BastaBugie n°53 del 24 ottobre 2008

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1 L'OCCIDENTE DIMENTICA LE RADICI CRISTIANE
Gran Bretagna, la sharia è legge
Autore: Erica Orsini - Fonte: Fonte non disponibile
2 MESSA IN LATINO
Un anno di (dis)applicazione del Motu Proprio del Papa
Fonte: Fonte non disponibile
3 OPUS DEI
Ottanta anni di fedelta' alla Chiesa
Autore: Vittorio Messori - Fonte: 30 settembre 2008
4 LA FESTA DI S. VALENTINO E LE PROSTITUTE

Autore: Antonio Socci - Fonte: Fonte non disponibile
5 SI RISVEGLIA DOPO DIECI ANNI DI COMA

Autore: Lorenzo Fazzini - Fonte: Fonte non disponibile
6 COMUNIONE IN GINOCCHIO
Benedetto XVI pensa che sia meglio
Fonte: Fonte non disponibile
7 IL PENDIO SCIVOLOSO
Morte cerebrale, poi testamento biologico, poi eutanasia, poi...
Fonte: Fonte non disponibile
8 L’IMMUTABILE LEGGE NATURALE
Un buon libro per approfondire
Fonte: Fonte non disponibile
9 IL PAPA: I SOLDI SVANISCONO, LA PAROLA DI DIO RIMANE IN ETERNO

Autore: Benedetto XVI - Fonte: Fonte non disponibile

1 - L'OCCIDENTE DIMENTICA LE RADICI CRISTIANE
Gran Bretagna, la sharia è legge
Autore: Erica Orsini - Fonte: Fonte non disponibile, 15 settembre 2008

I tribunali islamici già al lavoro.

La Gran Bretagna riconosce ufficialmente la legge islamica. Cinque tribunali - a Londra, Birmingham, Bradford e Manchester - già si occupano di cause civili secondo le regole della sharia. Altri stanno per nascere a Edimburgo e Glasgow. I loro giudizi sono già oggi validi e applicabili con tutta l’autorità del sistema giudiziario. A rivelare la notizia è stato ieri il Sunday Times secondo cui i giudici islamici hanno cominciato a emettere sentenze dall'agosto del 2007, occupandosi di circa un centinaio di casi tra cittadini musulmani, da dispute tra vicini a separazioni. Le corti hanno anche affrontato - lavorando di concerto con la polizia - sei casi di violenza domestica.
A permettere l’introduzione della legge islamica in Gran Bretagna è una norma inglese del 1996 che regolamenta i cosiddetti tribunali d'arbitrato, quelli in cui le parti, di comune accordo, decidono di affidare la soluzione di una controversia a un terzo, il cosiddetto arbitro. «Ci siamo accorti dell'esistenza di una clausola che prevede l'applicabilità dei giudizi d'arbitrato da parte del tribunale di contea o dell'alta corte - ha spiegato al Sunday Times lo sceicco Faiz-ul-Aqtab Siddiqi che coordina le corti islamiche -. La disposizione consente la risoluzione di alcune dispute attraverso i tribunali alternativi. Esattamente quello che i tribunali della sharia sono per i musulmani». Un ragionamento difficile da contrastare anche perché in questo caso verrebbe meno il diritto d'esistenza dei tribunali d'arbitrato ebraici che in Gran Bretagna operano da più di cent'anni. Come quelli islamici questi ultimi si occupano di cause civili: dispute finanziarie, eredità, divorzi, tutti i casi in cui le due parti chiedono entrambe un giudizio «alternativo» a quello comune.
La scoperta che le corti musulmane hanno potere legale nel Paese arriva soltanto qualche mese dopo le controverse dichiarazioni dell'arcivescovo di Canterbury e del presidente della corte suprema Lord Phillips. Entrambi avevano sottolineato l'inevitabilità di un futuro ruolo della sharia nel sistema giuridico inglese. «Dopotutto non facciamo altro che regolare i piccoli problemi della comunità», ha spiegato Siddiqi, ma politici e leader religiosi non la vedono allo stesso modo e temono il progressivo formarsi di «un sistema legale parallelo» basato sulla sharia. La preoccupazione maggiore riguarda il trattamento riservato alle donne. Si teme che coloro che accettano di venire sottoposti alla sharia ricevano un trattamento sfavorevole rispetto a quello che spetterebbe loro secondo la legge inglese.
Del resto è già accaduto. In almeno un caso di eredità la maggioranza dei beni è stata data ai figli maschi anziché venir equamente divisa. E nei casi di violenza domestica i giudici hanno ordinato ai mariti di seguire dei corsi di controllo della rabbia senza ulteriori sanzioni. Alla fine, le vittime hanno sempre ritirato le accuse e la polizia ha archiviato ogni inchiesta.

Fonte: Fonte non disponibile, 15 settembre 2008

2 - MESSA IN LATINO
Un anno di (dis)applicazione del Motu Proprio del Papa
Fonte Fonte non disponibile, 27 settembre 2008

Il bilancio a un anno dall’emanazione del “Motu Proprio”. 

