BastaBugie n°143 del 04 giugno 2010

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1 IL COMUNE DI NEW YORK DICE SI ALLA MOSCHEA SUL LUOGO DELLE TORRI GEMELLE
Quando l'Occidente chiude gli occhi sulla realtà
Autore: Loretta Bricchi Lee - Fonte: Avvenire
2 QUANDO CHI E' CONTRO L'ABORTO SI PERDE IN UN BICCHIERE D'ACQUA...
Ecco le timide proposte che non impensieriscono la cultura della morte
Fonte: Corrispondenza Romana
3 NON SI ESCE DALLA CRISI SE NON SI TORNA A FAR FIGLI
Il presidente dello IOR riassume le cause dell'attuale crisi alla luce della storia moderna
Autore: Ettore Gotti Tedeschi - Fonte: L'Ottimista
4 CIO' CHE IL MONDO NON PUO' DARCI NE' TOGLIERCI
Benedetto XVI spiega perché, in realtà, il cristiano non è né represso, né frustrato
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire
5 UNA BELLISSIMA FIABA
Il viaggio per la salvezza
Autore: Giano Colli - Fonte: BASTABUGIE
6 LA CHIESA E' GERARCHICA PER VOLERE DI GESU' CRISTO
Il terzo compito fondamentale dei sacerdoti è governare secondo il mandato del Signore
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Sito del Vaticano
7 TRA CREDENTI E NON CREDENTI C'E' UN ABISSO
Infatti senza Dio posso fare ciò che voglio... con le conseguenze disastrose che vediamo
Autore: Gianfranco Amato - Fonte: Cultura Cattolica
8 LETTERE ALLA REDAZIONE: BERLUSCONI PUO' FARE LA COMUNIONE?
Le regole della Chiesa valgono per tutti, senza eccezioni!
Autore: Giano Colli - Fonte: BastaBugie
9 OMELIA PER LA SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI - ANNO C - (Lc 9,11-17)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - IL COMUNE DI NEW YORK DICE SI ALLA MOSCHEA SUL LUOGO DELLE TORRI GEMELLE
Quando l'Occidente chiude gli occhi sulla realtà
Autore: Loretta Bricchi Lee - Fonte: Avvenire, 18 maggio 2010

La proposta di costruire una moschea a due isolati da dove sorgevano le Torri gemelle del World Trade Center sta scatenando polemiche a New York. Il progetto per un centro islamico di 13 piani, che possa ospitare un luogo di culto per musulmani e altri spazi pubblici tra cui una piscina e un teatro, era stato presentato lo scorso 5 maggio dalla “Società americana per la promozione dell’islam” alla commissione comunale del distretto finanziario ed è stato accolto con favore dai 12 membri presenti all’incontro. La moschea della «casa Cordoba», aveva sostenuto Daisy Khan – direttore dell’organizzazione che intende raccogliere oltre 100 milioni di dollari per trasformare un edificio danneggiato dagli attentati terroristici nel centro islamico – «avrebbe dimostrato che i musulmani fanno parte della ricostruzione della zona» e, secondo l’imam Feisal Abdul Rauf, avrebbe trasformato la percezione degli americani nei confronti dell’islam.
La reazione dei newyorchesi, però, è stata ben diversa. «Ground Zero» – noto al mondo come il luogo in cui hanno perso la vita circa 3mila persone negli attacchi del settembre 2001 – è considerato un luogo «sacro» e, pertanto, molti considerano il progetto, quanto meno, inappropriato. «È uno schiaffo in faccia all’intera città. Così si tradisce la memoria delle vittime», ha dichiarato un cittadino al New York Post . Altri, poi, temono che una moschea così prossima al simbolo del peggiore colpo al cuore subito dall’America – e per di più se i lavori verranno inaugurati, come previsto, l’11 settembre 2011 nel decimo anniversario della strage – possa diventare un punto di riferimento per terroristi, quasi un «tempio che commemori la loro maggiore vittoria».
Rimane infatti difficile per molti americani separare i seguaci dell’islam da al Qaeda – lo testimoniano i sondaggi –, soprattutto a poco più di due settimane dal fallito tentativo di far scoppiare un’autobomba a Times Square, nel cuore di New York, da parte di un individuo di origine pachistana. Il fronte di opposizione alla moschea – che potrebbe ospitare fino a duemila musulmani per la preghiera del venerdì – è in pieno fermento. E mentre il sito Internet www.nomosquesatgroundzero.wordpress.com sollecita una campagna a tappeto per spingere l’intera Commissione del distretto finanziario a votare contro la proposta al prossimo incontro di fine mese, si sta anche organizzando una marcia di protesta su Ground Zero per il 6 giugno, giornata commemorativa dello sbarco in Normandia.

Fonte: Avvenire, 18 maggio 2010

2 - QUANDO CHI E' CONTRO L'ABORTO SI PERDE IN UN BICCHIERE D'ACQUA...
Ecco le timide proposte che non impensieriscono la cultura della morte
Fonte Corrispondenza Romana, 29/5/2010

