Fonte: Wikipedia
4 UNA PAPESSA C'E', MA E' DEL 2009 ED E' PROTESTANTE
Ecco perché nessuno farà mai un film della presidente della Chiese evangeliche tedesche, denunciata per guida in stato di ubriachezza
Autore: Enzo Pennetta - Fonte: Libertà e persona
5 COSA E' ACCADUTO DAVVERO SULLA NAVE TURCA DEI PACIFISTI ATTACCATA DA ISRAELE?
Ecco spiegata la trappola mediatica del furbo governo di Erdogan
Autore: Stefano Magni - Fonte: Ragionpolitica.it
6 OCCORRE LA POLIZIA PER ANDARE ALLA MESSA
Non siamo in Cina o in Arabia Saudita, ma ad Ostia Lido, Comune di Roma
Autore: Giuseppe Orsini - Fonte: L'Ottimista
7 TUTTO QUELLO CHE NON CI DICONO SULLA PESSIMA LEGGE 40 SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Sono 200.000 le vittime innocenti di cui nessuno parla!
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Comitato Verità e Vita
8 L'UTERO E' MIO E ME LO GESTISCO IO
Donna americana abortisce quindici volte dai 16 ai 33 anni
Fonte: Corrispondenza Romana
9 OMELIA PER LA XI DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 7,36-8,3)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - CREAZIONE DELLA VITA IN LABORATORIO?
La bufala della prima cellula artificiale: ecco come i giornali hanno pompato una modesta scoperta scientifica
Autore: Andrea Galli - Fonte: Avvenire, 3 giugno 2010

Un risultato, «al di là del clamore mediatico che ha portato a interpretazioni anche fantasiose sulle reali conseguenze degli esperimenti fatti, che costituisce un traguardo importante nell’ambito della microbiologia, dell’ingegneria genetica e delle biotecnologie e mette a disposizione una nuova opportunità per trarre informazioni sulla 'vita', pur essendo ben altra cosa che la 'creazione della vita', fosse anche solo di una piccola cellula batterica». Così scrivono in un comunicato Giovanna Riccardi e Marco Gobbetti, rispettivamente presidente e vice-presidente della Società Italiana di Microbiologia Generale e Biotecnologie Microbiche (Simgbm), su Synthia, la nuova cellula sintetizzata dal gruppo di lavoro guidato da Craig Venter. I biologi offrono quindi una loro analisi di quanto presentato lo scorso 20 maggio sulla rivista Science : «Il gruppo di Venter ha sintetizzato chimicamente e messo insieme pezzo dopo pezzo l’intero genoma di un batterio (Mycoplasma mycoides, parassita polmonare di alcuni ruminanti) per poi introdurlo nella cellula di un batterio di una specie simile (Mycoplasma capricolum), cellula che era stata privata del suo corredo genetico originario. È importante rilevare che la cellula ricevente è di origine naturale e solo il genoma, che costituisce soltanto una piccola ma importantissima parte della cellula è stato sintetizzato inizialmente per via chimica».
«Gli scienziati hanno (ri)costruito il genoma 'artificiale' copiando il genoma di un batterio vivente già noto... Lo stato della tecnica e della conoscenza non consente di inventare 'ex novo' un intero genoma per la costruzione di un organismo completamente sintetico. Leggere un testo e copiarlo è tutt’altra cosa che averlo capito e interpretato; ancora adesso il funzionamento, anche di un organismo semplice come un batterio, è ben lontano dall’essere compreso nel suo complesso e ancor più lontano dal poter essere re-inventato».
«Per mettere insieme i diversi pezzi di Dna sintetizzati chimicamente e ottenere una quantità di genoma sintetico sufficiente per le manipolazioni genetiche, i ricercatori hanno usato un altro microrganismo, il lievito di birra (Saccharomyces cerevisae), come fabbrica cellulare... Per funzionare, il Dna ha bisogno di una macchina molto complicata, la cellula; questa macchina è costruita in base alle istruzioni impartite dal Dna stesso. Per il momento Venter e i suoi sono riusciti a 'copiare' in laboratorio il Dna di un microrganismo, ma è come se avessero impiegato una 'macchina usata' per farlo funzionare (ovvero un altro microrganismo privato del suo Dna naturale)».

Fonte: Avvenire, 3 giugno 2010

2 - POPIEULSKO, UN OTTIMO FILM ADESSO IN EDICOLA
La storia del sacerdote polacco recentemente beatificato, vittima della violenza totalitaria del comunismo
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: L'Ottimista, 3 Giugno 2010

