BastaBugie n°172 del 24 dicembre 2010

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1 ANNOZERO: MICHELE SANTORO GIUSTIFICA CHI METTE A FERRO E FUOCO ROMA
Mezzi delle forze dell'ordine e auto di comuni cittadini dati alle fiamme, segnaletica stradale distrutta, tavoli e sedie dei bar lanciati alle vetrine dei negozi: totale danni per venti milioni di euro
Autore: Andrea Tornielli - Fonte: La Bussola Quotidiana
2 LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE COLLOCA SULLE NOSTRE FRONTIERE UN GRANDE CARTELLO: ''INGRESSO LIBERO E GRATUITO AI CLANDESTINI''
Spiace dirlo, ma nessun territorio può accogliere un numero d'immigrati illimitato
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
3 LA STORIA D'AMORE (?) DI MINA E PIERO WELBY E IL FUNERALE DI MONICELLI: COME LA TV STRAVOLGE LA REALTA'
Ad uso e consumo di quelli che si pavoneggiano con il suicidio (altrui): Roberto Saviano, Paolo Villaggio, Stefania Sandrelli, Carlo Vanzina, Walter Veltroni, Umberto Veronesi, Adriano Sofri, ecc.
Autore: Emanuele Boffi - Fonte: Tempi
4 CARA LEGA, SEI TIEPIDA SUL FEDERALISMO: PRENDI ESEMPIO DAL TEA PARTY AMERICANO
I Paesi davvero federali come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia, hanno una pressione fiscale ridotta del 50 per cento (e possono fare referendum in questa materia: noi no)
Autore: Robi Ronza - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 L'EUROPA E GLI STATI UNITI SOTTO LA MORSA DEL FREDDO: EPPURE GLI ''ESPERTI'' AVEVANO DETTO CHE IL 2010 SAREBBE STATO L'ANNO PIU' CALDO DEGLI ULTIMI TEMPI!
Ancora una volta i fatti smentiscono la teoria del fantomatico riscaldamento globale
Autore: Guido Guidi - Fonte: La Bussola Quotidiana
6 A CANCUN E' STATA DECISA LA COSTITUZIONE DELL'UTOPISTICO ''GREEN CLIMATE FUND''
Litigando sul contributo da dare, ecco le solite roboanti affermazioni di principio che mancano di un progetto per realizzarle
Autore: Fabio Spina - Fonte: La Bussola Quotidiana
7 ELOGIO DEL NATALE CONSUMISTICO
Consigli ai sacerdoti per la predica di mezzanotte
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
8 IL VIAGGIO DEL VELIERO (OVVERO LE CRONACHE DELLA CONVERSIONE)
Esce in Italia il terzo film delle ''Cronache di Narnia'': ancora una volta il quotidiano La Repubblica non ci ha capito nulla
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Bussola Quotidiana
9 NON ESISTE UN ISLAM MODERATO (DA CONTRAPPORRE A QUELLO FONDAMENTALISTA)
Le giustificazioni di atti abominevoli commessi da terroristi musulmani trovano la loro giustificazione proprio nel Corano: vediamo alcuni esempi...
Fonte: I Tre Sentieri
10 E' MORTO ENZO BEARZOT, IL GRANDE ALLENATORE DELLA NAZIONALE VINCITRICE DELLA COPPA DEL MONDO IN SPAGNA
I giornalisti si dimenticano di dire che era un grande uomo di fede (andava alla Messa tutte le domeniche)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana
11 IL CONCILIO VATICANO II FU VERA GLORIA? VEDIAMO CON IL PROFESSOR DE MATTEI L'ARDUA SENTENZA!
L'errata interpretazione dei testi del Concilio non è sufficiente a spiegare la crisi della Chiesa post-conciliare
Autore: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - Fonte: Corrispondenza Romana
12 LA CINA VUOLE IMPORRE AI CATTOLICI LA LINEA DEL GOVERNO AL POSTO DI QUELLA DEL PAPA
La Santa Sede protesta contro le autorità di Pechino che hanno costretto il clero cattolico ad eleggere un vescovo illegittimo a capo dell'autonominato ''Consiglio dei vescovi''
Fonte: La Bussola Quotidiana
13 CATTOLICI IN POLITICA E PRINCIPI NON NEGOZIABILI
1) difesa della vita dal concepimento alla morte naturale 2) rispetto della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna 3) libertà di educazione da parte dei propri genitori
Autore: Giampaolo Crepaldi - Fonte: Zenit
14 OMELIA DELLA MESSA DI NATALE DELLA NOTTE
Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi un salvatore
Autore: Giacomo Biffi - Fonte:

1 - ANNOZERO: MICHELE SANTORO GIUSTIFICA CHI METTE A FERRO E FUOCO ROMA
Mezzi delle forze dell'ordine e auto di comuni cittadini dati alle fiamme, segnaletica stradale distrutta, tavoli e sedie dei bar lanciati alle vetrine dei negozi: totale danni per venti milioni di euro
Autore: Andrea Tornielli - Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

