BastaBugie n°16 del 15 febbraio 2008

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1 ROMA. L'IDEOLOGIA GAY SI NASCONDE DIETRO INIZIATIVA DEL COMUNE
Contro ogni bullismo. Ma che c'entra quel circolo?
Fonte:
2 GOVERNO ZAPATERO: SE VINCIAMO ANCORA, PUNIREMO LA CHIESA PERCHÉ HA OSATO PARLARE
Madrid : «La Chiesa si autofinanzi»
Fonte:
3 FRANCIA, UN NOME AI BIMBI MAI NATI

Fonte:
4 I PROFESSORONI CONTRO IL PAPA HANNO COME FONTE WIKIPEDIA
L’«Osservatore » sul caso Sapienza Superficiali quei docenti anti-Papa
Fonte:
5 UNA GRANDE CONVERSIONE A LOURDES

Fonte:
6 LE FAMIGLIE SI RASSEGNINO: IL SESSO NEI FILM E NELLE PUBBLICITÀ RENDE: SBAGLIATO!
La pornografia vende ma non fa vendere
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte:
7 GARIBALDI: TRE UTILI PRECISAZIONI SULLO SCREDITATO EROE

Autore: Angela Pellicciari - Fonte:
8 TV: PESSIMA FICTION SU CARAVAGGIO
Domenica 17 e Lunedì 18 febbraio su Rai Uno. Osservatore Romano critica Caravaggio tv
Fonte:

1 - ROMA. L'IDEOLOGIA GAY SI NASCONDE DIETRO INIZIATIVA DEL COMUNE
Contro ogni bullismo. Ma che c'entra quel circolo?
articolo non firmato

Il Comune di Roma ha deciso di patrocinare un’iniziativa anti-bullismo «a 360 gradi» che – «per ora», viene sottolineato – si svilupperà in 6 scuole superiori romane e si articolerà in 60 incontri «obbligatori» per insegnanti, famiglie e studenti delle classi prescelte. Presentata così, la cosa meriterebbe solo applausi. Invece hanno subito preso a fioccare da più parti allarmi e riserve. E può sembrare strano, ma solo fino a quando non si colgono gli esatti e sconcertanti contorni dell’operazione. Basta, infatti, informarsi appena un po’ per scoprire che questa meritoria battaglia, col beneplacito dell’amministrazione capitolina, è stata appaltata al “Mario Mieli”, un’organizzazione che si definisce «circolo di cultura omosessuale». Gli «operatori» che verranno inviati nelle sei scuole di Roma sono stati, insomma, selezionati all’interno di una precisa e unica realtà militante, da anni polemicamente impegnata per l’affermazione della sua parziale visione «culturale» della sessualità umana. Perché? In base a quali criteri si è stabilito che la «non sopraffazione» e la «non discriminazione delle diversità» per diventare finalmente materie di studio e di formazione debbano finire per concidere, incredibilmente, con le posizioni sostenute in certi ambienti gay? La scuola non può e non deve diventare campo libero per imposizioni propagandistiche e scorribande pseudo-educative. Il bullismo del “politicamente corretto” non fa meno danni di ogni altro bullismo . E l’autentico rispetto per ogni persona ci impone di denunciarlo con la stessa determinazione.


2 - GOVERNO ZAPATERO: SE VINCIAMO ANCORA, PUNIREMO LA CHIESA PERCHÉ HA OSATO PARLARE
Madrid : «La Chiesa si autofinanzi»
articolo non firmato

 Dopo il 9 marzo, se i socialisti vinceranno le elezioni spagnole, «nulla sarà più uguale» nella relazione fra Stato e Chiesa. Le parole del numero due del Psoe, José Blanco (foto), hanno il sapore di un’ambigua minaccia. Il braccio destro del premier José Luis Rodriguez Zapatero chiarisce: i socialisti non vogliono sospendere gli accordi fra lo Spagna e la Santa Sede firmati nel 1979, ma reclamano un cambiamento di rapporto sul fronte economico. Attualmente la Chiesa spagnola si sostiene tramite una percentuale dell’Irpef, che nel 2006 – dopo un rinnovato accordo con il governo Zapatero – è passata dallo 0,5% allo 0,7%. In cambio, lo Stato ha eliminato la partita della finanziaria che in passato ha sempre versato alla Chiesa e l’esenzione dell’Iva. Ma secondo Blanco è arrivato il «momento di passare dalle parole ai fatti»: la Chiesa cattolica «deve autofinanziarsi». Un’idea che la Conferenza episcopale non ha mai rigettato, ma che andrebbe adeguatamente regolata. Il commento di Blanco è al vetriolo: «Ogni giorno è più difficile, perché sono sempre meno i seguaci di questa gerarchia ecclesiastica». Al governo non è andato giù il documento con cui i vescovi hanno «orientato moralmente» i cattolici in vista delle prossime elezioni. Invece di abbassare i toni della polemica, Blanco preferisce alimentare le frizioni.