Aveva trentasette anni, era debole nel fisico ma fortissimo nello spirito. In Polonia è un eroe ma è poco o per nulla conosciuto nel resto del mondo. Buono con tutti, ha reagito agli insulti, alle provocazioni, alle violenze, con opere e parole di bene, di carità, di compassione. Il regime comunista lo ha accusato di essere un sovversivo che stava organizzando la rivolta armata, in realtà calmava gli animi, respingeva l’odio, praticava l’amicizia e la fratellanza. Assisteva gli ammalati, i poveri, i perseguitati. Di fronte alla violenza inaudita di un sistema ingiusto e disumano, ha reagito convincendo tutti quelli che lo avvicinavano a pregare, cantare le lodi a Maria, confessarsi e convertirsi.
È stato barbaramente ucciso dai suoi aguzzini, ma la sua vita e il sangue versato hanno dato forza e coraggio ad un popolo intero e così una delle peggiori dittature che la storia ricordi è stata sconfitta. Nel 1987, inginocchiato sulla sua tomba, Giovanni Paolo II disse: “Come Cristo, il suo sangue ha salvato l’Europa”.
Stiamo parlando di padre Jerzy Popiełuszko, testimone e martire di un popolo, quello polacco, che ha sconfitto la dittatura comunista con le armi dell’amore e del Vangelo cristiano. Domenica 6 giugno verrà beatificato a Varsavia. Nato nel 1947 a Okopy, provincia di Bialystok, in Polonia, Popiełuszko si è subito distinto per il suo coraggio, la difesa dei diritti umani, la richiesta di libertà e giustizia, la capacità di amare anche i suoi persecutori. Nella Chiesa di San Stanislao Kostka e nelle fabbriche, padre Popieluszko aiutava gli operai, dava loro coraggio, li educava all’amore fraterno, li invitava a non reagire quando venivano colpiti, li confessava, sosteneva le loro famiglie. Insegnava loro a rispondere con preghiere e canti sacri e patriottici alle minacce e alle aggressioni. Sosteneva Solidarnosc nelle sue battaglie per garantire migliori condizioni sociali, per la libertà, la giustizia, il progresso.
Il regime comunista lo identificò subito come un nemico mortale. Tentarono in vari modi di minacciarlo e spaventarlo. Uccisero i figli e i parenti delle persone a lui più vicine. Qualcuno dei suoi collaboratori cedette alle minacce e divenne una spia dei servizi segreti. Ma padre Popieluszko non cedette mai alle provocazioni. Mai si piegò al sentimento di odio. Nei momenti più duri, quando i suoi collaboratori non riuscivano a contenere l’odio contro i persecutori, padre Popieluszko spiegava: “dobbiamo combattere il peccato, non le sue vittime”. Questa sua capacità eroica di amare tutti cristianamente, lo rese libero e invincibile. Il regime cercò di screditarlo e di accusarlo di cospirazione ma padre Popieluszko non parlava mai di politica.
Gli eventi precipitarono e in Polonia venne imposta la legge marziale. Il regime sovietico non poteva accettare la ribellione del popolo polacco. Come in Ungheria nel 1956 e poi in Cecoslovacchia nel 1968 i carri armati sovietici erano pronti a sopprimere con la violenza armata ogni richiesta di libertà. Ma il popolo polacco ha mostrato qualità morali straordinarie. Le forze di polizia e dell’esercito che irrompevano nelle fabbriche occupate, trovavano operai, padri di famiglia, giovani, che pregavano, che cantavano le lodi a Maria, che erano inginocchiati di fronte ai crocefissi e che dicevano: “perché mi picchi? sono un tuo fratello polacco”. (...)
Il pontefice Giovanni Paolo II e padre Popieluszko sono due tra i milioni di testimoni di questa rivoluzione pacifica che ha sconfitto il regime comunista, una delle più brutali e potenti dittature che hanno insanguinato il ventesimo secolo. La dittatura socialista voleva fiaccare il morale dei polacchi: per questo motivo il 19 ottobre 1984 di ritorno da un servizio pastorale da Bydgosszcz a Gorsk, vicino a Torun, padre Popieluszko venne rapito da tre funzionari del Ministero dell’Interno, selvaggiamente picchiato e orrendamente seviziato. Pur legato dentro al cofano di un auto, Popieluszko cercò di fuggire. I persecutori lo colpirono ancora più selvaggiamente, lo sfigurarono, lo legarono tra bocca e gambe in modo che non potesse distendersi senza soffocare. Gli strinsero un masso ai piedi e lo buttarono in un fiume.
Il regime pensava di aver messo a tacere il più coraggioso dei suoi oppositori e demoralizzato i suoi amici, invece, nonostante i ricatti, le minacce, la violenza, più di 600.000 persone parteciparono al funerale di Popieluszko e, nel giro di pochi anni, la Polonia venne liberata e l’intero sistema sovietico collassò. Tra i giovani che parteciparono al funerale di Popieluszko, c’era il sedicenne Rafał Wieczyński, che ha diretto e realizzato il film Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza.
Un film straordinario che racconta la storia di un eroe sconosciuto e di un popolo cattolico. Prima della proiezione del film, che è avvenuta nella Radio Vaticana, venerdì 28 maggio, Hanna Suchocka, già Primo Ministro Polacco, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e attuale Ambasciatore presso la Santa Sede, ha spiegato che “nella Chiesa non sono mancati uomini e donne, che hanno testimoniato Cristo fino alla fine”. La figura di padre Popiełuszko è però “eccezionale, perché è un eroe contemporaneo che ha testimoniato come si può vincere il male con il bene”.
L’edizione in DVD del film "Popiełuszko: non si può uccidere la speranza", sarà in distribuzione nelle edicole da venerdì 4 giugno 2010.

