BastaBugie n°37 del 04 luglio 2008

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1 CONTRO LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU': LE BUFFONATE DEL CORRIERE DELLA SERA! 
L'ipocrisia dei giornaloni.... costretti a scoop da 4 soldi senza arte ne' parte.
Autore: Daniele Venturi - Fonte: fonte non disponibile
2 CASO ORLANDI: PER SPARARE SULLA CHIESA TUTTO FA BRODO, ANCHE LA MINESTRA RISCALDATA

Autore: Salvatore Mazza - Fonte: fonte non disponibile
3 L’ULTIMATUM DEL PAPA AI LEFEBVRIANI: ECCO LE CINQUE CONDIZIONI PER IL RIENTRO NELLA PIENA COMUNIONE CON ROMA

Autore: Andrea Tornielli - Fonte: fonte non disponibile
4 L'UNITA' SCRIVE DI BERLUSCONI, PAPA E COMUNIONE E, COME AL SOLITO, NON CI HA CAPITO NULLA
La polemica su “Berlusconi e la Comunione” ci svela la cosa piu’ preziosa per noi….  
Autore: Antonio Socci - Fonte: fonte non disponibile
5 UNIONE EUROPEA: L’INTERVISTA AL SEN. PERA SUL NO DELL’IRLANDA AL TRATTATO DI LISBONA
«È la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio».
Fonte: fonte non disponibile
6 LA CENSURA LAICISTA CONTRO UN GRANDE SCIENZIATO, CON IL DIFETTO DI ESSERE PRO-VITA E CONTRO DARWIN

Fonte: fonte non disponibile
7 LO STUDIO ACCURATO SULLA BANDIERA ARCOBALENO: SINCRETISMO, NEW AGE, TEOSOFIA, GNOSTICISMO... O PACE?

Autore: Agenzia Fides - Fonte: fonte non disponibile
8 INTERVISTA A MONSIGNOR GUIDO MARINI SULLE INNOVAZIONI LITURGICHE DI PAPA BENEDETTO XVI

Autore: Gianluca Biccini - Fonte: fonte non disponibile
9 OMELIA DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DELL’APERTURA DELL’ANNO PAOLINO

Autore: Benedetto XVI - Fonte: fonte non disponibile

1 - CONTRO LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU': LE BUFFONATE DEL CORRIERE DELLA SERA! 
L'ipocrisia dei giornaloni.... costretti a scoop da 4 soldi senza arte ne' parte.
Autore: Daniele Venturi - Fonte: fonte non disponibile, 1/7/2008

I giornaloni sono pronti ad afferrare le lame, specialmente in occasione della prossima Giornata Mondiale dei Giovani di Sidney. Non riuscendo a spiegare con la legge della ragione, (figuriamoci con quella della fede), questo altro grande appuntamento di giovani cattolici nel cuore dell'Australia pronti a mettersi in discussione per Gesù, provano a sbizzarrirsi con indecenti, subdole ed altamente stupide provocazioni. E' di pochi giorni fa la notizia rilanciata dalle agenzie di tutto il mondo che “ai pellegrini da tutto il mondo che si raccoglieranno a Sydney per la Giornata mondiale della gioventù del 15-20 luglio, saranno distribuiti preservativi, in segno di protesta contro l'opposizione di Benedetto XVI alla contraccezione. La No To Pope Coalition, che comprende membri di comunità atee, gay e ambientaliste, ha annunciato che sfilerà a fianco dei giovani lungo un percorso di pellegrinaggio attraverso il ponte sulla baia, sabato 19 luglio fino all'ippodromo di Randwick, dove il Papa condurrà una veglia di preghiera alla vigilia della messa di chiusura”. Siamo restati in silenzio a leggere questa iniziativa che moltiplicata all'idiozia fornisce come risultato ZERO MENO, e stamattina, in prima pagina del sito del Corriere della Sera leggiamo altrettanta imbecille segnalazione: “E il bordello apre le porte ai «Papa boys», Sydney, aumentato l'organico del club «Xclusive» in vista delle Giornate mondiali della gioventù”.
All'illuminato giornalista Alessandro Sala, che non scriverà mai indicazioni alternative, consigliamo di leggere qualche cosa sulla sessualità, vista dai giovani cattolici, e suggeriamo inoltre di provare ad immaginarsi un popolo enorme di giovani, in tutto il mondo, che quotidianamente legge di iniziative come quella da lui tanto decantata che lasciano, nel nostro cuore, il tempo che trovano.
Un modo come un altro, per dire a tanti di noi, di non leggere e non comprare il Corriere della Sera. Ed alla prossima occasione, di smettere di leggere questo quotidiano lo diremo a voce piu' alta.
 
Puoi vedere il video di questo commento andando a:
http://www.youtube.com/watch?v=HjVzWLpfDcA

Fonte: fonte non disponibile, 1/7/2008

2 - CASO ORLANDI: PER SPARARE SULLA CHIESA TUTTO FA BRODO, ANCHE LA MINESTRA RISCALDATA

Autore: Salvatore Mazza - Fonte: fonte non disponibile, 25-06-2008

La Santa Sede costretta a intervenire sul caso Orlandi dopo le tardive e dubbie dichiarazioni di testimoni non attendibili.
Padre Lombardi: «Contro monsignor Marcinkus accuse senza fondamento».Tra le incongruenze emerse nel racconto della compagna del boss della Magliana, vi è quella sulla residenza del presule: era in via della Nocetta e non in via di Porta Angelica.
 