Lo scorso 21 maggio ha avuto inizio un incontro di tre giorni promosso dal Movimento per la Vita, dal forum delle famiglie e dall’associazione Scienza & Vita, in occasione dell’anniversario dell’approvazione della legge 194/1978. All’incontro erano presenti i governatori di Lazio e Lombardia e più di trenta amministratori in rappresentanza di dodici regioni, riunitisi allo scopo di confrontarsi sulle politiche regionali in difesa dei nascituri, delle madri e delle famiglie.
Il governatore del Lazio, Renata Polverini, ha assicurato la sua adesione all’iniziativa promossa dall’on. Carlo Casini a sostegno della vita, attraverso misure come il bonus bebè, i mutui agevolati per le giovani coppie e l’aumento degli asili nido. Olimpia Tarzia ha invece presentato una proposta di riforma dei consultori per dare maggior valore alla prevenzione dell’aborto; consultori che, a detta della presidente Polverini, «non sono ancora attivati come dovrebbero per cercare di indirizzare la donna verso scelte diverse dall'aborto».
Sono state anche avanzate alcune proposte di modifiche della legge 194, come la fissazione del limite delle 22 settimane, epoca in cui è possibile la sopravvivenza del bambino fuori dell’utero materno. Il vicepresidente del MPV Morandini si è detto convinto che la 194 è stata applicata male, perché non è stata riconosciuta la identità umana del concepito e ha chiesto, tra le altre cose, la riforma del primo articolo della legge e del Codice civile. Il co-presidente di Scienza & Vita, Lucio Romano, ha messo in guardia contro la pillola Ellaone, mentre il sottosegretario Roccella ha annunciato l’arrivo di un pacchetto di informazioni e indicazioni per le regioni in merito all’utilizzo della Ru486 (“Avvenire”, 22 maggio 2010).
Queste, in sintesi, le proposte sul tavolo del dibattito politico dai maggiori rappresentanti del mondo pro-life italiano. C’è da rilevare che nell’incontro si è arrivati al paradosso di affermare che il problema della 194 sarebbe la sua premessa (articolo 1) e non le norme omicide in essa contenute (articoli 4,5,6,7). (È come sostenere che la pericolosità di un’arma derivi dalla definizione linguistica ad essa data e non dall’intrinseca capacità di offendere dell’oggetto).
Sono stati menzionati i cinque milioni di aborti dall’entrata in vigore della legge ma, incredibilmente, la responsabilità del genocidio è stata quasi esclusivamente attribuita alla crisi economica (dal 1978 l’Italia ha attraversato periodi sia positivi che negativi ma la mentalità abortista ha guadagnato sempre maggior terreno...), alla disoccupazione, all’immigrazione ed alla scarsa attività preventiva dell’aborto attuata dai consultori. Neppure un timido accenno alla vera ed unica causa della mattanza, ossia la legislazione abortista vigente. In definitiva, la legge 194, seppur con alcune “sbavature” (dovute soprattutto alla sua “scorretta” applicazione), ne esce rafforzata.

Fonte: Corrispondenza Romana, 29/5/2010

3 - NON SI ESCE DALLA CRISI SE NON SI TORNA A FAR FIGLI
Il presidente dello IOR riassume le cause dell'attuale crisi alla luce della storia moderna
Autore: Ettore Gotti Tedeschi - Fonte: L'Ottimista, 26 Maggio 2010

Nelle decine di dibattiti sull’attuale crisi economica a cui ho partecipato, raramente ho sentito affrontare il problema delle sue origini e della sua realtà storica. Per cui cercherò di ragionare in questi termini in un modo che raramente avrete letto. L’origine di questa crisi economica non risiede nell’uso sbagliato di strumenti finanziari, da parte di banchieri o politici o finanzieri. Questa crisi trova origine nel fatto che abbiamo negato la vita, non abbiamo fatto figli o, oltre a non farli, li abbiamo anche uccisi, riducendo la crescita della popolazione ad un ritmo così basso da impedire la crescita economica, lo sviluppo, il benessere.
Per quale ragione queste cose non si dicono? Non si dicono perché sono considerate di carattere morale. E tutto ciò che è di carattere morale non viene considerato perché apparentemente non scientifico. Lo dice anche Papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate che l’origine di questa crisi è di carattere morale: si è negata la vita. Nel primo capitolo dell’enciclica il Papa richiama due encicliche di Paolo VI: la Populorum Progressio (1967) e la Humanae Vitae (1968). Il pontefice Paolo VI suggeriva che una logica di sviluppo economico non può prescindere dal valore dell’uomo e quindi dal valore della vita. Infatti nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI espone con una razionalità estrema il fatto che la conseguenza del non rispetto della vita ha generato una forma di nichilismo e di allontanamento da ogni forma di verità o di principio di riferimento, al punto tale che strumenti quali l’economia, la finanza, la politica, sarebbero diventati nemici dell’uomo.
Nel 1968, negli Stati Uniti presero il sopravvento le teorie neo-malthusiane, secondo le quali, se la crescita della popolazione fosse continuata ai ritmi degli ultimi anni, avrebbe provocato centinaia di milioni di morti di fame prima dell’anno 2000. Qualche anno dopo un libro elaborato dal Club di Roma con il titolo Rapporto sui limiti dello sviluppo ribadì che la crescita della popolazione era troppo alta, che andava fermata, altrimenti decine di milioni di persone sarebbero morte di fame in Asia, in Cina ed in India. Oggi, tuttavia, possiamo constatare che non solo queste nazioni non sono morte di fame, ma sono diventate più ricche di noi al punto da tenere in piedi la nostra economia. E chi ha prodotto questa ricchezza è stata propria la crescita della loro popolazione.
Cosa provoca un sistema economico che non fa figli? Le 'non nascite' provocano una forma di congelamento del numero della popolazione e conseguentemente l’aumento dei costi fissi di una struttura economica. In quegli anni il cosiddetto mondo sviluppato congelò la crescita della popolazione passando da un +4/4,5% ad un progressivo declino fino alla crescita zero, cioè due figli per coppia che è pari al tasso di sostituzione. La crescita zero provoca il congelamento del numero di una popolazione, e ne cambia la composizione. Ci sono meno giovani che accedono al mondo del lavoro e della produttività e più persone che escono dal mondo del lavoro per anzianità. Questo provoca da un lato una minore produttività, un rallentamento del ciclo di sviluppo sociale, quindi meno coppie che si sposano, meno coppie che fanno figli e aumento dei costi fissi. Le persone che invecchiano hanno infatti un costo maggiore dei giovani, per via delle pensioni e della sanità. Questo fenomeno provoca l’impossibilità di ridurre le tasse perché aumentano i costi fissi. Nel 1975 il peso fiscale in Italia era il 25% del prodotto interno lordo, oggi è il 45%. Inoltre il tasso di accumulazione del risparmio è crollato.
Che cosa fece la nostra civiltà sviluppata per compensare il crollo dello sviluppo conseguente? Attuò due interventi concreti di carattere economico: l’aumento della produttività e la delocalizzazione produttiva. L’aumento della produttività avvenne attraverso l’innovazione tecnologica, cercando di produrre di più per alimentare lo sviluppo. La seconda strategia fu la delocalizzazione produttiva cioè il trasferimento in Asia di una serie di produzioni a basso costo, con l’obiettivo di ottenere il ritorno dei beni a prezzi inferiori e che facevano aumentare il potere d’acquisto. Ma anche questo non bastò. Allora si adottò il cosiddetto sistema della 'crescita a debito', facendo indebitare il sistema economico e soprattutto le famiglie. Così dal 1998 al 2008 l’indebitamento del 'sistema Italia’ è cresciuto dal 200% al 300% del Pil (Prodotto interno lordo). Tutto questo per sostenere il tasso di crescita che prescindeva completamente dalle nascite e dalla crescita della popolazione. Andò ancora peggio negli Stati Uniti, appesantiti anche da esigenze di budget militare o da esigenze di crescita straordinaria: negli ultimi 10 anni, il peso dell’indebitamento delle famiglie americane sul Pil è passato dal 68% al 96%, cioè 28 punti percentuali, pari alla crescita di 2,8% all’anno, dovuta completamente al tasso di indebitamento delle famiglie. Questo significa che per sostenere i consumi, le famiglie si sono indebitate ad un livello non più sostenibile diventando loro stesse sussidiarie allo Stato, anziché il contrario. Le famiglie si sono indebitate per molti anni, hanno visto crollare il valore dei loro investimenti, hanno visto crollare il valore della casa che avevano comperato, hanno visto crollare il valore del fondo pensione, indebitandosi per tenere in piedi quasi il 75-80% del Pil americano. E tutto questo perché? Perché non si facevano figli o non se ne facevano abbastanza.
In conclusione: tanti anni fa abbiamo pensato che non facendo figli saremmo diventati più ricchi, saremmo stati meglio. È successo esattamente il contrario: non facendo figli, siamo diventati più poveri e staremo male per molto tempo se non torneremo a crescere demograficamente.

