BastaBugie n°34 del 13 giugno 2008

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1 SACRA SINDONE: NEL 2010 OSTENSIONE STRAORDINARIA
Nel 2010 rivedremo la Sindone
Fonte: fonte non disponibile
2 TRATTATO DI LISBONA: GLI EUROPEI PRIVATI DEL DIRITTO DI PAROLA, SOLO L'IRLANDA PUÒ SALVARCI DICENDO NO
Trattato di Lisbona? No, grazie.
Autore: Paolo Deotto - Fonte: fonte non disponibile
3 VERTICE DELLA FAO: LE INUTILI PAROLE E IL NULLA DI FATTO
Contro la fame e la speculazione, si torni a produrre.
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: fonte non disponibile
4 INGHILTERRA, CASO EMBLEMATICO: COME SI AUTODISTRUGGE UNA NAZIONE
Cosa sta succedendo in Inghilterra?
Autore: Guglielmo Piombini - Fonte: fonte non disponibile
5 BASTA FINANZIARE I MAESTRI DELL’ODIO ISLAMICO

Autore: Massimo Introvigne - Fonte: fonte non disponibile
6 I FALSI CATTOLICI E LE IDEOLOGIE ANTI-OCCIDENTALI
La retorica terzomondista di Alex Zanotelli
Autore: Anna Bono - Fonte: fonte non disponibile
7 DONAZIONE DI ORGANI: I DUBBI DELLA SCIENZA, QUELLA VERA

Autore: Federico Bonuccelli - Fonte: fonte non disponibile

1 - SACRA SINDONE: NEL 2010 OSTENSIONE STRAORDINARIA
Nel 2010 rivedremo la Sindone
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«Se il Signore mi donerà vita e salute spero di venire anch’io». Con queste parole, lunedì scorso,   Benedetto XVI ha annunciato che nel 2010 Torino ospiterà una nuova Ostensione della   Sindone. Occasione dell’annuncio è stato il pellegrinaggio a Roma di oltre 7mila fedeli provenienti dalla diocesi subalpina, guidati dall’arcivescovo Severino Poletto. La Sindone (dal latino sindon che significa tela di lino) è il lenzuolo in cui è stato avvolto Gesù dopo la morte. L’immagine impressa è infatti quella di un uomo torturato e crocifisso, in cui non è difficile riconoscere i segni della Passione di Cristo raccontata nei Vangeli. La   Sindone è custodita nel Duomo di Torino, città in cui arrivò nel 1578 e periodicamente viene esposta al pubblico. L’ultima   Ostensione (si dice così quando la gente può vederla da vicino) risale al 2000 e con i suoi 74 giorni è stata la più lunga della storia. La Sindone è proprietà del Papa (gli è stata ceduta dai Savoia qualche decina di anni fa) mentre l’arcivescovo di Torino ne è il «custode».

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2 - TRATTATO DI LISBONA: GLI EUROPEI PRIVATI DEL DIRITTO DI PAROLA, SOLO L'IRLANDA PUÒ SALVARCI DICENDO NO
Trattato di Lisbona? No, grazie.
Autore: Paolo Deotto - Fonte: fonte non disponibile, 4 Giugno 2008