Ieri sera Annozero di Michele Santoro è stato dedicato al voto di fiducia del 14 dicembre e alle manifestazioni di piazza sfociate in atti di guerriglia urbana. Roma, come sapete, è stata messa a ferro e fuoco: carabinieri, poliziotti e finanzieri, che facevano il loro dovere e presidiavano due luoghi simbolo della democrazia rappresentativa, il Senato della Repubblica e la Camera, sono diventati bersaglio di sassaiole e sprangate. I loro mezzi sono stati dati alle fiamme, alcuni manifestanti hanno tirato loro addosso anche transenne, pali della segnaletica stradale divelti, tavoli e sedie dei bar. Sono state incendiate autovetture, distrutte vetrine e bancomat. I danni ammontano a venti milioni di euro.
In trasmissione, Santoro aveva invitato una rappresentanza degli studenti universitari arrabbiati. Ne ha fatti parlare tre. Tutti hanno cercato di spiegare la loro rabbia, provocata dall’appartenere a una generazione a cui è stato “rubato” il futuro, costretta a frequentare un’università che ora, dopo la riforma Gelmini, «non sarà più pubblica». Tutti hanno spiegato e giustificato l’inaudita violenza, dicendo, in sostanza, che se manifesti per due anni e nessuno ti ascolta, l’esito scontato è quello della violenza stile black-bloc. Mentre il ministro Ignazio La Russa, il leader Udc Pierferdinando Casini e il vicedirettore del Giornale Nicola Porro chiedevano ai tre rappresentanti di dire una parola chiara per prendere le distanze da chi ha pestato i poliziotti e incendiato i loro automezzi, cercando di attaccare il Senato e la Camera e trasformando il centro di Roma in un campo di guerra, l’ex poliziotto ed ex magistrato Antonio Di Pietro, ora parlamentare, ha sì condannato le violenze, aggiungendo però il suo «ma...», e legando quanto accaduto alle politiche del governo, che dunque, a suo dire, se l’è cercata.
Non uno degli studenti intervenuti ha speso una parola per dire che quanto accaduto è inaccettabile, per ribadire che la maggioranza dei manifestanti (studenti, lavoratori, cittadini dell’Aquila), pur arrabbiata con il governo, non approvava i gesti inconsulti di guerra. E questa, a detta di Santoro, è la novità di quanto accaduto martedì scorso. Insomma, se qualcuno ha qualcosa da ridire contro le politiche del governo legittimamente votato dal Parlamento, cioè dall’organo rappresentativo leggittimamente eletto dai cittadini, e dopo un anno, un anno e mezzo o due, la sua idea o la sua pacifica protesta – in piazza, sui tetti, per strada, nelle stazioni ferroviarie bloccate, etc. – non ottiene la risposta da lui desiderata, è legittimato a massacrare di botte i poliziotti che per 1200 euro al mese fanno la guardia all’ingresso delle istituzioni.
È legittimato a dare alle fiamme le auto di ignari e incolpevoli cittadini che magari alle elezioni hanno votato centrosinistra e dunque contro il governo; può distruggere le vetrine di incolpevoli negozianti e i bancomat degli istituti di credito. Può tirare sanpietrini e colpire a sprangate. Solo per sfogare la sua rabbia giovanile, il suo disagio represso. La sua profonda amarezza per il fatto che il decadente Cavaliere non è decaduto e ha superato lo scoglio della fiducia. Certo, il fenomeno non è solo italiano. Si dirà che ciò accade anche in Inghilterra, culla della democrazia. Lì però il governo ha deciso di triplicare le tasse universitarie, cosa che in Italia non è accaduta.
Quello che dovrebbe preoccupare tutti, invece, oltre alla barbara violenza da parte di piccole minoranze ideologizzate e antagoniste, è la giustificazione di questa stessa violenza da parte degli studenti che occupano le università, e di quei politici e intellettuali che per far cadere il governo son pronti a usare anche i black-bloc.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

2 - LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE COLLOCA SULLE NOSTRE FRONTIERE UN GRANDE CARTELLO: ''INGRESSO LIBERO E GRATUITO AI CLANDESTINI''
Spiace dirlo, ma nessun territorio può accogliere un numero d'immigrati illimitato
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 20-12-2010

