BastaBugie n°23 del 04 aprile 2008

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1 MAGDI ALLAM RACCONTA IN TV LA SUA CONVERSIONE

Autore: Umberto Folena - Fonte:
2 QUANDO LO STATO ESTROMETTE LA RELIGIONE DELLA MAGGIORANZA

Autore: Dino Boffo - Fonte:
3 È ALLARME GIOCO D’AZZARDO IN ITALIA
Più malati e meno cure
Autore: Paolo Lambruschi - Fonte:
4 IL DISGUSTOSO POLITICAMENTE CORRETTO ALLE OLIMPIADI CINESI
Beijing 2008. Contro i giochi insanguinati. Una campagna che non si farà.
Autore: Anna Bono - Fonte: Avvenire
5 COSA DICE LA CHIESA SUL TIBET
All’udienza generale del 19 marzo 2008 il Santo Padre ha lanciato questo appello per il Tibet.
Autore: Leonardi Enrico - Fonte:
6 INDAGINE SOCIOLOGICA SU CHI VOTERÀ LA LISTA FERRARA
Identikit poll: quelli che voteranno per la lista pazza
Autore: Francesco Agnoli - Fonte:
7 LE SCELTE DEL PARTITO DEMOCRATICO SULLA VITA

Autore: Movimento per la Vita - Fonte:
8 FALLITO LO STRAPPO DEL MINISTRO LIVIA TURCO SULL'ABORTO
194, le linee guida tornano nel cassetto . Meglio così.
Autore: Ilaria Nava - Fonte:
9 INTERVISTA A MARIO PALMARO SULLA 194, UNA LEGGE GRAVEMENTE INGIUSTA

Autore: Francesco Agnoli - Fonte:

1 - MAGDI ALLAM RACCONTA IN TV LA SUA CONVERSIONE

Autore: Umberto Folena - Fonte:

Lo ripete una, due, tre volte: «Ho adempiuto a un esercizio di libertà religiosa. La libertà religiosa dev’essere garantita anche ai musulmani che si convertono al cristianesimo e oggi vivono nascosti, in silenzio, sentendosi abbandonati». Magdi Cristiano Allam ieri sera era ospite a «Otto e mezzo» su La7. Chi si attendeva una sorta di 'processo' è rimasto deluso, ma c’era da aspettarselo: Ritanna Armeni ricorda certe squadre di calcio tanto baldanzose e aggressive in casa (su «Liberazione»), quanto prudenti, perfino remissive fuori casa. E lei, per di più, sembra avere il fantasma di Giuliano Ferrara appollaiato sulle spalle. Domande originali, zero.
 Semmai la monotona ripetizione degli armamentari retorici delle ultime ore. A cominciare dalla «conversione spettacolare», in San Pietro nella solennità di Pasqua, mentre invece la conversione dovrebbe essere un fatto intimo da celebrare in forma riservata. Magdi Allam si dice scandalizzato dallo scandalo: «Il mio è stato un atto lecito e pacifico, dov’è lo scandalo?
  Lo so, anche alcuni cattolici si sono risentiti. Io invece non me ne vergogno e anzi sono orgoglioso del regalo ricevuto dal Papa. Perché dovrebbe essere un’aggravante?».
  «Siamo in Paese libero e democratico – proseguiva sicuro Allam – non invito a nessuna guerra di religione, anzi sono favorevole a un dialogo costruttivo con le persone di fede musulmana che condividono alcuni valori di base. Ma se penso che l’islam in sé non sia una religione della moderazione, in una società democratica mi ritengo libero di poterlo dire con franchezza e chiarezza». Ritanna Armeni ci provava: «Lei però ha detto che l’islam va combattuto in tutto…».
  Allam replicava: «No, non ho mai usato il verbo combattere». «È vero, l’ho aggiunto io». «Credo nel dialogo con le persone. Una volta questo dialogo era possibile. Penso ad esempio ai tanti amici ebrei e musulmani della mia infanzia in Egitto. Al centro c’era la persona.
  Dal 1967, alla persona è subentrata l’ideologia». C’è tempo anche per le moschee in Italia: favorevole o contrario? «Favorevole. Se restano luoghi di culto, e basta».

Per vedere la trasmissione televisiva con l'intervista a Magdi Allam si può andare al seguente link:
www.timone.splinder.com/tag/magdi_allam


2 - QUANDO LO STATO ESTROMETTE LA RELIGIONE DELLA MAGGIORANZA

Autore: Dino Boffo - Fonte:

Con la Legge n. 54 del 5 marzo 1977, cessarono di essere considerate festive in Italia, agli effetti civili, il giorno del Corpus Domini (che veniva celebrato il giovedì successivo alla prima domenica dopo Pentecoste), l’Epifania (6 gennaio), il giorno di San Giuseppe (19 marzo), il giorno dell’Ascensione (il giovedì che cade 40 giorni dopo la Pasqua), il giorno dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno). L’operazione coinvolse anche due ricorrenze civili: furono infatti spostate rispettivamente alla prima domenica di giugno ed alla prima di novembre la Festa della Repubblica (2 giugno) e quella dell’Unità nazionale (in precedenza denominata Festa della Vittoria della prima guerra mondiale, 4 novembre). Nel 1985, con un decreto del Presidente della Repubblica venne ripristinata agli effetti civili la festività dell’Epifania.
  Nel 2006 tornò festivo anche il 2 giugno. Le soppressioni furono decise per favorire le attività produttive, rimuovendo delle interruzioni infrasettimanali che venivano considerate deleterie. I lavoratori regolari non ne risentirono perché i giorni così sottratti furono aggiunti a ferie e 'riposi'. Ma è indubbio che festività come San Giuseppe e quella dei Santi Pietro e Paolo (Roma esclusa, dove venne mantenuta) persero di risalto. E credo non ci sia più alcuno che nutra dubbi sul fatto che il guadagno per l’economia del Paese sia stato solo teorico. La riprova è che quelle stesse feste sono ancora celebrate senza alcun pregiudizio in numerosi altri Paesi europei e che anche in questa campagna elettorale si sente ventilare la proposta di abbreviare le vacanze scolastiche estive per aumentare i periodi di pausa primaverile delle lezioni con l’obiettivo di dare impulso e sostenere la principale industria del Paese, cioè il turismo. In questo contesto può forse aprirsi l’opportunità per discutere sul ripristino del riconoscimento civile per le festività soppresse.