Si acuiscono, in seno alla lobby degli oligarchi europei, i timori che al referendum sul Trattato di Lisbona del 12 giugno gli irlandesi voteranno "No". I sondaggi danno al "Sì" ancora un vantaggio, ma i "No" sono aumentati di 5 punti rispetto ai 3 punti del "Sì", mentre gli indecisi sono ancora molti. Intanto l'influente organizzazione irlandese dei coltivatori diretti ha emesso il 27 maggio una dichiarazione che elenca i "10 motivi" per cui gli agricoltori voteranno "No". Viene particolarmente criticata la politica della Commissione della Ue, che comporta tra l'altro "l'abolizione della Politica Agricola Comunitaria" e "conduce alla distruzione del modello dell'agricoltura europea che si fonda sulla azienda a conduzione familiare". Il 31 maggio si è schierato per il "No" anche il più grande sindacato industriale, il SIFTU.
Se gli irlandesi bocceranno il Trattato di Lisbona, colerà a picco il progetto di imporre un governo europeo sovrannazionale con poteri semidittatoriali. E questo - detto francamente - ce lo auguriamo vivamente.
BREVI RIFLESSIONI SUL TRATTATO DI LISBONA E SULL'UNIONE EUROPEA
Non c'è davvero da stupirsi se la Lega chiede che la ratifica del trattato di Lisbona sia sottoposta al giudizio di un referendum. Infatti il grande successo elettorale di Bossi e dei suoi è dovuto principalmente al fatto che la Lega ha mostrato di essere il Partito più vicino all'elettorato, più attento alle necessità quotidiane del popolo. E per converso tutta la politica europeista, e l'attività, e la stessa esistenza dell'Unione Europea, nascono da operazioni di vertice, che in nessun modo hanno interessato la comunità dei cittadini, che avvertono il fatto di "essere europei" principalmente dal vertiginoso aumento del costo della vita, dall'essersi visti imporre una moneta che, sostituendo a un cambio cervellotico la vecchia lira, ha riportato le famiglie a problematiche di sopravvivenza da primi anni cinquanta.
Ora si preannuncia e si prepara l'ennesima operazione di vertice: il Consiglio dei Ministri ratifica l'adesione dell'Italia al Trattato di Lisbona e sottopone la decisione al giudizio del Parlamento. Ma provate a chiedere al cittadino comune, all'uomo qualunque, che tutti i giorni deve fare i conti con una vita sempre più cara, con una criminalità sempre più proterva, con una più che legittima ansia per il futuro, chiedete a questo cittadino cosa ne pensa dell'Europa. Potrebbe rispondervi male, ma probabilmente non vi risponderà affatto, proprio perché questa "Europa" è qualcosa di lontano dalla base, è nata come alleanza monetaria e bancaria, e ha preso la strada di altri organismi sopranazionali, ONU in testa, che ormai vivono di vita propria, di burocrazia elefantiaca e super pagata, e di grondante retorica circa la funzione di mantenimento della pace, piuttosto che di superamento di antichi steccati. Insomma, tutta la solita mercanzia smentita peraltro dai fatti di ogni giorno. Proprio mentre scrivo queste note è in corso a Roma il vertice della FAO, organismo che non ha risolto un solo problema per i popoli alla fame, ma ha risolto brillantemente il problema delle retribuzioni del suo personale. E allo stesso vertice interviene il presidente dell'Iran (esentatemi dal tentare di scrivere il suo impronunciabile cognome), che si sta serenamente dotando di armi atomiche e che parla con la massima naturalezza di distruggere Israele. Il tutto col mondo "libero" che sta a guardare con criminale viltà questo neonazista, senza ricordare che i mostri di tal fatta si eliminano in un modo solo. Eliminandoli.
Scusate la premessa, non credo di essere andato fuori tema. Ma il nuovo inganno che adesso ci viene propinato, il Trattato di Lisbona, si inserisce a mio avviso in tutta questa sporca storia di proliferazione di organismi internazionali, che col tempo dimostrano di servire sempre di più solo a sé stessi, ma che campano (brillantemente) coi soldi nostri.
E, nel caso dell'Europa, c'è un'aggravante in più. Se andiamo al di là dell'alluvionale retorica sul "grande valore" dell'unità europea, possiamo subito porci una domandina facile facile: cosa può rendere sensata e poi duratura un'unione tra popoli e nazioni? Di certo devono esistere delle comuni radici, una comune volontà di vivere valori condivisi, un reciproco riconoscimento delle singole peculiarità, ovvero quel rispetto e quel dialogo che possono essere validi solo se i partecipanti sanno affermare ciascuno la propria identità e proprio sulla base di questa rispettare e condividere le altrui identità. L'Unione Europea nasce principalmente come unione monetaria, e l'Italia vi precipita dentro, a suo tempo frettolosamente spinta da un certo signore che desiderava passare alla Storia, ma che è afflitto da una cronica tendenza a far danni dovunque sia. Il suo nome è Romano Prodi, e, come suol dirsi, basta la parola... il grand'uomo accetta un cambio lira - euro assolutamente iugulatorio, ma che non può colpirlo più di tanto. Lui il suo benessere personale ha dimostrato di saperlo difendere. Ma passi anche la fregatura dell'euro. Ciò che più preoccupa in questa Europa è la totale assenza di valori, di fede, di veri motivi qualificanti per un'unità tra i popoli. Giovanni Paolo II ricorda che le radici dell'Europa sono cristiane, e chiede che questa memoria sia inserita nella "costituzione" dell'Unione. Non è un discorso che riguarda solo i cristiani, ma coinvolge anche tutti coloro che conoscano un minimo la storia del mondo occidentale. Radici cristiane? Orrore! L'Europa vuole essere progressista, moderna, lanciata verso l'affermazione della libertà più totale e beata. Sicché si palesa da subito bigotta, dittatoriale e soprattutto ferocemente anticristiana.
Nel nome della libertà (e nello scempio del corretto uso delle parole) ci si deve dichiarare "aperti" ad ogni sorta di imbecillità, e se è clamorosa, tanto meglio, perché si dimostrerà di essere sempre più liberi e difensori della libertà.
Da secoli il banale, ovvio buon senso ci dice che la famiglia è formata da un uomo e una donna, dal cui fecondo amore si genera la prole. Da secoli lo stesso banale e ovvio buon senso trova nella Chiesa la custode di un ordine morale che ha ricostruito e preservato la civiltà occidentale, e quest'ordine morale è sempre stato accettato anche dai cosiddetti "laici". L'omosessualità, fenomeno assolutamente minoritario, è da sempre considerata una perversione (peraltro in molti casi curabile, perché di natura psichica), e nemmeno l'ultimo dei cretini avrebbe parlato di "famiglia" nel caso di convivenza tra omosessuali. Ma l'Europa è o non è la culla del progresso e della libertà? Quindi, può far tranquillamente orecchie da mercante alla richiesta del Papa e dimenticare le sue stesse radici, e può, anzi "deve" dar spazio a ogni devianza, che cessa di essere tale, dal momento che non esiste più un nucleo fondamentale di valori di riferimento.