A un anno di distanza dall’emissione del Motu Proprio di Benedetto XVI il mondo cattolico trae il primo bilancio. Se ne è discusso la scorsa settimana durante il convegno Il Motu Proprio ‘Summorum Pontificorum’ di S.S. Benedetto XVI. Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, tenutosi dal 16 al 18 settembre presso l’istituto “Santa Maria Bambina” in Vaticano. Organizzato dall’associazione “Giovani e tradizione” e patrocinato dalla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”, il convegno ha visto la partecipazione di numerosi sacerdoti, religiosi e laici, concordi nell’opportunità di riscoprire la bellezza e la ricchezza del rito liturgico tridentino di san Pio V, mai abrogato, né dal Concilio Vaticano II, né dalla riforma post-conciliare, e del quale Papa Benedetto XVI, attraverso l’ultimo Motu Proprio, ha voluto facilitare la celebrazione, dando più libertà ai parroci e ai fedeli nella scelta della liturgia e limitando, in tal senso, il potere di veto dei vescovi.
Dagli interventi dei relatori e del pubblico sono emerse in particolare le difficoltà interpretative dei dettami del Motu Proprio, intese in senso restrittivo da molti alti prelati e, al tempo stesso, la consapevolezza che il rinnovo di una tradizione liturgica plurisecolare non sta a significare alcuna restaurazione o mero ritorno al passato, quanto una valorizzazione e un arricchimento della cultura cattolica stessa, oltre che un incentivo per i fedeli ad un raccoglimento maggiore, venendo riportato, anche esteriormente, al centro della celebrazione il miracolo di Gesù fattosi Eucaristia. Le relazioni del convegno si sono alternate a momenti di preghiera, tra i quali, i più toccanti, sono state le numerose Sante Messe celebrate la mattina presto nei vari altari della Basilica di San Pietro.
Nell’introdurre i lavori in qualità di moderatore, padre Vincenzo Nuara OP, ha sottolineato quanto le finalità del Motu Proprio siano dirette «ad una riconciliazione interna alla Chiesa», in quanto «non esiste verità senza tradizione e non esiste tradizione senza unità ecclesiale». In tal senso «l’unità della chiesa nel papa è consustanziale alla fede cattolica». L’intervento è stato quello di monsignor Camille Perl, vicepresidente della Commissione “Ecclesia Dei”, secondo il quale il Motu Proprio risponde senz’altro all’esigenza di rinnovare una tradizione liturgica gloriosa: non va tacciato né di «passatismo», «non è stato voluto dai nostalgici», né intende sminuire il valore della nuova liturgia.
Le difficoltà applicative, secondo quanto detto da monsignor Perl, sono risultate notevoli in tutto il mondo per le più svariate ragioni. In Germania, ad esempio, la conferenza episcopale nazionale ha emesso «una direttiva molto burocratica che rende di difficile applicazione il Motu Proprio». Con più entusiasmo la novità è stata accolta nei Paesi anglosassoni (Regno Unito, Usa, Canada, Australia) e in Francia. Oltralpe le poche chiese ancora gremite la domenica sono quelle dove si celebra con il rito tridentino; tuttavia il problema è costituito «dalla scarsità di sacerdoti, molti dei quali non conoscono il vecchio rito». In Italia si riscontra, parimenti, l’ostracismo di molti vescovi, mentre un ostacolo riscontrabile un po’ ovunque è «il pregiudizio che il vecchio rito sia superato». Monsignor Perl ha inoltre segnalato un certo entusiasmo «tra i sacerdoti più giovani, molti dei quali assai desiderosi di imparare l’antica liturgia ma ostacolati in ciò dai loro vescovi o superiori».
Il cardinale Dario Castrillon Hoyos, presidente della Commissione “Ecclesia Dei”, intervenendo nel corso dei lavori del convegno ha sottolineato da parte sua quanto il Motu Proprio vada nella direzione di indurre i fedeli ad un maggiore rispetto per il Santissimo Sacramento presente. «Se il protagonista della celebrazione non è più la Trinità ma il celebrante – ha affermato il Cardinale – siamo fuori della tradizione cattolica». È importante, ad avviso del porporato, non porre ostacoli alla celebrazione in latino «perché ciò che conta è il mistero di Dio che si fa pane, non la lingua in cui si celebra». Dall’altro lato, il porporato ha preso le distanze dai tradizionalisti più estremi che utilizzano la bandiera della messa tridentina quale strumento “di potere”.
La relazione di Roberto de Mattei, professore di storia del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, ha avuto ad oggetto il rapporto intercorrente tra l’evoluzione della liturgia e la secolarizzazione. Quest’ultima va intesa come un lungo «processo storico che ha inizio con l’umanesimo rinascimentale: si è sviluppato con l’illuminismo e ha il suo sbocco nel laicismo e nel secolarismo agnostico e ateo, caratteristico del marxismo e della società postmoderna». Un processo che ha il suo sbocco finale «nell’esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale».
La secolarizzazione si oppone a una concezione del mondo fondata sul primato del sacro. Per questa concessione l’uomo non è solo un animale sociale, come voleva Aristotele, bensì innanzitutto un “homo religiosus”, che esprime la sua relazione con Dio nella liturgia. La liturgia altro non è che «la preghiera pubblica della Chiesa, l’atto di culto non privato, del singolo uomo ma della comunità di battezzati, riuniti attorno al santo sacrificio dell’altare». Secondo de Mattei non esiste «nulla di più antitetico alla secolarizzazione» di tale sacrificio che si esprime al meglio nella «formula consacratoria, composta, come ricorda il Concilio di Trento, in parte dalle stesse parole del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato tramandato pienamente stabilito dai santi Pontefici».
La più alta forma di riverenza nei confronti di questa miracolosa presenza di Dio tra gli uomini è in primo luogo il silenzio, simboleggiante l’ineffabilità e la maestà di Dio. Stando a tali parametri «il rito romano antico non permette equivoci di sorta» ed è quello che meglio esprime il senso della trascendenza divina. Sebbene il suo recente rilancio, ad opera del “Motu Proprio”, non vada visto in contrapposizione con le liturgie più recenti, è indubbio che il rito tridentino «esprime con perfetta chiarezza quell’unica ecclesiologia che può dirsi cattolica e che ogni liturgia deve esprimere». «Quella liturgia gregoriana – ha proseguito de Mattei – ci ricorda attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza il sacrificio e che il dono della vita naturale e sovrannaturale è un mistero». Il rito romano antico ha poi segnato tutti i momenti più gloriosi della storia cristiana «sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra». Per tutte le ragioni fin qui elencate tale rito «costituisce oggi, nelle intenzioni di Benedetto XVI, un’efficace risposta alla sfida della secolarizzazione», ha poi concluso.
Tra i partecipanti al convegno spicca don Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha sottolineato in particolare l’importanza della collocazione centrale di tabernacolo e croce per restituire alla celebrazione la sacralità che merita. Osservazioni di carattere pratico sono state fatte da don Joseph Kramer, parroco a SS. Trinità dei Pellegrini, e don Joseph Luzuy dell’Istituto “Cristo Re Sommo Sacerdote”. A completare la tre giorni sono state le relazioni di padre Manfred Hawke della Facoltà Teologica di Lugano, padre Michael Lang dell’Università Europea di Roma, padre Massimiliano Zangheratti, dei Francescani dell’Immacolata, docente allo Studio Teologico “Immacolata Mediatrice”.

