BastaBugie n°142 del 28 maggio 2010

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1 SENTENZA SUL CROCIFISSO 1
Si discute del ricorso presentato dal governo italiano alla Corte di Giustizia di Strasburgo
Fonte: Corrispondenza Romana
2 SENTENZA SUL CROCIFISSO 2
Il rischio gravissimo della neutralità religiosa dello Stato
Fonte: Corrispondenza Romana
3 PIU' CONTRACCETTIVI, MENO ABORTI? FALSO!
L'esempio della Francia dove le donne che ricorrono all'aborto, nonostante usino regolarmente i contraccettivi, sono ben il 72 x cento!
Autore: Nicoletta Tiliacos - Fonte: Il Foglio
4 CESARE PRANDELLI DOPO I MONDIALI SARA' IL NUOVO ALLENATORE DELLA NAZIONALE
Riproponiamo una intervista a un anno dalla morte della moglie
Autore: Cosetta Zanotti - Fonte: Messeggero di Sant'Antonio
5 INDAGINE (SERIA) SULLA PEDOFILIA
Ecco perché il moralismo contro la Chiesa è generato dal permissivismo
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: Zenit
6 I DIVORZIATI RISPOSATI NELLA CHIESA
Non sono scomunicati, ma non esiste per nessuno un diritto ai sacramenti (intervista a Mons. Luigi Negri)
Autore: Roberto Beretta - Fonte: Il Timone
7 L'ORGANO E' NATO PER LA LITURGIA CATTOLICA
Storia dello strumento preferito dal Concilio Vaticano II e da Benedetto XVI
Autore: Alessio Cervelli - Fonte: internet
8 TECNOCRAZIA E TOTALITARISMO
Le nuove ideologie al potere con la scusa del governo dei tecnici
Autore: Paolo Mazzeranghi - Fonte: Dizionario del Pensiero Forte
9 OMELIA PER LA SOLENNITA' DELLA SS.TRINITA'- ANNO C - (Gv 16,12-15)

Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - SENTENZA SUL CROCIFISSO 1
Si discute del ricorso presentato dal governo italiano alla Corte di Giustizia di Strasburgo
Fonte Corrispondenza Romana, 22/5/2010

Il 30 giugno prossimo, davanti alla Grande Chambre della Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo si discuterà il ricorso presentato dal governo italiano avverso la sentenza del 3 novembre 2010 con cui la Corte stabilì che l’Italia doveva rimuovere il Crocifisso dalle aule scolastiche, accogliendo il ricorso presentato da Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana di origine finlandese, «in nome del principio di laicità dello Stato». La ricevibilità del ricorso è un primo importantissimo passo nella giusta direzione per ribaltare il giudizio di primo grado.
In occasione del deposito della memoria del ricorso alla Corte di Giustizia da parte del governo italiano, tramite il Ministero degli Affari Esteri, il 29 aprile scorso, si è svolto un seminario di dibattito sui temi della sentenza presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo. La sessione, promossa da una delle parti costituitasi nel processo, l’European Centre for Law and Justice (ECLJ), ha visto la partecipazione delle Rappresentanze Diplomatiche di parecchi Paesi membri del Consiglio d’Europa, di magistrati della Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo, di consulenti giuridici ed esperti dei vari Paesi coinvolti. La delegazione italiana, guidata dal Vice Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche prof. Roberto de Mattei, è stata tra i principali animatori del dibattito dell’assemblea.
Nella delicatissima questione oggetto del ricorso del governo italiano in gioco vi è il diritto di libertà per eccellenza di ogni persona umana, ovvero la libertà di religione e le sue manifestazioni in luoghi pubblici. La decisione della Corte di Strasburgo costituisce un classico esempio di impostazione laicista volta a rinchiudere la manifestazione della libertà di religione, in particolare quella cristiana, in un vero ghetto. In questa prospettiva si inquadrano le motivazioni della sentenza, secondo la quale l’esposizione di ogni simbolo religioso lede il diritto di scelta dei genitori su come educare i figli, quello dei minori di credere o meno, e lede anche il “pluralismo educativo”.
La sentenza disconosce il ruolo della religione, in particolare quella cristiana, nella costruzione della società civile e del diritto pubblico e promuove un indifferentismo religioso che è in profonda contraddizione con la storia, la cultura e il diritto del popolo italiano e dei popoli europei: una manifestazione di aggressività laicista ostile alla libertà religiosa è oggettivamente rivelata nella Sentenza Lautsi come in genere anche nei provvedimenti di quei giudici italiani poi cassati e annullati da autorità giurisdizionali di grado superiore.
Come hanno testimoniato le precedenti decisioni prese dal Consiglio di Stato in Italia, il Crocifisso rappresenta un elemento di coesione identitaria fondato sui valori e i presupposti etici che animano la Carta fondamentale del nostro Paese, in una società che non può prescindere dalla sua tradizione cristiana riconosciuta e promossa addirittura nella Costituzione, e dunque non assume valenza coercitiva come invece sostiene la Corte. Nel corso della sessione dei lavori al Consiglio d’Europa, i relatori hanno concentrato il fuoco di fila contro le valutazioni della Corte di Giustizia su tre temi fondamentali di natura giuridica filosofica costituzionale che sono alla base della illogica sentenza: i principi di neutralità dello Stato, di laicità attiva e negativa e di sussidiarietà.
Il giurista e filosofo Joseph Weiler, Direttore del Centro Jean Monnet, ha rimarcato l’estrema pericolosità del concetto di neutralità dello Stato in campo giuridico affermato dai giudici della Corte di Giustizia: lo Stato, proprio perché il suo compito primario è quello di tutelare, promuovere e garantire le plurime manifestazioni della libertà di pensiero dei cittadini, in forma individuale come associata, non può esimersi dal considerare il fattore religioso in sé – nella sua valenza di pilastro costitutivo della vita associata delle persone – all’interno della sfera pubblica della società civile.
Disinteressarsi della dimensione sociale – pubblica – della fede religiosa di una comunità civile significa discriminare una delle manifestazioni di identità culturale che sottendono alla definizione dei valori pre-politici della Carta costituzionale. Va da sé, rileva Weiler, che sia compito dello Stato, di ogni Stato, assicurare i modi e le forme del pluralismo religioso e della tolleranza nel rispetto reciproco.
La Corte di Giustizia ha invece assunto una posizione oramai obsoleta e retrograda a livello costituzionale ispirandosi alla cosiddetta “laicità negativa”, tipico concetto di ispirazione della legislazione francese ottocentesca, di impronta illuministica: con il pretesto di imporre l’indifferenza dello Stato sulle questioni religiose per rispetto al pluralismo delle fedi, si finisce per impedire, discriminare, non tutelare l’espressione della libertà religiosa della maggioranza dei cittadini in ambito pubblico. Ha osservato opportunamente il Presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, partecipe al workshop, che nella nostra Costituzione in verità non si cita minimamente il concetto di laicità.
Il giudice della Corte di Giustizia di Strasburgo in rappresentanza della Spagna, Prof. Borrego Borrego ha efficacemente evidenziato come la sentenza Lautsi appartenga ad un mondo giuridico “virutale”, che non è in grado di confrontarsi con la realtà culturale, storica, sociale e locale che caratterizza il patrimonio valoriale dell’esperienza politica europea.
Occorre concludere che il fenomeno religioso e in particolare l’eredità cristiana dell’Occidente costituiscono un dato primario ed essenziale anche a livello politico-normativo che resta tale nonostante l’opposizione e la negazione.

Fonte: Corrispondenza Romana, 22/5/2010

2 - SENTENZA SUL CROCIFISSO 2
Il rischio gravissimo della neutralità religiosa dello Stato
Fonte Corrispondenza Romana, 22/5/2010