Qualsiasi discorso sull'Europa può essere fatto solo tenendo a mente la vicenda di Rocco Buttiglione, professore di filosofia di fama internazionale, ministro, deputato dell'UDC. Buttiglione, designato commissario europeo dal governo Berlusconi (siamo nel 2004), viene "bocciato" dal Parlamento europeo perché ha osato dire che non solo lui è cattolico, ma anche che non ha nessun intenzione di derogare sui principi morali che regolano la famiglia e la sessualità. Col giacobinismo scatenato che sanno avere solo i difensori di una "libertà" che non ha più una definizione, Buttiglione viene messo alla porta. L'Europa è così determinata nel difendere la libertà, da essere dispostissima a togliere la libertà di esprimere la propria fede religiosa e i propri principi morali.
Questa è follia. Del resto, il prosieguo non è stato da meno. Ormai le nuove "idee" circolanti nella libera Europa hanno portato a situazioni che farebbero ridere, tanto è l'idiozia di fondo, se non fosse seriamente minacciata (e questa volta sul serio) la libertà. Così leggiamo serie disquisizioni sulla liceità o meno di esibire il crocifisso, perché potrebbero offendersi i credenti di altre religioni. Così leggiamo che non si devono più usare le parole "padre" e "madre", bensì il neutro "genitori", perché rimarcare la distinzione tra i sessi può offendere coloro che vivono i "nuovi modelli" di famiglia. Così abbiamo paesi che riconoscono come "matrimonio" la convivenza tra due omosessuali, sicché gli stessi potranno anche adottare bambini.
Tutto questo marciume mi appare ben più preoccupante del pur dannoso euro, e del fatto che l'Europa è fondamentalmente l'Europa dei banchieri sulla pelle dei cittadini. Da una crisi economica ci si può sollevare, da una totale confusione morale sarà ben più difficile. Riporto una frase da un articolo che Marcello Veneziani pubblicò su "Libero", proprio circa la citata vicenda di Buttiglione: "Non andrà lontano un'Europa così meschina, che ha paura della sua ombra e che somiglia piuttosto ad un club di mercanti, nichilisti e giacobini, più contorno di tecnocrati e omosessuali militanti. Mi fa un po' schifo sentirmi europeo, ogni giorno di più. Quest'Europa che ha avuto paura di citare nella sua carta d'identità le sue accertate origini cristiane, fregandosene pure dell'appello del Papa. Quest'Europa che per aver espresso un'opinione diversa sui gay e sulla famiglia, boccia un rispettabile filosofo, colpevole di essere cattolico e di aver annunciato che non avrebbe mai derogato ai suoi principi morali. Dovremmo cercarli con la lanterna politici che usano riferirsi ai principi, e invece li cacciamo e li trombiamo... Quando uno Stato o una Civiltà non ha il coraggio della propria identità e provenienza o deve ricorrere a odiose discriminazioni perché ha paura di non essere al passo delle lobbicine che somministrano il politically correct, allora il suo destino è una indecorosa decadenza. Lo insegnava un sociologo ed economista tutt'altro che bigotto, Vilfredo Pareto." Sottoscrivo in pieno.
Ora questa Europa, che ha già vacillato sotto i colpi di precedenti referendum che hanno bocciato la sua originaria "costituzione", vuole riprendere quota con il Trattato di Lisbona, che subito cerca di mettere una pezza, peraltro peggiore dello strappo, parlando di "eredità culturali, religiose e umanistiche" dell'Europa. Sia ben chiaro che bisogna restare nel generico. Non parliamo di radici cristiane, restiamo a queste indefinite "eredità", che proprio perché indefinite possono essere adattate, come la plastilina, a ogni profilo. E poi lo stesso Trattato, con la "buona" ragione di rendere più efficienti le strutture dell'Unione (efficienti per cosa, non si sa, visto che finora non si è capito a cosa siano servite...) inizia a introdurre le decisioni "a maggioranza" laddove prima era richiesta l'unanimità. Introduce la figura di un Presidente del consiglio e apre uno spazio assolutamente non ben definito ai poteri comunitari in materia di politica estera. Quanto e come tutto ciò possa tradursi in una riduzione della sovranità nazionale, è tutto da chiarire. E, come dovrebbero ricordare soprattutto i sinistri adoratori della Costituzione Una e Intoccabile, la sovranità, in Italia, appartiene solo al popolo. Non sarebbe quindi ammissibile toglierne qualche fettina, in modo surrettizio.
Di sicuro il tema è estremamente delicato e un referendum potrebbe essere lo strumento ideale per decidere, anche perché le recenti elezioni hanno dimostrato che il popolo italiano è molto più lucido e consapevole dei suoi politici. Né si giustifica la fretta di "concludere" la ratifica entro l'anno, se non con la preoccupazione di stabilizzarsi che hanno quanti beneficiano delle molte greppie che ha creato l'Europa. Di sicuro il popolo, unico titolare della sovranità, ha diritto di avere il tempo di documentarsi e riflettere su argomenti di questa portata. E ciò anche in considerazione di un'altra spada di Damocle che ci grava sulla testa: l'ammissione della Turchia nell'Unione Europea. Nel marasma morale e identitario dell'Europa, manca solo, come la ciliegia sulla torta, l'ingresso di un Paese che si va nuovamente e pesantemente islamizzando. Potrebbe essere l'ottimo ponte per incrementare ulteriormente la penetrazione dell'Islam in un'Europa che starebbe a vedere, fiera di mostrare, con la sua totale mancanza di identità e di dignità, quanto è "libera" e "aperta". L'Islam, che non ha mai abbandonato la perniciosa idea del "califfato" mondiale, non aspetta altro. Non ci dirà neanche "grazie", perché come infedeli (e un tantino cretini) non lo meriteremo.
In conclusione, se è vero che i parlamentari sono i rappresentanti legittimi del popolo sovrano, è altrettanto vero che su argomenti di particolare gravità è giusto e corretto che il rappresentante chieda una verifica al rappresentato. Il referendum appare lo strumento più idoneo per esprimere un giudizio sulla ratifica del Trattato di Lisbona, che si tradurrebbe in una ratifica "definitiva" dell'Unione Europea, di questo modello di Unione.  Ricordandosi comunque che lo stesso Trattato di Lisbona prevede esplicitamente una possibilità: il recesso di uno Stato membro. E chi ha detto che si debba a tutti i costi continuare a far parte di questa Unione di squinternati?