3 - È ALLARME GIOCO D’AZZARDO IN ITALIA
Più malati e meno cure
Autore: Paolo Lambruschi - Fonte:

Abbiamo scalato rapidamente le classifiche e in pochi anni siamo arrivati al terzo posto nella graduatoria mondiale del gioco d’azzardo. Frutto di una politica bipartisan di delocalizzazione.
  La Penisola, grazie all’anomalo monopolio statale del gioco, è passata dal prelevare molto a pochi al prendere poco a molti, portando i piccoli casinò sotto casa o addirittura nei salotti. Ecco allora la trasformazione epocale: da 10 anni le macchinette mangiasoldi del videopoker nei bar, i Gratta e vinci, il superenalotto, le sale Bingo, la moltiplicazione dei punti per le scommesse sportive, addirittura le scommesse sul televisore di casa via satellite o decoder fino a quelle sui computer con i casinò online. Si è passati da tre occasioni autorizzate dei primi anni 90 (totocalcio, lotto, ippica) alle sedici del 2006. Dal 1997 ogni Finanziaria ha ampliato le proposte. L’idea di fondo è che le maggiori entrate del gioco d’azzardo vadano a sanare il nostro deficit. Ma non è più così.
  Dopo il boom di entrate dei primi 5 anni, dal 2002 la bolla è andata sgonfiandosi. Aumenta sì il fatturato, in piena espansione, ma la tendenza per le entrate dell’erario vira verso il basso. Perché le vincite vanno sempre aumentate e oggi la torta per i giocatori è al 68%. Così, a fronte di un aumento di 12 miliardi di euro dal 2002 al 2006, le entrate dello Stato sono diminuite progressivamente da 7,3 a 6,7 miliardi. Non funziona neppure la proposta di impiegare una parte delle entrate per fare informazione e prevenzione: con i soldi a bilancio a ciascuna scuola superiore toccherebbero 15 euro. In compenso l’aumento delle occasioni di gioco lascia sul terreno pesanti costi sociali. I giocatori patologici in Italia sono infatti stimati in 700mila e il nostro sistema sanitario non è preparato ad aiutarli. La denuncia arriva da Torino, dove ieri il Gruppo Abele, insieme ai maggiori esperti italiani, ha rilanciato l’allarme gambling. Il gioco è la prima causa nazionale di indebitamento che spinge a rivolgersi agli usurai. Senza contare i suicidi di chi finisce sul lastrico. «Mancano strutture dove curarsi – sostiene Riccardo Zerbetto, presidente di Alea, associazione che studia il gioco problematico – le famiglie dei giocatori compulsivi, sfibrate non solo economicamente, si rivolgono ancora a parroci e medici di base. Solo a gennaio sono stati definiti i livelli di cura per paziente, in modo da determinare i costi di cura per le regioni. Le richieste, dove ci sono servizi specialistici regionali, sono invece in aumento. Senza contare che anche i parenti hanno bisogno di cure psicologiche. Senza contare che il giocatore non va ai Sert con drogati e alcolisti». Ma quando uno è vittima del gioco patologico? Nel Belpaese non ci sono ancora definizioni scientifiche del problema, dicono gli esperti, per una diagnosi ci si deve rifare alla letteratura internazionale. Da un mese, intanto, il Gruppo Abele sta effettuando un ricognizione dei servizi esistenti tra pubblico e privato sociale per stilare una prima mappa del fenomeno. Dalle cifre sappiamo comunque che l’Italia è il terzo paese al mondo per volume complessivo di spesa per gioco d’azzardo, dopo Giappone e Regno Unito, ma il primo per la spesa pro capite. Nel 2007 gli italiani hanno infatti giocato 42 miliardi di euro (2% del Pil) e 10 milioni di famiglie hanno tentato la sorte. Prevalgono i ceti meno abbienti al Sud. In Campania, Abruzzo, Sicilia e Sardegna i nuclei in media spendono nel gioco il 6,5% del bilancio famigliare. Giocano regolarmente due terzi dei disoccupati, la metà degli indigenti. Tutti disperatamente attratti dal mito della giocata vincente. La spesa media per nucleo è 2600 euro all’anno. E così l’industria del gioco è diventata per fatturato la quinta in Italia, dopo Fiat, Telecom, Enel e Ifim.


4 - IL DISGUSTOSO POLITICAMENTE CORRETTO ALLE OLIMPIADI CINESI
Beijing 2008. Contro i giochi insanguinati. Una campagna che non si farà.
Autore: Anna Bono - Fonte: Avvenire