Fonte: Fonte non disponibile, 27 settembre 2008

3 - OPUS DEI
Ottanta anni di fedelta' alla Chiesa
Autore: Vittorio Messori - Fonte: 30 settembre 2008

Ottant'anni dopo, in crescita (a dispetto di tutto).

Gli ordini, le congregazioni, i movimenti religiosi sono nati lentamente, talvolta faticosamente, partendo da intuizioni passate attraverso vicende complesse. Non così  per l’Opus Dei, della cui nascita si può indicare addirittura l’ora, visto che festeggerà gli ottant’anni tra un paio di giorni, a mezzogiorno. In effetti, questo quanto avvenne,  secondo una pubblicazione ufficiale: "Il 2 ottobre 1928, festa degli Angeli Custodi, don Josemaría Escrivà de Balaguer  partecipava a un ritiro spirituale a Madrid. Era nella sua stanza mentre stava riordinando una serie di appunti, quando successe Qualcosa, un’ispirazione divina irruppe nella sua anima. Vide l’Opus Dei. Fu un momento di grazia, come raccontò: "Ricevetti l’illuminazione su tutta l’Opera, mentre leggevo quelle carte. Commosso, mi inginocchiai, resi grazie al Signore, e ricordo il suono delle campane del mezzogiorno della parrocchia di Nostra Signora degli Angeli". "Vidi" : è questo il termine che sempre usò per descrivere quel momento ". 
E’ da questo inizio carismatico che trae origine, tra l’altro, il nome, che suscitò resistenze anche nella Chiesa, dove molti lo consideravano segno di megalomania. Mentre voleva, al contrario, essere testimonianza di umiltà. Opus Dei, "Opera di Dio" in quanto pensata, ispirata, voluta da Lui stesso, progetto celeste che fu affidato non a chi si fosse segnalato per meriti e per santità ma a un pretino di 26 anni che stava ancora completando la formazione. Non caso, don Josemarìa ripeté sempre di essere "un fondatore senza fondamento", di non avere avuto alcuna intenzione di creare una simile opera, di non immaginarla neppure, ma di esservi stato costretto da un comando divino. Da qui, peraltro, anche la convinzione che, non nascendo da un progetto umano, l’istituzione non avrà fine, se non al ritorno del Cristo. Una convinzione che viene giustificata anche dall’obiettivo spirituale: la santificazione attraverso il lavoro ordinario. E poiché, ripeteva  il sacerdote aragonese, sempre gli uomini lavoreranno, sempre ci sarà bisogno di chi li aiuti a dare un significato soprannaturale alla fatica quotidiana.
Come se la passa la mitica Obra a ottant’anni esatti dall’enigmatico inizio?  Assai bene, almeno a viste umane. Il " fondatore " (le virgolette, come abbiamo visto, sono d’obbligo) è stato iscritto nell’elenco dei santi. Cosa che, nella prospettiva di fede, è decisiva: nessuno nella Chiesa, può più  discutere  l’autenticità del carisma di san Josemarìa Escrivà de Balaguer; nessuno –se non sfidando la Chiesa stessa– può mettere in dubbio che l’istituzione sia benemerita per la cattolicità intera.  Di più : quasi per ribadire la fiducia, è in corso, con buone prospettive, il processo di beatificazione del primo  successore di Escrivà,  don Alvaro del Portillo.    
Ma quest’anno, alla ricorrenza degli otto decenni da quel mattino madrileno, si è aggiunto un’altro anniversario: un quarto di secolo dell’erezione dell’Opus Dei a prima (e sinora unica) Prelatura Personale. Una sorta, cioè, di diocesi senza un territorio definito ma vasto quanto il mondo intero e "popolato" dai membri dell’istituzione che hanno, così, una sorta di doppia cittadinanza: quella della diocesi di residenza e quella dell’Opera, per quanto riguarda la formazione spirituale. Un riconoscimento decisivo, anche questo, per ottenere il quale il "fondatore" lottò per tutta la vita.
Grazie non solo alla benevolenza di due papi particolarmente amici come gli ultimi due ma, soprattutto, grazie all’impegno degli associati (sacerdoti, numerari, soprannumerari, aggregati: i laici sono il 98 per cento) l’ Opus Dei non ha conosciuto né lo sbandamento teologico né l’emorragia postconciliare di tante altre realtà ecclesiali. Non solo non ha subito l’uscita  di un numero significativo di membri,  ma ne ha aumentato il numero, con il suo ritmo lento, silenzioso, ma costante: si è ormai ad 85.000, in tutti i continenti, divisi in modo quasi eguale tra uomini e donne. La caduta del comunismo non ha significato, per la Chiesa in generale, la ripresa che molti si attendevano: decenni di ateismo di Stato hanno devastato  popoli interi. Eppure, in questa situazione difficile, l’Opera è quella che ha forse raccolto maggior frutto,  mettendo radici salde anche all’Est, Russia compresa.
Nell’attivo di bilancio c’è poi, paradossalmente, lo tsunami Codice da Vinci, libro e film. Entrambi prodotti spazzatura, nati dalla furbizia commerciale di un americano che, però, conosceva tanto bene l’Opus Dei -incrocio per lui di trame omicide- da mettere in campo un suo "monaco", con tanto di tunica e cappuccio. Ignorando, o fingendo di ignorare, che nell’Opera non ci sono monaci e che l’idea di un numerario o un soprannumerario in saio (un Joaquìm Navarro Valls o un Ettore Bernabei, ad esempio) provoca tra i fedeli non sai se più  ilarità o sconcerto. Sta di fatto che, pur senza arrivare al giovane che nei giorni scorsi ha accoltellato un prete dopo avere visto il film alla televisione, le fantasie di Dan Brown sembravano avere inflitto alla istituzione un irreparabile danno d’immagine. E’ successo il contrario, tanto che nelle facoltà americane di giornalismo si studia con ammirazione la strategia  dell’Opus Dei: approfittare della vampata di interesse non per protestare o denunciare, bensì per lanciare una campagna mondiale di informazione che presentasse la vera creatura di san Josemarìa. Risultato: un aumento del prestigio per l’elegante understatement, ma anche un’impennata del numero dei membri. Insomma, quasi un "se la conosci, non la eviti".  Come ha commentato un dirigente (sorridente, naturalmente, e con la cravatta "giusta", com’è nello stile di viale Buozzi, ai Parioli, sede centrale dell’Opera): " I furbetti passano. I santi restano".