3 - FRANCIA, UN NOME AI BIMBI MAI NATI

articolo non firmato

PARIGI. Un feto morto all’interno dell’utero, indipendentemente dal suo grado di sviluppo, potrà essere dichiarato allo stato civile. È il verdetto appena reso dalla Corte di Cassazione francese, che ha accolto la richiesta delle associazioni impegnate da anni in vista di questo riconoscimento.
  Associazioni che hanno da sempre sottolineato come in Francia non esistesse ancora un riconoscimento giuridico per i feti compresi fra le 16 e le 22 settimane, deceduti per ragioni fisiologiche o dopo un aborto terapeutico dovuto a gravi rischi per la salute della madre. Nella scia del verdetto, i genitori in lutto dovrebbero acquisire il diritto di organizzare un funerale, oltre che di registrare un nome allo stato civile. Si tratta dunque di una conquista di civiltà fondamentale per la Francia, dove i feti al di sotto delle 22 settimane venivano finora generalmente inceneriti alla stregua dei rifiuti del blocco operatorio. La Corte ha reso al contempo lo stesso verdetto a proposito dei casi di 3 diverse famiglie a cui lo stato civile aveva rifiutato qualsiasi possibilità di registrazione. Gli ospedali francesi hanno finora fatto riferimento alle definizioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità basate sulla soglia delle 22 settimane e sul “criterio” di un peso minimo di 500 grammi.
  Numerose e contrastanti, le reazioni a livello politico e associativo. Le organizzazioni francesi in difesa della vita hanno espresso profonda gioia. ( D.Z.) La Cassazione dà ragione alle famiglie e ai «pro life» Prima i feti morti sotto le 22 settimane erano "rifiuti".


4 - I PROFESSORONI CONTRO IL PAPA HANNO COME FONTE WIKIPEDIA
L’«Osservatore » sul caso Sapienza Superficiali quei docenti anti-Papa
articolo non firmato

 ROMA. Docenti universitari, ma con la propensione superficiale dei loro studenti a prendere per oro colato ciò che sta scritto su «Wikipedia», senza controllare e verificare. L’«Osservatore romano» rileva infatti come i firmatari della lettera al rettore della Sapienza, contrari all’invito a Papa Ratzinger, abbiano dato per buona l’attribuzione a Benedetto XVI di una citazione che invece non era sua. «Forse - scrive il giornale vaticano - i 1.479 firmatari non “sanno che, in nome della libertà della ricerca e della scienza”, hanno preso per buono un falso, cogliendo un’affermazione senza verificarne l’affidabilità». L’articolo ricostruisce la genesi della citazione in cui il Pontefice sembra giudicare favorevolmente la condanna di Galilei.
  «Se prima di sottoscrivere la solidarietà ai 67 qualcuno dei 1.479 avesse verificato tale affermazione - spiega l’«Osservatore» -, avrebbe scoperto che chi ha scritto la lettera ha tratto la citazione» da «Wikipedia, la nota enciclopedia della rete che viene redatta dai lettori e che nessun uomo di scienza utilizzerebbe come fonte esclusiva». «Ciascuno - conclude il quotidiano - è libero di giudicare se questo modo di usare la ragione sia corretto o non piuttosto un atto di slealtà: il rischio di piegare la ragione davanti alla pressione degli interessi, è esattamente ciò da cui il Papa avrebbe messo in guardia il corpo docente se avesse potuto parlare».
 «Atto di slealtà piegare la ragione davanti alla pressione degli interessi».


5 - UNA GRANDE CONVERSIONE A LOURDES

articolo non firmato

“Vergine dolce che soccorri gli infelici, proteggimi. Io credo in Te. (…) Il Tuo nome è più dolce del sole del mattino. Prendi Tu il peccatore inquieto dal cuore in tempesta che si consuma nella ricerca delle chimere. Sotto i consigli profondi e duri del mio orgoglio intellettuale giace, ancora soffocato, il più affascinante di tutti i sogni, quello di credere in Te, di amarti come i frati dall’anima candida.”