L'8 agosto a Beijing (Pechino) si svolgerà la cerimonia di apertura dei Giochi della XXIX Olimpiade. Restano meno di cinque mesi ai grandi protagonisti dell'impegno umanitario per lanciare una vera campagna contro le violazioni dei diritti umani in Cina. Ma il cantante Bob Geldof è occupato a incalzare George W. Bush affinché aumenti gli aiuti all'Africa e a livello nazionale Alex Zanotelli, il missionario no global, dopo aver aderito alle giuste campagne contro l'acquisto dei «diamanti insanguinati» della Sierra Leone e della Liberia, è assorbito da quella, per la verità assai meno convincente, contro i «fiori insanguinati» del Kenya, secondo lui prodotti al prezzo della vita di decine di migliaia di braccianti mal pagati e avvelenati dai pesticidi. Poi, fino a maggio, a stornare l'attenzione di molti militanti dalla Cina, c'è la priorità assoluta del boicottaggio dei Saloni del Libro di Parigi e Torino, che hanno osato scegliere come ospite d'onore Israele.
Così fino ad ora la risposta all'appello di Amnesty International affinché si cogliesse l'occasione delle Olimpiadi per ottenere dal governo cinese concreti passi a tutela della dignità umana è stata tutto sommato debole. Persino gli Stati Uniti, pur mantenendo una ferma posizione critica, hanno attenuato il giudizio negativo su Pechino: nell'ultimo rapporto del Dipartimento di Stato americano, benché vi siano denunciati l'esistenza dei laogai, l'intensificazione di controlli e censura su internet e i frequenti atti violenti e repressivi commessi dal governo, accusato di continuare a «negare i diritti umani basilari e le libertà fondamentali dei cittadini», la Cina infatti non compare più tra i 10 peggiori paesi per violazioni dei diritti umani, una «top ten» nella quale era stata inclusa nel 2005 e nel 2006. Questo non ha impedito al governo cinese di offendersi: per bocca del portavoce del Ministero dell'Interno, Pechino ha ammonito l'Occidente di evitare che l'avvicinarsi dei Giochi Olimpici diventi ulteriore motivo di critica nei propri confronti.
Per fortuna c'è chi non si lascia intimidire: ad esempio, l'agenzia italiana di stampa «AsiaNews», diretta dal missionario del Pime Bernando Cervellera, che continua a documentare, giorno dopo giorno, i misfatti cinesi. Il 12 marzo ha riportato una sintesi del rapporto dell'associazione Human Rights Watch intitolato «Un anno del mio sangue», nel quale sono descritte le condizioni di lavoro degli operai migranti impiegati nella realizzazione delle opere olimpiche e nella ristrutturazione urbanistica di Beijing: circa un milione di persone, pari al 90% della manodopera utilizzata. Il quadro che ne emerge - assenza di contratti, giornate da 10 a 16 ore per 360 giorni all'anno con salari anche dimezzati rispetto alla paga minima prevista dalla legge, nessuna assistenza sanitaria e antinfortunistica, alloggiamenti malsani in stanzoni o tende privi di riscaldamento, corrente elettrica e acqua potabile, il tutto in violazione non soltanto degli standard internazionali, ma delle stesse leggi cinesi - spiega l'insistenza dell'associazione affinché il Comitato internazionale olimpico rompa il silenzio e si decida finalmente ad esercitare il proprio diritto e dovere di sorvegliare le condizioni di lavoro degli addetti alle opere olimpiche.
Imperterrito, Pechino annuncia i prossimi eventi preolimpici e svela man mano i dettagli della cerimonia inaugurale nel corso della quale saranno rievocati i momenti più importanti dei 5.000 anni di storia del paese. L'evento a quanto pare si concluderà con i canti e le risa di 10.000 bambini di tutto il mondo, «simbolo di amore e di speranza». Mentre nessuna indiscrezione è ancora trapelata su come verrà presentata l'epoca del Grande Timoniere, è confermato che nel periodo aprile-maggio, quando la torcia olimpica salirà sul tetto del mondo, è stata vietata la scalata del lato cinese del monte Everest. Lo scopo è di evitare che degli attivisti pro Tibet si appostino con i loro striscioni sulle pendici della montagna e siano ripresi dalle televisioni di tutto il mondo. Alla notizia, John Ackerly, presidente del movimento «Campagna per il Tibet» ha commentato: «Pechino utilizzerà il percorso della torcia, che dovrebbe rappresentare la libertà e la dignità umana, per sostenere le sue pretese territoriali sul Tibet». (AsiaNews, 13-3-2008)

Fonte: Avvenire

5 - COSA DICE LA CHIESA SUL TIBET
All’udienza generale del 19 marzo 2008 il Santo Padre ha lanciato questo appello per il Tibet.
Autore: Leonardi Enrico - Fonte:

“Seguo con grande trepidazione le notizie, che in questi giorni giungono dal Tibet. Il mio cuore di Padre sente tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone. Il mistero della passione e morte di Gesù, che riviviamo in questa Settimana Santa, ci aiuta ad essere particolarmente sensibili alla loro situazione. Con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera. Chiediamo a Dio onnipotente, fonte di luce, che illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza”.

Nei giorni precedenti si era distinto per una ferma presa di posizione il Vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Luigi Negri:
“Non posso non ricordare a voi tutti, in questa celebrazione che inizia il nostro cammino dietro il Signore la passione che sta vivendo un popolo a noi carissimo. Il popolo del Tibet al quale noi siamo legati di singolari vincoli di amicizia per la grande testimonianza data quattro secoli fa da uno dei più illustri cittadini di Pennabilli, Francesco Orazio Olivieri della Penna, che è stato missionario cappuccino e ha creato una piccola e vivace comunità cattolica che solo l’invasione comunista ha irreversibilmente distrutto. Il Dalai Lama mi ha confidato più volte che due posti ha nel cuore in Italia: la Sede di Pietro e la Chiesa di Pennabilli. Noi vorremmo poter sostenere questo cammino terribile a cui viene sottoposto un popolo straordinariamente colto e pacifico, sottoposto da decenni ad una dominazione da una potenza che non aveva nessun diritto di occupare il Tibet e che lo occupa e lo impoverisce in dispregio delle norme del diritto internazionale. Noi ci auguriamo, anche se non abbiamo tanta speranza, data la povertà delle classi politiche in occidente, che le Olimpiadi di Pechino vengano boicottate dai popoli civili. Le Olimpiadi di Pechino grondano sangue e non sole del sangue dei monaci e dei civili tibetani che sono stati uccisi in queste ultime 48 ore e che sono infinitamente più vaste di quelle che l’ipocrisia del regime di Pechino dice; ma grondano del sangue di migliaia e migliaia di operai che hanno costruito, in situazioni di assoluta insicurezza, queste enormi costruzioni che debbono gridare al mondo il dominio del capitale comunista; delle migliaia e migliaia di cittadini espulsi dalle loro case abbattute per creare stadi, alberghi ecc. e che hanno trovato la morte di fame e di stenti nella periferia di Pechino. Voi non sapete queste cose perché leggete soltanto quotidiani laicisti che si guardano bene dal dire queste cose. Se aveste letto, qualche volta, il quotidiano cattolico vi avreste incontrato quelle straordinarie testimonianze del più intelligente sinologo che abbiamo in Italia, Padre Bernardo Cervellera che documenta, puntualmente, di questa cosa abominevole che è questo regime che unisce tecnologia e barbarie. I cinesi sono dei barbari tecnocrati; e noi per soldi vendiamo l’anima della nostra civiltà”.