Fonte: L'Ottimista, 26 Maggio 2010

4 - CIO' CHE IL MONDO NON PUO' DARCI NE' TOGLIERCI
Benedetto XVI spiega perché, in realtà, il cristiano non è né represso, né frustrato
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte: Avvenire, 27 maggio 2010

A gli occhi di chi crede nel successo a ogni costo il cristiano è un represso, un frustrato, in definitiva un infelice, perché rinuncia alle migliori e più intense gratificazioni della vita, rinchiudendosi in una gabbia di divieti. Può sembrare dunque una clamorosa falsità quanto ha detto il Papa al Regina Coeli di domenica scorsa: «Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate». In effetti, Benedetto XVI ha insistito su questo tema molte volte e lo aveva rimarcato già nella messa di inizio del pontificato: «Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo, e troverete la vera vita». Già allora il neo pontefice sottolineava la promessa evangelica, fatta a chi segue fedelmente Cristo, non solo di ricevere la vita eterna ma anche, «già ora, in questo tempo, cento volte tanto» (Mc 10, 30), pur insieme ad alcune sofferenze e nonostante, talvolta, le persecuzioni.
Che il cristiano possa sperimentare sentimenti di felicità, o comunque di contentezza durevole, «intender [fino in fondo] non lo può chi non lo prova», come direbbe Dante; ma possiamo, sebbene solo in parte, provare a motivarlo.
In realtà, molto dipende da come si vive il proprio esser cristiani. C’è un modo legalista e frustrante di vivere il cristianesimo, quello di chi trascorre le sue giornate temendo di trasgredire doveri e curando di osservare norme; e c’è quello liberante di chi osserva – come è giusto – le norme, ma non le considera il fine della sua vita, perché quest’ultimo è piuttosto l’esercizio dell’amore a Dio e al prossimo. Ora, se si agisce per amore, ogni cosa diventa più lieve e, talvolta, diventa persino causa di felicità: lavorare per mero senso del dovere o solo per guadagnarmi da vivere può essere estremamente pesante, mentre farlo per amore di mia moglie e dei miei figli, e per amore di Dio se coltivo una vita interiore, è estremamente diverso.
È questo il vero senso della sentenza, tanto spesso travisata, di S.Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Infatti, se amo qualcuno, quando faccio/ometto qualcosa per lui, faccio/ometto quello che voglio, perché l’amore mi fa agire volentieri. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma basta notare che ci sono persone accasciate dal dolore provocato da alcune malattie, che, nondimeno, si sentono interiormente felici, o almeno contente, perché, per amore, in vista del bene di qualcuno offrono a Dio il loro dolore.
Certo, la vita cristiana comporta anche delle rinunce, ma per raggiungere beni più profondi e durevoli, comporta un certo qual «perdere se stessi», ma per ritrovarsi più pienamente, come ha detto il Papa: «Perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente». È l’espressione del paradosso dell’amore, il quale, proprio donando, arricchisce chi dona.
I beni a cui rinuncia il cristiano appagano nell’immediato, ma, a lungo andare e – va sottolineato – non da subito, soddisfano sempre meno e lasciano sempre più assetati, come bere acqua salata. Tanto è vero che, spesso, gli uomini finiscono per disdegnarli una volta che li hanno conseguiti e ne cercano altri, e poi altri ancora, procedendo così «di brama in brama», come diceva un filosofo non certo cattolico come Hobbes. La relazione (beninteso se sostanziata di amore) con Dio, invece, non delude mai.