 Accuse «infamanti» e «senza fondamento» quelle riemerse in queste ultime ore contro monsignor Paul Marcinkus, «morto da tempo e impossibilitato a difendersi » . E, per di più, rilanciate secondo « modi di informazione» che appaiono «più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell’etica professionale». Parole secche, e inequivocabili, quelle di padre Federico Lombardi.
  Con le quali, nella tarda mattinata di ieri, il direttore della Sala Stampa vaticana ha commentato la vicenda che, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di una 'supertestimone', ampiamente riprese dai giornali e dall’ultima puntata di Chi l’ha visto andata in onda lunedì sera, identifica nello scomparso presidente dello Ior addirittura il ' mandante' dell’omicidio di Emanuela Orlandi, il quale sarebbe stato materialmente compiuto da elementi della ' Banda della Magliana'.
  Lombardi, nell’esprimere solidarietà alla famiglia Orlandi, non può far a meno di rilevare il «valore estremamente dubbio» della nuova testimonianza, pur ribadendo che «non si vuole in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità». Dubbi in effetti sottolineati, anche se con evidenza diversa, da tutti i media che hanno riportato questa storia, ma senza tuttavia impedire – come successo nel corso della puntata di Chi l’ha visto? – che sulla base delle nuove presunte 'rivelazioni' venissero ascoltate chiose del tipo '...questa è la prova provata dei rapporti della Banda della Magliana con una parte del clero romano', o anche '... (si ritorna alla) pista interna vaticana, che portava direttamente a Marcinkus o comunque a un alto prelato vaticano'.
 Le incongruenze, nelle dichiarazioni della cosiddetta supertestimone (già amante non pentita di uno dei boss della famigerata banda, Enrico ' Renatino' De Pedis) sono diverse. La più macroscopica è quella che accosterebbe l’occultamente del cadavere di Emanuela Orlandi a quello di Domenico Nicitra, il bambino di 11 anni, figlio di uno degli imputati al processo per i delitti commessi dalla banda romana. Fatti però separati da ben dieci anni: Emanuela scompare nel 1983, il piccolo Domenico nel 1993. Ma ve ne sono altre, affatto secondarie, che certamente i magistrati staranno già valutando. A cominciare dal fatto che la stessa testimone parla delle sue visite («...in totale quattro o cinque volte, tre-quattro volte») all’abitazione di Marcinkus «in via di Porta Angelica», mentre il presule abitava in via della Nocetta ( al numero 62); e che all’epoca del rapimento della quindicenne Orlandi, avvenuto il 22 giugno, il presule americano era stato di fatto già estromesso dalla gestione dell’Istituto per le Opere di Religione ( anche se tutte le cariche, compresa la sua, sarebbero rimaste ' congelate' fino alla riforma del 1989), in quanto dal dicembre precedente era al lavoro la Commissione mista italiano-vaticana incaricata di accertare il reale coinvolgimento dello Ior nel crack del Banco Ambrosiano. Ossia si trovava in una condizione in cui 'ordinare' il sequestro della ragazza a fine di ricatto sarebbe stata, se non altro, una cosa del tutto priva di senso, non avendo più Marcinkus alcun controllo sulla situazione.
 Altra storia riesumata a sproposito nell’occasione, tanto per rafforzare l’idea dei 'legami forti' di De Pedis con gli ' ambienti ecclesiastici', è quella della sepoltura nella chiesa di Sant’Apollinare dell’esponente della Banda della Magliana. Una vicenda che già nel 2005 Chi l’ha visto?, sulla base di una telefonata anonima aveva collegato alla sparizione di Emanuela Orlandi, e puntualmente riproposta nella puntata di lunedì sera: un invito ad approfondire il «...favore che Renatino fece al cardinal Poletti» , diceva la voce al telefono. «Quale favore? – chiosava lunedì la conduttrice – Questo è più complicato...». Un sospetto gettato lì, e lasciato senza risposta per tutta la puntata. Soprattutto, accennando solo in modo sfuggevole a fine puntata a quanto dichiarato ufficialmente il 3 ottobre del 2005 dagli «attuali responsabili del Vicariato » . « Pur comprendendo che tale sepoltura possa sollevare notevoli perplessità – recitava quel comunicato – (i responsabili attuali) devono precisare di essere venuti a conoscenza di essa solamente dopo la norte del Card. Ugo Poletti (cardinale vicario all’epoca dei fatti, ndr), che l’autorizzò, e di non possedere altre informazioni merito...». E lo stesso comunicato concludeva affermando chiaramente che, mentre «appare infondato qualsiasi collegamento tra la scomparsa di Emanuela Orlandi, che ha avuto luogo il 22 giugno del 1983, e la sepoltura di Enrico De Pedis in S. Apollinare, avvenuta oltre sei anni dopo », lo stesso Vicariato «comunque per parte sua non si oppone a eventuali accertamenti in merito». Accertamenti fino a questo momento mai richiesti dalla magistratura.

Fonte: fonte non disponibile, 25-06-2008

3 - L’ULTIMATUM DEL PAPA AI LEFEBVRIANI: ECCO LE CINQUE CONDIZIONI PER IL RIENTRO NELLA PIENA COMUNIONE CON ROMA

Autore: Andrea Tornielli - Fonte: fonte non disponibile, 2008-06-25

Nei rapporti tra Santa Sede e lefebvriani è iniziato il conto alla rovescia: entro il prossimo 28 giugno la Fraternità San Pio X, fondata dall’arcivescovo francese insofferente verso la riforma liturgica post-conciliare, dovrà infatti decidere se accettare le cinque condizioni proposte dal Vaticano per rientrare nella piena comunione con Roma. Alcuni giorni fa il superiore dei lefebvriani, il vescovo Bernard Fellay, si è incontrato con il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della commissione «Ecclesia Dei», che si occupa per conto di Benedetto XVI della trattativa con il gruppo tradizionalista. Fellay, che in precedenza aveva scritto al Papa chiedendo la revoca della scomunica comminata da Giovanni Paolo II nel 1988 a Lefebvre e ai quattro nuovi vescovi che egli aveva voluto consacrare senza il consenso della Santa Sede (tra i quali Fellay stesso), ha ricevuto una lettera con i cinque punti fissati dal cardinale e ne discuterà durante il prossimo capitolo della Fraternità, che si svolgerà a fine mese.
Mai come in questo momento le trattative sono giunte in prossimità di un accordo che sanerebbe il mini-scisma venutosi a creare ormai vent’anni fa permettendo il pieno rientro dei lefebvriani nella comunione cattolica. Tra i punti che la Santa Sede chiede di sottoscrivere ci sarebbero, secondo le indiscrezioni raccolte, l’accettazione del Concilio Vaticano II e la dichiarazione della piena validità della messa secondo la liturgia riformata: due condizioni che già Lefebvre aveva sottoscritto con l’allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1988. Il Vaticano, da parte sua, offre al gruppo tradizionalista un inquadramento canonico simile a quello dell’Opus Dei, vale a dire una «prelatura», che permetterebbe alla Fraternità di continuare le sue attività e di formare i suoi seminaristi.
La marcia di riavvicinamento era cominciata nel 2000, quando i lefebvriani fecero un pellegrinaggio giubilare a Roma. Ne seguì una brevissima udienza concessa da Papa Wojtyla a monsignor Fellay e l’inizio delle lunghe e laboriose trattative con il cardinale Castrillón. Molte cose sono però cambiate da allora. I lefebvriani chiedevano, prima di fare qualsiasi passo verso l’accordo, che venisse liberalizzato l’antico messale preconciliare caduto in disuso dopo la riforma liturgica. Il nuovo Papa, Benedetto XVI, particolarmente sensibile a questi temi, un anno fa ha pubblicato il Motu proprio che dichiara la piena cittadinanza dell’antica messa permettendola in ogni parrocchia, sottraendo di fatto al vescovo la possibilità di proibirla. L’applicazione delle nuove direttive papali non è stata facile, ci sono molte resistenze – alcune clamorose, com’è noto – ma è fuori dubbio che dichiarando l’esistenza di un rito romano straordinario (quello antico) e uno ordinario (quello riformato), il Papa ha autorizzato in tutta la Chiesa e senza restrizioni la celebrazione tridentina. Inoltre, Ratzinger ha reintrodotto la croce al centro dell’altare, ha cominciato a distribuire la comunione ai fedeli inginocchiati, ha ripristinato paramenti antichi: tutti segnali che vanno nella direzione di sottolineare la continuità della tradizione.
Condizioni così favorevoli per un rientro nella piena comunione, con tutta probabilità non si ripeteranno più. Molti fedeli, ora che hanno ottenuto la messa in rito antico, non comprendono il perché la Fraternità non faccia pace definitivamente con Roma. I lefebvriani si sono resi conto di quanto sta avvenendo, anche se Fellay ha qualche problema di resistenze interne. La scelta è se accordarsi e rientrare nella piena comunione con la Santa Sede, oppure rimanere un piccolo corpo separato con il rischio di trasformarsi in un gruppuscolo settario e ininfluente.
 
P.S. Ecco le cinque condizioni della lettera a Fellay
Sono venuto in possesso delle cinque condizioni poste a monsignor Fellay in vista del rientro nella piena comunione con Roma. Al contrario delle iniziali indiscrezioni, non si parla di accettazione del Concilio o della nuova messa: sono condizioni generali previe. Di fatto la Santa Sede, mostrando una grande generosità, chiede di non attaccare la persona del Papa. Monsignor Fellay ha invocato da Benedetto XVI la revoca della scomunica, la richiesta di rispettarne l'autorità senza più pretendere essere destinatari di un magistero "superiore" a quello del Pontefice regnante mi sembra una condizione di buon senso! Questo il testo della lettera che porta la firma del cardinale presidente di Ecclesia Dei:
Condizioni risultanti dall'incontro del 4 giugno 2008 tra il cardinale Dario Castrillon Hoyos e il vescovo Bernard Fellay:
1) L'impegno a una risposta proporzionata alla generosità del Papa.
2) L'impegno ad evitare ogni intervento pubblico che non rispetti la persona del Santo Padre e che possa essere negativo per la carità ecclesiale.
3) L'impegno a evitare la pretesa di un magistero superiore al Santo Padre e di non proporre la Fraternità in contrapposizione alla Chiesa.
4) L'impegno a dimostrare la volontà di agire onestamente nella piena carità ecclesiale e nel rispetto dell'autorità del Vicario di Cristo.
5) L'impegno a rispettare la data - fissata alla fine del mese di giugno - per rispondere positivamente. Questa sarà una condizione richiesta e necessaria come preparazione immediata all'adesione per avere la piena comunione.
 