Fonte: L'Ottimista, 3 Giugno 2010

3 - LA PAPESSA, UN PESSIMO FILM ADESSO NEI CINEMA
Basato su una leggenda sicuramente falsa, lo riconoscono persino Wikipedia e uno storico protestante
Fonte Wikipedia

La papessa Giovanna è un leggendario Papa donna che avrebbe regnato sulla Chiesa dall'853 all'855. È considerata dagli storici un mito o leggenda medioevale, probabilmente originato dalla satira antipapale, che ottenne un qualche grado di plausibilità a causa di certi elementi genuini contenuti nella storia.
Secondo la narrazione, era una donna inglese, educata a Magonza e vestita in abiti maschili che, a causa della natura convincente del suo travestimento, divenne un monaco con il nome di Johannes Anglicus. Venne eletta dopo la morte di Papa Leone IV (17 luglio 855) (...) prendendo il nome di Giovanni VIII.
La papessa non praticava l'astinenza sessuale e rimase incinta di uno dei suoi tanti amanti. Durante la solenne processione di Pasqua nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, quando il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il Pontefice. Il cavallo reagì, quasi provocando un incidente. Il trauma dell'esperienza portò "Papa Giovanni" ad un violento travaglio prematuro.
Scopertone il segreto, la papessa Giovanna venne fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Venne sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. Questa strada venne (apparentemente) evitata dalle successive processioni papali - anche se quando quest'ultimo dettaglio divenne parte della leggenda popolare, nel XIV secolo, il papato era ad Avignone, e non c'erano processioni papali a Roma.
Sempre secondo la leggenda, a Giovanna successe Papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche. Benedetto III si considera abbia regnato dall'855 al 7 aprile 858. (...)
Parte essenziale della leggenda è un rito mai svoltosi, ma fantasticato dal popolo e ripreso, con molto gusto, da autori protestanti del Cinquecento in chiave anti romana: s'immaginò che ogni nuovo Papa venisse sottoposto a un accurato esame intimo per assicurarsi che non fosse una donna travestita (o un eunuco). Questa verifica avrebbe previsto il sedersi su una sedia di porfido rosso dotata di un foro. I diaconi più giovani presenti avrebbero tastato quindi sotto la sedia per assicurarsi che il nuovo Papa fosse stato un maschio. (...)
Il primo a pubblicare la leggenda fu il cronista domenicano Giovanni di Metz negli anni 1240, ripreso dal collega domenicano Martino di Troppau pochi anni dopo.
Come per tutti gli altri miti in generale, esiste una parte di verità, abbellita da uno strato di finzione. Una sedia simile esiste; quando un Papa prendeva possesso della sua Cattedrale, San Giovanni in Laterano a Roma, si sedeva tradizionalmente su due sedie di porfido (la pietra degli imperatori, assimilata alla porpora), con la seduta aperta a ciambella. Il motivo di questi fori è oggetto di discussione, ma poiché entrambe le sedie sono più vecchie di secoli della storia della papessa Giovanna, essendo di età costantiniana, esse chiaramente non hanno niente a che fare con una verifica del sesso del Papa. (...)
Il mito della papessa Giovanna fu totalmente screditato dagli studi di David Blondel, uno storico e pastore protestante della metà del Seicento. Blondel, attraverso un'analisi dettagliata delle affermazioni e delle tempistiche suggerite, argomentò che nessun evento di questo tipo poteva essere avvenuto. Tra le prove che discreditano la storia della papessa Giovanna troviamo:
1) La tradizionale processione papale di Pasqua non passava nella strada dove la presunta nascita sarebbe avvenuta.
2) Non esiste alcun documento d'archivio su un tale evento.
3) La "sedia dei testicoli", su cui i papi sederebbero per avere la propria mascolinità accertata, è di molto precedente all'epoca della papessa Giovanna e non ha niente a che fare con il requisito che ai papi vengano controllati i testicoli (come spiegato più sopra).
4) Papa Leone IV (santo) regnò dall'847 fino alla sua morte nell'855 (e Papa Benedetto III gli succedette nel giro di settimane), rendendo impossibile che Giovanna abbia regnato dall'853 all'855.
Il momento della prima comparsa della storia coincide con la morte di Federico II, che era stato in conflitto con il papato. Gli storici concordano in generale che la storia della papessa Giovanna sia una satira anti papale ideata per collegarsi allo scontro del papato con il Sacro Romano Impero. (...)

Fonte: Wikipedia

4 - UNA PAPESSA C'E', MA E' DEL 2009 ED E' PROTESTANTE
Ecco perché nessuno farà mai un film della presidente della Chiese evangeliche tedesche, denunciata per guida in stato di ubriachezza
Autore: Enzo Pennetta - Fonte: Libertà e persona, 6 giugno 2010

Dopo l’Ipazia, da qualcuno definita “illuminista”, portata sul grande schermo con il film Agorà, è adesso la volta del film La Papessa del regista Sonke Wortmann. In attesa di una eventuale prossima uscita di Pippo Pluto e Paperino in Vaticano possiamo goderci quest’ultima mega produzione europea la quale propone un falso medievale piuttosto grossolano che fu messo in giro dalla nobiltà antipapista tedesca per cercare di screditare il papato in un momento in cui esso rivendicava la sua indipendenza dal potere politico.
La vicenda venne nei secoli successivi ripresa da vari autori tra i quali Boccaccio e il Belli, la storia che viene raccontata è quella di una donna che riesce ad entrare in seminario e a percorrere tutti i gradi delle gerarchie ecclesiastiche fino a farsi eleggere papa nel’anno 855 col nome di Giovanni VIII. Peccato però che nell’855 venne eletto papa Benedetto III che regnò fino all’anno 858, e non il presunto Giovanni VIII che sarà realmente eletto nell’anno 872.
Con l’uscita di questa pellicola un pubblico già logorato ai fianchi dalla saga di Dan Brown, colpito allo stomaco dall’uccisione della bella Ipazia, potrebbe pericolosamente barcollare sotto il peso di una papessa medievale che si fa beffe del collegio cardinalizio e finisce per di più uccisa dai cattolici proprio come la sfortunata collega filosofa di Alessandria.
Ma sorprendentemente una “papessa” è esistita veramente, però è una figura che non essendo cattolica risulta molto meno appetibile dai media, tanto che quando si è parlato di uno scandalo che l’ha riguardata lo spazio dedicato è stato un classico trafiletto. Il 24 febbraio 2010 compariva sui quotidiani la notizia che la presidente della Chiese evangeliche tedesche, la cinquantaduenne Margot Kaessmann, eletta “papa” nel 2009 era stata denunciata dalla polizia di Hannover con l’accusa di guida in stato di ubriachezza. Il giorno dopo la Kaessmann rassegnava le dimissioni ponendo fine alla sua esperienza di papessa durata solo quattro mesi.
La realtà spesso è meno avvincente della fantasia, le Chiese evangeliche tedesche poi non interessano quanto la chiesa Cattolica, fortunatamente non vedremo sullo schermo la storia della papessa ubriaca.