Fonte: Avvenire, 27 maggio 2010

5 - UNA BELLISSIMA FIABA
Il viaggio per la salvezza
Autore: Giano Colli - Fonte: BASTABUGIE, 1° giugno 2010

Il suo mondo era sovrappopolato e così lui e milioni di altri suoi simili furono scacciati via e mandati in un mondo alieno, condannati a morte sicura.
C’era una unica navicella spaziale e solo chi l’avesse raggiunta si sarebbe salvato. Fu una lotta furibonda: l’amico lottò contro l’amico, il fratello cercò di sopraffare il fratello, nella speranza della salvezza.
Lui era giovane, forte e agile. Lui entrò. Automaticamente la navicella, che era stata concepita per uno soltanto, si chiuse ermeticamente costringendo gli altri ad una lenta agonia in quell’ambiente ostile.
Per lui il viaggio era cominciato. La navicella era di forma pressoché sferica e conteneva tutto il necessario per la sua sopravvivenza. A lui non restava che farsi trasportare, alla ricerca di un mondo nuovo in cui vivere. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe vagato fino alla morte, nella più completa solitudine, ma questo ora a lui non interessava: per ora era in salvo. Stremato dalla lotta si addormentò.
Il tempo passò: ore, anni o secoli, non importa. Lentamente iniziò in lui un processo di mutazione. Quell’asettica navicella su cui era salito sembrava essere viva e addirittura cominciò a fondersi con il suo corpo in una abominevole simbiosi. Forse tutto ciò era necessario per la sua stessa sopravvivenza durante quel viaggio interminabile oppure era una degenerazione dovuta allo spazio alieno in cui viaggiava. Altro tempo passò e lui crebbe in modo enorme e mutò orribilmente e la navicella insieme a lui. Anzi, ormai lui e le navicella non esistevano più come enti distinti, ma esisteva solo quell’enorme essere che era la loro simbiosi. Ma anche questa nuova creatura non era abbandonata nello spazio alieno, ma si trovava dentro un involucro a lei favorevole. Probabilmente si trattava dell’universo stesso da cui era partita prima (ma quanto prima?) la navetta.
La creatura dormiva dolcemente in questa struttura molto complessa, alimentata direttamente da una specie di flebo che le portava le sintesi alimentari necessarie. E intanto il viaggio continuava. La crescita dell’essere sembrava terminata e così pure le mutazioni. Il suo corpo era uniformemente colorato, ma era cresciuto a dismisure, tanto da occupare quasi tutto l’universo stesso. Tutto era tranquillo e dolce era cullarsi in quel viaggio senza meta.
Ma un giorno successe il cataclisma: le pareti dell’universo cominciarono a contrarsi su di lui. Dapprima quasi impercettibilmente, poi si fecero sempre più violente. Certo era sottoposto a sollecitazioni esterne di natura sconosciuta. L’enorme essere cominciò a svegliarsi dal suo secolare torpore e provò paura. Le pareti dell’universo vibrarono intensamente, poi si squarciarono. Era la fine del viaggio, la fine di tutto. Fu violentemente risucchiato all’esterno e perse conoscenza. Complimenti signora: è un bel maschietto! Proprio un bel bambino. Sorridi piccino, ora sei uno dei nostri!

Fonte: BASTABUGIE, 1° giugno 2010

6 - LA CHIESA E' GERARCHICA PER VOLERE DI GESU' CRISTO
Il terzo compito fondamentale dei sacerdoti è governare secondo il mandato del Signore
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Sito del Vaticano, 26 maggio 2010