 
 

Fonte: fonte non disponibile, 2008-06-25

4 - L'UNITA' SCRIVE DI BERLUSCONI, PAPA E COMUNIONE E, COME AL SOLITO, NON CI HA CAPITO NULLA
La polemica su “Berlusconi e la Comunione” ci svela la cosa piu’ preziosa per noi….  
Autore: Antonio Socci - Fonte: fonte non disponibile, 25 giugno 2008

 

E’ buffo vedere i miei amici del Foglio d’accordo con l’Unità (perfino con Marco Travaglio) e con la Repubblica nel criticare l’esternazione di Berlusconi sulla comunione ai divorziati risposati. Tutti a fare i paladini dell’ortodossia dottrinale cattolica. Travaglio addirittura mescolando questa diatriba (sul divorzio e l’accesso ai sacramenti) con le polemiche delle stesse ore sulla Giustizia, così finendo per confondere peccati e reati (l’errore che in genere si rimprovera al fondamentalismo religioso).

C’è un aspetto comico in questo perché per una volta Berlusconi ha detto – morettianamente - “qualcosa di sinistra” (quante volte i progressisti hanno criticato la Chiesa che – a loro dire – escluderebbe i divorziati). Ma l’Unità, pur di non convenire col Cav, si mette a sbandierare le parole del Papa in prima pagina (ne sbandiera solo alcune però, estrapolandole e quindi stravolgendo il vero significato).

Poi, nella pagina dei commenti, lo stesso giorno l’Unità pubblica un editoriale dove, come al solito, si spara a zero su Benedetto XVI e lo si accusa di aver “accolto trionfalmente e da amico l’uomo, il grande nostro attuale presidente del Consiglio, la cui moralità indiscussa trionfa presso l’opinione pubblica di tutto il mondo”. Questa esecrazione moralistica dei pubblici peccatori da parte di gente che ritiene se stessa giusta, retta, onesta (e abilitata a giudicare i peccati altrui) ha un sapore molto familiare, perché è uno sport che tutti pratichiamo (io per primo), sui giornali e nella vita. Ma cosa vi ricorda l’uomo che sbandiera la propria rettitudine e giudica con disprezzo quel peccatore laggiù?

Facile! Ricorda la parabola del fariseo e del pubblicano raccontata da Gesù, il quale però concluse che fu il peccatore che si batteva il petto e stava a testa bassa a salvarsi, non l’ “uomo onesto” (che, si badi bene, era veramente una persona perbene, osservante della Legge, anche sinceramente impegnato).

Tutto questo ricorda anche le scandalizzate invettive di alcuni (non tutti) scribi e farisei contro Gesù reo di parlare con pubblicani e prostitute. Gesù, purissimo e buono, accetta anche l’invito a pranzo di pubblici peccatori, ha affetto per ciascuno di loro, e – con somma indignazione dei benpensanti – lascia che una povera donna di pessima fama gli baci i piedi bagnandoli con le sue lacrime di dolore. Erano in tanti a scandalizzarsi di questa libertà di Gesù dalle loro regole. Eppure a questi tali, a questa gente perbene, onesta e osservante della Legge, Gesù non risponde giustificandosi o arrampicandosi sui vetri, ma con un colpo da ko: “i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio” (Mt. 21,31). Doveva essere come un pugno nello stomaco (lo è pure per noi). E quando, secondo la Legge, pretendono di lapidare l’adultera e di avere il suo consenso, dice loro: “chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Silenzio generale, imbarazzo e poi, uno ad uno, se ne vanno. Un giorno fissando negli occhi questa gente perbene (che giudicava gli altri e li disprezzava come peccatori) scandisce queste parole: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità… Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?” (Mt. 23).

Si resta sinceramente sconcertati davanti a queste parole di fuoco di Gesù che tuona contro la gente perbene ed è invece dolce con i peccatori (che, in fin dei conti, sono davvero gente discutibile, gente che, come minimo, se l’è spassata). Non è che Gesù voglia invitare a essere peccatori, ma a essere umili e a non giudicare gli altri.

Perché, diciamo la verità, per ciascuno di noi i disonesti, i profittatori, gli opportunisti e i puttanieri (o le puttane) sono sempre “gli altri”. E ognuno di noi istintivamente si mette nel novero delle persone che fanno il proprio dovere, le persone perbene. Ebbene, i santi fanno l’esatto opposto. Un giorno frate Masseo chiede a frate Francesco: “perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti, d'udirti, d'ubbidirti? Tu non sei un uomo bello nell’aspetto, tu non sei di grande scienza, tu non sei nobile; dunque perché a te tutto il mondo viene dietro?”. E Francesco: “Vuoi sapere perché a me tutto il mondo mi venga dietro? Questo io ho dagli occhi dell’Altissimo, che in ogni luogo contemplano i buoni e i rei: poiché quegli occhi santissimi non hanno veduto fra i peccatori nessuno più vile, nè più insufficiente, nè più grande peccatore di me; e perché per fare quell'operazione meravigliosa che egli intende fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra... cosicché si conosca che ogni virtù e ogni bene viene da lui e nessuna creatura si possa gloriare al suo cospetto”. Nel mondo alla rovescia che è il cristianesimo è meglio sentirsi nel novero dei peccatori. E mendicare grazia. Come diceva Péguy (un grande convertito che pure, per una sua situazione familiare complessa, non si avvicinava ai sacramenti): “le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia”. La morale le rende impermeabili. Al contrario di chi si riconosce miserabile: “Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori”. Anche quando Gesù è in croce, viene dileggiato da qualche osservante della Legge, e viene “riconosciuto” dal ladrone che doveva aver praticato addirittura la lotta armata. E Gesù lo salva. La grazia è arrivata al suo cuore, attraverso le ferite della sua vita, ma non al cuore di chi era corazzato con la sua superba moralità. E’ solo questo atteggiamento umile e mendicante che ci è chiesto.

Infatti il Papa, sull’accesso all’Eucaristia, non ha affatto detto “no tu no, che sei peccatore”, come qualcuno ha fatto credere. Ecco invece le sue splendide parole: “Quanti non possono ricevere la Comunione in ragione della loro situazione, trovano comunque nel desiderio della Comunione e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e un'efficacia salvatrice”.

Padre Pio raccomandava questa “comunione spirituale” ricordata dal Papa e considerata dal Concilio di Trento uno dei modi di comunicarsi (la Santa Messa peraltro è una forza di trasformazione e di salvezza per tutti, non solo per chi si comunica sacramentalmente). Basta sentire la fame e la sete di Lui. Mi sembra che nelle parole di Berlusconi (che in effetti ha sbagliato tono, dando l’impressione di pretendere) trasparisse il dolore e il desiderio di cui parlava il Papa. E la risposta del Pontefice è stata positiva e paterna, per i tanti che si trovano in questa stessa condizione.

Questo episodio illumina il cuore del cristianesimo che il moralismo imperante ha quasi oscurato. Don Giussani lo spiegava così: “Cristo è amabile da noi esattamente così come siamo”.