Un mito aleggia in Europa: quello della “neutralità religiosa” dello Stato e delle stesse istituzioni comunitarie. In nome di questo mito il laicismo ha combattuto ieri gli Stati confessionali cattolici e oggi pretende opporsi all’islamismo radicale, senza rendersi conto che è proprio grazie a questa “neutralità” religiosa dell’Occidente che l’Islam avanza in Europa.
Il principio della neutralità religiosa dello Stato è figlio dell’illuminismo e, prima ancora, di alcune correnti radicali dell’umanesimo e del protestantesimo. Tra il XVI e il XVII secolo, mentre cattolici e protestanti si affrontavano sui campi di battaglia, nacque il partito dei “politici”, che non credevano in nessuna religione e che auspicavano un’Europa “laica”, formata da Stati indifferenti in materia religiosa. Lo stesso principio era rivendicato dai gruppi più fanatici della Rivoluzione protestante, come gli anabattisti, che consideravano “demoniaca” l’alleanza tra Chiesa e Stato, perché demoniaco era per essi, come già per i catari e i manichei, il concetto stesso di Stato.
L’illuminismo raccolse l’eredità di questi ambienti eterodossi e teorizzò, con Voltaire, una società fondata sul principio di “tolleranza” religiosa: tolleranza estesa a tutte le sette, tranne che ai cattolici, considerati il male da estirpare. Nell’Ottocento, il pastore calvinista francese Alexandre Vinet proclamò il principio «libera Chiesa in libero Stato», poi ripreso dal conte di Cavour e dai risorgimentalisti italiani. La libertà dello Stato veniva intesa come assoluta indipendenza da ogni vincolo religioso e morale, e dunque come sostanziale agnosticismo, mentre la libertà della Chiesa coincideva con la stretta libertà di coscienza dei singoli. La formula «libera Chiesa in libero Stato» non ha niente a che fare con la sentenza evangelica «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25).
La formula del Vangelo distingue infatti due diverse autorità, lo Stato e la Chiesa, ma non attribuisce il potere sulla vita pubblica al primo e quello sulla vita privata alla seconda. La competenza della Chiesa, maestra di fede e di morale, si estende, secondo il mandato di Gesù Cristo, al campo della Verità rivelata e a quello della legge naturale, iscritta da Dio direttamente nel cuore di ogni uomo.
Lo Stato, pur distinto e autonomo dalla Chiesa, non ha diritto di legiferare contro la fede, perché ciò significherebbe interferire nella vita della Chiesa; ma non ha diritto di legiferare neppure contro l’espressione pubblica della morale naturale, perché la legge morale viene prima delle legge dello Stato e dallo Stato non può essere contraddetta.
Se lo Stato non si conforma alla legge divina e naturale, entra in conflitto con la Chiesa. La neutralità dello Stato, intesa come assenza di scelta da parte dello Stato è un’astrazione che non ha riscontri nella realtà.
La neutralità può avere senso solo nel contesto di una dottrina o di una giurisprudenza che ne precisino il significato. La nozione astratta di neutralità in materia di religione apre altrimenti la strada a un gioco interpretativo nel quale vince colui che riesce a nascondere meglio i presupposti scelti per fondare la presunta neutralità. In un Paese come gli Stati Uniti, ad esempio, la neutralità religiosa dello Stato trae il suo significato dalla presenza di una pluralità di confessioni religiose, nate dopo la Riforma protestante dalla comune matrice cristiana. Ma nell’Europa di oggi, in cui la principale divisione non è tra le religioni, ma tra la religione e la sua negazione da parte del secolarismo, non esiste una scelta neutrale ed equidistante tra le due posizioni. Nelle concrete condizioni storiche della nostra società, il muro vuoto degli spazi pubblici, non è più neutrale della presenza di un crocifisso nelle piazze o sui muri delle scuole. Il mito della “piazza nuda” è peraltro crollato, anche negli Stati Uniti, come ha ben dimostrato il libro più noto di padre Richard John Neuhaus (1936-2009), The Naked Public Square. Religion and Democracy in America (Eerdmans, Grand Rapids, Michigan, 1984), che ha aperto la strada a una serrata critica al secolarismo da parte di liberali «aggrediti dalla realtà».
 Un altro noto studioso americano, Joseph Weiler, intervenendo recentemente a Strasburgo in un dibattito sulla sentenza della Corte di Giustizia europea contro l’Italia, ha definito inadeguata la linea di difesa del nostro governo, secondo cui il diritto all’esposizione del Crocifisso si fonda sul fatto che esso è anzitutto un’icona culturale. Ciò equivale a dire che se il Crocifisso fosse un simbolo prevalentemente religioso, senza significato storico-culturale, perderebbe il suo diritto ad essere esposto pubblicamente. Ma in questo caso si accetterebbe la violazione del principio della libera espressione, anche pubblica, dei simboli religiosi. I cristiani – ha detto Weiler, che è ebreo praticante – dovrebbero ribellarsi a un concetto talmente riduttivo del loro principale simbolo religioso. Nell’omelia tenuta il 2 ottobre 2005 per l’apertura del Sinodo dei Vescovi, Benedetto XVI ha ribadito che Dio non può essere «bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato». «La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata e gli rifiuta il dominio pubblico – ha aggiunto il Papa – non è tolleranza, ma ipocrisia». Si tratta dello stesso concetto affermato da Pio XII nell’allocuzione concistoriale del 20 febbraio 1946: «La Chiesa […] dovrà più energicamente che mai respingere quella falsa e angusta concezione della sua spiritualità e della sua vita interiore che vorrebbe confinarla, cieca e muta, nelle mura del Santuario».
La Chiesa ha il diritto di diffondere il suo messaggio non solo privatamente, ai singoli individui, ma anche pubblicamente, a tutte le nazioni (Mt 28,19 ss.). La dittatura in atto del secolarismo relativista conferma che non c’è alternativa tra il Crocifisso e la sua negazione. Rimuovere un Crocifisso da un luogo pubblico non è un gesto neutrale, privo di significato, ma una scelta di principio non meno significativa dell’esporlo e onorarlo pubblicamente.
La sentenza della Corte europea di Strasburgo, che il 3 novembre 2009 ha intimato all’Italia di togliere i Crocifissi nelle scuole e nei luoghi pubblici, ha avuto però almeno un effetto salutare: quello di imporre la discussione su di un tema centrale, che non riguarda solo il Crocifisso e non concerne solo l’Italia: il problema del rapporto tra politica e religione nell’Europa post-cristiana di oggi, aggredita da due sponde, ugualmente inaccettabili, quella islamica e quella secolarista.
C’è da augurarsi che i cattolici prendano coscienza di questo problema e rivendichino con fermezza i loro diritti.

Fonte: Corrispondenza Romana, 22/5/2010

3 - PIU' CONTRACCETTIVI, MENO ABORTI? FALSO!
L'esempio della Francia dove le donne che ricorrono all'aborto, nonostante usino regolarmente i contraccettivi, sono ben il 72 x cento!
Autore: Nicoletta Tiliacos - Fonte: Il Foglio, 6 febbraio 2010

«Il contesto francese rimane paradossale: la diffusione della contraccezione di massa non ha fatto diminuire il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza (ivg), che si mantiene sulle duecentomila circa l’anno». Sono toni da disfatta, quelli usati dall’Inspection général des affaires sociales (Igas, organismo dipendente dal ministero della Salute francese) nel suo rapporto nazionale, reso pubblico il 2 febbraio scorso, sulla “Valutazione delle politiche di prevenzione delle gravidanze non desiderate e di presa in carico delle interruzioni volontarie di gravidanza dopo la legge del 4 luglio 2001”, che regola aborto e contraccezione.
È da più di vent’anni infatti, che gli aborti in Francia non diminuiscono di un’unità. Nonostante l’educazione sessuale sempre più precoce, nonostante un accesso alla contraccezione che più facile non si può, compresa la variante “d’emergenza” – la pillola del giorno dopo è fornita alle ragazzine gratis e senza ricetta nelle farmacie e da poco si è aggiunta quella dei “cinque giorni dopo” – nonostante uno dei tassi di diffusione della contraccezione medica (pillola e spirale) più alti del mondo, nonostante le martellanti campagne sul sesso sicuro.
Tutto ciò è paradossale, si legge nel rapporto, perché «la Francia si caratterizza per una copertura contraccettiva estesa, costituita all’ottanta per cento da metodi prescritti dal medico, con una forte predominanza della contraccezione ormonale orale (pillola). Ma il livello di fallimento contraccettivo è preoccupante: il 72% delle igv sono effettuate su donne sotto contraccezione, e nel 42% dei casi, questa contraccezione si basava su un metodo medico, teoricamente molto efficace (pillola o spirale)».
Se da una parte l’Igas attribuisce quell’inamovibile e impressionante cifra di aborti alla discontinua applicazione delle disposizioni sull’educazione sessuale, dall’altra nota che «i fattori che portano a una gravidanza imprevista e alla decisione di interromperla sono molteplici, complessi, e sfuggono in larga parte a un intervento pubblico».
La scoperta dell’acqua calda abbinata a una dichiarazione d’impotenza in piena regola, appena attutita dall’auspicio di un «rafforzamento dell’approccio preventivo» da basare su «informazione ed educazione sessuale» in età sempre più precoce, «dalla scuola materna alle scuole superiori», oltre che «nei luoghi extra-scolastici» e su «campagne di comunicazione sulla contraccezione» con periodicità «regolare e ravvicinata, e declinate localmente».
I rimedi proposti, come al solito, vanno nella direzione del rafforzamento ulteriore di politiche che finora si sono rivelate fallimentari. Così, alle ragazzine e ai ragazzini alle prese con i dilemmi amorosi e con quel mistero necessario che è il sesso, si indicano il distributore di preservativi e si consegna sui banchi di scuola la brochure sulla contraccezione d’emergenza. Eppure, un intero capitolo del rapporto è dedicato alla questione dell’inesistente incidenza della pillola del giorno dopo (così diffusa, così facile da ottenere) sulla diminuzione degli aborti in Francia.
Al contrario: nel confronto tra il 2002 e il 2006, il tasso di abortività tra le quindici-diciassettenni è passato da 8,9 a 11,5 per mille.
Circostanza che comunque non impedisce all’Igas di presentare l’avvento della pillola dei “cinque giorni” dopo (si chiama EllaOne ed è un prodotto made in France) come nuova ed efficace risorsa per meglio «gestire gli inevitabili incidenti del percorso contraccettivo». C’è un altro punto molto importante, nel bilancio dell’Inspection générale des affaires sociales, che riguarda la pratica dell’aborto chimico con la Ru486 e che dà qualche indicazione anche per l’Italia che si accinge ad adottarlo come metodo “alternativo” negli ospedali.
L’aborto farmacologico in Francia è in crescita costante e ormai riguarda il 43 per cento dei casi, mentre cala ogni anno il numero delle strutture pubbliche o private che praticano il metodo tradizionale, anche perché, spiega l’Igas nel suo studio, «l’aborto chirurgico è poco attraente a livello finanziario per il personale sanitario». Ecco perché la provvidenziale invenzione del prof. Baulieu, la Ru486 nata in Francia, dalla Francia è promossa in ogni modo.
L’Igas nota che «si assiste a una tendenza alla restrizione dei modi di presa in carico che limita la scelta delle donne riguardo al metodo d’intervento». Un altro paradosso, descritto all’inizio: nata ufficialmente per offrire una maggiore “scelta” alle donne, la Ru486 si è rapidamente trasformata in opzione obbligata, perché è quella preferita dai medici.
Scrive l’Igas nel suo rapporto: «Il ricorso quasi esclusivo alla tecnica medica in certe strutture riflette più la scelta dei medici che quella delle donne. Questa evoluzione presenta il rischio, prima o poi, di farne l’unica metodica praticata».