Fonte: fonte non disponibile, 4 Giugno 2008

3 - VERTICE DELLA FAO: LE INUTILI PAROLE E IL NULLA DI FATTO
Contro la fame e la speculazione, si torni a produrre.
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: fonte non disponibile, 3 giugno 2008

Quando leggerete questo articolo il vertice della FAO sull'emergenza alimentare sarà appena iniziato a Roma. Dal 3 al 5 giugno capi di  Stato, primi Ministri, Presidenti e delegati dei diversi Pesi del mondo discuteranno tra le altre cose di: lotta alla povertà, prezzi delle  materie prime agricole, cambiamenti climatici e biocarburanti. Nelle settimane  che hanno preceduto questo importante incontro mondiale, i mass media di  tutto il mondo si sono scatenati per dettare la propria politica. In termini  di immagine è sembrata predominare la linea catastrofista che accusa  l'utilizzo dei biocarburanti per l'ascesa dei prezzi dei prodotti agricoli, e che propone la fallimentare e inumana litania neomalthusiana, del  "riduciamo le nascite e tagliamo i consumi". Così sembra di essere tornati agli anni Settanta quando la radicale Emma Bonino, scrive su l'"Unità" che «la  vera sfida è contenere l'esplosione demografica», e che è colpa del Vaticano  e dell'Amministrazione Bush di aver impedito la «diffusione di aborto e contraccezione». Con parole simili il sito della "BBC" dedicato al  problema, sostiene che la crisi alimentare dipende dall'aumento della  popolazione. Alla crisi alimentare si aggiunge lo scenario catastrofico dei  cambiamenti climatici, per convincere popoli e Governi ad accettare misure di  riduzione e selezione della nascite, nonché misure di tassazione sull'utilizzo di carburanti ed energia, e tagli sui consumi e sui piani di sviluppo. Ma  è questa la realtà? E le soluzioni devono essere per forza quelle di  eliminare il mantenimento e lo sviluppo delle attività umane? Di certo c'è la  crescita dei prezzi prodotti agricoli. Dal marzo 2007 al marzo 2008 il riso è  salito del 74%, il grano del 130%, la soia dell'87%. Un aumento generato dalla spinta speculativa dell'aumento del prezzo del barile di petrolio e  dalla svalutazione del Dollaro rispetto all'Euro. Si tratta di una  speculazione finanziaria, che non risponde esattamente all'andamento della  produzione agricola. Infatti ad eccezione dell'Europa che continua a contingentare  la produzione e impedire l'utilizzo dei più produttivi semi OGM, il resto  del mondo, soprattutto quello in via di sviluppo, ha incrementato  enormemente la produzione e la produttività per ettaro. Nell'ultimo mezzo secolo la produzione mondiale di cereali è triplicata, da 631 milioni di  tonnellate nel 1950 a 2.029 milioni di tonnellate nel 2004. Nel 1969 sul pianeta vivevano 3 miliardi e 700 milioni di abitanti, con il 25% della  popolazione che soffriva la fame. Oggi che di abitanti ne contiamo quasi 6 miliardi  e 800mila, la quota di popolazione con problemi di nutrizione è del 13%.  India e Cina da affamati che erano sono oggi grandi produttori di cibo. Ma di fronte a tanta crescita, una parte dei grandi produttori, soprattutto l'Unione Europea, ha pensato bene di speculare, riducendo e  contingentando le produzioni, al fine di tenere alti i prezzi. Così in Europa i  consumatori pagano diverse volte lo stesso prodotto, prima con il contributo ai produttori, poi al mercato, ed infine con i contributi per la  distruzione delle eccedenze. In questo modo in Italia, per la prima volta negli  ultimi 40 anni la produttività del mais è scesa invece di salire. E si  continuano a proporre le colture meno efficienti le cosiddette "biologiche". Il  problema è quindi la speculazione sui prezzi innescata dalla riduzione  percentuale della produzione e delle scorte. I biocarburanti da soli non possono  essere il fattore scatenante, perché con il barile del petrolio che continua a crescere si possono fare con piantagioni no-food. La soluzione quindi  non è quella di eliminare i poveri con aborti e contraccezione, bensì è  quella di aumentare e incrementare le produzioni, utilizzando le sementi OGM e permettendo ai Paesi in Via di Sviluppo di vendere i propri prodotti  sui mercati più ricchi. Solo facendo leva sui piani di sviluppo che  aumentano e migliorano le produzioni si abbasseranno i prezzi e si potrà  sconfiggere la fame.