Peccatori, incoerenti, poveracci: né il limite nostro, né quello altrui può impedirci di volergli bene. E’ solo questo che Gesù ci chiede. Lui farà il resto. Dopo che Pietro lo rinnegò tre volte e poi pianse, quando Gesù, risorto, torna fra i suoi, non si mette a chieder conto del tradimento o a rimproverarlo: “Non ha detto: non peccare, non tradire, non essere incoerente. Non ha toccato nulla di questo. Ha detto: Simone, mi ami tu?”. Solo questo conta, non la nostra coerenza, ma l’affezione a Lui. La commozione al ricordo di Lui che ci ama così come siamo. Don Giussani ci scioglieva il cuore quando spiegava: “Cristo è colui che si compiace di noi, di me, dice san Pietro piangendo. Cristo è colui che si compiace di noi, di me, dice la Maddalena, la Samaritana, l’assassino. Cristo è colui che si compiace di me, e perciò mi perdona. Mi ama e mi perdona”.

 

Fonte: fonte non disponibile, 25 giugno 2008

5 - UNIONE EUROPEA: L’INTERVISTA AL SEN. PERA SUL NO DELL’IRLANDA AL TRATTATO DI LISBONA
«È la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio».
Fonte fonte non disponibile, 14 giugno 2008

Il no irlandese al trattato di Lisbona è «l’inevitabile reazione alla cancellazione delle radici cristiane dalla Costituzione e alle eurodirettive, prive di legittimazione democratica, che stravolgono le legislazioni nazionali sui temi bioetici», attacca il senatore teocon del Pdl, Marcello Pera.
«Questa UE è morta perché stata abbandonata dai popoli e ora solo Benedetto XVI può dare un’identità al vecchio continente – sostiene l’ex Presidente del Senato e co-autore del libro papale Senza radici: Europa, relativismo, cristianesimo, Islam – Il cattolicissimo popolo d’Irlanda ha avvertito l’estraneità di un’Europa burocratica e astratta che nega duemila anni di cristianesimo».
Perché la cattolica Irlanda affossa l’UE?
«Siamo di fronte al suicidio di una Costituzione troppo lontana dai popoli e dalle società europee. Sta crollando un’architettura barocca con espressioni bizantine indecifrabili per gli stessi parlamentari e ignote ai cittadini. È l’ineluttabile implosione di un mostro gigantesco e privo di significato che impone restrizioni, rispetto di patti, vincoli, parametri astrusi ma poi lascia soli i Governi sulla sicurezza e l’integrazione. I cattolici irlandesi si sono ribellati ad un’Europa che nella Costituzione mette al bando Dio per orientare verso l’anarchia del relativismo le legislazione nazionali sui temi eticamente sensibili (adozioni ai gay, eutanasia, aborto, “provetta selvaggia”)».
Una rivolta cristiana ai “senza Dio” di Bruxelles e Strasburgo?
«La legislazione bioetica in Paesi cattolici come l’Irlanda e l’Italia viene importata dall’Europa e sfugge al controllo democratico. Delle corti europee che decidono della nostra vita nessuno sa nulla, non hanno rapporto con la popolazione. Sono organismi di giustizia che legiferano in modo troppo autonomo sulla base di testi ignoti e le loro decisioni piombano sulle nostre teste. Ormai sono il cavallo di Troia per introdurre all’interno degli Stati la gran parte della legislazione bioetica. Dell’Europarlamento nessuno conosce la funzione. È eletto ma non è terreno di scontro politico, non è niente. L’intera UE è una costruzione complicata, remota, ostile che incombe sulla gente scegliendo tutto sulla vita umana dal concepimento alla fine naturale. E poi non riesce a proteggermi dal vicino di casa».
È colpa della “cacciata” di Dio dalla Costituzione?
«Sì. Il giorno infausto in cui ha deciso programmaticamente di eliminare Dio, l’Europa si è condannata all’inesistenza, cioè ad essere priva di un popolo, di una storia, di un’identità europei. Senza Dio l’Europa non si unifica. Lo hanno ben capito gli irlandesi, tradizionalmente attenti alle leggi e gelosi della loro insularità. Oggi sprofonda un’Europa atea, nemica che esibisce il volto minaccioso di veti inconcepibili, impone medicine amare, pretende di azzerare i valori non negoziabili. Adesso l’ipocrisia è finita: l’UE ha fallito. Anche in Italia serve il coraggio di dire “no, basta” e ricominciare da un’altra parte».
Da dove?
«Dai temi etici posti da Benedetto XVI, l’unico grande leader di statura e livello europei. Solo Papa Ratzinger può unificare l’Europa. In assenza di un’adeguata classe politica, Benedetto XVI è diventato il vero punto di riferimento dei popoli e l’autentico artefice dell’identità europea. In Irlanda e altrove la gente segue lui. Da Benedetto XVI i cittadini europei traggono identità, dai politici il nulla. Per questo seguono il Papa e affossano l’UE. L’Unione ce l’ha con la Chiesa (e con coloro che su questioni come l’omofobia e il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto ne condividono la posizione) perché è la punta avanzata del laicismo europeo. È sull’odio contro la Chiesa e l’apostasia del cristianesimo che oggi si basa l’Europa».
 

Fonte: fonte non disponibile, 14 giugno 2008

6 - LA CENSURA LAICISTA CONTRO UN GRANDE SCIENZIATO, CON IL DIFETTO DI ESSERE PRO-VITA E CONTRO DARWIN

Fonte fonte non disponibile, 12 giugno 2008

In Italia su di lui si sa molto poco. Gli unici quattro libri, a quanto mi consta, li ha pubblicati Cantagalli (l’ultimo è di Clara Lejeune, sua figlia: “La vita è una sfida”). Il suo nome è sconosciuto ai più, anche in tempi in cui di genetica si parla spesso. Eppure Jérôme Lejeune è uno dei grandi scienziati che ha fatto fare alla conoscenza umana un balzo in avanti. Nato nel 1926 a Montrouge sur Seine, è infatti colui che ha scoperto la prima anomalia genetica, la trisomia 21, quella che determina la sindrome di down. Sino alla sua scoperta si credeva che il mongolismo fosse una tara razziale, oppure che fosse determinato da genitori alcolisti o sifilitici.
Lejeune dimostrò che non vi era nulla di disdicevole nei genitori di quei bambini, nessuna contagiosità, in quelle creature in cui era avvenuta la triplicazione di un cromosoma, un eccesso di informazione genetica, e che vengono colpite nella facoltà dell’intelligenza, dell’astrazione, anche se conservano integre affettività e memoria. Lejeune per questa scoperta, e per altre che la seguirono, ottenne riconoscimenti internazionali, premi e onoreficenze. Divenne famoso e per lui fu creata la prima cattedra di Genetica Fondamentale all’Università di Parigi.
Ma Lejeune non era solo un ricercatore. Il suo intento fu sempre quello di guarire i suoi malati, così socievoli, così allegri, così fanciulleschi. “Se si riuscisse a scoprire come poter curare la trisomia 21 – scrive la figlia Clara – allora sì la strada sarebbe aperta per poter curare ogni altra malattia genetica”. Scoprire la prima aberrazione cromosomica è, nella mente di Lejeune, il primo passo per compiere l’opera del medico, che è, da sempre, quella di curare.
Così anche la scoperta della diagnosi prenatale, a opera dell’amico di Lejeune, il professor Liley, originario della Nuova Zelanda, è collegata al desiderio di poter individuare quanto prima e curare più precocemente i bambini. Curare il prima possibile, in utero: è l’idea che entusiasma entrambi. Ma i due scienziati, che “si conoscono e si stimano”, “impotenti, assisteranno allo snaturamento delle loro scoperte”. Infatti nel 1970 in Francia la proposta di legge Peyret apre il dibattito sull’aborto, sull’eliminazione dei bambini che sono identificati come portatori di handicap già prima della nascita. In quel momento, ricorda Clara, “l’unico handicap riconosciuto prima della nascita è la trisomia”.
Lejeune, di fronte alla proposta Peyeret e al dibattito sull’aborto in generale, dinanzi alle menzogne sulla natura del feto o sul numero degli aborti clandestini, non riesce a tacere: sostiene la sacralità della vita, palesa il suo amore per i suoi piccoli malati, ovunque, arrivando ad affermare, all’Onu: “Ecco una istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte”. Lejeune non è un ingenuo: sa di aver intrapreso una strada pericolosa fonte di innumerevoli antipatie. La sera stessa del suo discorso all’Onu, scrive alla moglie: “Oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel”. Ed è proprio così. Non garba, a coloro che lo insultano, a coloro che scrivono sui muri: “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”, che qualcuno rivendichi con carità e con forza la verità, e lo faccia con l’evidenza della scienza.
Scrive Lejeune: “La genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita. Vera e propria perifrasi dell’inizio di un vecchio libro che ben conoscete, tale credo è quello del genetista più materialista possibile…”. In principio è il Logos, al principio della vita è l’informazione del dna, tutta già compresa nella prima cellula: “Tutto questo lo sappiamo con una certezza assoluta che vince ogni dubbio perché se tale informazione non fosse già contenuta in essa, non potrebbe entrarvi mai più; nessuna informazione, infatti, entra in un uovo dopo che sia stato fecondato”.
Per stroncare Lejeune le proveranno tutte: odio, molestie anche fisiche, controlli fiscali… Gli verrà negato l’avanzamento di carriera per ben 17 anni, verrà escluso dai congressi scientifici, gli verranno soppressi i crediti per la ricerca e negati i finanziamenti per i suoi pionieristici studi sull’acido folico per le mamme in gravidanza.
Può continuare a lavorare grazie a sussidi americani, inglesi, neozelandesi. Si batte in questi anni per evitare il disastro nucleare, e confuta il darwinismo materialista e ideologico di Jacques Monod, che riduce l’uomo a un figlio del caso. In nome dei suoi studi di genetica Lejeune sostiene la credibilità di Adamo ed Eva e, anticipando di dieci anni le scoperte di Gould ed Eldredge, confuta il gradualismo step by step di Darwin, sostenendo che l’evoluzione ha dovuto per forza fare dei salti. In ogni cosa, come padre di cinque figli, come scienziato, come polemista contro l’aborto e il darwinismo materialista, ciò che più colpiva, in lui, come rammenta la figlia, era “l’assenza di paura. Non aveva paura. Cosa si può fare contro un uomo che non desidera niente per se stesso?”. Timete Dominum et nihil aliud, diceva.