Lo stesso Padre Bernardo Cervellera, intervistato il 17 marzo su “Il Giornale” da Andrea Tornielli dapprima ha offerto un’ampia analisi della situazione:
D. Non le sembra che il momento in cui far scoppiare la rivolta sia stato scelto con cura, alla vigilia delle Olimpiadi?
R. «Ci sono due elementi importanti di cui tenere conto. Il primo è che in questi giorni si conclude a Pechino l’Assemblea nazionale del popolo. E dunque la rivolta è pensata per dare uno schiaffo al governo cinese. Il secondo elemento è rappresentato dalle Olimpiadi: i tibetani sperano che, essendo la Cina sotto i riflettori, la repressione non sia dura come in passato. Le rivolte in Tibet non sono una novità: ci sono stati massacri nel 1950, nel 1959 e nel 1989. Ora, siccome il governo di Pechino ci tiene a presentare la Cina come un grande Paese moderno, si spera che la risposta alla rivolta sia più tranquilla che in passato. Ma nei rivoltosi c’è anche un’altra frustrazione legata alle Olimpiadi…».
D. Quale?
R. «La Cina ha già preparato cerimonie e parate per far vedere che nel Paese coesistono pacificamente varie etnie e minoranze. Nella cerimonia di apertura faranno sfilare dei tibetani, nel villaggio olimpico hanno ricostruito un villaggio tibetano in plastica e una specie di “zoo” delle minoranze etniche. Un’operazione di facciata. I tibetani temono che passi un messaggio del tutto falsato della situazione, mentre loro soffrono un genocidio culturale e religioso. Per questo vogliono pubblicizzare le loro ragioni e cercare di manifestare durante i giochi».
D. Il Dalai Lama però non sembra condividere la rivolta…
R. «Il Dalai Lama non controlla più la popolazione tibetana. I rivoltosi contestano la linea del dialogo portata avanti da lui, vogliono arrivare allo scontro, sono disperati. Le rivolte di questi giorni sono un atto di pura disperazione da parte di molti giovani che in questi anni si rendono conto di non aver ottenuto nulla. Il Dalai Lama è stretto tra i suoi irrequieti giovani e il muro dell’intransigenza cinese».
D. Non crede che la rivolta possa avere un effetto controproducente e bloccare il processo di democratizzazione del regime cinese?
R. «La Cina teme che se fa qualche concessione al Tibet, poi si troverà costretta a farlo con le minoranze di molte altre regioni. Il dialogo è visto dunque come un elemento di debolezza. Pechino è in una situazione difficile. Ma la repressione non risolve i problemi, li rimanda soltanto».
Da ultimo, ha espresso una proposta per le Olimpiadi:
D. Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio delle Olimpiadi. Lei come la pensa?
R. «Sono contrario perché boicottare i giochi può essere un modo per lavarsene le mani. Meglio esserci e porre il problema. Ad esempio, mi piacerebbe che tutti coloro che andranno alle Olimpiadi portassero una maglietta con la scritta “Tibet libero”. Se ci fosse unità tra i simpatizzanti per i tibetani e i simpatizzanti per i cattolici, credo che il governo si preoccuperebbe».

Così inoltre si esprime nel suo blog Andea Tornielli:
«Purtroppo, nelle ultime ore, non è stata la lucidità e la chiarezza di questo appello [riguardo alla situazione in Iraq] ad avere spazio sui media, ma il fatto che domenica il Papa non abbia accennato alla situazione del Tibet. Trovo strano che chi accusa la Chiesa di ingerenza e critica ogni appello papale, poi faccia le pulci ai messaggi del Pontefice se non contengono ciò che qualcuno si aspettava. La Santa Sede domenica scorsa non aveva informazioni dirette e precise su ciò che stava avvenendo in Tibet e sono convinto che un accenno Benedetto XVI lo farà nei prossimi giorni, magari nel messaggio pasquale Urbi et Orbi.»

Attenzione a tutti i fattori in campo, intelligenza, sollecitudine, equilibrio, saggezza: questo e non altro esprime la Chiesa verso la grave situazione del Tibet. Per questo non possiamo che riconoscerci in quanto, tempo fa, scriveva il Card. Biffi, che giunge a parlare di “stretta liberticida”:

«Il fatto cristiano appare talvolta stretto da una morsa culturale che oggettivamente, nella sua logica interna, mira alla estromissione di Cristo e della Chiesa dalla vita dell’uomo. Da un lato si muove al fatto cristiano i1 rimprovero della sua latitanza dal mondo e della sua non incisività nella effettiva situazione sociale; che importanza possono avere - si dice - per l’umanità e per le sue domande esistenziali le prospettive spiritualistiche, escatologiche, evasivamente consolatorie, indicateci dal Vangelo? Dall’altro lato si è sempre molto pronti ad accusare la Chiesa di prevaricazione e di indebite interferenze, quando fa sentire la sua parola - che ovviamente non è mai imposta a nessuno ed è sempre proposta a tutti coloro che la vogliono accogliere - sulle questioni dell’esistenza. Sembra che non ci sia scampo: o siamo rifiutati perché alienati e alienanti, o siamo condannati perché vogliamo interessarci di ciò che non ci compete».