Questa bella preghiera è stata composta da un grande scienziato, il medico francese Alexis Carrel, premio Nobel nel 1912 grazie alla scoperta di un particolare punto di sutura che poi ha permesso la pratica della trasfusione di sangue, pratica che ha salvato e che salva tante vite umane. Il dottor Carrell era agnostico, ma fu convertito grazie ad un viaggio a Lourdes dove poté constatare ciò che egli riteneva inconstatabile.

Alexis Carrel nacque a Lione nel 1873. La sua famiglia era di commercianti benestanti. Rimasto orfano di padre, a cinque anni lasciò Lione per andare a vivere in campagna con la mamma. Tornò poi a Lione per gli studi liceali e per frequentare la Facoltà di Medicina. Furono propri gli studi universitari a spingerlo ad abbandonare le convinzioni religiose ricevute dall’educazione familiare per abbracciare la filosofia positivista e materialista. Conservò però sempre una forte nostalgia verso le certezze della sua fanciullezza, soprattutto avvertiva l’inquietudine che gli procuravano quelle nuove convinzioni positiviste, incapaci di dare una persuasiva risposta al senso della vita e della morte. Lui stesso, dopo la conversione, scrisse di quel periodo parlando di sé in terza persona: “Assorbito dagli studi scientifici, affascinato dallo spirito della critica tedesca, (Carrel) s’era convinto a poco a poco che al di fuori del metodo positivo, non esisteva certezza alcuna. E le sue idee religiose, distrutte dall’analisi sistematica, l’avevano abbandonato, lasciandogli il ricordo dolcissimo di un sogno delicato e bello. S’era allora rifugiato in un indulgente scetticismo…La ricerca delle essenze e delle cause gli sembrava vana, solo lo studio dei fenomeni, interessante. Il razionalismo soddisfaceva interamente il suo spirito; ma nel fondo del suo cuore si celava una segreta sofferenza, la sensazione di soffocare in un cerchio troppo ristretto, il bisogno insaziabile di una certezza.
In quegli anni, negli ambienti medici, si discuteva molto di Lourdes e dei suoi miracoli. C’era chi ci credeva e c’era chi era profondamente scettico. Nel 1894, il famoso scrittore Emile Zola, dopo esser stato a Lourdes e pur essendo stato testimone di fatti inspiegabili, aveva scritto un libro in cui negava decisamente la veridicità delle apparizioni.
Anche Carrel, nel suo positivismo, era convinto che quelli di Lourdes fossero solo sedicenti “miracoli”, in realtà guarigioni frutto di autosuggestione. Volle però andare a constatare di persona e nel 1902 partecipò come medico ad un pellegrinaggio, occasione che gli fu offerta da un collega che aveva dovuto rinunciare all’ultimo momento. Da questo viaggio venne fuori un libro che ebbe il titolo di Viaggio a Lourdes. 
Alexis Carrel era in incognito. Solo pochi conoscevano la sua identità. Voleva solo constatare e aiutare qualche malato. Nel suo scompartimento giaceva una giovane donna, Marie Ferrand (chiamata così nel libro, ma in realtà si chiamava Marie Bailly). Era gravissima: ventre gonfio, pelle lucida, costole sporgenti, addome teso da materia solide, sacca di liquido che occupava la regione ombelicale, febbre alta, gambe gonfie, cuore veloce. Si trattava di peritonite tubercolare. Dolori tremendi! Il dottor Carrel le praticò un’iniezione di morfina. “Avete ancora i genitori?” le domandò. “No, sono morti di tubercolosi da alcuni anni.” Rispose la donna. Dall’età di quindici anni, ella era tubercolotica. I medici che la tenevano in cura dicevano che ormai era all’ultimo stadio. Ella però, pur sentendosi alla fine, era convinta che la Vergine, a Lourdes, le avrebbe concesso qualcosa d’importante: se non la guarigione, almeno la forza per morire in pace.
Arrivato a Lourdes, Carrel incontrò un suo vecchio compagno di collegio, nel suo libro-diario ne riporta solo le iniziali: A.B. Gli chiese: “Sai se qualche malato è guarito, stamane, nelle piscine?” “No, nessuno. Però vidi un miracolo davanti alla grotta. Una suora che camminava con le stampelle. Arrivò, si fece una gran segno di croce, bevve l’acqua della fonte miracolosa…Subito il suo viso s’illuminò, buttò via le stampelle, corse agile alla Grotta, gettandosi in ginocchio davanti alla Vergine…Era guarita.” “La sua guarigione -commentò Carrel- è un caso interessante di autosuggestione!” L’amico ribatté: “Quali sono le guarigioni che, se le constatassi, ti farebbero riconoscere l’esistenza