Fonte: fonte non disponibile, 12 giugno 2008

7 - LO STUDIO ACCURATO SULLA BANDIERA ARCOBALENO: SINCRETISMO, NEW AGE, TEOSOFIA, GNOSTICISMO... O PACE?

Autore: Agenzia Fides - Fonte: fonte non disponibile, 20/6/2008

Che il cuore dell’uomo aspiri alla pace è una delle constatazione che chiunque osservi la propria esperienza elementare può fare. Tuttavia lo spettacolo tragico a cui assistiamo giornalmente sembra smentire categoricamente tale assunto. È altrettanto evidente infatti che il conflitto è sempre in agguato per i più svariati motivi: un pezzo di terra da condividere, degli affetti comuni, risorse primarie da utilizzare. Le cause seconde dei conflitti sono molteplici e talvolta non individuabili. Alla base di tali cause tuttavia, ve n’è una: l’autosufficienza. La Chiesa cattolica per descrivere tale situazione ha formulato il dogma del peccato originale. La pace o la guerra dipendono dal cuore dell’uomo.
Sin dall’Antico Testamento, gli ebrei avevano individuato una serie di norme, sintetizzate in modo grandioso nel decalogo, che tenessero conto della complessità della natura umana: sia nella sua dimensione verticale, nel rapporto con il Trascendente, che in quella orizzontale, nel rapporto con il prossimo. Una serie di pesi e contrappesi garantivano un certo equilibrio. Tuttavia, la sostanziale novità fu apportata da Gesù Cristo, il quale pur attingendo a pieno dalla tradizione antico-testamentaria, rinnovò nella sostanza il decalogo, spostando l’attenzione sull’aspetto centrale della vita dell’uomo: il bisogno di sentirsi amato e di amare. Gesù arrivò a concepire addirittura, cosa assolutamente assente nelle altre tradizioni religiose, l’amore per i nemici.
Infatti questa affermazione rivoluzionaria viene considerata l’anima “della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del "porgere l’altra guancia" (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità” (Benedetto XVI, Angelus del 18 febbraio 2007).
Tutto ciò comporta il pagamento di un prezzo: il sacrificio di sé. È la dinamica che ha portato il Signore Gesù alla morte in croce; il suo sacrificio, offerto una volta per tutte, riassume in sé i sacrifici, piccoli o grandi che siano, degli uomini di ogni tempo. Simbolo evocativo di una umanità pacificata è quindi la croce, non qualsiasi croce, ma quella di Cristo.
LA TEOSOFIA
Quanto premesso ci serve per postulare una domanda: come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace? Sarebbe interessante interrogare uno per uno coloro che, forse anche inconsapevolmente, hanno affisso sugli altari, ingressi e campanili delle chiese lo stendardo arcobaleno. Tuttavia qualche risposta, per loro conto, potremmo ipotizzarla, richiamando alla memoria la lunga litania degli eventi in cui la chiesa avrebbe brandito la croce come simbolo di sopraffazione, e chiesto successivamente in modo inequivocabile perdono per le manchevolezze dei suoi figli: crociate, caccia alle streghe, roghi di eretici, la lista si potrebbe allungare all’inverosimile. Qui però, taluni dimenticano che la storiografia più aggiornata ha ridimensionato quanto la propaganda anticlericale, soprattutto ottocentesca aveva orchestrato ad arte. Tuttavia per non sottrarsi ad eventuali obiezioni, resta il fatto incontrovertibile che non è il simbolo della croce in sé stesso ad aver bisogno di essere emendato quanto piuttosto gli atteggiamenti degli uomini che, guardando a tale segno possono ritrovare motivo di conversione.
A questo punto diventa necessaria un'altra domanda: questi uomini e donne di chiesa sanno qual è l’origine della bandiera della pace? Molti probabilmente no. Altri, pur sapendo non se ne preoccupano più di tanto. Altri ancora hanno trovato in questo simbolo la rievocazione dell’episodio biblico del diluvio universale.
In realtà, le origini della bandiera della pace vanno ricercate, nelle teorie teosofiche nate alla fine dell’800. La teosofia (letteralmente “Conoscenza di Dio”) è quel sistema di pensiero che tende alla conoscenza intuitiva del divino. Essa è sempre stata presente nella cultura indiana, mentre nell'Occidente è rintracciabile negli scritti di Platone (427-347 a.C.), dei neo-platonici, come Plotino (204-270). La moderna versione ha preso forma dalla Società Teosofica, un movimento mistico, esoterico, spirituale e gnostico fondato nel 1875 da Helena Petrovna Blavatsky, più nota come Madame Blavatsky.
LA DOTTRINA
Il programma della Società, ispirato alle dottrine orientali dell'induismo e del buddismo, era riassunto nei seguenti tre scopi:
Formare un nucleo di fratellanza universale dell'Umanità, senza distinzione di razza, credo, sesso, casta o colore;
Incoraggiare lo studio comparato di religioni, filosofie e scienze;
Investigare le leggi inesplicabili della natura e dei poteri latenti nell'uomo.
La teosofia ha rappresentato un vero momento di rottura con le tradizioni religiose che dominavano precedentemente in Occidente, e ha permesso a molte filosofie e religioni indiane di divenire negli anni popolari in Europa e Stati Uniti.
Tali principi di fondo si sono combinate con alcune pratiche come il vegetarianismo e lo sviluppo delle facoltà paranormali. La dottrina della Società Teosofica è contenuta nei due principali libri della Blavatsky, Iside svelata e La dottrina segreta.
Il suo pensiero potrebbe essere riassunto nei seguenti punti:
Coscienza universale ed individuale: gli eventi accadono per leggi che soggiacciono ad un Paradigma Universale (paragonabile al concetto di Dio, o di Logos, detto del Sole o cosmico), che impregna tutto di coscienza.
Gnosticismo dualista (coscienza e materia): gli esseri umani hanno un proprio “se stesso più elevato” divino ed immortale, cui possono rivolgersi con la preghiera, ma essi devono operare per collegare la propria natura con quella divina, altrimenti periranno (principio della negazione dell'immortalità personale).
Reincarnazione e trasmigrazione dell'anima: concetto preso dall'esoterismo buddista con la variante che i teosofici non credono nella regressione: l'uomo non può reincarnarsi in un animale o in una pianta. Egli dovrà invece reincarnarsi almeno ottocento volte, secondo un disegno determinato dal Karma, il ciclo del destino.
Concezione settenaria dell'universo, dell'uomo e della civiltà umana: gli elementi essenziali sono monadi che discendono attraverso sette piani di progressiva materializzazione, durante i quali si è formata l'umanità, ritornando poi, in ascesa attraverso sette fasi di evoluzione: sthula-sarira (il corpo fisico), linga-sarira (il corpo astrale), prana (il respiro della vita o corpo mentale), kama (il desiderio o corpo intuitivo), manas (la reincarnazione), buddhi (lo spirito universale), e atman (il sé cosmico e divino).
Esistenza dei Maestri segreti (mahatma), esseri perfetti dotati di grande saggezza e di potere mistici, che hanno completato il ciclo delle reincarnazioni, e che possono aiutare a raggiungere il massimo livello di evoluzione.
IL NEW AGE
Le analisi culturalmente più sofisticate riconducono il New Age alla categoria del revival, "movimento di risveglio", ben nota agli storici delle religioni soprattutto in ambito anglo-americano. Benché, fra i gruppi cristiani, siano spesso proprio i pentecostali ad attaccare nel modo più virulento il New Age, considerandolo un fenomeno diabolico, non mancano studiosi che propongono un’analogia fra il New Age e il pentecostalismo. A partire dai primi anni del secolo XX il pentecostalismo si presenta come movimento di risveglio di un mondo protestante ampiamente inaridito e sclerotizzato, così il New Age si pone come movimento di risveglio, nell’area culturale di lingua inglese, non più del mondo cristiano ma del mondo laico se non laicista. Anche questo ambiente - la cui organizzazione culturale era largamente affidata alle logge massoniche e alla più discreta, ma non meno importante, influenza della Società Teosofica - si trovava, a partire dagli anni intorno alla Seconda guerra mondiale, in uno di quegli stati di freddezza e di aridità che producono così spesso nella storia i fenomeni di revival.