Cari fratelli e sorelle,
L'Anno Sacerdotale volge al termine; perciò avevo cominciato nelle ultime catechesi a parlare sui compiti essenziali del sacerdote, cioè: insegnare, santificare e governare. Ho già tenuto due catechesi, una sul ministero della santificazione, i Sacramenti soprattutto, e una su quello dell'insegnamento. Quindi, mi rimane oggi di parlare sulla missione del sacerdote di governare, di guidare, con l'autorità di Cristo, non con la propria, la porzione del Popolo che Dio gli ha affidato.
Come comprendere nella cultura contemporanea una tale dimensione, che implica il concetto di autorità e ha origine dal mandato stesso del Signore di pascere il suo gregge? Che cos'è realmente, per noi cristiani, l'autorità? Le esperienze culturali, politiche e storiche del recente passato, soprattutto le dittature in Europa dell'Est e dell'Ovest nel XX secolo, hanno reso l'uomo contemporaneo sospettoso nei confronti di questo concetto. Un sospetto che, non di rado, si traduce nel sostenere come necessario l'abbandono di ogni autorità, che non venga esclusivamente dagli uomini e sia ad essi sottoposta, da essi controllata. Ma proprio lo sguardo sui regimi che, nel secolo scorso, seminarono terrore e morte, ricorda con forza che l'autorità, in ogni ambito, quando viene esercitata senza un riferimento al Trascendente, se prescinde dall'Autorità suprema, che è Dio, finisce inevitabilmente per volgersi contro l'uomo. E' importante allora riconoscere che l'autorità umana non è mai un fine, ma sempre e solo un mezzo e che, necessariamente ed in ogni epoca, il fine è sempre la persona, creata da Dio con la propria intangibile dignità e chiamata a relazionarsi con il proprio Creatore, nel cammino terreno dell'esistenza e nella vita eterna; è un'autorità esercitata nella responsabilità davanti a Dio, al Creatore. Un'autorità così intesa, che abbia come unico scopo servire il vero bene delle persone ed essere trasparenza dell'unico Sommo Bene che è Dio, non solo non è estranea agli uomini, ma, al contrario, è un prezioso aiuto nel cammino verso la piena realizzazione in Cristo, verso la salvezza.
La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo, che dal Padre ha ricevuto ogni potere in Cielo e sulla terra (cfr Mt 28,18). Attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente. Ma il Signore Gesù, Pastore supremo delle nostre anime, ha voluto che il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, e i sacerdoti, loro più preziosi collaboratori, partecipassero a questa sua missione di prendersi cura del Popolo di Dio, di essere educatori nella fede, orientando, animando e sostenendo la comunità cristiana, o, come dice il Concilio, "curando, soprattutto che i singoli fedeli siano guidati nello Spirito Santo a vivere secondo il Vangelo la loro propria vocazione, a praticare una carità sincera ed operosa e ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati" (Presbyterorum Ordinis, 6). Ogni Pastore, quindi, è il tramite attraverso il quale Cristo stesso ama gli uomini: è mediante il nostro ministero – cari sacerdoti – è attraverso di noi che il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le custodisce, le guida. Sant'Agostino, nel suo Commento al Vangelo di san Giovanni, dice: "Sia dunque impegno d'amore pascere il gregge del Signore" (123,5); questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani (cfr S. Agostino, Discorso 340, 1; Discorso 46, 15), delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l'infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cfr Id., Lettera 95, 1).
Se tale compito pastorale è fondato sul Sacramento, tuttavia la sua efficacia non è indipendente dall'esistenza personale del presbitero. Per essere Pastore secondo il cuore di Dio (cfr Ger 3,15) occorre un profondo radicamento nella viva amicizia con Cristo, non solo dell'intelligenza, ma anche della libertà e della volontà, una chiara coscienza dell'identità ricevuta nell'Ordinazione Sacerdotale, una disponibilità incondizionata a condurre il gregge affidato là dove il Signore vuole e non nella direzione che, apparentemente, sembra più conveniente o più facile. Ciò richiede, anzitutto, la continua e progressiva disponibilità a lasciare che Cristo stesso governi l'esistenza sacerdotale dei presbiteri. Infatti, nessuno è realmente capace di pascere il gregge di Cristo, se non vive una profonda e reale obbedienza a Cristo e alla Chiesa, e la stessa docilità del Popolo ai suoi sacerdoti dipende dalla docilità dei sacerdoti verso Cristo; per questo alla base del ministero pastorale c'è sempre l'incontro personale e costante con il Signore, la conoscenza profonda di Lui, il conformare la propria volontà alla volontà di Cristo.