6 - INDAGINE SOCIOLOGICA SU CHI VOTERÀ LA LISTA FERRARA
Identikit poll: quelli che voteranno per la lista pazza
Autore: Francesco Agnoli - Fonte:

La lista pazza suscita grandi amori e grandi odi, perché è un segno della contraddizione che riafferma la realtà del concepito, la responsabilità verso di lui di chi lo ha procreato e rimette al centro la crisi affettiva, relazionale della società contemporanea, l’idea che abbiamo di amore, di relazione tra uomo e donna. La voteranno di più i maschi o le donne, mi ha chiesto qualcuno?
Troppo ormonali, intemperanti, cacciatori, don Giovanni, latin lover, molti maschi, per votare una lista che difendendo i bambini sin dal concepimento gli sbatte in faccia l’idea che ogni figlio, e ogni donna, siano dono e responsabilità. Né dono, né responsabilità, recitano i maschi donatori di sperma nelle banche del seme; i magnaccia che hanno necessità di liberare le loro lavoratrici di strada dal peso di una gravidanza e le portano ad abortire in serie; i maschi che non vogliono sposarsi per non prendersi impegni con una donna e tanto meno con un figlio; quelli che ci sono prima sempre il lavoro, gli amici, il bar; quelli che fanno discorsi femministi per essere più liberi loro e per sentirsi moderni; i maschi che non vogliono più dare il cognome ai loro figli, e che non si sentono mai abbastanza grandi e abbastanza maturi per prendere il largo…
Potrebbero votarla, invece, la lista, tutti quegli uomini che sono, o vorrebbero essere, padri, e che sono orgogliosi di ciò; che si sentono maschi senza nessun senso di colpa, perché non hanno mai guardato una donna come un oggetto; quelli che non vogliono essere né delegittimati, dalla cultura dominante, né deresponsabilizzati; quelli che l’utero è tuo ma 23 cromosomi ce li ho messi anch’io… Quelli che la mamma è importante, e il padre pure; quelli che non apprezzano l’idea dei figli fatti con il siringone ripieno di seme di sconosciuti distribuito dall’Arcilesbica alle donne single; quelli che mentre la donna sopporta pazientemente nove mesi di gravidanza, loro sopportano le sue sante “paturnie” e i suoi alterni umori; quelli che entrano in sala parto con la propria donna e le stanno vicino; quelli che rispettano tutti i cicli e controcicli, i mali di testa e tutte le altre vicende femminili, senza imbottire le loro mogli di pillole e di veleni, ma dominando se stessi… Quelli che sono stufi di vedersi dipinti da Toscani come stupratori genetici; quelli che non eliminerebbero l’innocente figlio di uno stupro, ma più volentieri lo stupratore; quelli che hanno tanta stima delle donne che un figlio a due uomini non lo darebbero in adozione mai e poi mai… Quelli che per loro di sessi ce ne sono solo due, e non cinque: il loro e quello femminile, complementare e necessario; quelli che se una madre abbandona marito e casa, per l’amante, reclamano i loro diritti di padri e non vogliono che i figli bazzichino con l’amante di lei… Quelli, in poche parole, che sono stufi dell’assenza del padre e in Lombardia votano Claudio Risé…

Quelle che…

Tra le donne la lista avrà moltissimi voti: le donne che hanno abortito perché le avevano raccontato che era un grumo di cellule; quelle che lo hanno fatto per il buon nome della famiglia, o perché il loro uomo, poverino, non si sentiva ancora pronto; quelle che lo hanno fatto perché altrimenti il datore di lavoro si sarebbe infuriato; quelle che hanno incontrato un uomo che le ha “amate” una sola volta; quelle che hanno sofferto e soffrono la sindrome post aborto e quelle che hanno avuto un figlio salvato dai Centri di aiuto alla vita… quelle femministe deluse, capaci di fare un passo indietro, che hanno rifiutato un figlio con l’aborto, quando lo hanno avuto, e non lo hanno più potuto avere, quando lo avrebbero desiderato; quelle donne che hanno abortito, e che hanno capito che la lista non è un giudizio su di loro, ma un’idea per un mondo migliore, più umano.
Quelle che hanno conosciuto maschi veri, come Giuseppe Garrone, che ha creato il telefono verde di aiuto alle mamme, o come Silvio Ghelmi, che ha gestito per tanti anni il Progetto Gemma, di adozione per le mamme in difficoltà economica, o come Marco Paolo Rocchi, tra i fondatori del Centro aiuto alla vita per la “tutela della maternità” in Italia, nel lontano 1975… Quelle che si sentono più rappresentate da Olimpia Tarzia, donna e madre, che dalla Bonino, o dalla Bindi, o dalle donne in carriera che difendono i “diritti” delle donne, tipo quote rosa, dimenticando del tutto il “diritto” alla maternità; quelle, infine, che tra il sacerdote Ratzinger e il pontefice laico Pannella, entrambi inguaribili single, pensano che il primo sarebbe un marito un po’ più dolce e premuroso del secondo…


7 - LE SCELTE DEL PARTITO DEMOCRATICO SULLA VITA

Autore: Movimento per la Vita - Fonte:

Walter Veltroni ha cercato in ogni modo di evitare le domande sulle "questioni eticamente sensibili", e quando ha dovuto fare delle scelte  ha cercato di mascherare le sue vere intenzioni. Non c'è dubbio che  Veltroni ha idee più radicali di Romano Prodi, anche se non è sulle posizioni della Sinistra arcobaleno. A Roma, ed in particolare nei palazzi Vaticani, ricordano con  tristezza il sostegno di Veltroni al Gay Pride dell'anno giubilare del 2000. Così come non hanno dimenticato che l'attuale  leader del Partito democratico propose, dopo un viaggio in Africa, che la Chiesa Cattolica distribuisse profilattici e contraccettivi nei paesi poveri.
Il Pontefice Benedetto XVI ha aspramente criticato il governo della città  di Roma, ed il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone incontrando Veltroni ha sottolineato quanto la Chiesa sia sensibile al rispetto dei "valori non negoziabili" e cioè rispetto della persona dal concepimento  alla morte naturale, difesa della famiglia composta da uomo e donna,  sostegno alla libertà di educazione. In merito alla legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, Veltroni ha dichiarato che "la 194 è una  buona legge e va attuata in tutte le sue parti". Il programma del Pd prevede  il "riconoscimento e dei diritti e delle prerogative delle persone  conviventi a prescindere dall'orientamento sessuale". Come era previsto nei "Dico". Secondo Paola Concia e Andrea Benedino esponenti lesbo-gay del Pd  questo concetto nel programma "è un buon passo avanti". Inoltre la  presentazione con il Pd dei radicali guidati da Emma Bonino e di UmbertoVeronesi, ha  fatto irritare anche quella parte del mondo cattolico che milita nelle file  del partito guidato da Veltroni. A questo proposito Domenico delle Foglie,  già vicedirettore di Avvenire e portavoce di Scienza & Vita, in una nota pubblicata il 4 marzo su "Più Voce Net - Cattolici in rete" ha scritto  "Emma Bonino: la paladina più trendy dell'aborto facile. Ignazio Marino: lo sponsor più fresco del testamento biologico. Umberto Veronesi: il testimonial più chic dell'eutanasia. Ecco i capilista al Senato per il  Pd in tre regioni chiave: il Piemonte, la Sicilia e la Lombardia. Obiettivo  non dichiarato, ma sotteso al profilo politico-culturale-professionale di  tutti e tre gli aspiranti senatori: spezzare le ultime resistenze cattoliche  al Senato e varare finalmente un fronte etico disponibile a tutte le  soluzioni ammantate di progressismo e sino ieri oggettivamente impossibili.
 Proviamo ad elencarle, giusto per non dimenticare: difesa della legge 194 così  com'è, testamento biologico (magari con scivolamento eutanasico), diagnosi preimpianto indiscriminata sugli embrioni (con deriva eugenetica). La  lista non finisce qui, ma ce n'è abbastanza per alzare il livello di  attenzione contro quello che si configura - dispiace dirlo - come un vero e  proprio triangolo della morte che ha per vertici il Piemonte, la Lombardia e la Sicilia. Se c'è un partito della vita, dalle parti del Pd, che batta  presto un colpo.


8 - FALLITO LO STRAPPO DEL MINISTRO LIVIA TURCO SULL'ABORTO
194, le linee guida tornano nel cassetto . Meglio così.
Autore: Ilaria Nava - Fonte:

Fallisce il tentativo di far passare a pochi giorni dalle urne un discutibile documento che, volendo affrontare il fenomeno degli aborti, riesce a non citare mai chi si fa carico delle maternità difficili, interessandosi invece quasi solo di contraccezione. Il dissenso della Lombardia rinvia la delicata scelta a dopo il voto.
 Le linee guida alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza proposte dal ministro della Salute Livia Turco non sono state approvate. La titolare della Salute aveva cercato un accordo con le Regioni giovedì scorso, quando in Conferenza Stato-Regioni aveva sottoposto il proprio testo ai presidenti. Quello della Lombardia era stato l’unico voto contrario, ma sufficiente a impedire l’intesa, che richiede l’unanimità.
  Un’opposizione più che motivata, sia sul piano formale che sostanziale.
  Nell’ambito della sua competenza regionale, infatti, la Lombardia ha già emanato con una deliberazione della giunta, le proprie linee guida, in vigore da gennaio. Ieri la partita decisiva.
 Già in mattinata il confronto tra i governatori delle Regioni aveva fatto emergere posizioni ancora distanti, soprattutto per il fatto che in settimana, pur sapendo del no lombardo, il Ministero non aveva fatto nulla per trovare un accordo né si era lavorato insieme per modificare la discutibile bozza ministeriale. In pratica nonostante il mancato accordo della settima scorsa, il testo della Turco era stato rimesso tale e quale sul piatto della riunione di ieri, con la ferma determinazione di farlo passare ribadita martedì dal ministro. Ma «sino a ieri non è stato convocato alcun tavolo per migliorare il documento, rendendolo compatibile con quanto già legiferato dalle Regioni, così come aveva assicurato la Turco» ha affermato Romano Colozzi, assessore alle Finanze della Lombardia che in qualità di delegato per i Rapporti istituzionali partecipa alla Conferenza. Per questo, ha proseguito l’assessore, «la nostra posizione resta quella già espressa e non è pretestuosa perché questo documento è incoerente rispetto alla 194. Sembra inneggiare più alla prevenzione della maternità che dell’aborto».