Gli ambienti massonici e teosofici, in particolare, denunciavano una preoccupante incapacità di interpretare i tempi e di svolgere il consueto ruolo di organizzazione culturale, pur non avendo, naturalmente, perduto le loro diverse capacità di influenza sociale e politica. Nel mondo teosofico il disagio si era tradotto in una serie di scismi, il più rilevante dei quali - almeno nel mondo di lingua inglese - era stato promosso da Alice Bailey, nata nel 1880 e scomparsa nel 1949. Proprio Alice Bailey - che aveva soggiornato ad Ascona, presso quel luogo di incubazione di molte idee del New Age contemporaneo che era stato il Monte Verità - aveva cominciato negli anni’20 a utilizzare l’espressione "New Age" nel senso attuale; quest’uso era diventato corrente fra i suoi discepoli negli anni’40. Alice Bailey morì nel 1949 senza vedere l’"evo nuovo" che aveva enigmaticamente annunciato.
VISIONE DELLA REALTÀ
Specifico della mentalità New Age consiste nel non avere nessuna visione del mondo e nessuna dottrina, ma nel predicare la libertà più assoluta. In realtà, ciò è vero solo teoricamente, perché il New Age non potrebbe avere nessuna unità se le opinioni diverse che vi si manifestano non coesistessero su una trama di fondo che presenta una serie di elementi comuni.
LA QUESTIONE DELLA VERITÀ
Potremmo riassumere tale questione con un slogan: non esistono verità assolute. Espressa in questi termini, la premessa sarebbe tutt’altro che nuova: il relativismo è antico come la filosofia, se non come l’umanità decaduta. Tuttavia esistono diverse forme di relativismo, e il relativismo del New Age si specifica per il suo carattere volontarista. Ciascuno può, letteralmente, creare il proprio mondo, e ciascun mondo soggettivamente creato avrà la sua verità, non meno "vera" - e non meno "falsa" - rispetto a quella del mondo creato da un altro.
L’UOMO
La visione dell’uomo del New Age si riassume nello slogan dell’attrice Shirley MacLaine - che da anni svolge il ruolo di missionaria internazionale del New Age attraverso libri, film e programmi televisivi - : "Noi siamo Dio". Più esattamente al fondo di ognuno di noi si trova una scintilla divina, che è la stessa energia cosmica universale in una delle sue molteplici manifestazioni, fra cui - peraltro - non possono essere istituite gerarchie. L’uomo-Dio del New Age è da una parte onnipotente; tale onnipotenza si rivela, da un altro punto di vista, come onnidipendenza, se si considera il ruolo preminente che hanno nel New Age la reincarnazione e l’astrologia.
IL CRISTO
Il New Age parla anche volentieri di una realtà che chiama "il Cristo" ma - seguendo tutta una tradizione esoterica e gnostica - ha cura di distinguere "il Cristo" da Gesù di Nazareth come personaggio storico. Gesù non era "il Cristo", o almeno non lo era in modo diverso da Buddha o da chiunque sia in grado di entrare in contatto con la scintilla divina che porta dentro di sé. È questa scintilla, propriamente, che costituisce "il Cristo" come principio divino all’interno dell’uomo.
LA MORALE
Altro tema del New Age è il rifiuto della nozione di peccato - considerata insuperabilmente dogmatica e in ogni caso tipica della superata Età dei Pesci, visto che la nuova era è quella dell’Acquario - e la sua sostituzione con la nozione di malattia. Il New Age non nega che esistano nel mondo comportamenti inadeguati - è sufficiente considerare l’orrore che gli ispirano i comportamenti anti-ecologici -, ma li ascrive a limitazioni fisiche o psichiche che possono essere assimilate alla malattia o a forme di "dipendenza" possibili da superare tramite le numerose forme di terapie e di recovery così largamente disponibili nell’ambiente del New Age.
CONCLUSIONE
Questa breve panoramica di due delle più insidiose visioni della realtà che stanno condizionando la cultura dominante occidentale ci è stata utile per inquadrare in una adeguato contesto di pensiero il successo che ha avuto il simbolo per eccellenza del pacifismo mondiale, non escluso buona parte del mondo cattolico: la bandiera della pace.
Diverse sono le versioni sull’origine di questa bandiera. Una di queste è riconosciuta ad Aldo Capitini (fondatore del Movimento Nonviolento) che nel 1961 la usò per "aprire" la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi. Un’altra segnala che la sua origine risale al racconto biblico dell'Arca di Noè e che quindi è un simbolo cristiano a tutti gli effetti. Un’altra ancora spiega che la bandiera arcobaleno è il simbolo della città di Cuzco, capitale dell'impero Incas. Fu scelta, dall'imperatore del tempo, perché in quella vallata ogni volta che pioveva si formavano degli arcobaleni brillantissimi. Dalla Francia arriva la spiegazione che quel vessillo è il simbolo del movimento delle cooperative francesi creato intorno al 1920. Un'altra viene fatta risalire al 1950, la bandiera fu utilizzata in America come simbolo della pace dalle associazioni pacifiste e nonviolente. Altri dicono che sia stata “inventata” dal filosofo Bernard Russel nel 1956 in Inghilterra.
Tra tutte queste ipotesi spicca la tesi secondo la quale la bandiera arcobaleno1. è il simbolo dei movimenti di liberazione omosessuali. Sono diversi i siti web gay che rivendicano la proprietà della rainbow flag. Questa si differenzia dalla cosiddetta bandiera della pace principalmente per l'assenza della scritta PACE, ma anche perché la disposizione dei colori è speculare (il rosso è in basso nella bandiera della pace, in alto in quella dei gay), e infine perché la bandiera della pace prevede sette strisce di colore al posto di sei. La bandiera arcobaleno fu disegnata da un artista di San Francisco, Gilbert Baker, nel 1978, su richiesta della comunità gay locale in ricerca di un simbolo (a quei tempi il triangolo rosa non era ancora diffuso). Baker disegnò una bandiera con 8 strisce (successivamente sei) colorate: rosa (per il sesso), rosso (per la vita), arancio (per la guarigione), giallo (per il sole), verde (per la natura), turchese (per l'arte), indaco (per l'armonia) e viola (per lo spirito). Infatti questa bandiera sventolò per la prima volta a San Francisco nella marcia del Gay pride del 25 giugno 1978.
Comunque al di là di chi sia stato il primo ad ostentare tale simbolo resta il fatto incontestabile che si presenta come il più adatto a rappresentare un’idea, oggi molto in voga, secondo la quale non ci sarebbe alcuna verità assoluta: tutte le opinioni hanno la medesima dignità e quindi meritevoli di spazio. Secondo questo tipo di idea per esempio è possibile mettere sullo stesso piano partiti politici o gruppi culturali che rivendicano, legittimamente, la difesa della dignità della donna, e gruppi, come è accaduto recentemente in Europa, che rivendicano la depenalizzazione dei reati di pedofilia. Si tratta ovviamente di aberrazioni possibili, solo all’interno di una mentalità relativistica come quella che caratterizza le nostre società occidentali.
La bandiera arcobaleno è una valida sintesi per rappresentare questo sincretismo; infatti l’arcobaleno nel New Age rappresenta il passaggio dall’umano verso il super-uomo divino. Sul ponte dell’arcobaleno (nel senso induista: Antahkarana) avviene l’unione di Atman e Brahman, dell’uomo singolo e dell’Energia cosmica (Dio). L’unità quindi è raggiungibile attraverso una sintesi, un’armonia e una tolleranza globale fra le diverse filosofie, ideologie e religioni. Così la pace sarà possibile. Pertanto "va considerato nel modo più severo l'abuso di introdurre nella celebrazione della Santa Messa elementi contrastanti con le prescrizioni dei libri liturgici, desumendoli dai riti di altre religioni" (Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, Istruzione Redemptionis Sacramentum, n 79 ).
Il ricorso a quelle filosofie orientali, che estrapolate dal loro contesto storico- sociale- economico-religioso e ben sintetizzate dalla New Age, si inserisce perfettamente nel contesto occidentale, preoccupato di marginalizzare il discorso sulle sue autentiche radici, finisce per assumere come categoria fondamentale il relativismo etico imponendo al mondo culturale politico sociale e religioso una nuova forma di “dittatura”.
 