Fonte: Libertà e persona, 6 giugno 2010

5 - COSA E' ACCADUTO DAVVERO SULLA NAVE TURCA DEI PACIFISTI ATTACCATA DA ISRAELE?
Ecco spiegata la trappola mediatica del furbo governo di Erdogan
Autore: Stefano Magni - Fonte: Ragionpolitica.it, 1 giugno 2010

Gli israeliani hanno attaccato di punto in bianco un convoglio di otto navi passeggeri che trasportavano aiuti umanitari per Gaza, uccidendo almeno 9 pacifisti che erano a bordo? La marina israeliana (proprio come la nostra marina e tutte quelle della Nato) non ha regole di ingaggio che permettono l'uccisione indiscriminata di civili. I soldati israeliani stavano conducendo un'operazione di polizia, con armi non letali, nel momento in cui sono stati aggrediti. Hanno rischiato il linciaggio e solo in quel momento hanno aperto il fuoco. Si parla dei 9 attivisti uccisi, quasi mai dei 6 militari feriti, di cui due gravemente.
Le notizie che si susseguono sulla tragedia consumatasi al largo di Gaza parlano di un confronto fra Davide e Golia, dove il giovane armato di fionda è questa volta incarnato nelle Ong pacifiste e il gigante nella più grande potenza militare del Medio Oriente. Quel che non si vede (leggasi: quello di cui si parla molto meno nei media) è il braccio di ferro fra Israele e la Turchia. Erdogan ha teso una trappola mediatica a Israele. E il governo di Gerusalemme ci è cascato.
Il convoglio umanitario è stato assemblato in Turchia. E' stato organizzato da associazioni internazionali, fra cui, in prima fila si schierava l'Ihh, una Ong islamica turca, nel mirino dei precedenti governi laici di Ankara, ma pienamente legittimata da quando alla guida dell'esecutivo c'è Erdogan. L'Ihh è accusata da Israele di avere legami con Hamas. La sua missione, sbarcare aiuti umanitari direttamente a Gaza, violando il blocco navale israeliano, è stata identificata immediatamente da Israele come un atto ostile. Soprattutto perché avviene a poco più di un anno dal durissimo scontro fra Olmert ed Erdogan sulla guerra a Gaza. La Turchia è stata la base dell'organizzazione di tutta la spedizione. L'esecutivo israeliano aveva chiesto ad Ankara di non far partire il convoglio, ottenendo solo un secco rifiuto. L'11 maggio, Erdogan ha espresso pubblicamente il suo sostegno personale alla missione delle Ong, a favore di Gaza. Nel lungo braccio di ferro fra la «Freedom Flotilla» (questo il nome dato al convoglio umanitario) e il governo di Gerusalemme si sono presentate numerose alternative, ma alla fine gli organizzatori hanno optato solo per la soluzione più radicale: il forzamento del blocco, cercando esplicitamente lo scontro con Israele.
La proposta di Israele era: uno sbarco degli aiuti umanitari al porto di Ashdod, poi l'organizzazione di un convoglio via terra per far affluire tutto il materiale a Gaza. Per dimostrare che non ci sono problemi nell'invio di beni di prima necessità alla popolazione palestinese, la settimana scorsa gli israeliani avevano fatto transitare oltre 14mila tonnellate di aiuti umanitari attraverso i valichi della Striscia di Gaza, più del tonnellaggio trasportato dalla «Freedom Flotilla». Gli organizzatori, però, hanno rifiutato la proposta di una rotta alternativa da Ashdod, dimostrando di non voler avere a che fare con i controlli alla frontiera israeliana. E di non considerare prioritaria la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Anche in questo caso la Turchia ha giocato un ruolo ben preciso: il 24 maggio Ankara ha inviato una missiva al governo israeliano, minacciando rappresaglie se la flotta con la stella di David si fosse opposta al passaggio della «Freedom Flotilla».
Il 27 maggio Noam Shalit, padre del caporale Gilad Shalit, prigioniero di Hamas dal 2006, ha proposto una sua mediazione personale. Ha promesso di intercedere presso il governo a favore di un passaggio del carico umanitario. In cambio chiedeva la consegna a suo figlio di un pacchetto di aiuti e di alcune sue lettere. Gli organizzatori della missione «umanitaria» hanno però rigettato anche questa proposta di mediazione. Sul forum di Al Manar, quel giorno, era apparso un commento più che esplicito di un lettore militante: «Sono d'accordo con la decisione di non includere aiuti a Shalit, perché distrarrebbe dallo scopo principale della missione: spezzare l'assedio di Gaza imposto da Israele, dall'Ue e dagli Usa». Lo scopo era sfondare il blocco, dunque, non tanto portare aiuti a un popolo affamato. La marina israeliana si è così trovata con le spalle al muro.
Il governo israeliano aveva avvertito: non avrebbe permesso il passaggio. Se il convoglio non avesse deviato su Ashdod, gli israeliani sarebbero intervenuti per arrestare gli attivisti. Alle intimazioni dell'alt, la flottiglia non ha risposto. E la marina ha dovuto mandare dei commando per abbordare la nave di testa, la turca Mavi Marmara. A giudicare dai filmati e dalle testimonianze dei militari, i commando con la Stella di David sono arrivati sulle navi senza attendersi alcuna resistenza, per condurre un'operazione di polizia. Non erano dotati di proiettili veri, ma di vernice. Contrariamente a quel che si aspettavano, però, i primi soldati calatisi dall'elicottero della marina hanno dovuto affrontare una folla inferocita armata di bastoni e armi da taglio. Un soldato è stato gettato fuori bordo. Un altro è svenuto dopo essere stato colpito da un proiettile. C'è chi dice che sia stato sparato da un fucile trafugato agli israeliani nel corso del linciaggio, chi da un'arma non identificata posseduta da qualche attivista a bordo. Sei militari israeliani sono stati feriti nello scontro, due dei quali versano in gravi condizioni. E' solo a questo punto che il commando hanno aperto il fuoco. Avrebbero potuto reagire diversamente? Forse sì, se avessero mantenuto i nervi più saldi o fossero stati preparati, sin da subito, ad affrontare una folla ostile e non un gruppo di pacifisti pronti ad arrendersi. Fatto sta che, aprendo il fuoco, gli israeliani hanno fatto esattamente quello che si aspettava chi aveva teso loro la trappola mediatica. E forse anche molto di più: nessuno si aspettava i morti.
A scontro avvenuto, è sempre la Turchia di Erdogan la prima a protestare. Su 800 persone a bordo del convoglio, 350 erano cittadini turchi, così come turche sono quasi tutte le vittime. Ankara ha richiamato l'ambasciatore in Israele per consultazioni, mentre una folla di manifestanti (fra cui spuntavano anche bandiere di Hamas ed Hezbollah) marciava contro le sedi diplomatiche dello Stato ebraico a Istanbul e nella capitale. Per il governo islamico di Erdogan è un momento d'oro. A una settimana dalla conclusione di uno pseudo-accordo sul nucleare iraniano, di cui si è fatto promotore, può ora mettersi alla testa dell'indignazione anti-israeliana di tutto il mondo musulmano.