Fonte: 30 settembre 2008

4 - LA FESTA DI S. VALENTINO E LE PROSTITUTE

Autore: Antonio Socci - Fonte: Fonte non disponibile, 21.9.2008

Lo sguardo di Sonja…

Prostitute a Roma. Il tema non riguarda appena la cronaca e le multe di questi giorni, ma la storia. I millenni. Qualcuno aveva insinuato che addirittura la mitica “lupa” di Romolo e Remo esercitasse in realtà il mestiere più antico del mondo. Nell’urbe tale “professione” sempre prosperò. I lupanari della Roma imperiale diventarono infine un luogo di martirio quando – durante le persecuzioni - vi furono trascinate delle ragazze cristiane che, prima di essere massacrate, dovevano subire pure lo stupro. Diventata la città santa, cuore della cristianità, la città dei martiri Pietro e Paolo, la città dei Papi “onde Cristo è romano”, curiosamente Roma non ha mai conosciuto il furore moralistico della Ginevra calvinista o dell’America puritana contro le prostitute. La Chiesa ha tutt’altro rapporto coi peccatori. Non ne ha affatto paura. Anzi, è alla loro ricerca continua come il padre del figliol prodigo. Ritiene più pericolosi i farisei, ricordando il fiammeggiante ammonimento che rivolse loro Gesù: “le prostitute e i pubblicani vi precedono nel regno di Dio”.
Naturalmente non era un avallo al peccato. Ma Gesù constatava quanto era seguito, venerato e ascoltato da quelli che erano feriti dal peccato, che si sentivano dei poveracci, che non si reputavano qualcuno. Gesù commuove sempre i peccatori. Nella storia medievale si trovano diversi episodi dove emerge questa fede, come quando le “filles de joie” parigine, nel 1200, vollero pagare e offrire a Notre Dame una grande vetrata.
Gli eretici spesso se ne mostrarono scandalizzati. I catari ad esempio facevano fuoco e fiamme contro i francescani e i domenicani perché i frati cercavano di salvare queste “marie maddalene” e queste andavano in processione e facevano le loro elemosine. Del resto la stessa genealogia di Gesù riportata dai vangeli era definita da Péguy “spaventosa”. Un nome per tutti: Raab, prostituta di Gerico. La “Lettera agli ebrei” la menziona addirittura come esempio di fede. E’ nella genealogia del Salvatore: infatti è la bisnonna di Davide. Dio si è incarnato in questa umanità, prendendone su di sé tutto il peso e la condanna.
Il cristianesimo è un Dio che si abbassa fino al fango, per salvare, non per condannare. Per questo ha accettato di essere ucciso col supplizio dei criminali e dei maledetti. Del resto a Lourdes la Madonna appare nella grotta di Massabielle che fino ad allora era stata usata come rifugio per i maiali. E nell’apparizione delle Tre Fontane a Roma il luogo scelto dalla Madre di Cristo è simile. Sono due perfette metafore della storia. E’ in questa porcilaia che è la storia umana che irrompe la purezza, la potenza della misericordia. Cosicché dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia.
Infatti Gesù era accusato da scribi e farisei di essere “amico dei peccatori”. La sua Chiesa fa lo stesso. Non è amica del peccato, anzi ne denuncia l’orrore, la degradazione, la disperazione. Ma sente i peccatori come figli suoi. E qual è la madre che non ha pietà dei suoi figli? La Chiesa sa che il suo compito è perdonare. Conosce la natura umana, così nelle pagine dei padri della Chiesa si parla della prostituzione sempre come un vizio degradante, ma inestirpabile. La Roma dei Papi non ha mai preteso di sradicare il vizio sapendo che il mondo è il regno dell’imperfetto e la zizzania quaggiù cresce col grano. Si deve tollerare il male minore spesso per evitare mali peggiori. I Papi cercarono di limitare la prostituzione, di relegarla in certe zone marginali, di evitare che sconvolgesse la vita civile della gente comune. Ma con realismo. Bisognerebbe riflettere sulla millenaria saggezza della Chiesa oggi che – giustamente – si cerca di metter fine al mercato degli schiavi sulle strade delle città: è questione di diritti umani elementari, come voleva far capire don Oreste Benzi.
La Chiesa per secoli ha cercato di aiutare queste povere ragazze a riscattarsi. Molte per esempio erano costrette a prostituirsi dalla loro povertà. E fu vedendo questa triste situazione che un famoso cardinale del Quattrocento, Juan de Torquemada, attingendo ai suoi fondi e coinvolgendo un altro illustre cardinale, il Carafa, grande umanista, convinse il papa Paolo II a istituire una specie di dote per le fanciulle povere che permettesse loro di sfuggire al triste destino della prostituzione e sposare i loro innamorati, costruendo una famiglia.
Il rito della consegna di queste doti, che iniziò nel 1465, veniva celebrato nella chiesa di S. Maria sopra Minerva a Roma, il 14 febbraio, nella cappella dell’Annunziata, ed è da lì che quel giorno è poi diventato la “festa degli innamorati”. Perché, come spiega lo storico De Maio, i beneficiari “non erano soltanto delle coppie giuridiche o dei soggetti sacramentari, erano innamorati”. A Roma fiorirono tante opere di carità che si prendevano cura delle fanciulle povere. Papa Innocenzo III stabilì perfino la “remissione dei peccati” per coloro che avessero sposato delle ragazze di strada. Definendo come un grande atto di carità “sottrarle ai lupanari”. Come si vede il film “Pretty woman” non era neanche stato immaginato quando accadevano queste storie d’amore e la Chiesa caldeggiava vivamente il lieto fine, anche con i suoi regali soprannaturali, ben sapendo che tutte le creature (e specialmente le donne) sono fatte per amare ed essere amate dal loro uomo e non per vendere il loro corpo ai passanti.
A volte le misure per ridurre la prostituzione avevano una storia strana. Per esempio a Sisteron, in Francia, le meretrici che arrivavano in città per “esercitare” dovevano pagare una tassa, la quale era devoluta al convento delle clarisse, che erano suore molto povere. E queste suore allora, per gratitudine, pregavano Santa Chiara, la Madre di Dio e il Salvatore per quelle ragazze che facevano tutt’altra vita, ma che sentivano certamente come sorelle.
“Molte meretrici” scrive Stefania Falasca su 30 Giorni alcune notizie storiche, “per mezzo di queste opere si convertivano o trovavano lavori onesti. E durante il basso medioevo sono sempre più numerosi i conventi formati da ex prostitute che adottano la regola di Citeaux. Mai come nel medioevo il culto di Maria Maddalena è stato tanto diffuso”.
Del resto non sono piccoli i casi di santi che, prima della conversione, hanno vissuto nel vizio. Leggendo uno dei più grandi scrittori cristiani, Dostoevskij, si fa una scoperta curiosa, che don Divo Barsotti sottolineava: “la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta. Nemmeno Zosima (il monaco staretz dei ‘Fratelli Karamazov’, ndr) vive una viva comunione con Dio personale come Sonja in ‘Delitto e castigo’… La religione di Sonja è adesione di tutto il suo essere a Cristo. Essa crede in Dio, nel Dio vivente e vive un rapporto con Dio di umile e confidente abbandono”. E questa è la voce del padre, depravato ubriacone, su Sonja: “Colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che comprese tutto, avrà certamente pietà di noi. E’ l’unico giudice che esista. Egli verrà nell’ultimo giorno e domanderà: ‘Dov’è la figliola che si è immolata per una matrigna astiosa e tisica e per dei bambini che non sono i suoi fratelli? Dov’è la figliola che ebbe pietà del suo padre terrestre e non respinse con orrore quell’ignobile beone?’. Ed Egli dirà: ‘Vieni, ti ho già perdonato una volta e ancora ti perdono tutti i tuoi peccati, perché hai molto amato’. Così Egli perdonerà la mia Sonja, le perdonerà, io lo so, so bene che la perdonerà… (…) E tutti giudicherà e perdonerà… E quando avrà finito con tutti, allora apostroferà anche noi: ‘Uscite’ dirà ‘voi pure, uscite voi viziosi!’. E noi usciremo tutti, senza vergognarci e staremo dinanzi a lui. Ed egli ci dirà: “Porci siete! Con l’aspetto degli animali e con il loro stampo; però venite anche voi!’. E obietteranno i saggi, obietteranno le persone ricche di buon senso: ‘Signore, perché accogli costoro?’. Ed Egli risponderà: ‘Io li accolgo, o savi e intelligenti, perché nessuno di loro si credette degno di questo favore’, e ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti e anche Katerina Ivanovna comprenderà, anche lei. O Signore, venga il Tuo Regno’ ”.