Fonte: fonte non disponibile, 20/6/2008

8 - INTERVISTA A MONSIGNOR GUIDO MARINI SULLE INNOVAZIONI LITURGICHE DI PAPA BENEDETTO XVI

Autore: Gianluca Biccini - Fonte: fonte non disponibile, 26 giugno 2008

Monsignor Guido Marini illustra la nuova insegna che Benedetto XVI indosserà dal prossimo 29 giugno.
Il pallio papale: tra continuità e sviluppo.
 
Dal 29 giugno cambia il pallio indossato da Benedetto XVI per le solenni celebrazioni liturgiche. Quello che il Papa adopererà per la messa dei santi Pietro e Paolo sarà a forma circolare chiusa, con i due capi che pendono nel mezzo del petto e del dorso. La foggia risulterà più larga e più lunga, mentre sarà conservato il colore rosso delle croci che lo adornano. "Si tratta dello sviluppo della forma del pallio latino utilizzato fino a Giovanni Paolo II" spiega il maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, monsignor Guido Marini, che illustra motivazioni storiche e liturgiche della nuova insegna in questa intervista a "L'Osservatore Romano".
Quali sono gli elementi di continuità e quelli di innovazione rispetto al passato?
Alla luce di attenti studi, in merito allo sviluppo del pallio nel corso dei secoli, sembra che si possa affermare che il pallio lungo e incrociato sulla spalla sinistra non è stato più portato in Occidente a partire dal IX secolo. Infatti, il dipinto presente nel Sacro Speco di Subiaco, risalente al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo III con questo tipo di pallio, pare un "arcaismo" consapevole. In questo senso l'uso del nuovo pallio intende venire incontro a due esigenze:  anzitutto quella di sottolineare maggiormente il continuo sviluppo che nell'arco di oltre dodici secoli questa veste liturgica ha continuato ad avere; in secondo luogo quella di carattere pratico, in quanto il pallio usato da Benedetto XVI dall'inizio del pontificato ha comportato diversi e fastidiosi problemi da questo punto di vista.
Restano le differenze tra il pallio papale e quello che il Pontefice impone agli arcivescovi?
La differenza rimane anche nel pallio attuale. Quello che sarà indossato da Benedetto XVI a partire dalla solennità dei santi Pietro e Paolo riprende la forma del pallio usato fino a Giovanni Paolo II, sebbene con foggia più larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è significata.
Da alcuni mesi è cambiato anche il pastorale che il Papa adopera nelle celebrazioni. Quali sono le motivazioni di questa scelta?
Il pastorale dorato a forma di croce greca - appartenuto al beato Pio IX e usato per la prima volta da Benedetto XVI nella celebrazione della Domenica delle Palme di quest'anno - è ormai utilizzato costantemente dal Pontefice, che ha così ritenuto di sostituire quello argenteo sormontato dal crocifisso, introdotto da Paolo VI e utilizzato anche da Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e da lui stesso. Tale scelta non significa semplicemente un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia. Questo pastorale, denominato "ferula", risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che è sempre stato a forma di croce e senza crocifisso, perlomeno da quando il pastorale è entrato nell'uso dei Romani Pontefici. Non bisogna poi dimenticare un elemento di praticità:  la ferula di Pio IX risulta più leggera e maneggevole del pastorale introdotto da Paolo VI.
E il pastorale realizzato da Lello Scorzelli per Papa Montini a metà degli anni Sessanta?
Resta a disposizione della sagrestia pontificia, insieme a tanti oggetti appartenuti  ai  predecessori  di  Benedetto XVI.
Lo stesso discorso vale per la scelta dei paramenti indossati dal Papa nelle varie celebrazioni?
Anche in questo caso va detto che le vesti liturgiche adottate, come anche alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa. L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio esatto per leggere il cammino della Chiesa nel tempo. Ciò vale anche per la liturgia. Come un Papa cita nei suoi documenti i Pontefici che lo hanno preceduto, in modo da indicare la continuità del magistero della Chiesa, così nell'ambito liturgico un Papa usa anche vesti liturgiche e suppellettili sacre dei Pontefici che lo hanno preceduto per indicare la stessa continuità anche nella lex orandi. Vorrei però far notare che il Papa non usa sempre abiti liturgici antichi. Ne indossa spesso di moderni. L'importante non è tanto l'antichità o la modernità, quanto la bellezza e la dignità, componenti importanti di ogni celebrazione liturgica.
Un esempio lo si ha nei viaggi in Italia e fuori Italia, dove i paramenti papali sono predisposti dalle Chiese locali.
Certamente. Basti pensare a quello negli Stati Uniti o a quello in Italia, prima a Genova e poi nel Salento. In entrambi i casi sono state le diocesi a predisporre le vesti liturgiche del Papa, in accordo con l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Nella varietà degli stili e con attenzione a elementi caratteristici locali, il criterio adottato è stato quello della bellezza e della dignità, dimensioni tipiche dell'azione sacra che si compie nella celebrazione eucaristica.
A questo punto potrebbe anticiparci qualche particolare aspetto liturgico del prossimo viaggio internazionale?
Posso dire che il tempo della preparazione è stato molto fruttuoso e la collaborazione trovata in Australia molto cordiale e disponibile. Papa Benedetto XVI incontrerà ancora una volta i giovani di tutto il mondo e tutti preghiamo perché di nuovo questo incontro possa essere motivo di grande grazia per tutti, occasione per conoscere con più intensità il volto di Gesù e il volto della Chiesa, stimolo per una risposta pronta e generosa alla chiamata del Signore. L'augurio è che anche le celebrazioni liturgiche, preparate con cura e davvero partecipate perché vissute a partire dal cuore, siano occasioni privilegiate per l'accoglienza di questa grazia.
Che cosa ci può dire dell'alto trono papale, utilizzato in occasioni come il concistoro, e della croce ritornata al centro dell'altare?
Il cosiddetto trono, usato in particolari circostanze, vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo. Quanto alla posizione della croce al centro dell'altare, essa indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta l'assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica:  non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è l'Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione dell'orientamento liturgico nella celebrazione eucaristica, e il modo anche pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico, ecclesiologico e inerente la spiritualità personale.
È questo il criterio per capire anche la decisione di celebrare all'altare antico della Cappella Sistina, in occasione della festa del Battesimo del Signore?
Esattamente. Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista "non si chiude la porta all'assemblea", ma "si apre la porta all'assemblea" conducendola al Signore. Si possono verificare particolari circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile celebrare all'altare antico, dove tra l'altro si conserva l'esatto orientamento della celebrazione liturgica. Non ci si dovrebbe sorprendere: basta andare in San Pietro al mattino e vedere quanti sacerdoti celebrano secondo il rito ordinario scaturito dalla riforma liturgica, ma su altari tradizionali e dunque orientati come quello della Sistina.