Fonte: Ragionpolitica.it, 1 giugno 2010

6 - OCCORRE LA POLIZIA PER ANDARE ALLA MESSA
Non siamo in Cina o in Arabia Saudita, ma ad Ostia Lido, Comune di Roma
Autore: Giuseppe Orsini - Fonte: L'Ottimista, 3 Giugno 2010

Dopo oltre quindici anni di 'uso improprio' la chiesa dell'ex Colonia Marina “Vittorio Emanuele III” di Ostia Lido è tornata ad ospitare funzioni religiose. Le Forze dell’Ordine hanno fatto sgombrare gli 'okkupanti', mettendo fine ad un incuria e ad un degrado per i quali le istituzioni locali hanno avuto la loro brava parte di responsabilità. La chiesa, mai sconsacrata, è subito tornata alla sua legittima destinazione: domenica 23 maggio alle 11.30 (foto) un sacerdote della Comunità di Sant’Egidio vi ha celebrato la prima Santa Messa dopo lo sgombero effettuato la settimana precedente dalle Forze dell’Ordine. La celebrazione è stata animata da un coro della stessa Comunità.
Nessun giornale, nemmeno le più attente testate locali, ha dato notizia della riapertura, eppure la Chiesa era gremita di fedeli (molti di loro hanno dovuto seguire la messa in piedi) che da tempo ne chiedevano la ripresa delle funzioni.
All’esterno della Chiesa era presente un nutrito gruppo di poliziotti per evitare eventuali battibecchi tra fedeli ed ex 'okkupanti'. Le Forze dell’Ordine non hanno impedito che all’offertorio alcuni degli 'sfrattati' entrassero in Chiesa, forse per parlare dal pulpito. Fa impressione constatare che occorra schierare la polizia per consentire ai cattolici un elementare diritto: andare a messa in una chiesa. Non in Cina, non in Arabia ma ad Ostia Lido, Comune di Roma... Ciò che davvero conta, tuttavia, è che, tra i residenti, il recupero della chiesa e la ripresa delle funzioni abbiano ricevuto un gradimento pressoché unanime. Le sante messe saranno celebrate ogni domenica alle ore 11.30. Nei prossimi mesi riprenderanno anche le attività pastorali.
Come è stato possibile questo piccolo 'miracolo'? Tutto è iniziato quattro anni fa, allorché si costituì il Comitato Spontaneo per la difesa dell'ex Colonia Vittorio Emanuele III di Ostia Lido, cui aderì anche chi scrive. Il 13 giugno 2007, dopo aver raccolto ben 3.500 firme, il comitato organizzò un corteo che, partendo dalla piazza dove ha sede il Municipio, si diresse verso l'ex Colonia. La Questura, tuttavia, impedì ai dimostranti di andare oltre il Pontile. Nel luglio 2007 Sky trasmise un ampio servizio sulla Colonia con interviste ad alcuni componenti del Comitato. Purtroppo gli amministratori locali allora in carica (Piero Marrazzo, Presidente della Regione Lazio, Walter Veltroni, Sindaco di Roma, e Paolo Orneli, Presidente del Municipio Roma XIII), ignorarono sollecitazioni, firme e manifestazioni. Poi, come è noto, il 'vento' è cambiato e qualche risultato si vede. Per la cronaca: alla Santa Messa di domenica scorsa erano presenti tre componenti dell’attuale Giunta del Municipio XIII.
La Chiesa recuperata al culto, dalle altissime volte ed ampiamente affrescata, è stata costruita assieme alla Colonia a cavallo tra gli anni ’20 e gli anni ’30. La Colonia nacque per ospitare fino a 320 bambini e tanti ne ospitò per qualche decennio. Poi l’utilizzo è cambiato. Oggi la struttura ospita la biblioteca comunale “Elsa Morante” ed altri istituti, compreso un centro di culto islamico. L'ex Colonia, posta sul lungomare, potrebbe ospitare in futuro una possibile “Università del mare”.