del miracolo?” Il medico rispose: “La guarigione improvvisa di una malattia organica. Una gamba tagliata che rinasce. Un cancro scomparso, una lussazione congenita che improvvisamente guarisce. Allora sì che crederei!..Se mi fosse concesso di vedere un fenomeno tanto interessante, tanto nuovo, sacrificherei tutte le teorie e le ipotesi del mondo. Ma non il minimo timore di arrivare a questo…C’è una ragazza, Marie Ferrand, presso la quale mi hanno chiamato dieci volte ed è in pericolo di vita. E’ tisica, ha una peritonite tubercolare all’ultimo stadio. E’ in uno stato pietoso. Temo che mi muoia tra le mani. Se questa ammalata guarisce, sarebbe veramente un miracolo. Io crederei a tutto e mi farei frate.”
Nella Sala dell’Immacolata (riservata ai malati più gravi) tutto era pronto per la funzione presso le piscine. Il dottor Carrel  si avvicinò al lettino della “sua” ammalata, Marie Ferrand. La visitò rapidamente: il cuore stava per cedere, era alla fine. Il medico le praticò un’iniezione di caffeina, poi disse ai presenti senza farsi sentire dall’ammalata: “E’ una peritonite polmonare all’ultimo stadio. Figlia di genitori morti di tubercolosi in giovane età, è tisica dall’età di 15 anni. Può darsi che viva ancora per qualche giorno, ma è finita.” Anche un altro medico confermò la diagnosi nefasta di Carrel.
Alla piscina non fu possibile immergere Marie Ferrand. Le fecero alcuni lavaggi al ventre. La portarono davanti alla Grotta. L’aspetto della donna era sempre cadaverico. Erano circa le 14.30. Carrel osservava il volto dell’ammalata: gli parve più normale, meno livido. Gli sembrava di avere un’allucinazione, continuò ad osservarla. Le contò le pulsazioni. La respirazione sembrava rallentata. Il volto di Marie Ferrand continuava a cambiare. I suoi occhi sembravano catalizzati verso la Grotta. C’era in lei un sensibile miglioramento, non lo si poteva negare. Lo stupefacente, però, avveniva adesso: Carrel vide a poco a poco la coperta abbassarsi al livello del ventre. Il gonfiore spariva. Si sentì impallidire. Alle 15 la tumefazione era ormai scomparsa. Carrel credeva d’impazzire. Si avvicinò alla donna, ne osservò la respirazione, guardò il collo. Il cuore batteva regolarmente. Le domandò: “Come vi sentite?” Marie rispose sottovoce: “Benissimo. Non sono molto in forze, ma sento che sono guarita.” Carrel così ha scritto, sempre parlando di se stesso in terza persona: “Il medico non parlava più; non pensava più. Il fatto inatteso era totalmente contrario a tutte le previsioni, che egli credeva di sognare…Si alzò, traversò le file serrate dei pellegrini, i quali gridavano invocazioni che egli a stento sentiva, e se ne andò. Erano circa le 16. Quel ch’era accaduto era la cosa impossibile, la cosa inattesa, il miracolo.”
Marie Ferrand, guarita, fu portata all’ospedale diretto dal dottor Boissaire, lo scienziato che difendeva la veridicità di Lourdes. Carrel tornò a visitarla e dovette constatarne la inspiegabile guarigione. Lo stesso fecero altri medici. Marie era felice e diceva: “Andrò dalle suore di San Vincenzo, loro mi accoglieranno e io assisterò i malati.”  Carrel era commosso. Uscì dall’ospedale. Era ormai notte. Si recò alla Basilica e vi entrò. Scorse il suo amico A.B. e cominciarono a parlare. Mentre il medico fissava la statua dell’Immacolata, l’amico gli chiese: “Sei convinto, ora, filosofo incredulo?” Carrel si limitò a rispondere: “Una giovane moribonda è stata guarita sotto i miei occhi in pochi istanti. E’ una cosa meravigliosa, è un miracolo.” A.B. concluse ironizzando: “Ma non è meno vero che ora sei obbligato a vestire il saio! Addio.” Carrel rimase solo e fu allora che pronunziò quelle parole che abbiamo posto all’inizio: “Vergine dolce che soccorri gli infelici, proteggimi. Io credo in Te…”
Il medico positivista, diventato credente, dedicò poi l’intera sua vita alla scienza (come abbiamo già detto, fu insignito del Nobel nel 1912) e a propagare la devozione alla Vergine di Lourdes. In tarda età fu ingiustamente accusato di collaborazionismo con il governo filonazista di Vichy. Fu un’accusa che lo prostrò molto e lo condusse, il 5 novembre 1944, ad un infarto che gli fu fatale.
A Carrel si deve una famosa frase che esprime bene il realismo cristiano e l’umiltà che dovrebbe contrassegnare ogni ricerca scientifica: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità.”