La dottrina sociale della Chiesa, fin dalle sue origini, attribuisce ai giudici un'altissima funzione. Comunque questi siano scelti, insegna Leone XIII, la loro autorità come quella dei reggitori degli Stati viene da Dio, che il giudice rappresenta in Terra nell'altissima funzione di rendere giustizia. Il sospetto pregiudiziale nei confronti dei magistrati non appartiene dunque alla storia culturale dei cattolici.
Vale però per i giudici quello che vale per i governanti. Il loro potere non è assoluto, cioè "solutus ab", sciolto da ogni limite e da ogni vincolo. Né il limite - e sta qui la differenza fra la dottrina sociale della Chiesa e il positivismo giuridico - deriva solo dalle leggi e dalle Costituzioni. C'è un limite in alto, che deriva dalla legge naturale che per i credenti ha Dio per autore, ma che in quanto accessibile alla retta ragione vincola anche i non credenti, la cui osservanza garantisce il rispetto del limite in basso, costituito dai diritti inviolabili delle persone e delle comunità.
Come insegna Benedetto XVI nella "Caritas in veritate" ogni volta che un potere - tanto più se si tratta di un potere non elettivo - rifiuta i limiti in alto e in basso e, in nome di un presunto sapere superiore, viola i principi della legge naturale e prevarica sulle legittime aspirazioni delle persone, la sua funzione tecnica degenera in una ideologia, la tecnocrazia.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito a due episodi controversi, che inducono a riflettere sull'intera questione della funzione del giudice e dei suoi limiti. Il Tribunale di Roma ha deciso la scarcerazione dei teppisti che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma, picchiando poliziotti, assaltando Bancomat e bruciando automobili, chiamandoli sempre nel suo provvedimento e nelle interviste dei magistrati "manifestanti", quasi che la violenza cieca fosse parte del legittimo diritto di protestare e manifestare. La Corte Costituzionale ha deciso che l'immigrato clandestino che versi in condizioni d'indigenza non può essere espulso.
Sulla prima ordinanza il dissenso è stato vasto, e il semplice buon senso fa capire che il buonismo vagamente sessantottino che dimostra comprensione per chi spacca vetrine e aggredisce poliziotti rischia di persuadere altri teppisti che queste bravate comportano pochi rischi, violando i diritti dei pacifici cittadini che, se si trovano nel posto sbagliato nel momento sbagliato, rischiano la macchina bruciata e un ciottolo in testa, per non parlare degli agenti costretti nuovamente a rischiare la vita come negli anni di piombo.
La sentenza della Corte Costituzionale rischia di essere scambiata per un gesto di umanità: non insegna forse la Chiesa che i poveri vanno accolti sempre, a prescindere dai timbri e dai bolli? È certamente così, ma non si deve fare confusione fra la misericordia e la giustizia, fra il ruolo dello Stato e quello della carità di cui la Chiesa si fa interprete.  Se un assassino finisce in carcere, lì la misericordia della Chiesa lo raggiunge, lo aiuta, lo esorta alla conversione. Ma questo non significa che il giudice, la cui funzione è diversa da quella del cappellano del carcere, non abbia il dovere di condannarlo. Se, convinto della sua colpevolezza, non lo condanna per malinteso buonismo il giudice non compie un atto di misericordia ma una grave violazione del suo dovere di stato.
La clandestinità, piaccia o no, è un reato: non solo in Italia ma in numerosi altri Paesi che ci sono spesso portati a esempio come "avanzati" e "moderni". È anche una fabbrica di altri reati, perché molti clandestini sono arruolati dalla criminalità.
Quando il clandestino, nonostante la vigilanza, arriva in Italia, la misericordia della Chiesa lo rifocilla, lo veste, lo aiuta a superare i disagi anche quando deve ritornare al suo Paese. La Chiesa fa il suo mestiere, e chi la critica sbaglia.
Lo Stato, però, non è la Chiesa. Come insegna, ancora, la "Caritas in veritate" deve assicurare l'equilibrio fra il dovere di accoglienza, che esiste, e il diritto della società ospitante, che non può comunque accogliere un numero illimitato d'immigrati, alla sicurezza e all'integrità. Dire che tutti i clandestini indigenti, come afferma la Corte Costituzionale, hanno diritto a rimanere in Italia significa affermare che tutti i clandestini possono venire e restare, dal momento che in pratica non esiste nessun clandestino che non dichiari di essere povero, e la grande maggioranza lo è davvero.
Con questa sentenza la Corte Costituzionale colloca sulle nostre frontiere un grande cartello "Ingresso libero e gratuito ai clandestini", affermando implicitamente che il governo non ha il diritto di regolamentare l'immigrazione e che questa può avvenire senza limiti e senza quote.
Nonostante le affermazioni di qualche religioso, animato da buone intenzioni che lo portano a confondere il ruolo di misericordia della Chiesa con quello di giustizia dello Stato, questa prospettiva nuoce al bene comune e non è conforme né alla legge naturale né alla dottrina sociale cattolica. Entrambe insegnano che esiste un dovere di accoglienza dell'immigrato, ma questo non è assoluto e trova un limite nel dovere dello Stato di regolamentare e limitare l'immigrazione dopo un prudente apprezzamento del bene comune.
Nessun territorio può accogliere un numero illimitato d'immigrati. Se ho una casa costruita per cinque persone, se ci accolgo in più cinque bisognosi pratico la carità in grado eroico ma se cerco di accoglierne cinquanta sono uno stolto che viola i diritti sia della propria famiglia sia dei bisognosi, costretti ad ammassarsi in condizioni inumane.
Se i giudici m'impongono di accogliere cinquanta immigrati in uno spazio che ne può contenere cinque, per di più opponendosi alla volontà chiaramente espressa da governo e parlamento, fanno prevalere un giudizio ideologico sul reale e sul bene comune. Non esercitano la democrazia ma la tecnocrazia, e con questi giudici abbiamo un problema.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 20-12-2010

3 - LA STORIA D'AMORE (?) DI MINA E PIERO WELBY E IL FUNERALE DI MONICELLI: COME LA TV STRAVOLGE LA REALTA'
Ad uso e consumo di quelli che si pavoneggiano con il suicidio (altrui): Roberto Saviano, Paolo Villaggio, Stefania Sandrelli, Carlo Vanzina, Walter Veltroni, Umberto Veronesi, Adriano Sofri, ecc.
Autore: Emanuele Boffi - Fonte: Tempi, 10-12-2010