Fonte: Il Foglio, 6 febbraio 2010

4 - CESARE PRANDELLI DOPO I MONDIALI SARA' IL NUOVO ALLENATORE DELLA NAZIONALE
Riproponiamo una intervista a un anno dalla morte della moglie
Autore: Cosetta Zanotti - Fonte: Messeggero di Sant'Antonio, 14/11/2008

Cesare Prandelli nasce a Orzinuovi (Brescia) il 19 agosto 1957. Gioca come centrocampista nella Cremonese, nell’Atalanta e nella Juventus. Dal 1990 inizia la carriera come allenatore nell’Atalanta, vengono poi Lecce, Verona, Venezia e Parma.
Nel 2004 è ingaggiato dalla Roma, ma si dimette prima dell’inizio del campionato a causa della grave malattia che già aveva colpito la moglie Manuela Caffi. Nel 2006 Diego Della Valle lo chiama come nuovo allenatore della Fiorentina. Il 26 novembre 2007, all’età di 45 anni, Manuela muore. La testimonianza, fatta di forza silenziosa e riservato dolore, di quest’uomo e della sua famiglia confermerà a Prandelli la stima di tutto il mondo del calcio, oltre che per le sue doti professionali, anche per la sua grande statura umana. Nel 2008, sotto la sua guida, la Fiorentina raggiunge il quarto posto nella Serie A e l’accesso ai preliminari della Champions League 2008/2009. Dopo i mondiali 2010 assumerà l'incarico di allenatore della nazionale italiana.
«Ho deciso di raccontare la mia storia per dire alle persone che soffrono che, anche nelle circostanze più dolorose, è possibile trovare la forma più alta d’amore. Questo sentimento rimarrà dentro di noi anche dopo e paradossalmente ci farà stare bene». A un anno dalla scomparsa dell’amata moglie Manuela, Cesare Prandelli si racconta e ci spiega come ha giocato la partita della vita. (...) Quello che ne esce non è solo il racconto di una morte, ma della gioia di esistere, quella vera, tipica di chi si affida... nonostante tutto.
«Lei frequentava il liceo». Inizia così il suo racconto, con una voce che, via via, s’intenerisce. «Abbiamo cominciato a vederci come tutti i ragazzini e da lì è nata la nostra storia... una bella storia. Nicolò è nato a Torino e Carolina a Bergamo. Io e Manuela abbiamo sempre cercato di farli crescere lontano dal mio ambiente. E adesso sono veramente orgoglioso di quella scelta: niente privilegi, niente raccomandazioni. Ho due ragazzi meravigliosi».
E LA NOSTALGIA?
Ogni tanto hai bisogno di ricordare e di coccolarti, e così, con la memoria, vai a rivedere tante cose. In altri momenti, invece, capisci di dover andare avanti. Io e i ragazzi ne parliamo spesso. Ci diciamo di aver avuto la fortuna di conoscere una persona meravigliosa: la mamma, ma non dobbiamo fare paragoni mettendo come punto di confronto sempre e comunque lei, perché diventerebbe difficile andare avanti. Il rimando è troppo forte (un attimo di silenzio poi continua). A molti le mie parole potrebbero suonare strane: abbiamo vissuto un dramma, ma l’abbiamo vissuto serenamente. Non so che alchimia sia capitata. Credo sia per il fatto che eravamo uniti anche dal punto di vista della fede e, in questo percorso, siamo stati accompagnati anche da fra’ Elia. Ricordo che parecchie persone, venute a trovare Manuela in quei giorni, avevano avvertito un’aria particolare, diversa rispetto a quella che si respira visitando una persona morta. Anche noi avevamo, e abbiamo tuttora, la stessa percezione. Non nego che ci siano momenti duri in cui i miei ragazzi hanno più difficoltà. Tuttavia credo che dobbiamo essere orgogliosi di noi, riconoscendo di essere fortunati. Chi ha vissuto un’esperienza tanto drammatica, non sempre ha avuto la possibilità di affrontarla in modo così sereno.
SONO BELLE LE SUE PAROLE.
È difficile parlarne, ma credo sia giusto farlo. Bisogna dare fiducia e speranza alle persone che stanno vivendo momenti come questi. Oltre a fra’ Elia, che è stata una figura straordinaria, abbiamo conosciuto dei medici che ci hanno aiutato a vivere gli ultimi mesi. Manuela li chiamava «i miei angeli». Ci hanno spiegato che, in questi casi, l’ultimo senso che si perde è l’udito. Quindi, se fino alla fine il malato ascolta una voce familiare, si sente comunque e sempre coccolato. In questa situazione i miei figli sono stati bravissimi. Non era facile. E Manuela, nonostante il dolore e la difficoltà, ha accettato di attraversare questo momento, l’ha proprio accettato.
UNA MALATTIA CHE NON PERDONA LASCIA IL TEMPO DI SALUTARE LA VITA. POSSIAMO CHIEDERLE L’ULTIMO RICORDO BELLO?
I sorrisi che ci ha fatto qualche ora prima.
MOLTE PERSONE ATTRAVERSANO IL DOLORE ACCOMPAGNATI DALLA SOLITUDINE. COM’È STATO PER LA SUA FAMIGLIA?
All’inizio della malattia abbiamo mantenuto il riserbo. Manuela non voleva far sapere della sua condizione e, benché io sia per certi aspetti un solitario, ammetto che questa esperienza è davvero difficile da vivere isolati dagli altri. È importante avere qualcuno vicino. Noi non siamo stati lasciati mai soli. La fede ci ha dato tanta energia. Soprattutto la preghiera, fatta insieme ai familiari e ai figli. Abbiamo avuto la fortuna di avere legami importanti e veri già da prima. Penso che la preparazione sia fondamentale per affrontare il dopo. Se arrivi preparato, dopo aver fatto delle tappe, credo sia meno difficile. Se non sei pronto e hai vissuto da solo, poi da solo devi uscirne ed è un lavoro estremamente faticoso. La famiglia di mia moglie è stata straordinaria. Abbiamo organizzato tutto insieme. Io in quel periodo dovevo comunque allenare ed erano mio cognato Franco o mia cognata Raffaella a portare Manuela a fare gli ultimi controlli. Poi c’erano le mie sorelle. La nostra è una tribù, una famiglia allargata, da trent’anni andiamo in vacanza in non meno di venti persone. Tutti erano consapevoli del problema di Manu e tutti hanno partecipato. Nel dopo, con Nicolò e Carolina, abbiamo continuato ad avere gli stessi riferimenti.
SE FACESSIMO UN PARAGONE CALCISTICO: COME VA GIOCATA LA RELAZIONE TRA DUE PERSONE CHE SI AMANO?
Dipende da come vuoi impostare la partita. Se giochi pensando solo al risultato, allora prima o poi perdi e non c’è possibilità di continuità nel rapporto. La partita va giocata con l’amore, la partecipazione, con il saper ascoltare l’altro e saper fare un passo indietro se necessario.
IN UN’INTERVISTA LEI PARLA DELLA PAURA DI AMARE DI CUI CAPITA DI DISCUTERE COI SUOI RAGAZZI E CON I SUOI FIGLI. BISOGNA ESAGERARE NELL’AMARE?
Fin da piccolo sono stato abituato alla fisicità e a un contatto fatto di abbracci, quasi a «stropicciare» le persone a cui voglio bene. Esprimo ancora in questo modo i miei sentimenti alle mie sorelle o a mia madre che ha ottant’anni. Ho trasmesso questo anche ai miei figli. Molto spesso i ragazzi hanno paura di dire a una persona «ti voglio bene» o «ti voglio abbracciare». I ragazzi hanno paura dei propri sentimenti. Fanno fatica a confidarsi e a dire a una persona certe parole così intime. Ho sempre detto ai miei figli di custodire l’entusiasmo nel comunicare i propri sentimenti, sia che li debbano esprimere sul piano dell’amicizia sia che lo debbano fare nell’ambito del lavoro. Amare significa darsi completamente all’altro, essere a sua disposizione. Bisogna quindi esagerare, non possiamo limitarci concedendo solo pezzettini di noi.
DOPO UN ANNO COME AVETE VISSUTO I MOMENTI CHE SOLITAMENTE TRASCORREVATE INSIEME?
Abbiamo passato del tempo insieme agli amici veri, siamo andati al mare, ci siamo coccolati, abbiamo ricordato, cercando comunque di superare il disagio di parlare di alcuni ricordi per noi piacevoli ma che, richiamati alla mente di altre persone, creano sempre un po’ di commozione. Ci siamo detti anche che ci volevamo divertire perché è giusto così. Dopo mesi nei quali la mia indole riservata mi aveva portato a chiudermi ancor di più in me stesso, ero diventato, di fatto, un orso. Quest’estate, grazie agli amici più cari, ho ritrovato il piacere di aprirmi. Con i miei figli abbiamo pensato fosse giusto.
SONO MOLTE LE MANIFESTAZIONI D’AFFETTO NEI SUOI RIGUARDI. COME LE FRASI DI ALCUNI STRISCIONI, ESPOSTI IN OCCASIONE DELLA PARTITA INTER-FIORENTINA DEL 2007: «NOI SCUOLA DI CALCIO, TU MAESTRO DI VITA!». E «UNITI NELLE VITTORIE, ANCOR PIÙ NEL DOLORE». NELLA SUA SQUADRA LEI È CONSIDERATO PIÙ UN PADRE E UN MAESTRO DI VITA CHE UN ALLENATORE. COME SI SPIEGA LA BUONA FAMA CHE L’ACCOMPAGNA?
Bisogna sfatare un mito. Mi piace tirar fuori il meglio dalle persone. Tuttavia ci sono momenti in cui alcuni modi di fare non sono accettabili, sono situazioni difficili e di confronto. Se ci pensiamo bene in tutti gli ambienti, anche nelle famiglie, ci sono dei conflitti che, se non sfociano mai nel confronto, precludono la possibilità di poter sanare un rapporto. Lasciare un conflitto nel cassetto e tirarlo fuori dopo mesi significa rovinare una relazione. Bisogna avere la forza e l’energia – non sempre ce l’hai – di cogliere i messaggi che una persona ti sta mandando. Cerco quindi di capire e prevenire. Ovviamente, non sempre ci riesco. In certe situazioni devo essere autoritario, in altre autorevole, in altre democratico. Il fatto di considerare i miei ragazzi degli adulti, li porta a rispettarmi di più. (...)
Ci salutiamo, lo seguo con la coda dell’occhio mentre se ne va e penso a una frase di Madeleine Delbrel: «Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene dato il paradiso, nel quale possiamo dare il paradiso. Non importa quel che dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una stilografica. Parlare o tacere, rammendare, (allenare una squadra) o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina.(…) è Dio che viene ad amarci. Lasciamolo fare».