6 - LE FAMIGLIE SI RASSEGNINO: IL SESSO NEI FILM E NELLE PUBBLICITÀ RENDE: SBAGLIATO!
La pornografia vende ma non fa vendere
Autore: Giacomo Samek Lodovici - Fonte:

 Il sesso nei film e nelle pubblicità rende. Ci sono purtroppo diversi inserzionisti che ragionano così.
  Ora, si potrebbe risponder loro accusandoli di cinismo, perché mercificano il corpo umano (che non è uno strumento ma, insieme allo spirito, è una delle dimensioni della persona), perché cercano di vellicare le pulsioni dei fruitori e li vogliono rendere dei burattini mossi dagli istinti, perché profanano la donna, e talvolta anche l’uomo, rendendoli meri oggetti e strumenti per vendere. Come dice, invece (per esempio) Kant, l’essere umano non deve mai essere trattato come mezzo, bensì sempre come fine in se stesso. Non di rado, inoltre, questi inserzionisti vogliono adescare anche i bambini con questi metodi. Col risultato che, ormai, anche nei cartoni animati, a volte, ci sono scene o allusioni pornografiche.
 Ma, poiché di fronte al cinismo gli argomenti etici non sono efficaci, dato che a questi inserzionisti interessa soltanto il profitto, è molto importante segnalare che la pornografia non fa vendere e, in certi casi, è addirittura un boomerang. Lo dice l’Economist (www.economist.com/science/displaystor y.cfm?story_id=8770276), che non è certo una testata cattolica, che riporta le ricerche condotte dal professor Adrian Furnham (della University College London), il quale ha proprio documentato che la pornografia non rende. Questi risultati emergono da un esperimento in cui 60 adulti sono stati suddivisi in quattro gruppi: al primo gruppo è stato fatto vedere un telefilm pieno di scene sensuali interrotto da pubblicità con scene sensuali; al secondo gruppo è stato fatto vedere un programma pieno di scene sensuali, ma interrotto da pubblicità non pornografiche; al terzo è stato fatto vedere un programma senza nudità, ma interrotto da pubblicità sensuali; al quarto un programma senza nudità e interrotto da pubblicità non sensuali. Le persone di questi gruppi sono poi state interrogate a proposito delle pubblicità che avevano visto. Ebbene, un primo risultato, che bisognerebbe far conoscere agli inserzionisti, è stato che la presenza di immagini sensuali nelle pubblicità non comporta una differenza nella capacità di ricordare un marchio o un prodotto.
 Un secondo risultato, ancora più interessante, e che se fosse conosciuto potrebbe cambiare il volto della televisione, è stato che se una pubblicità interrompe un programma o un film che ha dei contenuti sensuali, lo spettatore ricorda meno il contenuto della pubblicità, rispetto a quanto riesce a ricordare se la pubblicità interrompe un programma non pornografico. Infatti, le immagini conturbanti provocano una forte eccitazione, perciò distraggono la mente dello spettatore, che nota ben poco la marca ed il prodotto che vengono illustrati. Tanto gli uomini, quanto le donne, fanno fatica a ricordare un prodotto che è stato propagandato durante un break che interrompe un programma con contenuti erotici.
  Insomma, il sesso non fa vendere merci.
  Fa solo mercimonio di se stesso.