Tutto fu fortuito, ma non casuale. Un incontro sotto la statua di Giordano Bruno a Campo dei Fiori; lei, una ragazza minuta e «cattolicissima», che chiede a lui, un uomo alto, imponente, robusto che aveva conosciuto i porti di mezzo mondo, un’indicazione. Lui che la rassicura: «Ti accompagno io». Come ha detto Roberto Saviano durante la trasmissione Vieni via con me raccontando la vicenda di Mina e Piero Welby, la loro è «una storia d’amore che ti entra dentro». Amore. è la parola che con maggior frequenza è ritornata all’interno di un monologo teatrale di una trentina di minuti. A occhio e croce, il giornalista l’ha ripetuta almeno una decina di volte. Ha parlato molto anche di «accanimento terapeutico», anche se quello di Piero Welby non è mai stato un caso di questo tipo. Ha citato il cardinale di Milano Carlo Maria Martini per dire che l’accanimento terapeutico è sbagliato. è vero, lo sostiene anche il Papa. Solo che quello di Welby non era accanimento terapeutico. L’unica parola che Saviano doveva pronunciare per onorare realmente il senso della battaglia di Welby non l’ha mai proferita: «eutanasia». Però Saviano ha raccontato delle confidenze tra i due amanti, di un amore sofferto e vero che aveva nelle sue fibre il terrore di un demone – la distrofia muscolare – che portò lui alla paralisi. E poi lo portò a usare il sintetizzatore vocale per scrivere un appello al presidente Giorgio Napolitano perché ascoltasse la sua voce, quella di un radicale che voleva fare della sua morte una bandiera. Una bandiera che sventolasse quale vessillo? Quello dell’eutanasia. L’unica parola che Saviano non ha pronunciato. Ha dovuta dirla Mina, la «cattolicissima Mina», in un altro degli spazi che Vieni via con me ha concesso alla narrazione di questo «amore che ti entra dentro». Leggendo l’ultimo e intimo dialogo avuto col marito, era stato proprio Piero a ribadire alla moglie  il senso del suo gesto autodistruttivo: «La lotta per l’eutanasia con i radicali. E a Marco Pannella, vecchio bestione, ti voglio bene». Non che fosse un mistero. Welby ha sempre parlato coscientemente di eutanasia. Di questo, però, Saviano non ha parlato. Eppure in mezz’ora di trasmissione non gli sarebbe mancato il tempo. Ma il problema era che lui voleva parlare di «amore», «di un sogno in dimensione casalinga», «di un tronco umano che sapeva esprimersi poeticamente», di un uomo che «non voleva andare incontro al suicidio, ma porre fine a quella che non è più una vita».
Sono i delitti della tenerezza. Quelli che sono giustificati dall’amore. Una passione che è impegno civile, battaglia per tutti, perché siano affermati «i diritti dei malati, di tutti quanti gli italiani». Fino al momento del pathos finale, così come lo ha raccontato ancora l’autore di Gomorra. Luci soffuse, voce roca: «Mina: “Sei sicuro?”. Lui chiude gli occhi per dire “sì”. Piero si addormenta. Finalmente. Per sua volontà». Tuttavia, come ha spiegato Saviano, anche questo amore ha i suoi nemici: nel caso specifico l’avversario insolente e insensibile è la Chiesa che nega i funerali a Welby – che per la cronaca non li aveva chiesti, ma questo non è stato ricordato – e però li ha concessi a Pinochet e a Francisco Franco. Che scandalo. «La chiesa è rimasta chiusa», ha detto Saviano.
D’altronde è sempre la Chiesa ad essere nemica di questa tenerezza che ci vorrebbe tutti così mansueti fino a soffocarci. è colpa dei cattolici se in italia non c’è l’eutanasia. Quando Mario Monicelli si è gettato dal quinto piano del reparto di urologia 2 dell’ospedale san Giovanni di Roma, la scena che si presentava agli occhi dei soccorritori era questa. Il corpo di un uomo di 95 anni, che in vita fu stimato e grande regista, ricoperta da un telo bianco sotto la pioggia insistente di fine novembre.
Monicelli non ha lasciato una riga per spiegare il suo gesto. Sappiamo solo che stava attraversando un periodo di depressione, che era affetto da un male incurabile, che solo pochi minuti prima «sorrideva agli infermieri». Sebbene Monicelli non abbia lasciato scritti, sebbene in vita sua non si ricordino battaglie in favore dell’eutanasia, altri hanno deciso di interpretare questa tragica fine per i loro scopi. E per farlo hanno dovuto, innanzitutto, spiegare che quello non era un suicidio, ma «un estremo atto di volontà», come ha detto con assai poca cautela il Capo dello Stato. «Un gesto di libertà – è stato scritto sul settimanale Gli altri –. Un gesto in fondo bello». L’atto di un uomo, come ha spiegato Paolo Villaggio, «che ha voluto decidere della sua vita fino in fondo. è stato coraggioso». Perché, poi, «Mario non è morto. Ha scelto di andarsene» (Ettore Scola) e oggi è meglio ricordarlo «mentre è in volo, non a terra» (Mario Martone).
Possiamo forse parlare del suicidio di un uomo cieco e depresso? «è stato un estremo gesto di libertà e di anticonformismo» (Stefania Sandrelli), un modo di lasciarci «molto cinematografico» (Carlo Vanzina), «una prova di carattere» (Lietta Tornabuoi), «un grande gesto di coraggio» (Eva Cantarella), «che ha ci ha ringiovaniti di cinquant’anni. L’ultimo affronto a una vita presa di petto» (Giovanni Veronesi), un’uscita di scena «che non impone solo rispetto, ma suscita simpatia. Si capisce, si sente, è fatta della stoffa di cui sono fatti gli umani, quando se ne ricordano» (Adriano Sofri).
Monicelli non ha voluto alcun funerale e le sue ceneri saranno sparse in mare. Mentre il feretro passava tra la folla per l’ultimo ricordo, la gente urlava «Mario, ci hai fatto divertire». Nel discorso funebre, Villaggio ha fatto commuovere tutti parlando di «gesto meraviglioso». Non c’è stato né un briciolo di pietas né un ultimo scampolo di pudore. Neppure un dissacratore come Monicelli è riuscito a sfuggire agli elogi di quelli che Ruggero Guarini ha definito i «pavoni suicidari», quelli che «anziché suicidarsi loro preferiscono sostenere la causa del suicidio, facendo la ruota sulla pubblica scena con le penne dei suicidi altrui». Una combriccola che meriterebbe solo l’invito che ha rivolto loro il direttore del Foglio («mandateli affanculo») e che invece hanno avuto agio sui quotidiani di esprimere tutta la propria pacchiana tenerezza. Come Luigi Cancrini che ha potuto scrivere sull’Unità che «è stata una dimostrazione grande e semplice di amore per la vita». O come Walter Veltroni, che ha potuto spiegare che «ha vissuto, non si è lasciato vivere e non si è lasciato morire. Ha deciso di andarsene. Era un italiano con la schiena dritta». D’altronde come hanno spiegato la radicale Rita Bernardini e l’oncologo Umberto Veronesi, «con l’eutanasia avrebbe fatto una fine più dignitosa». Dove la dignità, par di capire, sarebbe stata che l’avremmo ucciso noi. Ma con tanto amore.