Nella recente visita a Santa Maria di Leuca e Brindisi il Papa ha distribuito la comunione ai fedeli in bocca e in ginocchio. È una prassi destinata a diventare abituale nelle celebrazioni papali?
Penso proprio di sì. Al riguardo non bisogna dimenticare che la distribuzione della comunione sulla mano rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta. La modalità adottata da Benedetto XVI tende a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa. In aggiunta si potrebbe forse vedere anche una preferenza per l'uso di tale modalità di distribuzione che, senza nulla togliere all'altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero. Aspetti che, nel nostro tempo, pastoralmente parlando, è urgente sottolineare e recuperare.
Cosa risponde il maestro delle celebrazioni liturgiche a chi accusa Benedetto XVI di voler imporre così modelli preconciliari?
Anzitutto mi piace sottolineare l'adesione cordiale e convinta che si nota anche in merito al magistero liturgico del Santo Padre. Per quanto riguarda, poi, termini come "preconciliari" e "postconciliari" utilizzati da alcuni, mi pare che essi appartengano a un linguaggio ormai superato e, se usati con l'intento di indicare una discontinuità nel cammino della Chiesa, ritengo che siano errati e tipici di visioni ideologiche molto riduttive. Ci sono "cose antiche e cose nuove" che appartengono al tesoro della Chiesa di sempre e che come tali vanno considerate. Il saggio sa ritrovare nel suo tesoro le une e le altre, senza appellarsi ad altri criteri che non siano quelli evangelici ed ecclesiali. Non tutto ciò che è nuovo è vero, come d'altronde neppure lo è tutto ciò che è antico. La verità attraversa l'antico e il nuovo ed è a essa che dobbiamo tendere senza precomprensioni. La Chiesa vive secondo quella legge della continuità in virtù della quale conosce uno sviluppo radicato nella tradizione. Ciò che più importa è che tutto concorra perché la celebrazione liturgica sia davvero la celebrazione del mistero sacro, del Signore crocifisso e risorto che si fa presente nella sua Chiesa riattualizzando il mistero della salvezza e chiamandoci, nella logica di un'autentica e attiva partecipazione, a condividere fino alle estreme conseguenze la sua stessa vita, che è vita di dono di amore al Padre e ai fratelli, vita di santità.
Ancora oggi il motu proprio Summorum Pontificum, sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, sembra dare adito a interpretazioni contrastanti. Sono ipotizzabili celebrazioni presiedute dal Papa secondo la forma straordinaria, che è quella antica?
Si tratta di una domanda a cui non so dare risposta. Quanto al motu proprio citato, considerandolo con serena attenzione e senza visioni ideologiche, insieme alla lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per presentarlo, risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il conseguimento di "una riconciliazione nel seno della Chiesa"; e in questo senso, come è stato detto, il motu proprio è un bellissimo atto di amore verso l'unità della Chiesa. In secondo luogo - e questo è un dato da non dimenticare - il suo scopo è quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano:  in modo tale, per esempio, che nella celebrazione secondo il messale di Paolo VI (che è la forma ordinaria del rito romano) "potrà manifestarsi in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso".

Fonte: fonte non disponibile, 26 giugno 2008

9 - OMELIA DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DELL’APERTURA DELL’ANNO PAOLINO

Autore: Benedetto XVI - Fonte: fonte non disponibile, 28 giugno 2008

Cari fratelli e sorelle, siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Chi era questo Paolo? Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio…» (At 22,3). Alla fine del suo cammino dirà di sé: «Sono stato fatto… maestro delle genti nella fede e nella verità» (1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti, apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo retrospettivo al percorso della sua vita. Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il passato. «Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi.
Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale "Anno Paolino": per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo. In questa prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo, una speciale "Fiamma Paolina", che resterà accesa durante tutto l’anno in uno speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta "Porta Paolina", attraverso la quale sono entrato nella Basilica accompagnato dal Patriarca di Costantinopoli, dal Cardinale Arciprete e da altre Autorità religiose. È per me motivo di intima gioia che l’apertura dell’"Anno Paolino" assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con cuore aperto. Saluto in primo luogo Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I e i membri della Delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con Lui e con tutti noi questi momenti di preghiera e di riflessione. Saluto i Delegati Fraterni delle Chiese che hanno un vincolo particolare con l’apostolo Paolo - Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia - e che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a Roma. Saluto cordialmente i Fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solenne inizio dell’"Anno" dedicato all’Apostolo delle Genti.
Siamo dunque qui raccolti per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In questa ora, all’inizio dell’"Anno Paolino" che stiamo inaugurando, vorrei scegliere dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia interiore, lo specifico del suo carattere. Nella Lettera ai Galati egli ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo.
Da molti Paolo viene presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio … di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte … Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete» (1Ts 2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una delle sue parole-chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge» della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo inscindibile. Poiché sta nella responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac (Tract. in 1Jo 7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere.
Nella ricerca della fisionomia interiore di san Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo. Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti «la sua causa». La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» (Lc 24, 39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un fantasma. Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi (1Cor 6,15). E aggiunge: come, secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss). In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente realtà: C'è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per Paolo la parola sulla Chiesa come Corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben oltre un paragone. «Perché mi perseguiti?» Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me.
Vorrei concludere con una parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte. «Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo discepolo (2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione. Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi.
In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen.

Fonte: fonte non disponibile, 28 giugno 2008

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