Fonte: Fonte non disponibile, 21.9.2008

5 - SI RISVEGLIA DOPO DIECI ANNI DI COMA

Autore: Lorenzo Fazzini - Fonte: Fonte non disponibile, 06/08/2008

 Il risveglio di Donald, dieci anni dopo.

Un vigile del fuoco di New York rimase privo di coscienza per non avere respirato per 12 minuti durante un incendio. I medici: non sappiamo che cosa sia successo, è un caso raro.
  Donald Herbert è morto nel febbraio di quest’anno a causa di un’infezione che gli ha causato diversi problemi respiratori, due anni e 10 mesi dopo essersi «risvegliato » dal coma.
 «Voglio parlare con mia moglie». Dopo 10 anni di «assenza», questa è stata la prima richiesta di Donald Herbert, un vigile del fuoco di New York, rimasto in coma per oltre 10 anni. Il suo primo pensiero, quel sabato mattina, 3 maggio 2005, quando riaprì gli occhi, fu per la moglie Linda. E il personale medico del centro sanitario Father Baker Manor di Buffalo – che in quel momento gli stava cambiando la medicazione, come da routine mattiniera – non fece altro che passare al telefono la sorpresa, euforica signora Herbert. Che così poteva parlare, dopo 10 anni, con suo marito cosciente. Una delle prime cose che l’uomo chiese alla moglie fu: «Quanto sono stato via?». La risposta – 10 anni – stupì non poco il vigile del fuoco della Grande Mela: «Pensava solo 3 mesi» riferì in seguito la moglie.
 Al capezzale del marito arrivarono anche i suoi quattro figli, adolescenti al momento dell’incidente del padre. Quel 29 dicembre 1995 – giorno decisivo per questo pompiere americano – stava combattendo contro un incendio in una casa quando il soffitto gli crollò addosso. Rimase in blocco respiratorio per diversi minuti (la Cnn riferì di ben 12 minuti senz’aria nei polmoni) e quindi entrò in coma. Fu ricoverato in ospedale e ricevette assistenza medica, terapia di riabilitazione fisica ma non era in grado di comunicare in nessun modo con l’esterno.
  A sorprendere gli specialisti fu che il recupero di Herbert non avvenne nel giro di qualche anno dal momento del drammatico incidente, ma dopo quasi un decennio: «È una cosa abbastanza inedita che ciò sia avvenuto dopo 10 anni» ha confermato la dottoressa Rose Lynn Sherr, del Medical Center della New York University. «Ma qualche volta succedono certe cose e le persone migliorano in maniera improvvisa. Noi non capiamo perché» fu la sua candida ammissione. Una volta ripreso conoscenza, Herbert – riferì la moglie – «riconosceva diversi membri della sua famiglia e li chiamava per nome». Le sue condizioni, una volta «risvegliato», vennero giudicate «molto buone. Risponde, dice sì o no, muove tutte le estremità del corpo e dà la mano alla persone» riferì il dottore che aveva in cura Herbert, Jamil Ahmed, dell’Università di Buffalo. In particolare verso la moglie Linda l’uomo si dimostrava particolarmente premuroso: «Come stai? Cosa stai facendo? » erano le sue continue domande.
 Dietro al risveglio dell’uomo – ebbe a dire lo stesso dottor Ahmed – ci può essere stato l’effetto di alcune medicine con neurotrasmettitori come la noradrenalina, dopamina e serotonina, usate per interagire sul cervello nei soggetti con problemi di attenzione, disagi cognitivi e morbo di Parkinson. Il caso di Herbert è stato giudicato «raro» da Nancy Childs, membro del Centro neuroriabilitativo di Austin, in Texas.