Negli ultimi decenni, si è utilizzato spesso l'aggettivo "pastorale" quasi in opposizione al concetto di "gerarchico", così come, nella medesima contrapposizione, è stata interpretata anche l'idea di "comunione". E' forse questo il punto dove può essere utile una breve osservazione sulla parola "gerarchia", che è la designazione tradizionale della struttura di autorità sacramentale nella Chiesa, ordinata secondo i tre livelli del Sacramento dell'Ordine: episcopato, presbiterato, diaconato. Nell'opinione pubblica prevale, per questa realtà "gerarchia", l'elemento di subordinazione e l'elemento giuridico; perciò a molti l'idea di gerarchia appare in contrasto con la flessibilità e la vitalità del senso pastorale e anche contraria all'umiltà del Vangelo. Ma questo è un male inteso senso della gerarchia, storicamente anche causato da abusi di autorità e da carrierismo, che sono appunto abusi e non derivano dall'essere stesso della realtà "gerarchia". L'opinione comune è che "gerarchia" sia sempre qualcosa di legato al dominio e così non corrispondente al vero senso della Chiesa, dell'unità nell'amore di Cristo. Ma, come ho detto, questa è un'interpretazione sbagliata, che ha origine in abusi della storia, ma non risponde al vero significato di quello che è la gerarchia. Cominciamo con la parola. Generalmente, si dice che il significato della parola gerarchia sarebbe "sacro dominio", ma il vero significato non è questo, è "sacra origine", cioè: questa autorità non viene dall'uomo stesso, ma ha origine nel sacro, nel Sacramento; sottomette quindi la persona alla vocazione, al mistero di Cristo; fa del singolo un servitore di Cristo e solo in quanto servo di Cristo questi può governare, guidare per Cristo e con Cristo. Perciò chi entra nel sacro Ordine del Sacramento, la "gerarchia", non è un autocrate, ma entra in un legame nuovo di obbedienza a Cristo: è legato a Lui in comunione con gli altri membri del sacro Ordine, del Sacerdozio. E anche il Papa - punto di riferimento di tutti gli altri Pastori e della comunione della Chiesa - non può fare quello che vuole; al contrario, il Papa è custode dell'obbedienza a Cristo, alla sua parola riassunta nella "regula fidei", nel Credo della Chiesa, e deve precedere nell'obbedienza a Cristo e alla sua Chiesa. Gerarchia implica quindi un triplice legame: quello, innanzitutto, con Cristo e l'ordine dato dal Signore alla sua Chiesa; poi il legame con gli altri Pastori nell'unica comunione della Chiesa; e, infine, il legame con i fedeli affidati al singolo, nell'ordine della Chiesa.
Quindi, si capisce che comunione e gerarchia non sono contrarie l'una all'altra, ma si condizionano. Sono insieme una cosa sola (comunione gerarchica). Il Pastore è quindi tale proprio guidando e custodendo il gregge, e talora impedendo che esso si disperda. Al di fuori di una visione chiaramente ed esplicitamente soprannaturale, non è comprensibile il compito di governare proprio dei sacerdoti. Esso, invece, sostenuto dal vero amore per la salvezza di ciascun fedele, è particolarmente prezioso e necessario anche nel nostro tempo. Se il fine è portare l'annuncio di Cristo e condurre gli uomini all'incontro salvifico con Lui perché abbiano la vita, il compito di guidare si configura come un servizio vissuto in una donazione totale per l'edificazione del gregge nella verità e nella santità, spesso andando controcorrente e ricordando che chi è il più grande si deve fare come il più piccolo, e colui che governa, come colui che serve (cfr Lumen gentium, 27).
Dove può attingere oggi un sacerdote la forza per tale esercizio del proprio ministero, nella piena fedeltà a Cristo e alla Chiesa, con una dedizione totale al gregge? La risposta è una sola: in Cristo Signore. Il modo di governare di Gesù non è quello del dominio, ma è l'umile ed amoroso servizio della Lavanda dei piedi, e la regalità di Cristo sull'universo non è un trionfo terreno, ma trova il suo culmine sul legno della Croce, che diventa giudizio per il mondo e punto di riferimento per l'esercizio dell'autorità che sia vera espressione della carità pastorale. I santi, e tra essi san Giovanni Maria Vianney, hanno esercitato con amore e dedizione il compito di curare la porzione del Popolo di Dio loro affidata, mostrando anche di essere uomini forti e determinati, con l'unico obiettivo di promuovere il vero bene delle anime, capaci di pagare di persona, fino al martirio, per rimanere fedeli alla verità e alla giustizia del Vangelo.
Cari sacerdoti, «pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri [...], facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,2). Dunque, non abbiate paura di guidare a Cristo ciascuno dei fratelli che Egli vi ha affidati, sicuri che ogni parola ed ogni atteggiamento, se discendono dall'obbedienza alla volontà di Dio, porteranno frutto; sappiate vivere apprezzando i pregi e riconoscendo i limiti della cultura in cui siamo inseriti, con la ferma certezza che l'annuncio del Vangelo è il maggiore servizio che si può fare all'uomo. Non c'è, infatti, bene più grande, in questa vita terrena, che condurre gli uomini a Dio, risvegliare la fede, sollevare l'uomo dall'inerzia e dalla disperazione, dare la speranza che Dio è vicino e guida la storia personale e del mondo: questo, in definitiva, è il senso profondo ed ultimo del compito di governare che il Signore ci ha affidato. Si tratta di formare Cristo nei credenti, attraverso quel processo di santificazione che è conversione dei criteri, della scala di valori, degli atteggiamenti, per lasciare che Cristo viva in ogni fedele. San Paolo così riassume la sua azione pastorale: "figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi" (Gal 4,19).
Cari fratelli e sorelle, vorrei invitarvi a pregare per me, Successore di Pietro, che ho uno specifico compito nel governare la Chiesa di Cristo, come pure per tutti i vostri Vescovi e sacerdoti. Pregate perché sappiamo prenderci cura di tutte le pecore, anche quelle smarrite, del gregge a noi affidato. A voi, cari sacerdoti, rivolgo il cordiale invito alle Celebrazioni conclusive dell'Anno Sacerdotale, il prossimo 9, 10 e 11 giugno, qui a Roma: mediteremo sulla conversione e sulla missione, sul dono dello Spirito Santo e sul rapporto con Maria Santissima, e rinnoveremo le nostre promesse sacerdotali, sostenuti da tutto il Popolo di Dio. Grazie!