Nota di BastaBugie: un nostro lettore, ci ha inviato la seguente mail
Prandelli è favorevole al riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, ai matrimomi omosessuali, è a favore dell'aborto, pone davanti la “solidarietà sociale” ai «valori non negoziabili», stima di più le autorità laiche (laiciste) che quelle religiose. Non fa altro che lodare – venerare – il compagno Napolitano. Inoltre Prandelli vuol lasciare la nazionale non per tornare ad allenare un club, ma perché vuol candidarsi al parlamento, nel 2013, col partito democratico. Forse si siederà accanto a Beppino Englaro.

Fonte: Messeggero di Sant'Antonio, 14/11/2008

5 - INDAGINE (SERIA) SULLA PEDOFILIA
Ecco perché il moralismo contro la Chiesa è generato dal permissivismo
Autore: Antonio Gaspari - Fonte: Zenit, 17 maggio 2010

Quanti casi di pedofilia si sono registrati all’interno della Chiesa cattolica? E quanti sono quelli verificatisi nella società? Chi promuove una cultura della pedofilia? E come ha fatto questa cultura a contaminare anche parti della Chiesa cattolica?
Per rispondere a queste come ad altre domande su un tema così delicato e spinoso Francesco Agnoli, Massimo Introvigne, Giuliano Guzzo, Luca Volonté e Lorenzo Bertocchi hanno appena pubblicato il saggio “Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” (edizioni Fede & Cultura).
Per approfondire il tema in questione, ZENIT ha intervistato uno degli autori, Lorenzo Bertocchi, studioso di storia del cristianesimo, collaborare del blog www.libertaepersona.org/dblog/.
QUANTI SONO I CASI DI PEDOFILIA NELLA CHIESA?
Se anche vi fosse un solo caso è ovvio che sarebbe già troppo e all’interno della Chiesa chi ha dimostrato di aver idee ben chiare a tal proposito è proprio Benedetto XVI. Ciò premesso credo sia utile capire le dimensioni del fenomeno e nella prima parte del libro (“Indagine sulla pedofilia nella Chiesa” – Ed. Fede e Cultura) Massimo Introvigne ci aiuta a inquadrare il problema. Negli Stati Uniti ad esempio, secondo autorevoli indagini accademiche, dal 1950 al 2002 i sacerdoti accusati di effettiva pedofilia risultano 958 su oltre 109.000 preti, ma le condanne si riducono drasticamente fino ad un numero di poco inferiore a 100.
Padre Lombardi, in una sua dichiarazione del 10 marzo scorso, citava il caso dell’Austria dove, in uno stesso arco temporale, le accuse accertate e riconducibili alla Chiesa ammontano a 17, mentre per altri ambienti si sale a 510. Questi numeri possono dire molto o nulla, tuttavia mostrano senz’altro una tendenza che permette di sgonfiare l’ipotesi che per la Chiesa Cattolica vorrebbe fare “di tutta l’erba un fascio”.
Meriterebbe poi un discorso a parte il tema delle false accuse, come ad esempio i casi di don Giorgio Covoni, di due suore bergamasche, di padre Kinsella e suor Nora Wall in Irlanda, tutti accusati di abusi e poi assolti. Questi fatti sono importanti perché testimoniano le dinamiche non sempre chiare in cui prende corpo l’accusa.
E NELLA SOCIETÀ?
Leggendo i dati sembra che la piaga pedofilia sia veramente diffusa e impressionante. In un rapporto dell’OMS - Global Estimates of Health Consequences due to Violence Against Children (Ginevra, Organizzazione Mondiale della Sanità, 2006) - si indica ad esempio che per il 2002 nel mondo si potevano stimare circa 150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini minorenni costretti in diverse forme di abuso nell’ambito sessuale.
Un rapporto ONU, presentato all’Assemblea generale il 21 luglio 2009, focalizza, invece, l’attenzione sulla situazione nel web: su scala mondiale il numero di siti on-line di natura pedo-pornografica cresce a ritmi vertiginosi, ad esempio se nel 2001 erano 261.653, nel 2004 se ne recensivano ben 480.000, tendenza che viene confermata anche consultando i report annuali dell’Associazione Meter di don Di Noto.
Questo dato relativo ad Internet mi sembra paradigmatico visto il ruolo ormai assunto dal web nella nostra vita sociale. Prende così consistenza l’idea che il tipo di campagna mediatica condotta per far passare la Chiesa Cattolica come luogo per eccellenza della pedofilia contenga una buona dose di pregiudizio.
QUALE CULTURA PROMUOVE LA PEDOFILIA?
Al centro del problema c’è quella “cultura del sesso” che, specialmente a partire dal cosiddetto ’68, ha promosso una vera e propria rivoluzione tesa ad “abolire i tabù”. La diffusione della pornografia, che in qualche modo rappresenta la bandiera di questa rivoluzione, è sotto gli occhi di tutti. La mentalità dominante oggi è quella che giustifica la pratica di unioni sessuali di ogni tipo, frutto di un pensiero che trova le sue radici in De Sade, Freud, Fromm, Reich, Marcuse, ecc., quelli che potremmo definire profeti dell’esaltazione dell’orgasmo.
Nel nostro libro è Francesco Agnoli che porta diversi esempi di come ancora oggi questa cultura sia viva e rappresentativo è il caso del partito olandese pro-pedofili da poco sciolto per carenza di firme e non per divieto legale. In radice la rivoluzione sessuale di quegli anni si poneva l’obiettivo di attaccare ogni tipo di autorità, a partire da quella di Dio e questo purtroppo ha lasciato un segno anche all’interno della Chiesa.
COME, QUANDO E PERCHÈ LA CULTURA FAVOREVOLE ALLA PEDOFILIA È PENETRATA NEI SEMINARI E NELLA CHIESA?
L’indicazione la può fornire proprio la lettera che Benedetto XVI ha scritto ai cattolici d’Irlanda dove, oltre ad affrontare il problema di casi di pedofilia nel clero irlandese, il Santo Padre ricerca anche le radici del fenomeno. Nel suo argomentare egli fa riferimento anche al fatto che “il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano II fu a volte frainteso”. Sicuramente c’è un richiamo a quel periodo degli anni ’60/’70 del secolo scorso in cui la cosiddetta “apertura al mondo” ha condotto la Chiesa ad un indebolimento della fede e ad una progressiva secolarizzazione.