Fonte: Fonte non disponibile, 06/08/2008

6 - COMUNIONE IN GINOCCHIO
Benedetto XVI pensa che sia meglio
Fonte Fonte non disponibile

I nuovi segni dei tempi.

L’amministrazione della comunione in bocca a fedeli in ginocchio da parte di Benedetto XVI «non è un esperimento, ma qualcosa sulla quale il Santo Padre ha sicuramente riflettuto, pregato e si è consultato. Si tratta di qualcosa che si poteva già trovare nei suoi scritti da cardinale, quando insisteva sulla riverenza dovuta al Santissimo. Lui, quindi, ha fatto un gesto che poi è quello che la Chiesa ha seguito in precedenza per secoli». Lo afferma il Segretario della Congregazione per il Culto Divino, mons. Malcolm Ranjith Patabendige, in una intervista.
«Sarebbe una cecità molto grande chiudere gli occhi su quello che il Santo Padre sta facendo», aggiunge il presule dello Sri Lanka, perché si tratta di un gesto di riverenza consono con quanto le Sacre Scritture in diversi passaggi indicano come conveniente davanti alla presenza del Signore. «siamo dunque in un momento in cui dobbiamo esercitare il nostro discernimento, per pregare e per riflettere e, se qualcosa non è andata bene, per accettare con molta umiltà che abbiamo sbagliato. Il mio sincero augurio è che tutta la Chiesa, come dice mons. Guido Marini (incaricato del cerimoniale pontificio, ndr), recepisca questo gesto e lo adotti per se stessa».
In un altro passaggio dell’intervista mons. Ranjith sottolinea il collegamento esistente fra la coerenza cristiana nella vita di ogni giorno e la corretta celebrazione eucaristica: «la celebrazione è come un ponte fra la fede e la vita. Più intensa la celebrazione e più coerente sarà la vita cristiana. Non c’è solo lex orandi, lex credendi, ma anche lex vivendi. Cioè, faccio il bene ad altri perché c’è la chiamata di Cristo a celebrarlo e a viverlo. Se si trascura la fede e la sua celebrazione, si arriva a una dimensione sociale priva di contenuto, senza ragion d’essere, senza potere di convinzione, che diventa formalismo e banalità. Non si avrà il coraggio di essere cristiani coerenti se si riduce l’Eucaristia a mera esperienza orizzontale, senza la dimensione verticale».
Dopo aver ricordato che la modalità di ricevere la Comunione nella mano è solo una pratica permessa dalla Chiesa con un particolare indulto ma che quella ordinaria continua ad essere la ricezione dell’Eucaristia in bocca, mons. Ranjith sostiene che la prima forma, oggi divenuta la più frequente, collide con il senso del sacro di popoli come quelli asiatici, ostacolando oggettivamente una sana inculturazione in essi della fede.
A proposito del profondo rispetto che non di rado si manifesta nei giovani quando fanno le adorazioni eucaristiche, come si è visto a Sidney nella GMG, il presule sottolinea un paradosso: «Nel Concilio Vaticano II ci siamo chiesti spesso come essere attenti a leggere i segni dei tempi, del resto, una bellissima espressione. Ma entriamo in contraddizione con noi stessi quando chiudiamo i nostri occhi e le nostre orecchie a ciò che avviene attorno a noi.
Esiste oggi una grande domanda di spiritualità, di coerenza, di sincerità, di una fede non solo proclamata ma anche vissuta. Ciò lo vediamo soprattutto nelle giovani generazioni. Mi piace a volte trovare giovani sacerdoti e seminaristi che vogliono andare in una direzione di ricerca dell’Eterno. Noi altri, che siamo della generazione del Concilio Vaticano II, che ha proclamato sempre il dovere di essere attenti ai segni dei tempi, non dobbiamo proprio ora diventare ciechi e sordi. I segni dei tempi cambiano con la storia. Se siamo attenti non solo ai segni dei tempi del sessantotto ma anche a quelli di oggi, allora dovremo aprirci a questo fenomeno, rifletterci, esaminarlo».
«È strano ed è triste – continua – che in un mondo con tanti giovani delusi dalle banalità, stufi della superficialità, del materialismo consumista, molti sacerdoti e suore vadano vestiti in borghese, abbandonando il loro segno di appartenenza a una realtà diversa. Leggere i segni dei tempi significa discernere che ormai i giovani cercano l’Eterno, cercano un obiettivo per cui sacrificarsi, che sono pronti e generosi. È dove ci sono queste disposizioni che dobbiamo essere presenti. Altrimenti parliamo in nome del Concilio, critichiamo tutti gli altri in nome del Concilio, ma siamo incoerenti quando non riusciamo a leggere questi segni dei tempi», ha concluso mons. Ranjith.