 E così già ieri mattina il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani (Emilia Romagna) ha chiesto e ottenuto dal ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta di depennare la questione dall’odg della riunione prevista nel pomeriggio. «Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni – ha dichiarato il sottosegretario alla Salute Serafino Zucchelli, intervenuto ieri per conto della Turco – e sul tema è intervenuta la campagna elettorale che ha tolto serenità di giudizio. Non c’è l’intesa delle Regioni e quindi il documento lo teniamo nel cassetto». La questione sarà probabilmente lasciata in eredità al prossimo titolare della Salute, visto che, almeno per ora, quella di ieri risulta essere l’ultima Conferenza prima delle elezioni.
  Non sembra esserci né il tempo né il clima per trovare un accordo, e soluzioni differenti da parte del ministro risulterebbero inopportune da parte di un governo dimissionario a due settimane dalla nuova legislatura. L’unica ipotesi possibile sarebbe quella di inviare queste linee guida come atto di indirizzo, cosa che lascerebbe alle Regioni l’autonomia di decidere se accoglierle o no. Ma anche questo suonerebbe come un gesto politico, che farebbe carta straccia della necessità di tracciare una strada il più possibile condivisa e coerente con la legge.
  Insomma, meglio non fare nulla, per ora.
 Dall’anno della sua promulgazione (1978) la legge 194 in realtà non ha mai avuto un regolamento attuativo, anche perché la norma – al contrario della legge 40 – non lo prevede espressamente.
  In un momento in cui è incandescente la discussione sul tema dell’aborto, e in cui c’è ampio consenso sulla necessità di una migliore applicazione della parte preventiva della legge, rimasta sinora lettera morta, le linee guida costituiscono dunque uno strumento da maneggiare con cura.
  Un’occasione da non sperperare, per rendere effettivi tanti discorsi sulla necessità di lavorare per offrire un sostegno alle maternità difficili e cercare di eliminare le cause che inducono ad abortire.
Nel documento presentato dal ministro Turco si parla molto di metodi anticoncezionali – afferma Lucio Romano, vice presidente del Movimento per la vita e ginecologo all’Università Federico II di Napoli – ma non si menziona la prevenzione postconcezionale. I problemi che siamo chiamati a risolvere riguardano una donna che si trova in difficoltà a causa di una gravidanza: è il momento postconcezionale quello più delicato, in cui è necessario offrire assistenza psicologica, umana ed economica». Ed è il lavoro che il Mpv, attraverso i Centri di aiuto alla vita, cerca di realizzare dal ’78, fornendo sostegno a chiunque vi si rivolga. Un ruolo riconosciuto anche dalla 194, che però nelle linee guida ministeriali non viene mai menzionato: «Mi chiedo perché si tende sempre a disattendere il ruolo dei Cav – prosegue Romano –, come se la loro azione fosse invasiva, non rispettosa della donna. In realtà, si pongono sempre con un atteggiamento di umile e competente disponibilità». E la prassi sembra darne una conferma: «Più di 100 mila bambini sono nati grazie al lavoro dei volontari, che si fanno carico della madre e del bambino a livello globale. Se consideriamo solo l’aiuto economico che i Cav forniscono alle madri in difficoltà – 160 euro mensili per 18 mesi a ciascuna – otteniamo una somma che supera qualsiasi cifra che potrebbe essere stanziata dal governo». Una risposta a 360 gradi, e che invece nel documento ministeriale manca del tutto: «Non possiamo dare risposte di tipo esclusivamente tecnico, anche perché queste potremmo trovarle tranquillamente in qualsiasi reparto ospedaliero di ginecologia, ma anche di tipo antropologico ed etico, sulle quali la 194 ci interpella. Le soluzioni contenute nelle linee guida ministeriali lasciano trasparire una cultura che favorisce la deresponsabilizzazione; non rispettano la complessità della materia. Un’autentica cultura della vita si fa carico dell’essere umano già concepito, non soltanto della prevenzione anticoncezionale. Tutti parlano di cultura della vita, e le linee guida potrebbero essere un’occasione per tradurre queste parole in politica».
 Concorda Marina Duga, psicologa e psicoterapeuta: «È del tutto assente un discorso di tipo educativo. Anche laddove si fa cenno all’informazione e al miglioramento dei servizi, il documento ministeriale si mantiene sempre su un piano procedurale. Invece, soprattutto nel caso di gravidanze in età adolescenziale, è fondamentale dare spazio al confronto e alla riflessione, visto che il problema è spesso legato a fattori di non consapevolezza di sé, cosa che necessita l’intervento dell’adulto per aiutare a crescere, e non solo a evitare il danno». Per le linee guida, in altre parole, occorre pensarci meglio.