Fonte: L'Ottimista, 3 Giugno 2010

7 - TUTTO QUELLO CHE NON CI DICONO SULLA PESSIMA LEGGE 40 SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Sono 200.000 le vittime innocenti di cui nessuno parla!
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Comitato Verità e Vita, 8 giugno 2010

Nel 2008 sono 10.212 i “figli” della legge 40. Lo rivela il sottosegretario al Ministero della Salute Eugenia Roccella, che ha commentato con soddisfazione il dato dei nati in Italia con tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Questi numeri sarebbero da salutare come un segnale positivo, una conferma del buon funzionamento della legge 40 che non ostacolerebbe, ma anzi incoraggerebbe le tecniche di fecondazione artificiale.
Di segno opposto i giudizi degli ambienti legati ai centri specializzati nelle tecniche riproduttive, che definiscono la legge 40 “repressiva”, e che si danno da fare per abbattere i famosi “paletti”.
Anche se i dati sono “ancora in fase di elaborazione”, come ha spiegato il sottosegretario Roccella, già ora è possibile dire una cosa: e cioè, che quei 10.000 figli della provetta non possono essere salutati come una vittoria della cultura della vita e della dignità della persona umana. E questo, almeno per due ordini di ragioni.
La prima: c’è un solo modo di essere concepiti in maniera veramente umana, e rispettosa delle dignità del nascituro. E questo modo è l’abbraccio naturale fra l’uomo la donna, al quale può seguire il sorgere di una nuova vita, che si sviluppa nell’unico luogo pienamente idoneo alla sua protezione: il grembo della donna.
La seconda ragione: dietro al dato apparentemente trionfale dei 10.000 bambini che sono riusciti a nascere, si nasconde – approfittando del colpevole silenzio di molti – il dato impressionante delle vittime da fecondazione artificiale.
Per ottenere, con il concorso delle tecniche ICSI e FIVET, la nascita di 10.212 bambini e bambine nell’anno 2008, è stato necessario sacrificare consapevolmente circa 200.000 esseri umani, fratelli e sorelle di quelli fortunosamente sopravvissuti e confluiti nel novero dei “successi”.
Per ottenere questo risultato sconvolgente, è sufficiente tener conto che esiste un rapporto di 1 a 20 tra bambino in braccio e embrioni che muoiono nelle tecniche di fecondazione artificiale, morti che avvengono in provetta, nel trasferimento e dopo l’impianto. Morti che non sono equiparabili a imprevedibili decessi naturali, ma che sono al contrario accettate fin dal principio e anzi desiderate, dal momento che si procede quasi sempre a un trasferimento multiplo, mentre la coppia chiede di avere uno e non tre figli.
Dunque, questi embrioni d’uomo, fratelli e sorelle dei 10.000 nati, sono stati vittime di tecniche disumane e occisive, promosse e protette dalla legge 40 del 2004, che si conferma una legge gravemente ingiusta.
Dunque, non riusciamo a capire come possa esservi chi, nel fronte pro life e nel mondo cattolico, giudichi come un successo questo risultato della legge 40. I mezzi di informazione, in particolare quelli cattolici, hanno il dovere di evitare la cooperazione al male e lo scandalo, e devono testimoniare il valore della vita, opponendosi alle leggi gravemente ingiuste.
I media, e soprattutto coloro che lavorano per la difesa della vita, hanno il grave dovere morale di prendere le distanze da un quadro legislativo gravemente iniquo e ad affermare con chiarezza il valore della vita umana, per non dare l’impressione di una certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente lesive del primo diritto naturale, che è il diritto alla vita.
"…le tecniche di fecondazione in vitro si svolgono di fatto come se l’embrione umano fosse un semplice ammasso di cellule che vengono usate, selezionate e scartate..."
successivamente, "il rapporto tra il numero totale di embrioni prodotti e di quelli effettivamente nati, il numero di embrioni sacrificati è altissimo..."
e ancora, "Le tecniche di fecondazione in vitro in realtà vengono accettate, perché si presuppone che l’embrione non meriti un pieno rispetto, per il fatto che entra in concorrenza con un desiderio da soddisfare. Questa triste realtà, spesso taciuta, è del tutto deprecabile, in quanto «le varie tecniche di riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita»" [Dignitas Personae n.14 e n.15]
Sarà opportuno ricordare che la verità proposta dalla "Dignitas Personae" non è verità ‘confessionale’ o di fede, bensì verità universale, valida per tutti, Cattolici e non, in quanto fondata saldamente sul Diritto Naturale.
Ciò che sta avvenendo con le tecniche di fecondazione artificiale, con la loro legalizzazione e con la difesa acritica della legge stessa, è un vero e proprio scandalo, dalle conseguenze di portata incalcolabile su più piani: etico, familiare, sociale, teologico, ecclesiale. Le morti per fivet coinvolgono in modo diverso e a prescindere da ogni giudizio personale, madri, padri, operatori sanitari, legislatori, giornalisti, uomini con responsabilità ecclesiali. Tutti sono chiamati a non cooperare alla normalizzazione di condotte umane gravemente contrarie al diritto alla vita e alla tutela del bene comune.