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7 - IL PENDIO SCIVOLOSO
Morte cerebrale, poi testamento biologico, poi eutanasia, poi...
Fonte Fonte non disponibile, 4 ottobre 2008

Una delle principali ragioni delle frequenti sconfitte dei difensori della vita è che essi si limitano a combattere una generica battaglia di “buoni principi”, trascurando il carattere processuale delle tendenze e delle idee e, soprattutto, illudendosi sempre sulle “buone intenzioni” o “buona fede” degli avversari.
Quest’errore di prospettiva nasce da una sottovalutazione della realtà del peccato originale e dalla mancanza di una chiara visione globale della storia e della società. Solo questa carenza di prospettiva può spiegare l’incomprensione dello stretto nesso esistente tra le tre più recenti fasi del processo rivoluzionario, che da oltre quarant’anni punta a colpire le sorgenti della vita: morte cerebrale, testamento biologico ed eutanasia.
La morte cerebrale, accettata in Italia dalla legge 29 dicembre 1993 n. 578, veicola una falsa visione dell’uomo, sostanzialmente materialista, in cui l’anima, il principio vitale e trascendente del corpo umano, è ridotta a facoltà di un organo corporeo qual è il cervello; si tratta di una concezione “cefalocratica” contrastante con la dottrina della Chiesa, ma purtroppo fatta propria anche da medici, filosofi e giuristi cattolici.
La seconda fase è quella del “testamento biologico”, che uno schieramento trasversale vorrebbe introdurre nella nuova legislatura, con il pretesto di “regolare” la materia.
Il testamento biologico, di fatto, introduce l’illusione che l’uomo sia “padrone” della propria vita e, con studiate confusioni di termini e di concetti, spiana la strada alla terza fase, l’eutanasia, prima passiva, poi attiva, che è l’atto con cui l’uomo esercita il suo dominio assoluto su ciò che non gli appartiene, perché solo Dio è autore della vita e di ogni altro bene spirituale e materiale, che nella nostra esistenza terrena ci è concesso.
L’eutanasia è, come l’aborto, un abominevole delitto e va contrastata con determinazione. Oggi la legge italiana non consente nessuna forma di eutanasia, né il suicidio assistito, né l’omicidio del consenziente. Non c’è, sotto questo aspetto, un “vuoto legislativo”. Chiedere al parlamento una legge sul fine vita rischia di togliere i paletti esistenti, piuttosto che porne dei nuovi.
Le sentenze della Magistratura potranno tentare di modificare ogni legge, come è sempre accaduto. Ciò non giustifica alcun avventurismo politico. «Coloro che prediligono avventurarsi in scorciatoie di nuove leggi – ha ben osservato l’on. Luca Volontè – dimostrino d’aver scovato più sicure strade» ( 25 settembre 2008).

Fonte: Fonte non disponibile, 4 ottobre 2008

8 - L’IMMUTABILE LEGGE NATURALE
Un buon libro per approfondire
Fonte Fonte non disponibile, 4 ottobre 2008

Il cardinale Zenon Grocholeski, prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica e membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dato alle stampe una sua ampia conferenza sul tema filosofico e giuridico della cosiddetta “legge naturale” dal titolo La legge naturale nella dottrina della Chiesa (Roma, 2008, 15 €), tema assolutamente imprescindibile nell’odierna cultura relativista e nichilista.
Sul medesimo tema il Cardinale ha tenuto conferenze in varie parti del mondo come per esempio a Parigi, a Buenos Aires o a Roma, cercando sempre di sensibilizzare l’uditorio cattolico circa la «riaffermazione della lex naturalis» (p. 15). In un mondo caratterizzato da «un pensiero metafisicamente debole», come recita il titolo del primo capitolo dell’opera, è dovere della Chiesa ribadire la necessità di innervare le leggi, il diritto e gli stessi costumi sulla base non di un vago consenso sociale e “dal basso”, sempre effimero e in perpetuo movimento, ma sui fondamenti oggettivi e universali dell’etica, sia naturale che rivelata.
Pregio specifico dell’opuscolo è quello di rammentare la fondazione patristica e scolastica dell’etica cristiana la quale, se è andata progressivamente sviluppandosi in tutte le sue conquiste teoretiche e virtualità storiche, non procede però a salti e per rotture, come vorrebbe il pensiero moderno post-cartesiano, bensì con uno sviluppo armonico e nella fedeltà a ciò che la fede e la ragione con certezza stabiliscono.
L’identificazione della legge naturale non con la “mera” ragione, ma con la “retta” ragione è un punto assolutamente decisivo ed è sempre toccante rileggere il celebre passo ciceroniano citato in proposito: «Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna (…). È un delitto sostituirla con una legge contraria» (p. 25).
Il Cardinale poi, citando la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, ricorda che il rifiuto dell’idea di legge naturale si è sviluppato persino «entro la stessa comunità cristiana» e ciò secondo il pontefice ha per causa «l’influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto con la verità» (pp. 27-28): segno che mostra ancora una volta che la presenza del neo-modernismo nella teologia e nel pensiero cattolico non è né un errore di valutazione né una profezia di sventura, purtroppo.
Apprezzabilissima allora, proprio nel contesto di una rimessa in causa della legge naturale in quanto non biblica, “razionalistica”, “integralista”, in ogni caso superata e sottomessa al consenso delle maggioranze, la ripresentazione della stessa attraverso l’esposizione delle sue caratteristiche precipue e cioè la sua “conoscibilità” dovuta alla sua razionalità (che dunque non giustifica affatto i sostenitori del relativismo o del pluralismo etico), l’“universalità” (contro chi mette questa o quella “cultura” avanti all’umana “natura”) e l’“immutabilità” (contro ogni forma di progressismo ed evoluzionismo nel senso di superamento della tradizione e di quanto già accertato – una volta per sempre – come i dogmi di fede e le verità prime della ragione umana).