L’attacco sociale condotto al principio di autorità, famoso lo slogan “vietato vietare”, si è insinuato nella Chiesa e così nei seminari dove una certa interpretazione ha finito per confondere la disciplina con il dialogo; il risultato è stato una maglia più larga nella selezione dei candidati al sacerdozio.
Il Card. Caffarra a tal proposito ha precisato: “che la Chiesa si dia dei criteri per discernere chi ammettere e chi non ammettere al sacerdozio è un diritto che nessuno può ragionevolmente negarle” (“La Verità chiede di essere rivelata” – Rizzoli 2009). Oggi più che mai questo diritto va esercitato. Chi pensasse però che il problema è il celibato dei preti dovrebbe quantomeno spiegare come mai nel clero protestante, che può sposarsi, vi siano casi di abusi sessuali non inferiori a quelli del clero cattolico.
PERCHÈ LA PEDOFILIA ORGANIZZATA E PRATICATA CON IL TURISMO SESSUALE NON FA RUMORE E NON SI RIESCE A FERMARE?
Una indagine dell’ECPAT ha rilevato che nel mondo circa 80 milioni di turisti all’anno si muovano in cerca di un’offerta sessuale. Secondo Intervita – Onlus italiana – sarebbero 10 milioni i minori coinvolti in questo mercato planetario che muove un giro d’affari stimato in 12 miliardi di dollari.
L’indagine dell’Università di Parma realizzata per ECPAT indica l’identikit del “turista tipo” che non è certo un mostro: nel 90% dei casi ha tra i 20 e i 40 anni, di cultura medio alta, buon livello di reddito, molto spesso è sposato. Le vittime, invece, hanno un’età compresa fra gli 11 e i 15 anni nel caso delle bambine e 13 – 18 per i maschi.
Questo tipo di “turismo” in molti paesi è considerato un reato, ma ciononostante si tratta di un’industria molto florida e proprio per il fatto di essere “un’industria” rende difficile fermare il fenomeno. Però c’è anche un motivo più radicale che va indagato in quella “cultura del sesso” di cui parlavo poco fa, vi sono espressioni politiche che sono portabandiera di tematiche nate in quella “cultura” e che si muovono come una vera e propria lobby.
QUAL È IL CONFINE TRA REALTÀ E FALSO MORALISMO?
Gran parte delle nostre società post-moderne ormai accetta o giustifica la distruzione di embrioni in quanto non li considera esseri umani, commercia in ovuli e spermatozoi come fossero biscotti, teorizza la mascolinità e la femminilità come semplici etichette culturali, diffonde la pornografia come una forma di divertimento e vorrebbe fare della morte assistita una scelta nobile.
Per una sorta di perversione della verità oggi ci troviamo di fronte ad una confusione etica di proporzioni tali che la realtà si perde nel soggettivismo. Così appunto vediamo che la condanna del comportamento immorale dei religiosi proviene dallo stesso ambiente culturale che è pronto ad accettare ogni arbitrio del singolo. Le ragioni sono di tipo ideologico, ma anche di tipo economico come dimostrano quegli studi legali americani che hanno guadagnato miliardi di dollari grazie all’uso spregiudicato dell’accusa di pedofilia.
COME VALUTARE LA LINEA DI TOLLERANZA ZERO ADOTTATA DAL PONTEFICE BENEDETTO XVI?
La determinazione del Santo Padre a voler fare chiarezza mi pare esemplare, indica una via di trasparenza che non solo è valida per la Chiesa, ma lo dovrebbe essere per tutti i settori della società che hanno avuto o hanno a che fare con questo triste fenomeno.
Nelle meditazioni per la Via Crucis del 2005 l’allora Card. Ratzinger mostrava chiaramente la necessità di “far pulizia” dentro la Chiesa, volontà però non giustizialista, ma desiderio di vera giustizia per far risplendere ancora di più la Sposa di Cristo “una, santa, cattolica e apostolica”.
Questo “stile” lo si può riscontrare in tutto il magistero di Benedetto XVI, la sua ricetta di purificazione si muove a 360°: l’ermeneutica della continuità, l’allargamento della razionalità, l’esempio del Curato d’Ars per l’Anno sacerdotale, l’attenzione alla liturgia, la tolleranza zero contro lo scandalo pedofilia, ecc. Il problema semmai è quello di leggere il suo insegnamento prendendo solo ciò che è più vicino alle proprie idee, omettendo di considerarlo integralmente.
IN CHE MODO LA CHIESA CATTOLICA POTRÀ SUPERARE LO SGOMENTO E LA SFIDUCIA COSÌ LARGAMENTE DIFFUSI TRA LA GENTE?
Tutti i cattolici sono chiamati a ritornare ai fondamenti della fede per essere autentici testimoni del Signore Risorto o, come dice Luca Volontè, “chiara deve essere la coscienza della compagnia di Cristo” che ci accompagna quotidianamente. Nel suo recente viaggio apostolico a Fatima il Santo Padre ha affermato che la Chiesa soffre per cause “interne”.
Certamente faceva riferimento alle ferite provocate dai casi di abusi sessuali, ma credo anche alla necessità di una chiarezza dottrinale essenziale per un ritorno ai fondamenti. Oggi purtroppo questa chiarezza non è scontata e anche questo confonde la gente.
Mi trovo d’accordo quindi con le conclusioni che indica Agnoli nel saggio: preghiera, recupero del senso del soprannaturale, efficace esercizio del governo della Chiesa e, aggiungo, un profondo recupero del senso del peccato. “Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa” ha detto Benedetto XVI dopo il Regina Caeli del 16 maggio.
Disgraziatamente in molta catechesi il tema “peccato” è sempre meno di moda, travolto da tanta psicologia e tanta sociologia. Riconoscersi peccatori però è la via per accogliere la Misericordia di Dio. Carità nella Verità, non c’è altro modo per donare speranza agli uomini del nostro tempo.

Fonte: Zenit, 17 maggio 2010

6 - I DIVORZIATI RISPOSATI NELLA CHIESA
Non sono scomunicati, ma non esiste per nessuno un diritto ai sacramenti (intervista a Mons. Luigi Negri)
Autore: Roberto Beretta - Fonte: Il Timone, Maggio 2010