Fonte: fonte non disponibile, 3 giugno 2008

4 - INGHILTERRA, CASO EMBLEMATICO: COME SI AUTODISTRUGGE UNA NAZIONE
Cosa sta succedendo in Inghilterra?
Autore: Guglielmo Piombini - Fonte: fonte non disponibile

Giustizia avrebbe voluto che, con il crollo del comunismo alla fine degli anni Ottanta, tutti i movimenti occidentali d’ispirazione socialista sprofondassero nel discredito. Invece, grazie a un’abile operazione di riconversione ideologica, la sinistra è riuscita a conservare l’egemonia culturale passando dal marxismo al multiculturalismo.
La nuova sinistra multiculturalista non concentra più le sue critiche sulle strutture economiche della società capitalistica, come prescriveva il marxismo classico.
Quasi nessuno oggi ha più il coraggio di chiedere l’abolizione della proprietà privata o la  collettivizzazione dei mezzi di produzione. L’attacco prende invece di mira le “sovrastrutture” culturali della società, secondo la lezione di Antonio Gramsci e della Scuola di Francoforte.
LO SPOPOLAMENTO DEGLI INGLESI
Il multiculturalismo rappresenta una continuazione della guerra fredda con altri mezzi, e dietro una facciata relativista si pone l’obiettivo di distruggere il retaggio tradizionale dell’Europa cristiana.
Quest’odio profondo per tutto ciò che appartiene al passato storico dell’Europa si manifesta con l’esaltazione acritica di ogni cultura estranea all’Occidente, comprese le più aberranti, e con il desiderio frenetico di ripopolare il vecchio continente con immigrati extraeuropei anche apertamente ostili ai valori culturali dei paesi ospitanti.
Il Paese dove l’applicazione dell’ideologia multiculturalista ha raggiunto le punte più avanzate è la Gran Bretagna. Nei lunghi anni di governo laburista, con Tony Blair e ora con Gordon Brown, il Regno Unito ha spalancato le frontiere ad un’immigrazione di massa prevalentemente musulmana, e ogni anno affluiscono più di 250.000 immigrati dal Terzo Mondo.
Gli inglesi autoctoni fanno pochi figli (l’attuale tasso di fertilità di 1,6 figli per donna è il più basso della storia inglese da quando si sono iniziate a raccogliere le statistiche nel 1924) e, spaventati dai rapidi mutamenti sociali, hanno iniziato ad emigrare in gran numero: ogni anno 200.000 inglesi lasciano la madrepatria per stabilirsi prevalentemente negli Stati Uniti, in Canada o in Australia.
Sulla base di questi trend i demografi hanno calcolato che entro la fine del secolo la popolazione inglese sarà ridotta in minoranza nella propria terra natale.
UN’ARMA PER L’ISLAMIZZAZIONE
I problemi maggiori nascono dal fatto che il processo di trasmissione della cultura nazionale è stato messo al bando in Gran Bretagna in omaggio alla “correttezza politica”.
Secondo l’ideologia progressista dominante, infatti, trasmettere la cultura anglosassone agli immigrati rappresenterebbe un grave atto di “imperialismo culturale”. Lo stesso erede al Trono, il principe Carlo, ha in più occasioni manifestato la sua ammirazione per l’islam, a suo dire capace di riempire il vuoto spirituale dell’Occidente.
In questo ambiente favorevole, la penetrazione della legge coranica nella società britannica è stata rapida. Negli ultimi anni a Londra dozzine di tribunali islamici hanno emesso migliaia di sentenze su matrimoni, divorzi e eredità. E nonostante la bigamia e la poligamia siano illegali in Gran Bretagna, il governo ha deciso di sostenere economicamente le famiglie poligamiche musulmane a condizione che i vari matrimoni siano avvenuti all’estero, in nazioni che riconoscano come legale la poligamia.
A Huddersfield, nel West Yorkshire, una locale scuola confessionale cristiana ha optato per censurare la celebre fiaba dei “Tre porcellini” per paura di offendere la locale comunità maomettana.
Inoltre, secondo un recente rapporto, in diverse scuole del Regno Unito verrebbero censurati gli studi riguardanti episodi considerati offensivi per la comunità islamica, come il genocidio ebraico e le crociate.
Molti docenti, infatti, avrebbero difficoltà a imporre lezioni che possano infastidire il sentire degli alunni islamici. A Oxford, i genitori di bambini della Rose Hill Primary School sono furiosi, in quanto hanno ricevuto una lettera su cui c’era scritto che la carne hallal sarebbe stata servita a tutti i bambini e che questa decisione faceva parte di una “politica di integrazione a scuola”.
D’altronde, alzare la voce contro queste situazioni appare alquanto difficile se si pensa che il vescovo anglicano di Rochester, Michael Nazir-Ali, ha subito minacce di morte per aver denunciato l’esistenza, in Inghilterra, di “no-go areas” in cui i non musulmani rischiano grosso se provano a entrarvi, mentre un lavoratore cattolico, Joseph Protano, è stato licenziato dal Royal Manchester Children’s Hospital per aver litigato con degli islamici che avevano coperto il crocifisso e la statua della Madonna in una sala di preghiera.
CI SI METTE PURE IL PRIMATE ANGLICANO
Infine, come se tutto questo non bastasse, è arrivata come una bomba la dichiarazione dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, secondo cui “pare inevitabile” l’adozione di parti della sharia nel sistema legale britannico.
L’alto prelato della chiesa di Stato inglese, ormai ridotta al lumicino a causa dei paurosi sbandamenti progressisti delle gerarchie (oggi in Inghilterra i cattolici praticanti sono diventati più numerosi degli anglicani praticanti), ha affermato che continuare a insistere sull’applicazione della legge britannica, piuttosto che autorizzare la legge islamica, causerebbe “un certo pericolo” per il Paese.
Il fatto che il leader spirituale di una nazione dalla storia illustre sia arrivato al punto di mettere a rischio la propria millenaria eredità culturale è sembrato troppo anche ai cittadini inglesi indottrinati da decenni di “correttezza politica”.
A parte il sostegno di alcuni membri del sinodo vescovile anglicano, la reazione di condanna delle parole di Williams è stata quasi unanime a livello politico, giornalistico e popolare. Da più parti si è chiesta la sua rimozione, e Williams si è detto “sorpreso” e “scioccato” dall’enorme quantità di proteste.
Il quotidiano Sun si è così espresso con un editoriale: «È facile denigrare l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, trattandolo da vecchio idiota. In realtà, egli è una pericolosa minaccia per la nostra nazione».
In pratica, secondo l’Arcivescovo Williams, in Gran Bretagna le donne immigrate soggette a matrimoni forzati, mutilazioni genitali o violenze domestiche dovrebbero essere affidate al giudizio delle corte islamiche, invece che protette dalla Common Law inglese. Che si ricordi a memoria d’uomo, è la prima volta che una delle massime autorità spirituali dell’Europa propone di abbandonare delle vittime innocenti al loro destino.
VERSO UN SUICIDIO ORGANIZZATO
L’estremismo con cui gli inglesi hanno abbracciato l’ideologia multiculturalista è tanto più sorprendente, se si pensa che solo vent’anni fa il Regno Unito era la patria del conservatorismo thatcheriano. Questo radicale capovolgimento però non è stato solo ideologico, ma anche psicologico.
Nella loro storia gli inglesi non si sono mai fatti sottomettere da nessuno: basti ricordare l’ammirevole eroismo cui diedero prova durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi invece sembrano non avere altro desiderio che quello di arrendersi ai nuovi arrivati islamici. La nazione che ha resistito a Napoleone e Hitler si è fatta sconfiggere dal multiculturalismo.
Cento anni fa la Gran Bretagna era l’unica superpotenza mondiale. Oggi sta scomparendo perfino la sua cultura. Questa è la prima volta nella storia, ha rilevato il London Observer, che una popolazione indigena maggioritaria si è volontariamente ridotta in minoranza in assenza di guerra, carestie o epidemie. Una cosa è certa: l’esperimento multiculturalista pianificato dalle élites inglesi finirà molto tragicamente, come tutte le utopie fallimentari del passato.