7 - GARIBALDI: TRE UTILI PRECISAZIONI SULLO SCREDITATO EROE

Autore: Angela Pellicciari - Fonte:

Le «scientifiche» argomentazioni firmate da Domenico Merlino si basano tutte (dico tutte) sulla meccanica trascrizione di brani di autori filorisorgi mentali e filogaribaldini, molto lontani dallo svolgimento dei fatti. I libri che ho scritto si sono imposti all'attenzione del pubblico (nonostante la loro radicale alterità rispetto alla vulgata storiografica dominante) perché basati su un serio sforzo di documentazione sulle fonti dell'epoca e un certosino lavoro di archivio. Da questo lavoro è originato, anche, I panni sporchi dei Mille (Liberilibri 2003). Si tratta della ristampa (da me introdotta e commentata) di alcune fonti liberali di primo piano che raccontano come e da chi è stata concepita e organizzata la spedizione dei Mille, oltre a descrivere le raccapriccianti gesta della dittatura garibaldina in Sicilia. Colgo l'occasione per ripercorrere qui le imprese di Garibaldi. Lo farò a modo mio. schematicamente, ricorrendo a documentazione di prima mano e abbondando (me ne scuserà il lettore) in citazioni.

Il bicentenario della nascita di Garibaldi (sponsorizzalo dalla Presidenza del Consiglio, dal Ministero degli Affari esteri, da quello della Difesa, dalla Provincia di Roma oltre che da un'infinità di «comitati cittadini, provinciali e regionali») si è ripromesso di «promuovere la crescita della morale individuale», partendo dall'assunto che «l'epopea garibaldina può legittimamente configurare un contributo determinante alla unità d'Europa, e alla libertà, nell'eguaglianza dei popoli». Il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, si è associato al coro unanime delle lodi giungendo a prezzo di quali contorsioni viscerali giudichi il lettore visto il peana che gli industriali innalzano sempre alla libera competizione sul libero mercato - ad affermare che «parlar male di Garibaldi è perciò difficile se non impossibile, e mai e poi mai potrebbe accadere quest'anno, bicentenario della nascita dell'eroe» (Luigi Mascilli Migliorini, 17 giugno 2007). I motivi per cui di Garibaldi non si potrebbe parlar male sono essenzialmente tre: è l'eroe dei «due mondi» perché combatte battaglie per liberare i popoli nei due emisferi; organizza e guida la spedizione dei Mille che conquista il più grande regno italiano con un pugno di scamiciati; raggiunta l'unità, novello Cincinnato, si ritira in solitudine e umiltà a Caprera. Analizziamo i tre punti nel dettaglio.

L'«eroe dei due mondi»

Punto primo: il libertador, nel secondo mondo, si guadagna da vivere commerciando in schiavi. Tornato in America dopo la parentesi rovinosa della Repubblica Romana, è arruolalo come capitano della Carmen dall'armatore ligure Pietro Denegri. Garibaldi che, come Cesare, è convinto dell'eccezionalità delle proprie gesta, pubblica Memorie dettagliate in cui descrive con precisione anche i traffici come capitano della Carmen. Sappiamo così che il 10 gennaio 1852 parte dal porto del Callao, in Perù, alla volta della Cina. La nave trasporta guano (un tipo di concime molto pregiato). Del viaggio Callao-Canton-Lima sappiamo praticamente tutto: giorni di traversata, carichi trasportati, traversie. Manca solo un particolare; non viene specificato con che tipo di merce Garibaldi, dopo aver venduto a condizioni vantaggiose il guano, faccia ritorno in Perù. A questa dimenticanza provvede fortunatamente l'armatore Denegri che, volendo lodare il capitano della Carmen, racconta all'amico di famiglia nonché biografo del generale Augusto Vecchi, il dettaglio mancante: Garibaldi «m'ha sempre portati i cinesi nel numero imbarcato e tutti grassi e in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie». Il libro di Augusto Vecchi La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi (Zanichelli 1882, ristampato nel 1910) subisce una sorte infausta: scompare da praticamente tutte le biblioteche d'Italia. Eppure si tratta di un testo di grande interesse. Vecchi è autore noto nella seconda metà dell'Ottocento, la prefazione di Giosuè Carducci garantisce della qualità dell'opera. Sono riuscita ad acquistare il volume dopo molte ricerche presso una biblioteca antiquaria di Trieste. A buon intenditor poche parole.