I giornali lo cercano spesso perché, in genere, le sue parole sono piuttosto lontane dalle maniere moderate e clericali tipiche di tanti altri suoi colleghi e - dunque - «fanno notizia». In effetti a volte le dichiarazioni di monsignor Luigi Negri - teologo e vescovo di San Marino Montefeltro - risultano spigolose, persino rudi; ma di sicuro hanno il pregio di una chiarezza quasi didascalica. E riservano quasi sempre qualche sorpresa anche agli habitués.
 MONSIGNOR NEGRI, COMINCIAMO SUBITO DALL’OBIEZIONE PIÙ COMUNE, FORS’ANCHE QUALUNQUISTA MA CON UNA CERTA PRESA PURE TRA I CATTOLICI: PERCHÉ TANTA INTRANSIGENZA DELLA CHIESA VERSO I DIVORZIATI NON SPOSATI, TANTO DA ESSERE RITENUTA PIÙ SEVERA NEI LORO RIGUARDI CHE VERSO ALTRE CATEGORIE DI PECCATORI, PER ESEMPIO I LADRI O I DISONESTI?
«Dato e non concesso che sia vera la seconda parte della domanda, e cioè che la Chiesa non usi una bilancia corretta per la gravità dei peccati, non si tratta tanto di intransigenza verso i divorziati, quanto di un dovere nei confronti di Dio. La prima difesa che la Chiesa deve mettere in pratica è infatti quella dei diritti di Dio. La fedeltà e l’unità degli sposi si radicano nella fedeltà di Dio, il matrimonio è un sacramento di Cristo e la Chiesa deve rispettare quanto le è affidato non perché venga manipolato, ma perché si resti il più possibile fedeli al messaggio originario. Bisogna poi dire una cosa molto chiara: sostenere che i divorziati risposati sono esclusi dalla vita cristiana è sbagliato, è il frutto di una mentalità laicista e terroristica; ogni fedele vive nella Chiesa secondo la sua capacità e non è detto che la partecipazione alla vita ecclesiale si debba livellare sulla pratica dell’eucaristia: c’è tutta una gradualità di posizioni, che rispondono a casi in cui ci si può trovare anche per propria volontà. Non possiamo dunque ragionare solo nell’ottica delle condizioni individuali, in quanto c’è pure un coinvolgimento della libertà personale nella scelta di mettersi in una certa situazione; e ognuno deve assumersi le responsabilità delle decisioni che prende. Verso i divorziati che non passano a nuove nozze, difatti, la Chiesa si è ben guardata dal praticare una cosiddetta intransigenza».
 ALTRA ACCUSA RICORRENTE: IL PROCESSO DI ANNULLAMENTO DEI MATRIMONI CATTOLICI COSTA MOLTO, È LUNGO, OTTIENE ESITO POSITIVO SOLO PER CHI HA CONOSCENZE ALTOLOCATE E IN FONDO È SOLO UN “TRUCCHETTO” PER CONCEDERE IL DIVORZIO AI SOLITI PRIVILEGIATI ... COME SMENTIRE?
«Queste affermazioni fanno parte di una classica “leggenda nera” che va decisamente smontata. La Chiesa è estremamente garantista, conduce processi in cui tutti i fattori vengono tenuti presenti, senza pregiudizio verso nessuna parte. La questione economica poi non si pone proprio: addirittura, a volte è la diocesi che offre il patrocinio d’ufficio e si può fare tutto senza spendere praticamente niente. Il problema è semmai un altro: anche a detta dei due ultimi Papi, nei loro discorsi ai tribunali ecclesiastici, si verifica una certa disinvoltura nella concessione delle nullità matrimoniali.
Credo in effetti che ci sia il pericolo che la Chiesa ceda qualche volta con una certa facilità a pressioni massmediatiche o alla mentalità comune. Ma questo va esattamente in senso opposto all’obiezione da cui siamo partiti».
 A PROPOSITO DEL DIVIETO DI COMUNICARSI PER I DIVORZIATI RISPOSATI, LEI HA SCRITTO: «I SACRAMENTI NON SONO UN DIRITTO ACQUISITO. NELLA MENTALITÀ DI TANTI CRISTIANI, A VOLTE, SI INSINUA INVECE UN’IDEA DI RIVENDICAZIONE SINDACALE».
CERTO, SI PUÒ VIVERE ED ESSERE CRISTIANI ANCHE SENZA AVERE L’EUCARISTIA; PERÒ È BELLO CHE SI ASPIRI AL MASSIMO DELLA COMUNIONE, NO?
«È vero che l’eucaristia è il culmine della vita cristiana. Ma, se mi sono messo consapevolmente e liberamente nelle condizioni di non arrivare su tale vetta, non posso pretendere di farlo a tutti i costi... Nessuno ha diritto a nessun sacramento, tutti sono frutto della grazia di Cristo. E la privazione della pratica sacramentale non è come ad esempio la scomunica latae sententiae per chi fa l’aborto: non esclude la possibilità di fare un’esperienza di Chiesa, pur senza giungere al vertice. D’altra parte nessuno ha costretto questi fratelli a divorziare, tanto meno la Chiesa. E arrivare al punto massimo della liturgia non è un assoluto. Bisogna saper tradurre questo desiderio in preghiera e in sacrificio: la comunione di desiderio, come si diceva una volta».
 DUNQUE PER I DIVORZIATI RISPOSATI NON C’È, DICIAMO COSÌ, ALCUNA SCORCIATOIA.
«Devono rimuovere la condizione di irregolarità in cui si sono messi: la nuova situazione affettiva, la cosiddetta nuova famiglia, il matrimonio civile che rende impossibile la partecipazione piena alla vita alla Chiesa; ma non da oggi: da sempre! E dunque la verità è che, in ogni caso, si deve mettere in conto un sacrificio. Per il resto, ribadisco che nella vita della Chiesa esiste una bellissima articolazione di carismi e di possibilità: chi impedisce, per esempio, ai divorziati risposati di vivere in ogni caso un’intensa vita di carità o di preghiera?».

Fonte: Il Timone, Maggio 2010

7 - L'ORGANO E' NATO PER LA LITURGIA CATTOLICA
Storia dello strumento preferito dal Concilio Vaticano II e da Benedetto XVI
Autore: Alessio Cervelli - Fonte: internet

Quegli studiosi che affermano come l’organo non sia che uno strumento come gli altri, nato del 300 a.C., commettono un grave sbaglio storico. Quello strumento di cui parlano loro, non è l'organo che oggi si trova nelle nostre chiese, ma l'"hydraulòs", il "flauto idraulico", un'interessantissima macchina sonora, costituita da una piccola scatola di legno con su innestate le canne lignee di una siringa (una specie di flauto) e all'interno un sistema di gorgogliamento dell'acqua che permetteva alle canne di suonare. Era lo strumento usato negli odeion e negli anfiteatri, nelle pompe imperiali, nei trionfi dei generali, nella cultura pagana prima greca (l'inventore infatti è un greco, Ctesibio di Alessandria d'Egitto) poi romana.
Ora, chi vuol vedere la continuità tra questo strumento e l'organo occidentale, commette un grave sbaglio esegetico ed ermeneutico. Si deve sapere che i padri della Chiesa Latina (gli apologeti, Sant'Ambrogio, Sant'Agostino), estinsero definitivamente dal culto l'uso di qualsiasi strumento, proprio perché ritenuto di origine profana, cioè non nato per servire la Divina Liturgia. Fu così che alcuni strumenti, di natura cerimoniale pubblica, addirittura sparirono nel continente europeo, e l'idraulico subì la stessa sorte. Nell'VIII secolo, un giovane sacerdote, Giorgio da Venezia, venne chiamato per delle consulenze musicali presso la corte carolingia. Questo presbitero aveva compiuto la sua formazione religiosa presso Santa Sophia a Costantinopoli. La corte bizantina usava ancora l'idraulico per i fasti imperiali. E don Giorgio aveva potuto studiarne il funzionamento e la costruzione. Ora, proprio a don Giorgio e ai monaci suoi allievi venne in mente un’idea straordinaria: perché non costruire uno strumento dedicato interamente a Dio, alla Liturgia e all'innalzamento delle anime? Don Giorgio pensò di prendere spunto dall'idraulico, ma di fatto e volutamente inventò uno strumento nuovo: lo "pneumatikòs", cioè il "soffio del vento" (pneuma = vento). Perché eliminare addirittura il sistema idraulico?  Perché il vento è uno degli elementi con cui si manifesta la Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo, il giorno di Pentecoste. In pratica, don Giorgio e i suoi allievi volevano un strumento che fosse sul serio "divinamente ispirato". Il nome "organo" poi, è un ulteriore conferma della assoluta destinazione liturgica dello strumento.
E’ assodato con ricchezza documentaria che il nuovo strumento ebbe i suoi primi impieghi nella sacra liturgia prima per raddoppiare e accompagnare le voci del coro gregoriano polifonico, che si chiamava appunto "organum"; poi addirittura per sostituire le voci nel caso in cui il coro fosse assente. Si comprenderà facilmente, allora, come i parlanti occidentali, ancora assai legati alla lingua latina (almeno nelle sfere culturali medio - elevate) adottarono per lo strumento la denominazione della sfera vocale: era il reggitore e il sostituto del coro, e quindi, anche nel nome, fu ad esso col tempo assimilato. Siamo arrivati al dunque. Il nuovo strumento infatti, assimila dal coro il nome, la tecnica polifonica corale e l’agogica (ovvero un ritmo libero, svincolato da rigide classificazioni metronomiche, quale è quello gregoriano): per tutti lo pneumatikòs è ora l'"organo".
Qualche musicista sciagurato ha detto che l'organo è finito disgraziatamente ad accompagnare le funzioni. E' sbagliato! L'organo occidentale è stato pensato e voluto per accompagnare le funzioni ed oltre il 90% della letteratura organistica mondiale è musica liturgica.
C'è un altro elemento da considerare. Se tu suoni un organo di una sala da concerto, di un teatro, di un conservatorio, allora veramente uno ci si può divertire quanto vuole.
Ma se suoni un organo costruito in una chiesa, la cosa cambia radicalmente. Quello strumento è stato costruito per il bene delle anime e la lode di Dio, è stato benedetto con un’apposita preghiera, con l'aspersione dell'acqua santa e con l'incensazione. E' divenuto quindi un sacramentale efficace per la salvezza, la conversione, la preghiera unanime del Popolo Santo di Dio. E come tale va visto l'organo liturgico. Non è affatto uno strumento come tutti gli altri, e l'organista non è affatto un musicista come tutti gli altri. Il suo strumento ha un compito e una grazia specifiche, e pertanto l'organista non è un semplice esecutore, ma un ministrante della Divina Liturgia. L'organo costruito in chiesa e benedetto per essa è lo strumento sacro per eccellenza. Non è un'etichetta, ma una sostanziale oggettiva realtà.
Del resto così si esprimeva il Concilio Ecumenico Vaticano II nella Costituzione sulla musica sacra Sacrosanctum Concilium al numero 120: " Nella chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, come strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere mirabile splendore alle cerimonie della chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle realtà supreme".
Anche Benedetto XVI apprezza questo strumento come "il re degli strumenti musicali". In un pronunciamento del 13 Settembre 2006 a Regensburg in Germania il Sommo Pontefice ha detto infatti: "L'organo, da sempre e con buona ragione, viene qualificato come il re degli strumenti musicali, perché riprende tutti i suoni della creazione e dà risonanza alla pienezza dei sentimenti umani".