Fonte: Fonte non disponibile, 4 ottobre 2008

9 - IL PAPA: I SOLDI SVANISCONO, LA PAROLA DI DIO RIMANE IN ETERNO

Autore: Benedetto XVI - Fonte: Fonte non disponibile, 2008-10-09

Meditazione del Santo Padre nel corso della Prima Congregazione Generale della XII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Cari Fratelli nell'Episcopato,
cari fratelli e sorelle,
all'inizio del nostro Sinodo la Liturgia delle Ore ci propone un brano del grande Salmo 118 sulla Parola di Dio: un elogio di questa sua Parola, espressione della gioia di Israele di poterla conoscere e, in essa, di poter conoscere la sua volontà e il suo volto. Vorrei meditare con voi alcuni versetti di questo brano del Salmo.
Comincia così: «In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in caelo... firmasti terram, et permanet». Si parla della solidità della Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita. Ricordiamoci della parola di Gesù che continua questa parola del Salmo: «Cieli e terra passeranno, la mia parola non passerà mai». Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra essere niente. Ma già la parola umana ha un forza incredibile. Sono le parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la storia, la realtà.
Ancor più la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. E così questi primi versetti del Salmo ci invitano a scoprire che cosa è la realtà e a trovare in questo modo il fondamento della nostra vita, come costruire la vita.
Nel successivo versetto si dice: «Omnia serviunt tibi». Tutte le cose vengono dalla Parola, sono un prodotto della Parola. "All'inizio era la Parola". All'inizio il cielo parlò. E così la realtà nasce dalla Parola, è "creatura Verbi". Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura. «Omnia serviunt tibi». La storia della salvezza non è un piccolo avvenimento, in un pianeta povero, nell'immensità dell'universo. Non è una cosa minima, che succede per caso in un pianeta sperduto. È il movente di tutto, il motivo della creazione. Tutto è creato perché ci sia questa storia, l'incontro tra Dio e la sua creatura. In questo senso, la storia della salvezza, l'alleanza, precede la creazione. Nel periodo ellenistico, il giudaismo ha sviluppato l'idea che la Torah avrebbe preceduto la creazione del mondo materiale. Questo mondo materiale sarebbe stato creato solo per dare luogo alla Torah, a questa Parola di Dio che crea la risposta e diventa storia d'amore. Qui traspare già misteriosamente il mistero di Cristo. È quello che ci dicono le Lettere agli Efesini e ai Colossesi: Cristo è il protòtypos, il primo nato della creazione, l'idea per la quale è concepito l'universo. Egli accoglie tutto. Noi entriamo nel movimento dell'universo unendoci a Cristo. Si può dire che, mentre la creazione materiale è la condizione per la storia della salvezza, la storia dell'alleanza è la vera causa del cosmo. Arriviamo alle radici dell'essere arrivando al mistero di Cristo, a questa sua parola viva che è lo scopo di tutta la creazione. «Omnia serviunt tibi». Servendo il Signore realizziamo lo scopo dell'essere, lo scopo della nostra propria esistenza.
Facciamo ora un salto: «Mandata tua exquisivi». Noi siamo sempre alla ricerca della Parola di Dio. Essa non è semplicemente presente in noi. Se ci fermiamo alla lettera, non necessariamente abbiamo compreso realmente la Parola di Dio. C'è il pericolo che noi vediamo solo le parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo. Non troviamo nelle parole la Parola. Sant'Agostino, in questo contesto, ci ricorda gli scribi e i farisei consultati da Erode nel momento dell'arrivo dei Magi. Erode vuol sapere dove sarebbe nato il Salvatore del mondo. Essi lo sanno, danno la risposta giusta: a Betlemme. Sono grandi specialisti, che conoscono tutto. E tuttavia non vedono la realtà, non conoscono il Salvatore. Sant'Agostino dice: sono indicatori di strada per gli altri, ma loro stessi non si muovono. Questo è un grande pericolo anche nella nostra lettura della Scrittura: ci fermiamo alle parole umane, parole del passato, storia del passato, e non scopriamo il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi nelle parole del passato. Così non entriamo nel movimento interiore della Parola, che in parole umane nasconde e apre le parole divine. Perciò c'è sempre bisogno dell’«exquisivi». Dobbiamo essere in ricerca della Parola nelle parole.
Quindi l'esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle parole umane. Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola, possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare veramente in parole umane la Parola di Dio. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a cercare non solo con l'intelletto, ma con tutta la nostra esistenza, per trovare la parola.
Alla fine: «Omni consummationi vidi finem, latum praeceptum tuum nimis». Tutte le cose umane, tutte le cose che noi possiamo inventare, creare, sono finite. Anche tutte le esperienze religiose umane sono finite, mostrano un aspetto della realtà, perché il nostro essere è finito e capisce solo sempre una parte, alcuni elementi: «latum praeceptum tuum nimis». Solo Dio è infinito. E perciò anche la sua Parola è universale e non conosce confine. Entrando quindi nella Parola di Dio, entriamo realmente nell'universo divino. Usciamo dalla limitatezza delle nostre esperienze e entriamo nella realtà che, è veramente universale. Entrando nella comunione con la Parola di Dio, entriamo nella comunione della Chiesa che vive la Parola di Dio. Non entriamo in un piccolo gruppo, nella regola di un piccolo gruppo, ma usciamo dai nostri limiti. Usciamo verso il largo, nella vera larghezza dell'unica verità, la grande verità di Dio. Siamo realmente nell'universale. E così usciamo nella comunione di tutti i fratelli e le sorelle, di tutta l'umanità, perché nel cuore nostro si nasconde il desiderio della Parola di Dio che è una. Perciò anche l'evangelizzazione, l'annuncio del Vangelo, la missione non sono una specie di colonialismo ecclesiale, con cui vogliamo inserire altri nel nostro gruppo. È uscire dai limiti delle singole culture nella universalità che collega tutti, unisce tutti, ci fa tutti fratelli. Preghiamo di nuovo affinché il Signore ci aiuti a entrare realmente nella "larghezza" della sua Parola e così aprirci all'orizzonte universale dell'umanità, quello che ci unisce con tutte le diversità.
Alla fine ritorniamo ancora a un versetto precedente: «Tuus sum ego: salvum me fac». Il testo italiano traduce: «Io sono tuo». La parola di Dio è come una scala sulla quale possiamo salire e, con Cristo, anche scendere nella profondità del suo amore. È una scala per arrivare alla Parola nelle parole. «Io sono tuo». La parola ha un volto, è persona, Cristo. Prima che noi possiamo dire «Io sono tuo», Egli ci ha già detto «Io sono tuo». La Lettera agli Ebrei, citando il Salmo 39, dice: «Un corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo». Il Signore si è fatto preparare un corpo per venire. Con la sua incarnazione ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo, perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo. Nel cammino della Parola, entrando nel mistero della sua incarnazione, del suo essere con noi, vogliamo appropriarci del suo essere, vogliamo espropriarci della nostra esistenza, dandoci a Lui che si è dato a noi.
«Io sono tuo». Preghiamo il Signore di poter imparare con tutta la nostra esistenza a dire questa parola. Così saremo nel cuore della Parola. Così saremo salvi.

Fonte: Fonte non disponibile, 2008-10-09

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