La spedizione dei Mille

Punto secondo: l'impresa dei Mille. «Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti): e che da ultimo si decise a partire, quando vide che i siciliani sarebbero partiti senza di lui. Le armi e le munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla»: e scrivere così il 14 ottobre 1860 in una lettera a Pietro Sbarbaro, è lo storico siciliano, massone, segretario della Società Nazionale, Giuseppe La Farina. L'impresa dei Mille è progettala a tavolino per quattro anni da Camillo Benso conte di Cavour e Giuseppe La Farina. La capillare organizzazione della campagna d'Italia inizia subito dopo il Congresso di Parigi (1856): lì la questione italiana è messa all'ordine del giorno dell'agenda internazionale. Gli abitanti dell'Italia centrale e meridionale, così affermano Clarendon e Cavour «gemono» sotto il malgoverno pontificio e borbonico. Ottenuta la copertura internazionale, il Regno di Sardegna si prepara, in gran segreto, a «liberarli».

Nel 1862 così scrive La Farina sull’Espero: «Per quattro anni vidi quasi tutte le mattine il conte di Cavour, senza che alcuno dei suoi amici intimi lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scala segreta, ch'era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo potesse conoscere! E in uno di questi notturni abboccamenti, nel 1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Garibaldi, venuto clandestinamente da Caprera». Cavour, racconta La Farina, gli aveva detto: «Venga da me quando vuole, ma pria di giorno, e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse sorridendo) lo rinnegherò come Pietro e dirò; non lo conosco». Lo sbarco in Sicilia riesce anche perché Cavour manda l'ammiraglio Persano a corrompere l'ufficialità borbonica. Scrive Persano nel Diario politico militare: «La casa De La Rue di Genova [banchieri amici di Cavour] aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, un credito illimitato a mia disposizione». Grazie a questo «credito illimitato» Persano può comunicare a Cavour il felice esito di una corruzione condona a livello capillare: «L'ufficialità l'abbiamo quasi tutta, pochissime essendo le eccezioni [...]. Noi continuiamo, con la massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane». Tutto va a gonfie vele, assicura Persano. Solo un neo turba la mirabile organizzazione dell'invasione dell'Italia meridionale: «Osservo che converrebbe tener gli occhi aperti sulle spedizioni degli individui che da noi si fanno per qui, e di veder modo di ritenere molta gentaglia che muove per queste contrade a nessun altro scopo, se non per quello di pescar nel torbido». Che i Mille non fossero idealisti disinteressati lo conferma lo stesso Garibaldi che così li descrive: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».

A cose fatte, a invasione avvenuta, La Farina indirizza a Cavour dispacci quotidiani e cosi descrive l'ordine che regna in Sicilia sotto la dittatura garibaldina: «lo non debbo a lei celare che nell'interno dell'isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose [..,] l'altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si da loro 3 tari al giorno […]. Si da commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne fa domanda; così che esistono gran numero di battaglioni, che hanno banda musicale e officiali al completo e quaranta o cinquanta soldati! [...]. Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza ne anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni». Il 19 luglio 1860 il segretario della Società Nazionale cosi scrive a Giuseppe Clementi: «I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali». Conferma indiretta della barbarie che regna in Sicilia all'epoca della spedizione è offerta dalla letteratura siciliana. La grande letteratura italiana meridionale. Pirandello - discendente da una famiglia di rivoluzionari liberali - descrive nella novella L'altro figlio (poi trasporta sul grande schermo dai fratelli Taviani nel film Caos) le drammatiche conseguenze della liberazione dei detenuti comuni.