Fonte: Sito del Vaticano, 26 maggio 2010

7 - TRA CREDENTI E NON CREDENTI C'E' UN ABISSO
Infatti senza Dio posso fare ciò che voglio... con le conseguenze disastrose che vediamo
Autore: Gianfranco Amato - Fonte: Cultura Cattolica, 19 maggio 2010

Una recente indagine IARD-SWG spiega, in termini numerici, quanto la bioetica funga da spartiacque tra credenti e non credenti.
Si scopre così, ad esempio, che il’88% dei non credenti si dichiara favorevole all’eutanasia, mentre soltanto il 29% dei cattolici praticanti accetta l’idea della dolce morte. Non cambia sostanzialmente la situazione in tema di aborto. Favorevoli l’87% dei non credenti e tendenzialmente contrari i cattolici praticanti, tra i quali solo il 22% esprime un consenso all’interruzione volontaria di gravidanza.
A favore della fecondazione assistita eterologa, invece, si schiera il 77% degli atei, mentre tra i cattolici praticanti solo il 31% la dichiara ammissibile. Interessante è il fatto che le opinioni degli agnostici non siano poi così lontane dai credenti che non si riconoscono in una chiesa e dai non praticanti. Le percentuali, ad esempio, di quanti dicono sì all’aborto, all’eutanasia e alla fecondazione assistita eterologa, tra gli agnostici, vanno dal 56 al 78%.
C’è, invece, un tema su cui la maggioranza degli intervistati, indipendentemente dalla propria appartenenza religiosa, si dice contraria. Si tratta della pena di morte. La quota più elevata di assensi emerge tra i cattolici non praticanti (36%), mentre per tutti gli altri si aggira attorno al 20%.
Il commento dell’indagine giunge alla conclusione che «tra gli atei è radicata l’opinione che l’uomo sia l’artefice unico delle proprie scelte e che spetti appunto ai singoli individui prendere decisioni anche in materia di vita e di morte».
La considerazione non è nuova e non aggiunge molto a quello che già si conosceva. Consente semmai di confermare quanto una prospettiva antropocentrica possa incidere nel campo della bioetica. L’individuo eretto a parametro morale di se stesso diventa artefice del proprio destino, faber suae quisque fortunae, padrone assoluto della propria esistenza.
Si comprende bene anche l’opinione sulla pena di morte.
In realtà non vi è alcuna contraddizione da parte dei non credenti.
La prospettiva antropocentrica, infatti, pretende che sia lasciata all’individuo e soltanto all’individuo la disponibilità della propria esistenza. Nella pena di morte, invece, la decisione ultima appartiene allo Stato. Ciò spiega come molti militanti in favore dell’eutanasia – ad esempio i radicali italiani – siano al tempo stesso strenui oppositori della pena di morte.
Per essi, infatti, soltanto l’individuo nella sua piena autodeterminazione può stabilire quando cessare di vivere e nessun’altra autorità – che si chiami Stato o Dio è indifferente – può arrogarsi il diritto di farlo al posto suo.
Il fatto è che la bioetica, oggi, è diventata un campo primario e cruciale della lotta culturale tra relativismo etico e responsabilità morale dell’uomo. Si tratta, come ricordava Benedetto XVI, di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio.
Si impone un aut aut decisivo, la scelta tra le due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell’immanenza. Ma è proprio la razionalità immanente dell’uomo, che pretende di essere misura di tutte le cose, a rischiare di apparire irrazionale, giacché giunge ad implicare un rifiuto deciso del senso e del valore della realtà. Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza.
La visione dell’individuo artefice del proprio destino, in realtà, lascia senza adeguata risposta i quesiti più profondi dell’animo umano. Infatti, è soltanto attraverso l’apertura al mistero di Dio, puro Amore, che può colmarsi la sete di verità e di felicità del cuore dell’uomo. E solo la prospettiva dell’eternità riesce a conferire valore autentico alla realtà, alla Storia e soprattutto al mistero della fragilità umana, della sofferenza e della morte.
Senza questa prospettiva l’uomo è destinato a smarrirsi. (...)

Fonte: Cultura Cattolica, 19 maggio 2010

8 - LETTERE ALLA REDAZIONE: BERLUSCONI PUO' FARE LA COMUNIONE?
Le regole della Chiesa valgono per tutti, senza eccezioni!
Autore: Giano Colli - Fonte: BastaBugie, 1° giugno 2010

Gentile redazione di BASTABUGIE,
ho letto con molto interesse l'articolo sui divorziati risposati pubblicato nel numero 142 di BASTABUGIE. Però ho ripensato al funerale di Raimondo Vianello in cui il sacerdote ha distribuito la comunione a Silvio Berlusconi.
Non capisco come abbia potuto dare la comunione quel sacerdote, come se non sapesse che Berlusconi ha un divorzio alle spalle e una seconda moglie. Potete darmi una risposta perché sono abbastanza scandalizzata da questo comportamento. Anche perché mi chiedo come si possano utilizzare nella Chiesa due pesi e due misure.
Clementina

Cara Clementina,
la questione della comunione ai divorziati è complessa ed inoltre non è compresa dalla mentalità contemporanea, per cui ci vuole un po' di pazienza per capirla, vista anche l'enorme confusione che regna (volutamente?) su questo tema nei mezzi di comunicazione.
Innanzitutto bisogna dire che la Chiesa non inventa nulla, ma segue sempre e soltanto l'insegnamento di Gesù. E' stato lui a dichiarare l'indissolubilità del matrimonio: "Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi" Vangelo di Matteo 19,6. Per Gesù non si può risposare nemmeno chi abbia senza sua colpa subito il divorzio: "Chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio" Vangelo di Luca 16,18.
Per cui l'indissolubilità del matrimonio l'ha stabilita Gesù stesso non ammettendo eccezioni. Inoltre accostandosi al sacramento della Comunione in peccato mortale, si commette sacrilegio, o come dice San Paolo, "si mangia la propria condanna a morte". Per cui se uno ha commesso un peccato mortale deve prima confessarsi. Ma tutti sappiamo che perché una confessione sia valida è necessario che uno sia pentito. Senza pentimento il sacerdote non può dare l'assoluzione. E' una regola oggettiva che quindi non è "adattabile" al singolo caso, per cui se uno dimostra di non essere pentito, non può ricevere l'assoluzione e quindi non può fare la comunione. Ecco quindi che uno che vive in una situazione irregolare di matrimonio dimostra, con il suo comportamento, di non essere pentito, per il semplice motivo che è in atto (e pubblicamente evidente) la situazione di peccato in cui vive. Per cui chi si trova in situazione irregolare di matrimonio non può fare la comunione in quanto non può ricevere il perdono dei peccati, in quanto dimostra oggettivamente che non è pentito.
Ma quali sono le situazioni irregolari di matrimonio che impediscono oggettivamente di accedere ai sacramenti? Da sempre la Chiesa ne elenca tre: conviventi, sposati solo civilmente, divorziati risposati.
C'è da notare che in questo elenco non ci sono i divorziati, anche perché uno può trovarsi nella situazione di essere stato ingiustamente lasciato per cui, se non si risposa né va a convivere con un altro, non sta violando la promessa di "essere fedele sempre nella salute e nella malattia, ecc." che ha fatto il giorno del matrimonio davanti a Dio.
Concludendo su questa materia complessa, ma logicamente coerente e rispondente all'insegnamento del Vangelo, la Chiesa da sempre afferma che:
1) non può fare la comunione chi ha un peccato mortale;
2) non può ricevere l'assoluzione chi non dimostra di essere pentito del peccato che ha fatto;
3) compie un peccato mortale chi viola l'insegnamento di Gesù che dice "non separi l'uomo ciò che Dio ha unito".
Per queste ragioni non può fare la comunione:
1) chi convive;
2) chi è sposato solo in comune;
3) chi è divorziato e si risposa.
A questo punto potrebbe sorgere la domanda: ma se uno uccide, non fa un peccato più grave di chi ad esempio convive? La risposta è semplice: certamente! L'uccisione dell'innocente è uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, cioè dei peccati più gravi. Per cui chi uccide fa un peccato enormemente più grave di chi convive. Ma essendo un peccato del passato, uno si può essere pentito e quindi, come tutti i peccatori pentiti, se si confessa, può fare la comunione. Ma nel caso dei conviventi (o sposati solo civilmente o divorziati risposati) il peccato è in atto e quindi con ciò si dimostra di non essere pentiti.
Questa in sintesi la posizione di sempre della Chiesa (anche se si potrebbero aggiungere anche altre cose, ma manca lo spazio).
Fatte quindi queste necessarie premesse, per venire quindi alla tua domanda iniziale su Berlusconi, come ha spiegato Mons. Rino Fisichella su il Messaggero, "Berlusconi, essendosi separato dalla seconda moglie, la signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante. Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. E’ il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi". Per cui, essendo un divorziato risposato, Berlusconi non poteva fare la comunione, ma venendo meno con la separazione il secondo matrimonio, Berlusconi risulta oggi un "semplice" divorziato. E come vale per tutti i divorziati non risposati, né conviventi, non ci sono più i motivi oggettivi per rifiutargli i sacramenti.
In conclusione, per Berlusconi e per chiunque altro, la Chiesa applica le stesse leggi: quelle che ha dato Gesù nel Vangelo.
P.S. Per quanto riguarda le nullità dei matrimoni dichiarate dai tribunali ecclesiastici e altri approfondimenti sui divorziati risposati, rimandiamo all'articolo pubblicato nello scorso numero di BastaBugie: www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=145