Fonte: fonte non disponibile

5 - BASTA FINANZIARE I MAESTRI DELL’ODIO ISLAMICO

Autore: Massimo Introvigne - Fonte: fonte non disponibile, 31 maggio 2008

Apparentemente quella che arriva dal Pakistan è una storia di ordinaria follia. Un bambino di sette anni, Mohammed Atif, che non era riuscito a memorizzare il Corano come chiedeva l'insegnante di una madrassa, è stato appeso dallo zelante maestro a testa in giù a un ventilatore da soffitto, e bastonato con ferocia finché non è morto.
Si dirà che i pazzi ci sono dovunque e che l'ultrafondamentalismo islamico stavolta non c'entra. E invece no. Nell'Afghanistan dei talebani bambini anche di quattro o cinque anni erano sottoposti a un'istruzione che consisteva quasi solo nel mandare a memoria il Corano e nell'imparare a usare il kalashnikov. Se non erano rapidi nell'una o l'altra materia piovevano le bastonate. Ma i maestri talebani avevano imparato l'arte in Pakistan. Qui funziona un sistema di oltre diecimila madrasse - non esistono registri, ispezioni, controlli e il numero esatto nessuno lo conosce - fra cui gli specialisti possono distinguere sfumature teologiche, ma il cui schema è sempre lo stesso. Pochissima istruzione in materie non religiose, Corano a memoria, incitamento all'odio per l'Occidente e botte.
I vari governi che si sono succeduti in Pakistan hanno promesso e qualche volta anche fatto qualcosa contro la presenza di Al Qaida, ma non hanno mai osato toccare le madrasse. E c'è di peggio: una parte sostanziale degli aiuti umanitari che vanno al Pakistan - come ha rivelato di recente un'inchiesta del più noto giornalista pakistano, Ahmed Rashid - finisce direttamente o indirettamente alle madrasse. Forse anche la scuola dove è stato picchiato a morte il piccolo Mohammed funzionava grazie agli aiuti delle Nazioni Unite o dell'Unicef.
Questo sistema deve finire. Le madrasse non sono scuole come le altre. Anche quando gli allievi non finiscono massacrati come Mohammed sono indottrinati all'odio per l'Occidente, spesso direttamente al terrorismo. Nella maggior parte dei casi, non ricevono l'istruzione essenziale per svolgere nella società lavori che non siano il predicatore, il militante a tempo pieno di movimenti estremisti o il terrorista. Uno dei modi essenziali per sradicare il terrorismo è chiudere le madrasse e sostituirle non con scuole di ateismo (come sognava Kemal Atatürk, il quale dovette rendersi conto ben presto che si trattava di utopie irrealizzabili in terra d'islam) ma con istituti di formazione certo rispettosi dei valori e delle tradizioni islamiche, ma nello stesso tempo capaci di insegnare agli allievi le principali materie che si apprendono nelle scuole di tutto il mondo. E di prepararli a una vita normale, sotto il controllo di autorità scolastiche indipendenti e competenti.
I talebani afghani hanno capito che il loro vero nemico è il maestro di scuola. Infatti in un anno hanno fatto saltare duecento scuole, uccidendo oltre centocinquanta bambini frequentatori di scuole elementari. Ma è solo sostituendo le madrasse con vere scuole che si prepara un futuro senza terroristi.