Fonte: Comitato Verità e Vita, 8 giugno 2010

8 - L'UTERO E' MIO E ME LO GESTISCO IO
Donna americana abortisce quindici volte dai 16 ai 33 anni
Fonte Corrispondenza Romana, 29/5/2010

Irene Vilar è una donna statunitense, di origini portoricane, di 40 anni. Da giovane ha studiato nei college-simbolo della cultura progressista radical-chic a New York, quindi si è avvicinata ai circoli letterari e filosofici di idee democratiche e taglio femminista. La sua storia, raccontata nel libro-scandalo Impossibile Motherhood: testimony of abortion addict (“Maternità impossibile: la testimonianza di una donna dipendente dall’aborto”), pubblicato in Italia da Corbaccio col titolo Scritto col mio sangue, potrebbe sembrare apparentemente una storia di disagio estremo ma non lo è.
La donna nel libro racconta di aver abortito 15 volte in 17 anni (la prima volta quando ne aveva 16, l’ultima a 33) per fare un dispetto al marito, un professore di storia trent’anni anni più vecchio di lei, che «non voleva figli». Proprio così: nel libro l’autrice racconta di aver abortito 15 volte di seguito non per paura di morire o gravi patologie (non che tali motivi siano accettabili per sopprimere un essere umano innocente ovviamente) ma semplicemente per vendicarsi dell’autorità del marito che gli aveva imposto di non aver figli. Così, ogni volta l’autrice rimaneva incinta ma poi, di fronte alla possibilità di essere lasciata, non aveva la forza psicologica di proseguire la gravidanza e abortiva. Si tratterebbe quindi di una vera e propria dipendenza dall’aborto, da analizzare e valutare come tale, alla stregua di altre diffuse dipendenze della cultura dello sballo: fumo, droga, alcool etc. Dopo un periodo di analisi l’autrice ora sarebbe guarita e vivrebbe felicemente con un altro uomo e due figlie avute da un secondo matrimonio.
Il caso, destinato a far discutere, esemplifica tuttavia in modo oggettivo gli amari “frutti” della stagione dei cd. diritti civili, seguiti alla rivoluzione culturale del 1968. L’autrice dice di considerare l’aborto «un diritto per cui molte persone hanno combattuto» e il fatto che personalmente ne abbia «abusato» non può essere «un argomento per limitare questo diritto». Ammette inoltre di sapere benissimo che avrebbe potuto evitare di rimanere incinta ma «non lo facevo appositamente». «Mi sono assunta le mie responsabilità […] resta il fatto che gli incidenti succedono». Quindi continua a dichiararsi pro-choice (cioè a sostenere la legittimità della legislazioni abortiste, da interpretare a suo dire come un diritto fondamentale per la donna) aggiungendo che se per lei l’aborto ha rappresentato «senza dubbio un elemento di autodistruzione», tuttavia ciò non significa che l’aborto «lo sia in sé e per sé». Non sarebbe quindi vero che esso è sempre un dramma per la donna anche perché «le statistiche britanniche, americane e canadesi dicono che la maggioranza di chi ha abortito sono donne educate e benestanti con sei o sette gravidanze interrotte alla spalle»(!).
Bisogna insomma comprendere che il potere riproduttivo è un «potere grandissimo» di cui la donna dispone e che essa deve poter esercitare liberamente per realizzarsi al meglio, anche rifiutando la maternità. Solo allora, «saremo in grado di parlare dell’aborto senza senso di colpa, senza senso della vergogna e saremo in grado di fornire alle donne uno strumento migliore e più forte per analizzare e gestire il potere della fecondità, soprattutto
a partire dall’età adolescenziale». Come si vede il linguaggio rimanda a toni tipicamente femministi: parole come mamma, figlio e famiglia sono completamente scomparse.
Al loro posto si parla di «potere della fecondità» (mai di maternità), di «strumenti» da utilizzare, di «donne» da liberare. Sembrerebbe davvero un manifesto datato della Contestazione del 1968 e invece è un’intervista di una giovane e combattiva femminista del 2010, accolta con favore dal gotha della cultura liberal: il “New York Times”. Ma proprio questo è il dato rilevante. L’autrice, con rara e disarmante sincerità, svela finalmente il vero volto dietro la legalizzazione dell’aborto in Occidente. I dati che fornisce su Gran Bretagna e Usa infatti richiamano quelli italiani. Come dimostrano le ultime Relazioni annuali del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, nel nostro Paese il 33% delle donne che ogni anno abortiscono lo hanno già fatto in precedenza.
Tra queste, una su quattro si trova al quarto aborto (!). Così, la testimonianza della Vilar, per quanto raccapricciante, rappresenta in ultima analisi nient’altro che una coerente applicazione del principio assoluto di libertà di scelta, ribadito con altrettanta franchezza dallo stesso Presidente Barack Obama, nuova icona internazionale dell’“umanesimo laico”, poco prima di essere eletto: «Se mia figlia commettesse un errore (cioè dovesse rimanere incinta in giovane età, ndr), non vorrei che fosse punita con un figlio (cioè la farei abortire, ndr)».