Fonte: internet

8 - TECNOCRAZIA E TOTALITARISMO
Le nuove ideologie al potere con la scusa del governo dei tecnici
Autore: Paolo Mazzeranghi - Fonte: Dizionario del Pensiero Forte

1. UNA DEFINIZIONE
Tecnocrazia significa letteralmente “governo dei tecnici”; il “tecnico che governa” è perciò un tecnocrate.
Il termine tecnocrazia si afferma a partire dai primi anni 1930 per indicare il progressivo estendersi — da alcuni auspicato, da altri paventato — del potere dei tecnici di produzione — chimici, fisici e ingegneri — in base al presupposto che chi è in grado di governare il processo industriale aziendale è in grado di governare non solo interi settori produttivi, ma la società industriale nel suo complesso. Ai tecnici industriali subentra presto la classe manageriale, che deve la sua fortuna all’indebolimento del ruolo della proprietà — sia nel suo aspetto di titolarità, con le società per azioni, che nel suo aspetto decisionale —, caratteristico dei grandi complessi industriali. Con il crescente intervento dello Stato nella vita economica dei popoli, con la pianificazione economica e con l’integrazione fra industria e sistema di difesa durante i periodi bellici, con la corsa agli armamenti durante la cosiddetta guerra fredda, il milieu tecnocratico si apre ai più alti livelli della burocrazia statale e degli apparati industrial-militari, nonché, evidentemente, a esponenti di rilievo di facoltà universitarie scientifiche, tecnologiche ed economiche, con un continuo travaso di personale dall’una all’altra realtà, ben esemplificato dalla carriera di Robert S. McNamara, prima presidente della Ford Motor Company, quindi ministro della Difesa degli Stati Uniti d’America all’epoca della guerra del Vietnam (1965-1975), poi presidente della Banca Mondiale. Il rilievo economico e sociale dei flussi finanziari e informativi dagli anni 1980 determina un massiccio apporto del mondo della finanza, dell’informatica e della comunicazione alla formazione della mentalità e del personale tecnocratici. Comunque, la qualifica di tecnocrate spetta al tecnico non perché specialista, ma in quanto ritenga di possedere gli elementi per applicare la tecnica al governo di ogni ambito umano.
2. L’IDEOLOGIA TECNOCRATICA
Solitamente si attribuisce la prima espressione di consapevole ideologia tecnocratica al filosofo e sociologo francese Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825), che nell’opera Réorganisation de la société européenne, del 1814, afferma: “Tutte le scienze, di qualsiasi specie esse siano, non sono che una serie di problemi da risolvere, di questioni da esaminare, e differiscono tra loro solo quanto alla natura di tali questioni. Così, il metodo che si applica ad alcune di esse deve convenire a tutte per il fatto stesso che conviene ad alcune [...]. Finora, il metodo delle scienze sperimentali non è stato introdotto nelle questioni politiche: ciascuno vi ha contribuito con i propri modi di vedere, di ragionare, di valutare, e ne consegue che in esse non c’è ancora esattezza delle soluzioni né generalità dei risultati. Ora è tempo che cessi questa infanzia della scienza”. Saint-Simon per primo candida al potere politico quanti, all’epoca, presiedono al processo di trasformazione economica della Francia, i dirigenti industriali e i tecnici, auspicando che alla politica subentri la scienza della produzione, al “governo degli uomini” l’”amministrazione delle cose”. Sulla stessa via procede un altro filosofo e sociologo francese, Auguste Comte (1798-1857), che dalla considerazione della società industriale, scientifica e tecnologica come sbocco di tutta la storia universale fa discendere la necessità di una direzione tecnologica e non politica della società. L’ideologia tecnocratica si basa su una concezione del campo d’azione e del metodo della scienza, dei rapporti fra scienza e tecnica, e del ruolo sociale della tecnica secondo cui è reale solo quanto è quantificabile, comprovabile empiricamente, manipolabile, e pertanto ogni aspetto del reale, anche del reale socio-politico, è indagabile con gli strumenti delle scienze esatte; quindi, secondo il moderno inscindibile rapporto fra l’investigazione teorica, la scienza, e il dominio sull’oggetto investigato, la tecnica, a quest’ultima spetta anche una funzione di sperimentazione e di direzione sociale e politica. Poiché la concezione tecnocratica è una visione semplificata del reale, atta a dirigere l’azione, essa si può definire propriamente un’ideologia.
 3. IL POTERE TECNOCRATICO
Ciò che caratterizza la tecnocrazia è la tendenza non ad affiancare il potere politico per consigliarlo secondo competenza, ma a soppiantarlo, assumendo in proprio la funzione decisionale. Eliminando la divisione fra politica come regno dei fini e tecnica come regno dei mezzi, il tecnocrate abbandona il terreno tecnico-economico e dei mezzi dell’azione sociale per entrare in quello dei fini e dei valori, pretendendo che la decisione di tipo politico, discrezionale — sulla base di criteri prudenziali e morali — possa essere sostituita da una decisione non discrezionale, frutto di calcoli e previsioni di tipo scientifico, sulla base di puri criteri di efficienza. “Nella mentalità tecnocratica — sintetizza Claudio Finzi — razionalità e “verità” sono inscindibilmente unite, secondo un modulo quasi universalmente riconosciuto nel pensiero contemporaneo, in cui inoltre la razionalità è fondata su elementi meramente quantitativi, relegando nel mondo dell’irrazionale, quindi del deprecabile per definizione, tutto ciò che non è quantificabile. Ovviamente non c’è più posto per giudizi di valore, cioè quei giudizi che per loro stessa essenza non possono essere fondati su elementi quantitativi”. L’occupazione della sfera politica comporta la demonizzazione per incompetenza, per corruzione e per particolarismo dei soggetti che tradizionalmente vi operano, e l’affermazione della piena sufficienza della competenza per la gestione della cosa pubblica, sulla base di una concezione semplicistica della società come unità produttiva di cui in un primo momento massimizzare l’espansione economica, o — in un secondo tempo — da integrare in un sistema economico mondiale; a tale fine devono adattarsi le strutture istituzionali — si pensi a quanti, in Italia, auspicano una Costituzione riscritta avendo come obiettivo il mercato globale — e amministrative. Dalla sfiducia tecnocratica nella volontà o nella capacità degli individui singoli o associati di realizzare il più efficiente assetto economico deriva la propensione a pianificare la società mediante un sistema di controllo tecnoburocratico, come dall’espunzione dalla vita sociale di ogni principio non quantificabile l’avversione per un concetto di bene comune non ridotto a puro benessere materiale.
 4. TECNOCRAZIA E MONDIALISMO
Se le coordinate culturali remote dell’ideologia tecnocratica risalgono all’industrializzazione degli Stati nazionali europei — soprattutto della Francia nel secolo XIX — il termine e il fatto si esplicitano e si affermano nella seconda metà del secolo XX, quando si realizzano le condizioni per una proiezione su scala mondiale, nella duplice prospettiva della soluzione dei grandi problemi planetari e della globalizzazione dell’economia. Agli inizi degli anni 1970 — famoso il rapporto realizzato per il Club di Roma dal System Dinamics Group del MIT, il Massachussetts Institute of Technology, uno dei maggiori laboratori mondiali del pensiero tecnocratico, e diffuso in Italia nel 1972 con il titolo I limiti dello sviluppo — si inizia ad affermare la necessità di pianificare un arresto della crescita demografica e una riduzione dei consumi per fronteggiare il degrado dell’ambiente e l’esaurimento progressivo delle risorse naturali. La prospettiva di affidare le sorti dell’umanità a una comunità scientifica e tecnologica internazionale presuppone una centralizzazione decisionale che concentrerebbe poteri immensi nelle mani di una burocrazia mondialista e ridurrebbe la libertà dei singoli e la sovranità dei popoli, come peraltro da tempo avviene quando gli organi ufficiali del superpotere finanziario mondiale — Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale — subordinano gli aiuti ai paesi sottosviluppati o in via di sviluppo all’adozione di determinati modelli socio-economici o di politiche denatalistiche.
La globalizzazione dell’economia si è scontrata fino al 1989 con l’esistenza dei due sistemi considerati ideologicamente antagonisti, quello sovietico e quello occidentale. La presenza in essi delle stesse pulsioni tecnocratiche e di analoghi meccanismi burocratici e di controllo sociale, più che avvalorare la considerazione tecnocratica della natura sovrastrutturale delle ideologie politiche, in realtà evidenziava la progressiva infiltrazione di queste da parte dell’ideologia tecnocratica, che potrebbe originare, a seconda del contesto politico, sistemi tecnodemocratici, tecnoautoritari e tecnosocialisti. Gli imponenti scambi economici e finanziari e gli inquietanti fenomeni di “solidarietà” fra gruppi industrial-militari delle due superpotenze nel clima della guerra fredda rivelavano l’opera di correnti di pensiero e di gruppi tesi al superamento dei blocchi in un progetto globalistico di pianificazione delle risorse umane e materiali del pianeta. Progetto che appare, dopo il crollo del sistema imperiale sovietico nel 1989, a portata di mano, qualora i poteri tecnocratici mondialisti riescano a evitare non solo il risveglio delle nazionalità prima soggiogate nell’”inferno delle nazioni” sovietico, ma pure che gli Stati cosiddetti liberi escano da quella sorta di sovranità limitata creata dalle sfere d’influenza delle superpotenze. Traendo spunto da situazioni di crisi di origine spesso ambigua quanto agli attori e alle motivazioni — etniche, religiose e ideologiche — viene affermata perciò la necessità di spoliticizzazione anche a livello internazionale: in questa prospettiva alle istituzioni sovranazionali non è più chiesto di risolvere problemi di giustizia fra comunità politiche e di solidarietà fra popoli, ma di essere organi di un unico ordine politico e militare mondiale.
5. TECNOCRAZIA E TOTALITARISMO
Questo detto, è opportuno guardarsi dall’identificare come tecnocratico quanto è solo proprio di un’epoca pesantemente segnata dalla tecnologia, così come dal pensare che tutti gli ambienti che manifestano atteggiamenti tecnocratici condividano le stesse prospettive ideologiche e operative. L’essenza della concezione tecnocratica, oltre gli abiti con cui si è storicamente presentata —dovuti essenzialmente a quanto, di volta in volta, dalla macchina utensile ai meccanismi della finanza selvaggia, è stato considerato il principale fattore di sviluppo —, risiede nella pretesa di amputare il reale di quanto non è quantificabile e manipolabile, e quindi di espungere dalla vita degli uomini tutto quanto dice relazione a princìpi, specchio di un ordine trascendente. Non meravigliano quindi le combine fra certi poteri tecnocratici e forze politiche che, dopo aver smessi i panni di una mitologia socio-economica squalificata, confermano però la propria natura relativistica; non meraviglia, cioè, che al relativismo caldo di febbre ideologica si giustapponga o si sostituisca un relativismo freddo — ma non meno pericoloso — di apparente rigore tecnico. Non sfugge neppure la valenza totalitaria — nelle finalità come nei metodi di attuazione — della prospettiva tecnocratica, se per totalitarismo s’intende l’occupazione di ogni spazio della vita individuale e associata da parte di chi tenta di rimodellare in modo utopistico la realtà.