Fonte: Tempi, 10-12-2010

4 - CARA LEGA, SEI TIEPIDA SUL FEDERALISMO: PRENDI ESEMPIO DAL TEA PARTY AMERICANO
I Paesi davvero federali come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia, hanno una pressione fiscale ridotta del 50 per cento (e possono fare referendum in questa materia: noi no)
Autore: Robi Ronza - Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

Sembra che il presidente del Piemonte, Roberto Cota, abbia definito "epocale" l'accordo cui si è giunti ieri in sede di Conferenza Stato-Regioni a proposito del cosiddetto federalismo fiscale. C'è davvero da esserne sorpresi: quello che oggi in Italia viene chiamato federalismo fiscale è in effetti un semplice meccanismo di nuova ripartizione di imposte che continuano a essere stabilite dal governo centrale e a venire raccolte e distribuite sotto l'ègida della sua amministrazione finanziaria: pertanto tutto ciò che accade in tale quadro non ha mai nulla di autenticamente federale. Manca quindi per definizione a uno degli obiettivi principali del federalismo: la razionalizzazione e quindi la riduzione della spesa pubblica, e dunque delle imposte.
Fa un po' specie che un giudizio così sproporzionatamente entusiastico riguardo all'ennesima applicazione della pratica «io do una cosa a te, tu dai una cosa a me» andata in scena ieri a Roma venga da una figura di primo piano della Lega. Sentirlo dire invece da un notabile del partito che pretende di essere l'antesignano del federalismo nel nostro Paese fa venire i brividi. Siccome nella Lega si dovrebbe sapere che cosa è il federalismo, le ipotesi sono due: o Cota e i suoi sperano di stare così avviando un processo che andrà ben oltre la lettera delle legge e dei suoi decreti attuativi, oppure anche loro – malgrado tutte le loro intemperanze verbali –  non sono immuni dalla tendenza a scambiare le primogeniture con i piatti di lenticchie, eredi a sorpresa in questo della DC buonanima.
L'altro ieri l'OCSE, l'organizzazione internazionale dei paesi più industrializzati del globo, ha pubblicato a Parigi i primi dati provvisori per il 2009 relativi al rapporto pressione fiscale/ produzione nazionale lorda negli Stati membri. Sulla stampa italiana ci si è in proposito per lo più concentrati a parlare del fatto che dentro l'Unione Europea col 43,5 di pressione fiscale il nostro Paese ha superato il Belgio e cosette del genere. Sarebbe comunque stato più importante sottolineare quanti punti in meno ha la Germania, nostro primo  partner commerciale, e soprattutto la Polonia, che dentro l'Unione è il nostro più importante concorrente in diversi settori manifatturieri tra cui in primo luogo quello dell'auto e degli altri mezzi di trasporto.
E' rimasto ad ogni modo in ombra un elemento che è fondamentale: i Paesi davvero federali, come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia,  hanno una pressione fiscale che o è addirittura inferiore (si veda il 24 per cento degli Stati Uniti) oppure si aggira attorno  al 30 per cento, mentre tutti i maggiori Paesi centralizzati, compresa quindi l'Italia, sono sopra il 40 per cento di pressione fiscale.
E' per noi particolarmente significativo il caso della Svizzera, Paese col quale confiniamo o dove il livello di qualità della pubblica amministrazione è evidentemente superiore al nostro. In Svizzera la pressione fiscale è pari al 30,3 per cento, oltre dieci punti in meno della nostra. Che cosa garantisce tale stato di cose? Non chissà quale sistema di controllo bensì alcuni semplici ma efficaci principi: chi decide la spesa è anche colui che decide le imposte, essendo pienamente responsabile di fronte ai propri elettori sia della prima che delle seconde; pertanto, al di sotto di un "tetto" massimo di prelievo valido per tutti, nei campi di imposizione ad esso riservati ogni Comune e ogni Cantone  può ridurre le imposte fin dove vuole. Questo provoca una positiva concorrenza al ribasso della pressione fiscale tra Comuni e Cantoni, orientata ad assicurare ai cittadini e ai residenti il massimo dei servizi richiesti al minor costo possibile. E siccome si possono fare referendum popolari anche in materia fiscale pure il governo federale è perciò soggetto a un effettivo controllo della spesa.
Il diritto di referendum in materia fiscale è decisivo perché in questo campo un governo può magari imbambolare un Parlamento (specialmente quando come quello italiano è fatto di persone che di regola vivono solo di politica), ma non la massa degli elettori. Se sono certo che la cattiva amministrazione e l'evasione fiscale mi costeranno più tasse l'anno venturo, o viceversa che la buona amministrazione e la correttezza fiscale me le faranno diminuire, non c'è bisogno della Guardia di Finanza (che infatti in Svizzera non esiste) perché la Guardia di Finanza dei miei concittadini e del mio sindaco sono io stesso.
E' una cosa distante anni-luce dalla realtà del nostro Paese? E' vero, ma siccome il collasso dell'economia italiana è invece dietro l'angolo c'è da sperare che quegli anni-luce vengano percorsi in un battibaleno.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