Fonte: Corrispondenza Romana, 29/5/2010

9 - OMELIA PER LA XI DOMENICA TEMPO ORDINARIO - ANNO C - (Lc 7,36-8,3)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 13 giugno 2010)

Siamo tutti poveri peccatori e abbiamo tutti bisogno della salvezza e del perdono di Dio. Di questo perdono parlano le letture di oggi, insegnandoci quelle che devono essere le nostre disposizioni per poter ottenere la Misericordia divina. Iniziamo con la seconda lettura. San Paolo apostolo, scrivendo ai Galati, insegna che, per essere salvati, innanzitutto dobbiamo avere fede in Dio e nel suo Figlio Unigenito che ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi (cf Gal 2,20). In poche parole, dobbiamo avere quelle disposizioni che esprimiamo nella stupenda preghiera dell’atto di fede: «Mio Dio, poiché sei verità infallibile, credo fermamente tutto quello che tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. Ed espressamente credo in te, unico vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo. E credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnato e morto per noi, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna. Conforme a questa fede voglio sempre vivere. Signore, accresci la mia fede». La fede è talmente importante che lo stesso sacramento della Riconciliazione avrà effetto in noi, donandoci il perdono di Dio, solo se crediamo alle verità fondamentali espresse da questa preghiera.
La prima lettura ci insegna, invece, ad avere umiltà. Per essere perdonati da Dio, dobbiamo umilmente riconoscere i nostri errori. È quanto ha fatto Davide. Egli aveva gravemente peccato, diventando adultero e omicida. Grazie poi all’intervento del profeta Natan, egli riconobbe umilmente i propri errori e fece penitenza. Allora disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13). L’umiltà è così importante che nulla piace a Dio senza di essa. Essa è come una potente calamita che attira la grazia di Dio e il suo perdono. Umiltà è verità, affermava santa Teresa d’Avila, è riconoscere senza attenuanti le nostre colpe. Se uno si accusa, Dio lo scusa; se, al contrario, non fa altro che giustificarsi, egli dimostra chiaramente di essere lontano dalla verità. Sbagliano tutti quelli che dicono di non aver peccati da confessare. I peccati sono come la polvere: quanto più ci si avvicina alla luce, tanto più si vedranno. La Chiesa, inoltre, ci fa ripetere uno stupendo atto di umiltà al momento culminante della Santa Messa, prima di ricevere la Comunione. In quel momento ripetiamo l’atto di umiltà del Centurione, e diciamo: «O Signore non sono degno di partecipare alla tua Mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Ripetiamo queste parole con attenzione e convinzione.
Passiamo ora al Vangelo. Esso ci riporta l’episodio della donna peccatrice che lava con le sue lacrime i piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli, cospargendoli di profumo. Questo episodio ci insegna la carità che noi dobbiamo avere innanzitutto nei confronti di Dio. Esistono due tipi di pentimento. C’è il pentimento imperfetto, la cosiddetta attrizione, che deriva dalla paura dei giusti castighi di Dio. Certamente questo pentimento non è l’ideale per i cristiani, ma è pur sempre una grazia ed è sufficiente per ricevere il perdono di Dio nel sacramento della Riconciliazione. Vi è poi il pentimento perfetto, che si chiama contrizione, che nasce non dal timore, ma dall’amore di Dio. Ci si pente non per paura dell’inferno, ma perché si ama Dio e ci dispiace sommamente di averlo offeso con il peccato. Questo è l’ideale per i cristiani. È certamente una grazia, grazia che dobbiamo domandare con fiducia ogni giorno nella preghiera. Quando recitiamo l’Atto di dolore diciamo: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa».
Fede, umiltà e carità. Sono queste le disposizioni fondamentali per ricevere il perdono e la salvezza di Dio. Queste disposizioni le ritroviamo in un episodio che leggiamo nella vita di sant’Antonio da Padova. Si racconta che un giorno un grande peccatore andò a confessarsi dal Santo, dopo avere ascoltato una sua predica. Il pentimento del peccatore era così vivo che gli impedì di parlare per i continui singhiozzi. Sant’Antonio allora gli disse: «Va’, figlio, scrivi i tuoi peccati poi ritorna». Il penitente andò, scrisse i peccati su un foglio, tornò dal Santo e gli lesse la lista delle colpe. Quale non fu la sorpresa, però, quando alla fine della lettura si accorse che il foglio era tornato bianco, senza più traccia di scrittura.
Così avviene nella nostra anima. Se accuseremo i nostri peccati con fede, umiltà e carità, la nostra anima ritornerà bianca come la neve.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 13 giugno 2010)

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