Nella dorata Caprera

Punto terzo: Garibaldi Cincinnato. A unità d'Italia realizzata Garibaldi non serve più. Il governo italiano, che gli è grato, nel 1874 propone di remunerare il generale «col dono d'un milione, e con la giunta d'una rendita vitalizia di 50.000 lire». Garibaldi rifiuta e così scrive al ministro Mancini il 10 dicembre 1874: «Avrei accettato il dono nazionale, qualunque sia, se non vi fosse di mezzo un Governo, che io tengo colpevole delle miserie del Paese, e con cui non voglio essere complice». Le 50.000 lire diventano 100.000, ma Garibaldi insiste nel rifiuto e così scrive al figlio Menotti il 31 dicembre 1874: «Le cento mila lire pesandomi sulle spalle come la Camicia di Nesso, ho incaricato Riboli di pubblicare la mia ultima lettera di non accettazione. Differendo io, ne avrei perduto il sonno, avrei sentito il freddo delle manette, le mani calde di sangue». Sta di fatto, commenta la Civiltà Cattolica che descrive l'episodio in Cronaca Contemporanea, che «Passarono men che sei mesi, e tutte queste belle cose andarono in fumo. L'eroe accettò e indossò la Camicia di Nesso», A quanto corrispondono 100.000 lire? Basti ricordare l'allegro motivetto di epoca fascista «se potessi avere mille lire al mese», tenendo conto che, dopo la prima guerra mondiale, una fortissima svalutazione riduce a nulla il potere di acquisto della lira. Scrive Francesco Merlo in chiusura di un lungo articolo comparso su Repubblica il 22 giugno: «Non si sta celebrando Garibaldi. Si sta riempiendo un vuoto». È vero: tanto rumore per dimenticare il dramma vissuto dall'Italia durante la sua supposta liberazione morale, politica ed economica. Tanto rumore per occultare un fatto: l'Italia, dopo due millenni da faro di civiltà, col Risorgimento si trasforma in un Paese di emigranti. Per chi ha a cuore la verità e, con essa, le sorti della nazione, converrebbe tener conto della realtà storica: l'Italia cattolica è sempre stata un Paese unico. Il Bel Paese per antonomasia. L'Italia anticattolica che i liberali hanno voluto edificare, viceversa, è divenuta l'Italietta, un Paese da nulla. L'8 dicembre 1892 così ammonisce Leone XIII nella lettera Custodi: «Ispiratrice e gelosa custode delle italiche grandezze fu sempre l'Apostolica Sede. Siate dunque italiani e cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo e al Vicario suo, persuasi che un'Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all'ordinamento divino, e quindi condannata a perire». A più di un secolo di distanza il cardinal Caffarra, rivolgendosi ai bolognesi, sembra riprendere gli stessi concetti: «Sradicarsi dalla nostra tradizione progettando una sorta di "patto di convivenza" da sottoscrivere dimenticando o mettendo fra parentesi tutto ciò che definisce la nostra vita e la nostra persona così come la vita e la storia della nostra città, significa metterci su una strada che porta alla totale disgregazione». La speranza - prosegue il cardinale - è diventata fragile: «La speranza nel cuore del singolo e nel cuore di un popolo si riduce e perfino si inaridisce, se il singolo e la città ha la sensazione come di dover ripartire dal nulla. Nel nulla si può solo cadere; ma dal nulla non si ha alcun appoggio per risalire». Se smettessimo di coprire il vuoto e riconoscessimo lo straordinario ruolo svolto dalla Chiesa cattolica nella storia d'Italia? E ammettessimo che i liberali, durante il Risorgimento, sono caduti in un errore drammatico? E ci riappropriassimo con giusto orgoglio del millennio e mezzo di Italia cattolica?


8 - TV: PESSIMA FICTION SU CARAVAGGIO
Domenica 17 e Lunedì 18 febbraio su Rai Uno. Osservatore Romano critica Caravaggio tv
articolo non firmato

 Per il giornale della Santa Sede «la fiction sul pittore è di debole qualità artistica, e per cercare facile audience finisce per cadere in troppi luoghi comuni non storici»
 «Pochi luoghi reali, troppi luoghi comuni». L’Osservatore Romano sintetizza in questo titolo il suo giudizio negativo sulla fiction dedicata a Caravaggio che sarà trasmessa da Rai Uno. «Sono i modi di pensare a un’utile biografia televisiva, pur così complessa come quella di Michelangelo Merisi, a essere problematici – scrive il giornale –. Soprattutto per la debole qualità artistica e la non chiara funzione educativa che aprono un vulnus in ugual misura dovuto alla macchina dell’audience o, ancor peggio, alla schiavitù dell’effetto». Il giornale vaticano dichiaratamente si astiene «dal commentare il rigore storico e ambientale » della fiction, e si sofferma invece sulla «abusata metafora della morte nera su cavallo nero che affligge i momenti più disperati del Caravaggio bambino e adulto, facile trait-d’union narrativo per collegare inizio e fine, nascita e morte, focalizzando su questi opposti l’esistenza e l’esperienza del pittore». Secondo l’Osservatore, «non è certo per metafora, quanto per assecondare un luogo comune, che si intasano ancora una volta le strade e le piazze romane di prostitute, giocolieri e mangiafuoco, fruttivendole e qualche soldato oltre all’immancabile drappello di straccioni che incarnano la tipologia del pellegrino in voluto contrasto con la ricchezza del clero dell’epoca, tentato appunto dalle nudità, dal piacere e dal denaro». Di una tale ammucchiata, fanno le spese nello sceneggiato Rai, conclude il critico vaticano, tanto il cardinale Francesco Maria Del Monte, protettore ed estimatore, quanto le donne e i modelli, i rivali e gli amici di Caravaggio.


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