5 - L'EUROPA E GLI STATI UNITI SOTTO LA MORSA DEL FREDDO: EPPURE GLI ''ESPERTI'' AVEVANO DETTO CHE IL 2010 SAREBBE STATO L'ANNO PIU' CALDO DEGLI ULTIMI TEMPI!
Ancora una volta i fatti smentiscono la teoria del fantomatico riscaldamento globale
Autore: Guido Guidi - Fonte: La Bussola Quotidiana, 20-12-2010

L'Europa gela, la Russia pure, gli Stati Uniti non sono da meno. La stagione fredda dell'emisfero nord si presenta così, né più né meno come ci aveva lasciati la precedente nei primi mesi del 2010. Eppure, ci dicono, anzi, ci strillano, questo sarà con buona probabilità l'anno più caldo di sempre, ove per sempre si intende da quando i termometri sono a buon mercato, vale a dire un secolo e mezzo o giù di lì.
Qualche settimana fa il classico esperto di turno ci faceva sapere che se novembre e dicembre non fossero stati freddi, ma veramente freddi, il primato del 2010 sarebbe stato scontato. Era un esperto del Servizio meteorologico di Sua Maestà, dal quale, sotto mezzo metro di neve in buona parte ghiacciata, ci fanno ora sapere che se continua così questo sarà per le isole britanniche il dicembre più freddo di sempre. Evidentemente qualcuno deve aver ascoltato l'esperto suddetto. Speriamo la smetta di far previsioni di questo genere, perché gradiremmo che fosse riaperta l'autostrada del sole, chiusa per neve per buona parte del week-end appena finito.
E così, fa freddo ma il mondo si scalda, un bel rebus. Forse si dovrebbe dare ascolto a quanti (e non sono pochi) oggi ci dicono che dovremo essere sempre più preparati ad eventi del genere, in un clima fuori controllo proprio a causa del riscaldamento globale e, ovviamente, delle sue origini antropogeniche. Peccato che a dircelo siano gli stessi che si dicevano certi che avremmo avuto inverni sempre più miti e la neve sarebbe stata un ricordo, sempre a causa del riscaldamento globale. Forse questo aveva più senso, almeno per chi non è addentro ai misteri del clima, ma, a quanto pare, nemmeno così vanno le cose.
Allora forse il problema è nei numeri, quelli con cui vengono compilate queste specialissime classifiche passate in un batter d'occhio dagli annali del clima ai rotocalchi. Già, perché scienza vorrebbe che prima che si sia concluso un periodo, nella fattispecie un anno, e i dati siano consolidati, corretti e validati, ci si astenesse dal fare proclami. Ma questa regola non vale più, perché ora ci sono i summit climatici annuali, come quello appena finito a Cancun, e mica ci si poteva arrivare senza queste preziosissime informazioni. Sarà il più caldo di sempre? Nessun problema, quest'anno l'anno climatico va da dicembre a novembre, e la notizia è servita. L'anno prossimo si va a Durban in novembre; basterà anticipare il conteggio a ottobre e così via.
Eppure, novembre o dicembre che sia sembra che i numeri parlino chiaro. Le temperature medie superficiali globali quest'anno sono state sin qui uguali o superiori al record precedente, che è del 2005.
Ma come fanno gli esperti a tenere sotto controllo questi numeri? Concettualmente non è difficile, si prende un periodo di riferimento sufficientemente lungo o, come vedremo nella fattispecie sufficientemente freddo, e lo si promuove al rango di “norma climatica”. Tutto ciò che sta sotto sarà poi freddo in termini di scostamento dalla norma, tutto ciò che sta sopra sarà caldo.
Sembrerà strano, ma pur disponendo di una serie di dati lunga quasi un secolo e mezzo, chi ci dice che questo sarà l'anno più caldo di sempre usa come periodo di riferimento il trentennio 1951-1980, le tre decadi più fredde di tutta la serie, quelle, per intenderci, in cui qualche esperto (e non erano pochi neanche allora) si diceva convinto che fossimo all'inizio di un'era glaciale. Sembra abbastanza scontato dunque che ci sia molta più roba sopra che sotto, oppure no?
Ma non è proprio tutto qui. Pare che il caldo più caldo che mai, quest'anno abbia riguardato soprattutto le alte latitudini, area artica e zone limitrofe. Talmente caldo da azzerare, anzi, superare il “modesto” contributo freddo subito dalle medie latitudini, soprattutto le terre emerse dell'emisfero nord, durante l'inverno scorso e in queste ultime settimane. Cose che capitano, specie se si suppone che il clima vada a ramengo. Forse però è il caso di ricordare che mentre sulle medie latitudini e sulle terre emerse dell'emisfero nord la temperatura la misuriamo con una discreta densità di stazioni, in area artica i punti di rilevamento sono scarsi o del tutto assenti. Per calcolare quanto la zona si possa essere scaldata rispetto alla famosa norma, si fanno interpolazioni di 1200 km. Così i “buchi” vengono riempiti ad esempio con informazioni provenienti da punti molto più a sud (come se per sapere la temperatura di Milano si usassero i dati di Palermo), e finiscono per diventare tutti uguali, tutti bollenti, in una sorta di buffo socialismo climatico.
Questa operazione finirà dunque per regalarci l'anno più caldo di sempre, almeno così sostengono alla NASA, che gestisce uno dei tre dataset di temperature globali. Gli altri, l'Ufficio Meteorologico Inglese e quello americano della NOAA, sono invece più prudenti. Strano, perché il fatto che i tre dataset fossero sempre in sostanziale accordo è stato a lungo un punto di forza di chi teme il disastro climatico, anche se, condividendo oltre il 90% dei dati di origine, sarebbe preoccupante se non giungessero agli stessi risultati. Infatti, preoccupante, perché pare che questo accordo si sia interrotto proprio a causa del bollente 2010 e dopo aver invano provato a tirare gli altri nella mischia prima del summit di Cancun, ora la NASA è rimasta sola a tifare per il bollente 2010. Gli inglesi del resto c'è da capirli, con l'intera superficie del paese sotto la neve c'è poco da parlare di caldo, anche se si ha il loro innato sense of humor.
Sicché, i numeri parleranno anche chiaro, come detto sopra, ma tra un record di freddo e l'altro sperimentati negli ultimi mesi, viene il dubbio che parlino una lingua che è stata loro insegnata pur di giungere a un risultato, buono per i rotocalchi, pessimo per gli annali climatici, cioè per la scienza. Per cui tra un paio di settimane o poco più, quando sarà fatto l'annuncio finale e le agenzie si getteranno sull'osso, non stupitevi di aver freddo: la realtà è che avete caldo, ma non siete abbastanza addentro alla scienza del clima per capire il perché.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 20-12-2010