Fonte: BastaBugie, 1° giugno 2010

9 - OMELIA PER LA SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI - ANNO C - (Lc 9,11-17)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 6 giugno 2010)

Oggi celebriamo la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. È dunque la festa dell’Eucaristia. L’Eucaristia è il dono per eccellenza, poiché è Gesù stesso che si dona a noi nelle sembianze di un po’ di pane e di un po’ di vino.
Le letture di oggi ci aiutano a comprendere, per quanto è possibile, la grandezza di questo dono. La prima lettura ricorda la più antica figura di Cristo Sacerdote: Melchisedek, re di Salem e sacerdote del Dio Altissimo che, in ringraziamento a Dio per la vittoria ottenuta da Abramo, offre un sacrificio di “pane e vino”. Questo sacrificio fatto a Dio del pane e del vino simboleggia il sacrificio dell’Eucaristia. E Melchisedek, questo misterioso personaggio di cui l’Antico Testamento non ci dà alcuna indicazione, è una prefigurazione, ovvero una anticipazione profetica, di Gesù Cristo vero Sacerdote che congiunge la terra al Cielo. Il Salmo responsoriale dice di Lui: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
La seconda lettura ci presenta l’Istituzione dell’Eucaristia. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, riporta il racconto dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi Apostoli. Durante l’Ultima Cena avvenne il più grande miracolo, miracolo che si perpetua ad ogni celebrazione della Santa Messa: il pane muta di sostanza e diventa il Corpo di Cristo, e così pure il vino che si trasforma nel Sangue Preziosissimo del Redentore.
L’Eucaristia che Gesù stringeva tra le sue mani durante l’Ultima Cena è lo stesso suo Corpo che a distanza di pochi giorni è stato immolato sulla Croce, ed è lo stesso Corpo che, ogni volta, riceviamo alla Comunione. Durante l’Ultima Cena, dunque, Gesù anticipò il Sacrificio che compì sul Calvario e disse agli Apostoli: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,25). Fin dal suo sorgere, la Chiesa ha sempre obbedito a questo comando del Signore, celebrando la Messa ogni giorno. Non si tratta di un semplice ricordo di un avvenimento passato, in quanto l’Eucaristia rende presente, in modo sacramentale, lo stesso Sacrificio del Calvario.
Anche il Vangelo di oggi parla dell’Eucaristia, di cui il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è anch’esso un’anticipazione profetica. Gesù prende i pani, eleva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li distribuisce. Tutti questi gesti saranno poi ripetuti durante l’Ultima Cena. Per compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si servì dell’aiuto dei suoi Apostoli; per compiere invece il Miracolo Eucaristico, Gesù si avvale dei suoi sacerdoti, i quali sono come i suoi tesorieri.
Il Vangelo dice che «tutti mangiarono a sazietà» (Lc 9,17). L’Eucaristia, soltanto l’Eucaristia, può saziare ogni nostro desiderio. Tutto il resto, anche le ricchezze e i beni di questo mondo, ci lasceranno sempre vuoti e insoddisfatti.
Come proposito pratico, impegniamoci a partecipare con più amore all’Eucaristia domenicale e a ricevere spesso la Comunione. Ricordiamoci però che, per ricevere la Comunione, bisogna essere in grazia di Dio. Quindi, se uno è consapevole di essere in peccato mortale, deve prima confessarsi. In questi nostri tempi spesso si è pensato che questa norma fosse ormai decaduta, come qualcosa di superato. La Chiesa, invece, continua a ribadirla. L’ultimo Catechismo così riporta: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione, prima di accedere alla Comunione» (CCC, n. 1385). Ciò significa che, per quanto grande possa essere il nostro pentimento, se si è in peccato mortale, bisogna prima confessarsi dal sacerdote. Anche il papa Giovanni Paolo II, in una sua lettera Enciclica, ha ripetuto questo insegnamento, dichiarando: «Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma [...] che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale».

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 6 giugno 2010)

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