Fonte: fonte non disponibile, 31 maggio 2008

6 - I FALSI CATTOLICI E LE IDEOLOGIE ANTI-OCCIDENTALI
La retorica terzomondista di Alex Zanotelli
Autore: Anna Bono - Fonte: fonte non disponibile, 30 maggio 2008

Riportate dall'agenzia di stampa missionaria MISNA (24/5/2008), ecco fresche fresche le ultime esternazioni di Alex Zanotelli, il noto missionario comboniano che all'epoca del primo governo Berlusconi aveva affermato di preferire l'esilio volontario piuttosto che vivere in una nazione dominata dalla destra e che tuttavia, visto che è ancora qui, in seguito deve aver deciso che la sua presenza in patria era indispensabile: in prima linea, sul fronte interno che cerca di minare le fondamenta dell'Occidente e «riportare pace e prosperità nel mondo».

Già nel 2002, spiega Zanotelli, la sua reazione alla legge Bossi-Fini era stata: «Mi vergogno di essere italiano e cristiano». Ma ora - questo è il contenuto delle sue più recenti dichiarazioni - è letteralmente «agghiacciato dal montante razzismo e dalla pervasiva xenofobia, dalla caccia al diverso e dalla fobia (sic!) della sicurezza», «cavalcati dalla Lega e incarnati nel governo Berlusconi»: e si vergogna di appartenere «a un paese che dà la caccia ai rom» e «il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove essere clandestino è uguale a criminale», a «un popolo che non si ricorda che è stato fino a ieri un popolo di migranti», a «una società razzista verso l'altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che è diventato oggi il nemico per eccellenza». Per questo si sente di dire: «Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano».
Invece non si vergogna di riproporre, a sorpresa, un argomento un tempo molto usato dai militanti no global, ma che sembrava ormai abbandonato per sempre a causa della sua evidente insensatezza. «Il 20% dell'umanità consuma l'80% delle risorse mondiali», si diceva fino a qualche anno fa incolpando l'Occidente della povertà dilagante nel cosiddetto «Sud del mondo». Adesso, peggio ancora, secondo Zanotelli è l'11% della popolazione mondiale a consumare l'88% delle risorse e questo lo induce a dire: «Ritengo che non è un crimine migrare, ma che invece criminale è un sistema economico-finanziario che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. L'Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano».
Il motivo per cui l'argomento ripreso da Zanotelli non regge è che omette l'essenziale: vale a dire che quel «20 (o 11)% di umanità» sotto accusa produce l'80 (o l'88)% delle risorse mondiali, e poi eventualmente le consuma; e in realtà non le consuma mai tutte, ma ne risparmia quantità enormi destinandole, oltre che a nuovi investimenti, ad assistere chi ne ha bisogno, vale a dire quell'80 (o 88)% dell'umanità che la retorica terzomondista dipinge come vittima di spoliazione a causa dell'ingordigia e dell'egoismo dei «potenti del pianeta». Il missionario del Pime Padre Piero Gheddo per primo, e dopo di lui innumerevoli altre voci di persone di buona volontà e ottima preparazione scientifica, hanno contestato Zanotelli e i suoi simili.
Non per questo le ideologie anti-occidentali, assecondate da una certa scienza di comodo, hanno rinunciato a dipingere i ricchi come egoisti e ingordi e quindi pur sempre responsabili della povertà altrui. Un esempio: Riccardo Moro, direttore della fondazione «Giustizia e solidarietà», in un'intervista rilasciata all'emittente Radio Vaticana il 27 maggio, ha spiegato che l'attuale aumento dei prezzi dei generi alimentari di base è «soprattutto un problema di cattiva distribuzione del prodotto sia tra Nord e Sud del mondo che a livello regionale e locale», ribadendo la teoria di una più equa ridistribuzione delle risorse come rimedio alla povertà, teoria che vale effettivamente a livello locale laddove le leadership del «Sud del mondo» si accaparrano ogni ricchezza e ne dispongono a discrezione lasciando nella miseria i loro connazionali.
C'è un altro appunto da fare a Zanotelli. Emigrare non è un crimine e andrebbe ricordato che a impedire l'espatrio sono stati e continuano a essere i governi autoritari, primi fra tutti quelli comunisti, che negano questo diritto fondamentale: così come lo negano di fatto, se non per legge, altri governi, ponendo condizioni tali al rilascio dei documenti necessari da rendere praticamente impossibile esercitare tale diritto alla maggior parte dei loro concittadini privi degli indispensabili canali clientelari di accesso agli uffici statali e comunque troppo poveri per pagare un passaporto e soprattutto le mance richieste dai funzionari corrotti con cui devono trattare. È quel che succede, ad esempio, in Kenya, come ben sa Zanotelli che in quel paese ha svolto la propria attività missionaria. È superfluo (o dovrebbe esserlo) dire che, nonostante il diritto a emigrare, per entrare in casa d'altri senza destare sospetti è meglio chiedere permesso e aspettare di ottenerlo.