6 - A CANCUN E' STATA DECISA LA COSTITUZIONE DELL'UTOPISTICO ''GREEN CLIMATE FUND''
Litigando sul contributo da dare, ecco le solite roboanti affermazioni di principio che mancano di un progetto per realizzarle
Autore: Fabio Spina - Fonte: La Bussola Quotidiana, 14-12-2010

Il riassunto di Cancun è semplice: il “sistema di relazioni internazionali” legate al clima è salvo (compresi i viaggi ad esso connessi), ma se il futuro del Pianeta dipendesse dalle scelte prodotte sarebbe spacciato. Fortuna vuole che, da questo punto di vista, persone e scienziati sono sempre più convinti che non sia l’anidride carbonica prodotta dall’uomo l’unico responsabile del riscaldamento globale.
Non si può però non osservare che nel caso di Cancun i diplomatici sono stati bravi comunicatori. Visto come era andata Copenaghen (detta COP15), nata con tante aspettative e poi finita con solo alcune fumose promesse, quest’anno hanno deciso di cambiare tutto. La conferenza di Cancun sul clima, detta COP16, è nata sotto i peggiori e catastrofici auspici finendo sempre con le stesse fumose promesse, ma alla gente comune in questo modo è sembrato un successo, o almeno un mezzo successo. I big della politica accorsi in massa al COP15 si sono tenuti alla larga da Cancun, lasciando che altri fossero i responsabili di eventuali impegni e/o fallimenti: nel caso servisse sarebbe sempre possibile smentirli.
Non abbiamo lo spazio per entrare nei dettagli, ma per comprendere come è andata pensate ad un numeroso gruppo di amici (decine di migliaia) che s’impegna da decenni in una colletta per salvare il mondo: ogni anno si riuniscono alcune settimane nelle località più belle del globo per decidere le quote con le quali ognuno deve contribuire. Litigando sul contributo da dare, ogni volta si finisce in extremis, di solito sforando sulla chiusura della conferenza, in roboanti affermazioni di principio che, mancando di un progetto per realizzarle, divengono solo slogan ad uso di numerosi quotidiani, TV, ecologisti e politici. Ogni anno tutto questo è fatto recepire all’opinione pubblica come un passo avanti per il bene comune e quindi è necessario continuare nei successivi passi, e successive trattative.
L’anno scorso il COP15 era finito ingloriosamente con la scia del climategate, a seguito della pubblicazione delle mail tra alcuni scienziati IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, l'organismo ONU che si occupa di cambiamenti climatici) anche sul sito di Wikileaks, e gli errori del rapporto IPCC. Quest’anno all’insuccesso della Conferenza si dice che abbia contribuito la crisi economica globale.
La realtà è che il problema riscaldamento globale è nato in un mondo bipolare per creare un mercato interno ai Paesi occidentali ricchi (vedi Protocollo di Kyoto); nel mondo attuale questi non rappresentano più la parte ricca e da sola determinante, gli equilibri geopolitici stanno cambiando ed eventuali impegni divengono “camicie di forza” che nessuno desidera indossare. Sicché, ad esempio, nel “Green climate fund” il problema da superare, oltre a chi mette i soldi, è stato chi lo gestisce. Alla fine per trovare l’accordo la gestione dall’ONU è passata alla Banca Mondiale.
A Cancun, si scrive sui quotidiani, è stata decisa la costituzione del “Green climate fund” attraverso cui i paesi ricchi, dal 2020, aiuteranno quelli poveri nella lotta al cambiamento climatico con 100 miliardi di dollari l'anno (30 nel periodo 2010-2012), il proseguimento del Protocollo di Kyoto con tagli delle emissioni globali dal 25% al 40% entro il 2020, l'arresto della crescita della temperatura globale terrestre a 2°C (rispetto a quando? Con che errore?). Se però passiamo alla realtà occorrerebbe chiedersi da chi e come sarà finanziato il “Green climate fund”. Quanto dovrà pagare ogni Paese e quali le sanzioni nel caso non lo faccia.
Lo stesso vale per le riduzioni di emissioni nel caso del prolungamento del Protocollo di Kyoto. Si parla solo di riduzioni volontarie, intanto che accadrà al mercato dei crediti dopo il 2012? Durante il COP15 grandi nazioni come Giappone, Russia, Canada e Nuova Zelanda hanno già dichiarato che non parteciperanno ad un semplice “prolungamento” del protocollo attuale, mentre gli USA hanno già annunciato la fine del “Chicago Climate Exchange”.
A queste problematiche si aggiungono i dubbi sulla convenienza della green-economy in tempo di crisi: ad esempio la Francia sembra stia per togliere i finanziamenti al fotovoltaico. Il Ministro dell’Ecologia ha affermato che l’obiettivo di capacità fotovoltaica è stato raggiunto “ma non sono state soddisfatte le attese in materia ambientale e di creazione di nuovi posti di lavoro”, “con il sistema attuale i consumatori francesi sovvenzionano l’impiego e l’indistria in Cina” (ove la produzione di un pannello richiede un’emissione di CO2 di 1,8 volte rispetto ad uno francese).
Insomma quelle di oggi sembrano le stesse grida di successo che seguirono gran parte delle riunioni precedenti, ad esempio il G8 dell’Aquila del 2008, dopo il quale si disse che il Pianeta si salvava tagliando la CO2. I grandi della Terra in quella occasione, Paesi industrializzati in testa, decisero di ridurre le emissioni di gas serra dell'80% al 2050 (del 50% le altre nazioni). Con questi presupposti, rafforzati anche da un'ulteriore intesa ottenuta in ambito Mef (Major economies forum), gettarono le basi per raggiungere un accordo globale (quantomeno ampio e condiviso) attraverso i negoziati che condussero alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Copenaghen.  Poi si sa come è andata.
La cosa però che dovrebbe indignare e far riflettere è che alla conferenza FAO di Roma il 3 giugno 2008, all’apertura il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf , facendo un quadro dell’economia globale attuale dichiarò: ”Come possiamo spiegare alla gente di buon senso ed in buona fede che non è stato possibile trovare 30 miliardi di dollari all’anno per permettere a 862 milioni di affamati di godere del diritto umano più basilare: il diritto al cibo e quindi il diritto alla vita?”.
Come tutti sanno per salvare 862 milioni di persone non si sono trovati, mentre per salvare “la faccia” a Cancun sembra di sì.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 14-12-2010