Fonte: Dizionario del Pensiero Forte

9 - OMELIA PER LA SOLENNITA' DELLA SS.TRINITA'- ANNO C - (Gv 16,12-15)

Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 30 maggio 2010)

Un giorno sant’Agostino passeggiava su una spiaggia cercando di comprendere il mistero di Dio. Mentre era immerso in queste meditazioni, vide un bambino che con una conchiglia prendeva l’acqua del mare e la versava in una piccola buca. Incuriosito, il Santo lo interrogò chiedendogli cosa stesse facendo. «Voglio mettere il mare dentro la buca», rispose il piccolo. Sant’Agostino, con parole semplici, cercò di spiegare al bambino che questo era impossibile. Allora il piccolo aggiunse: «Prima che tu comprenda il mistero di Dio, io avrò messo tutto il mare nella buca». Detto questo il bimbo disparve.
Allora sant’Agostino pensò che quel bambino poteva essere un angelo inviatogli da Dio per fargli comprendere che il mistero della Santissima Trinità è il più grande e il più importante della nostra Fede e noi, con la nostra mente, non riusciremmo mai e poi mai a capirlo interamente. Come quella piccola buca sulla spiaggia era troppo piccola per contenere tutta l’acqua del mare, così, e ancora di più, la nostra intelligenza è oltre modo limitata per afferrare un Mistero così grande.
Noi sappiamo che Dio è Trinità solo perché Gesù ce lo ha rivelato nel Vangelo. Egli ha parlato del Padre, del Figlio, ovvero di Lui stesso, e dello Spirito Santo. Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio; insieme, le tre Divine Persone non sono tre dèi, ma l’unico vero Dio. Per riuscire un po’ a comprendere questo grande Mistero bisogna partire dalla più bella definizione che è stata data di Dio. La definizione, se così possiamo dire, ce l’ha data san Giovanni apostolo in una sua lettera. Egli dice: «Dio è amore» (1Gv 4,8). In questa piccola frase è racchiuso tutto il mistero di Dio Uno e Trino. Se Dio è amore, ciò significa che vi è una comunione di Persone. Il Padre ama il Figlio, il Figlio ama il Padre, e l’Amore reciproco tra Padre e Figlio è anch’esso Persona ed è lo Spirito Santo.
Noi, che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo chiamati a riflettere questo Mistero dell’amore eterno di Dio nel mondo. Innanzitutto la famiglia è chiamata a questa altissima missione. Nella famiglia vi sono più persone riunite in un solo amore. Così è poi per ogni comunità umana: l’amore reciproco deve essere riflesso dell’amore di Dio.
Nell’Antico Testamento non si aveva ancora la rivelazione di questo mistero. Tuttavia ve ne era qualche piccola intuizione, come quella che risulta dalla prima lettura di oggi. L’autore del libro dei Proverbi parla della Sapienza, che è da sempre, generata fin dall’eternità (cf 8,24-26). La Sapienza era presso Dio quando Egli fissava i cieli, quando stabiliva al mare i suoi limiti, quando disponeva le fondamenta della terra (cf 8,27-30). Nella Sapienza di Dio, di cui parla l’Antico Testamento, i cristiani hanno riconosciuto il Figlio eterno del Padre. È molto bello notare che, in ogni opera creata da Dio, la Sapienza era presso di Lui. Quando poi si parla dell’uomo, la lettura dice che la Sapienza ha posto in lui le sue delizie (cf 8,31). Ciò significa che tutte le creature, e in modo particolare il genere umano, sono riflesso della perfezione della Sapienza, ovvero del Figlio eterno del Padre.
La seconda lettura di oggi ci parla invece dello Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità. San Paolo ci dice che «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Lo Spirito Santo è l’Amore tra il Padre e il Figlio e questo amore eterno dimora nei nostri cuori dal giorno del nostro Battesimo. Purtroppo, con il peccato mortale, noi tante volte cacciamo via dal nostro cuore l’Amore di Dio e, ad esso, preferiamo magari l’illusorio piacere di un momento. Pentiamoci dunque, di tutto cuore, e chiediamo perdono a Dio di tutti i nostri peccati. Confessiamoci sinceramente e cambiamo vita, allora lo Spirito Santo tornerà a riversare nei nostri cuori il suo amore. Così, resi nuove creature, noi potremo diventare testimoni dell’amore di Dio.
Un giorno, un avvocato anticlericale andò ad Ars sperando di ridere a spese di «quell’ignorante del parroco» che era san Giovanni Maria Vianney. Ma, contro ogni sua aspettativa, quell’uomo tornò a casa convertito. Agli amici che gli chiesero: «Ma dunque che cos’hai visto ad Ars?», rispose: «Ho visto Dio in un uomo».
Quanto più ameremo Dio e il prossimo, tanto più comprenderemo il mistero di Dio e lo faremo comprendere ai nostri fratelli.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 30 maggio 2010)

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