9 - INTERVISTA A MARIO PALMARO SULLA 194, UNA LEGGE GRAVEMENTE INGIUSTA

Autore: Francesco Agnoli - Fonte:

Mario Palmaro è Presidente nazionale del Comitato Verità e Vita (www.comitatoveritaevita.it ). Scrive per il Timone e il Giornale. Filosofo del diritto e bioeticista, insegna all’Università Pontificia Regina Apostolorum e all’Università Europea di Roma. Il suo testo “Ma questo è un uomo” (San Paolo, 1995), giunto alla terza edizione, è considerato uno degli studi italiani più completi sul tema dell’aborto procurato. Per i tipi di SugarCo sta preparando un nuovo libro sull’aborto, che uscirà a maggio.

Professor Palmaro, come giudica quanto sta accadendo in questi giorni in Italia con il riaprirsi del dibattito sulla legge 194?
E’ un fatto molto positivo, perché significa che dopo trent’anni di aborto di Stato, la ferita aperta nel nostro Paese non si è ancora rimarginata. Chi sperava di mettere una pietra tombale sulle istanze dei nascituri, che non votano e non rilasciano interviste, dovrà rassegnarsi: ci sarà sempre qualcuno che non è disposto a conformarsi alla prassi e al senso comune. Ben venga un nuovo dibattito sulla legge 194. A patto però che sia una discussione seria. Che cioè si vada al cuore del problema, senza fermarsi alle solite questioni marginali che servono solo a far contenti gli ingenui e a lasciare le cose come stanno.
Sembra di capire che lei non condivida l'idea, diffusa anche in ambienti cattolici, che la 194 non sia poi una legge iniqua, ma solo una legge male applicata...
Mi batto contro la legalizzazione dell’aborto da quando avevo dieci anni, all’epoca in cui in Italia fu approvata la 194. Alle scuole medie facevamo discussioni in classe per convincere compagni e insegnanti che l’aborto non è un diritto ma un delitto. Esiste una “ortodossia” sull’aborto che trent’anni fa era affermata senza cedimenti da riviste e giornali cattolici, e che oggi dobbiamo difendere con i denti, perché c’è in giro molta confusione anche in alcuni ambienti cattolici tutt’altro che marginali. Prevale - quando va bene - una lettura teologico-morale del problema: l’aborto è un grave peccato, si dice. E’ vero. Ma poi si aggiunge: la legge 194 non è poi così male, anzi è necessaria per evitare l’aborto clandestino. E questa è, in termini filosofico-giuridici, un’eresia. E’ una tesi abortista. Basta la retta ragione per affermarlo.
Se poi si è cattolici…
Se si è cattolici, ci si vada a rileggere quanto Giovanni Paolo II scrive nella Evangelium vitae: il nostro compito non è solo quello – lodevole – di aiutare le donne con gravidanze difficili e distribuire pannolini. Dobbiamo innanzitutto denunciare pubblicamente che la legge 194 è gravemente ingiusta, e che ogni legalizzazione dell’aborto è inaccettabile. Una forma di opposizione che non deve mai essere messa fra parentesi, nemmeno per ragioni strategiche.
Che cosa risponde a coloro che parlano di “aspetti positivi della 194 ancora da applicare”?
La 194 non è una buona legge applicata male. Non c'è alcuna eterogenesi dei fini, ma al contrario la norma ottiene quello che vuole  e che promette: e cioè, che la donna possa decidere in maniera arbitraria della vita del proprio figlio. E’ il principio di autodeterminazione della donna. Ora, è inutile una discussione sulla 194 che non contesti questo punto. I cosiddetti aspetti positivi della legge sono assolutamente marginali. E’ chiaro che si deve fare di tutto per salvare anche un solo bambino. L’importante, però, e che non si dia l’impressione di accettare la “cultura della scelta”, per cui si dà per assodato il monstrum giuridico che dà alla donna il potere di decidere della vita o della morte del nascituro.
Alcuni fanno notare che all’articolo 1 la legge parla di “tutela della vita fin dal suo inizio”…
Intanto, non si chiarisce quale sia questo inizio, cavalcando l’ambiguità del termine. E poi, siamo di fronte a un colpo di genio dell’abortismo umanitario: dichiarare un principio che nasconda il senso dell’intera legge sotto il mantello dell’ipocrisia. Sarebbe come se una legge che regolamenta la pena di morte recitasse all’inizio: lo stato tutela i diritti dei detenuti. Secondo qualche giurista, la 194 non conterrebbe un vero e proprio diritto di abortire per la donna. Lei è d’accordo?
Assolutamente no. A dispetto delle premesse, la legge 194 introduce nell'ordinamento un antiprincipio assai grave: il diritto di vita e di morte per la donna nei confronti di un altro essere umano innocente. Questo ius vitae ac necis è assegnato alla donna in maniera totale ed esclusiva, attraverso l'espediente della procedura, che trasforma un delitto in un atto medico pagato dai contribuenti. 
Perché capita di ascoltare giudizi assolutori sulla 194 anche da studiosi di area cattolica?
L’effetto peggiore delle leggi ingiuste è che con il passare degli anni si autolegittimano. Dopo trent’anni la 194 fa meno impressione, molti cominciano a metabolizzarla. Eppure questa legge ha fatto quasi 5 milioni di vittime innocenti, ha trasformato l’aborto in una questione esclusivamente femminile, ha escluso il padre dalla decisione. La 194 introduce l’aborto eugenetico, discriminando i concepiti ammalati. L'aborto viene escluso soltanto qualora il feto sia in grado di sopravvivere fuori dal corpo della donna. Non esiste alcun apparato sanzionatorio, ad eccezione dei casi di aborto colposo o contro la volontà della donna. Insomma: questa legge è un vero disastro. Altro che parti positive.
Alcuni, anche nell’ambito dei pro life italiani, propongono di rinunciare all’idea che l’aborto debba essere punito. Che cosa ne pensa?
E’ un grave errore, un sorprendente non-senso tecnico giuridico. Il diritto ha un unico linguaggio: stabilire precetti e divieti, e presidiarli con una sanzione. Che potrà anche non essere il carcere, quando ragioni di umanità suggeriscono il ricorso a misure alternative. Ma la pietà non può fare velo alla necessità di tutelare un bene giuridico fondamentale come quello della vita umana. L’infanticidio è, ad esempio, un delitto che mette insieme una colpa oggettivamente gravissima e una condizione spesso fragilissima della madre colpevole. Eppure, nessuno ha proposto – almeno per ora – di depenalizzare questo reato. Ora, non è possibile tutelare la vita del concepito senza l’arma della minaccia sanzionatoria, pur nelle forme e nei modi più compatibili con la natura di questo delitto. Ricordiamoci che l’abortismo si è affermato proprio rivendicano la depenalizzazione.
Si dice che una certa duttilità sui principi sia necessaria, perché oggi non è possibile abrogare o anche solo cambiare la legge 194. Lei che cosa risponde?
Sono più che mai convinto che oggi in Italia non esistano le condizioni per modificare anche di poco la 194. C’è una spaventosa mentalità abortista diffusa, che richiederà decenni di lavoro per essere capovolta. Dopo il referendum del 2005 sulla fecondazione artificiale, qualcuno ha parlato di “vittoria” della cultura della vita: un pauroso abbaglio. C’è però un elemento incoraggiante: le nuove generazioni sono meno ideologizzate dei loro nonni e dei loro genitori. E che cosa possiamo fare per questi ragazzi? Non certo annacquare la verità, per renderla più digeribile. Non certo dire che “la 194 è una buona legge”. Ma dire loro con forza che questa è una legge gravemente ingiusta.
Cosa risponde a quanti dicono che, con una simile posizione intransigente, si ostacolano cambiamenti positivi della legge 194 o della sua applicazione?
Che è una tesi assurda. I radicali si battono da quarant’anni per avere il massimo, e così ottengono almeno il minimo. E non si fermano mai. Solo se teniamo alta la posizione di bandiera possiamo esercitare sulla politica – che è luogo di mediazione – una benefica spinta verso la giusta direzione, anche a piccoli passi. Non mi spaventa morire in un mondo in cui ci sia ancora la legge 194. Mi spaventa morire in un mondo in cui più nessuno dice che la 194 è una legge gravemente ingiusta. Non mi spaventa morire in un mondo in cui gli abortisti sono la stragrande maggioranza. Mi spaventa morire in un mondo in cui tutti, anche gli antiaboristi, ragionano e parlano da abortisti.


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