Fonte: fonte non disponibile, 30 maggio 2008

7 - DONAZIONE DI ORGANI: I DUBBI DELLA SCIENZA, QUELLA VERA

Autore: Federico Bonuccelli - Fonte: fonte non disponibile, 05/09/2008

La morte cerebrale non può essere decisiva per l’espianto di organi. 
Pubblicati gli atti del convegno che si è svolto nel 2006 presso il CNR dove sono stati discussi gli aspetti scientifici, medici, filosofici, etici del concetto di morte.

Dopo il primo trapianto di cuore, eseguito dal prof. Barnard nel 1968, un comitato costituito appositamente dalla Harvard Medical School ridefinì il concetto di morte fino ad allora fondato sulla cessazione dell’attività cardiaca, polmonare e cerebrale. Da allora il criterio scelto in maniera convenzionale per l’accertamento della morte è dunque quello neurologico, secondo il quale si definisce come morte cerebrale (fatta coincidere con la morte di fatto) la cosiddetta condizione di coma irreversibile.
Questa definizione di morte secondo criteri più permissivi ha avvantaggiato la pratica dei trapianti visto che gli organi sono impiantabili solo se sufficientemente “freschi” e quindi se espiantati da un donatore a cuore battente, quando funzionalità cardiaca e polmonare sono ancora conservate.
Certamente il fatto che il nuovo criterio sia stato pilotato dall’intenzione di agevolare i trapianti non è di per sé una prova della sua inesattezza, ma è comunque un dato da tenere presente quando si tratta di valutare le motivazioni a supporto della definizione di morte cerebrale.
Fin da subito e poi in particolare dagli anni ottanta, molti medici, giuristi e filosofi hanno avanzato molte riserve e perplessità riguardo a questo criterio di definizione di morte e il dibattito su questo argomento è molto vivace specialmente in paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Giappone e la Germania.
In Italia, purtroppo, la questione è ancora poco approfondita ma un importante convegno svoltosi a Roma nel dicembre 2006 presso la sede del CNR (Centro Nazionale delle Ricerche) ha dato un importante contributo perché possa essere rimessa in discussione questa nozione di morte cerebrale che,  secondo le parole di uno dei relatori, “risponde più ad un approccio utilitarista determinato dalla pressione di coloro che praticano trapianti piuttosto che ad un atteggiamento precauzionistico”.
Il volume “Finis vitae – la morte cerebrale è ancora vita?” curato dal vicepresidente del CNR prof. Roberto de Mattei, raccoglie gli atti di questo congresso dove sono stati discussi gli aspetti scientifici, medici, filosofici, etici della materia in questione. Sono diciotto i contributi di altrettanti studiosi di livello internazionale e tutti di grande interesse e rigore intellettuale. In tutti si sollevano perplessità che portano alcuni a concludere che quanto meno allo stato delle attuali conoscenze non ci siano solide basi scientifiche per fare la diagnosi della morte umana mediante i criteri clinici della cosiddetta “morte cerebrale” e quindi “in dubio pro vita”. Secondo altri invece è del tutto evidente che l’individualità biologica di una persona si conserva anche con la morte cerebrale, che le sue funzioni vitali non risiedono nelle facoltà intellettive e che pertanto non si possa parlare di morte fino a che le funzionalità vitali sono presenti (e questo è implicitamente affermato dal fatto che di regola prima di procedere all’espianto si iniettano farmaci paralizzanti e anestetici).
Peraltro, come spiega il prof. Y.Watanabe, cardiologo giapponese, lo stato di morte cerebrale (indipendentemente dal fatto che la si consideri vita a tutti gli effetti o meno) non dovrebbe essere diagnosticato se non dopo l’applicazione della terapia di ipotermia cerebrale. Questa terapia ha evidenziato una notevole efficacia nel salvare pazienti con grave danno cerebrale e nel prevenire l’insorgere la condizione di morte cerebrale. Moltissimi pazienti sottoposti a tale terapia hanno riacquistato la loro normale vita quotidiana.
Con tutto questo i relatori non hanno voluto mettere in dubbio la liceità in linea di principio del trapianto di organi, ma hanno sottolineato come non sia legittimo perseguire un fine buono attraverso un mezzo illecito come sarebbe l’eventuale uccisione del “donatore”.
Con la fondata preoccupazione che, se passasse il principio che può essere legittimo espiantare organi da una persona in stato di “morte cerebrale” (e quindi senza la fondata certezza che questa sia la morte di fatto), la categoria dei possibili “donatori” potrebbe essere via via allargato alle persone in stato vegetativo, ai soggetti con handicap mentali e ad altri soggetti deboli della società, secondo il ben noto principio del piano inclinato.

Per approfondimenti: “Finis vitae – la morte cerebrale è ancora vita?” a cura di Roberto de Mattei,  ed. Rubbettino, 2007, 486 pagine, 35 euro.

Fonte: fonte non disponibile, 05/09/2008

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