7 - ELOGIO DEL NATALE CONSUMISTICO
Consigli ai sacerdoti per la predica di mezzanotte
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 21 dicembre 2010

Natale è alle porte. E ci toccherà sorbirci le solite lagnose recriminazioni moralistiche contro il "Natale consumistico".
E' un uggioso "refrain" in cui si sono specializzati molti ecclesiastici, ma anche tanti laici, non credenti, che – per esempio dalle pagine di Repubblica, del Corriere della sera o della Stampa – biasimano il presunto paganesimo della "corsa ai regali" (e lo fanno, ovviamente, mentre i loro stessi giornali vivono di pubblicità e i loro editori prosperano sui consumi).
Oltretutto i "consumi natalizi" sono pure un beneficio per la nostra economia che soffre di un Pil stentato, per cui è irritante vedere gli stessi che scagliano anatemi sul consumismo, strillare poi – il mese dopo – per le aziende che chiudono, per l'economia che ristagna e il deficit che cresce (come pure il debito essendo rapportati al pil).
Dunque mi appello ai parroci: per favore, quest'anno, evitateci queste geremiadi anticonsumistiche.
Perché non c'è cosa più insopportabile (e acristiana) del sentire sacerdoti alla Messa di Natale che – proprio mentre nasce Gesù, il nostro salvatore, la gioia della vita – invece di parlarci di lui, invece di invitarci a rallegrarci, invece di consolare le nostre sofferenze, si mettono a strapazzare i fedeli che si sono scambiati dei doni.
A volte si ha quasi la sgradevole sensazione che a Natale tuonino contro il consumismo perché non hanno nulla da dire su Gesù, perché non si stupiscono più del suo venire al mondo, perché non ne conoscono la meraviglia.
"Expertus potest credere quid sit Jesum diligere".
Come si può – quando si è sperimentata l'amicizia del Salvatore e se n'è scorta la bellezza ineffabile – mettersi a tuonare contro le luminarie, i pranzi e i regali, invece di parlare di lui?
Non somigliamo a quei farisei che – davanti a ll'uomo misterioso che con un solo gesto guariva un paralitico – si mettevano a polemizzare perché lo aveva fatto di sabato?
Quasi che fosse ovvio e normale che uno potesse stendere la mano e guarire un uomo paralizzato. Si facevano a tal punto violenza da non restare stupiti neanche da un fatto del genere.
E voi sacerdoti di oggi avete da dare la notizia più grande di tutti i tempi, la più commovente, inimmaginabile, consolante, cioè che Dio si fa uomo e viene ad abitare fra noi, che viene a guarirci, a salvarci, avete la notizia che nulla sarà più triste e disperato come prima, e invece di gridarcela, di scoppiare voi stessi in lacrime di letizia e di commozione (perché davvero se non fossimo così tragicamente distratti dovremmo piangerne di gioia), invece di gridarla dai tetti, vi mettete a rompere le scatole sui regali? Quasi indispettiti dalla gioia della gente?
Questa sì che è un'empietà! Oltretutto, se proprio vogliamo essere evangelici, dobbiamo riconoscere che il primo Natale dei regali è stato precisamente quello di duemila anni fa: sono stati i pastori e i Magi a viverlo così.
E il Vangelo li esalta per questa spontanea gratuità. Del resto era un'umile risposta a un immenso dono.
Perché in realtà è Dio stesso che inaugura il "Natale dei regali". Il "Grande Consumista" è Colui che ci ha regalato il cielo e la terra, l'universo intero, con tutto quello che contiene.
Nessuno ha dissipato e regalato così tanto i suoi beni come quel Dio che ha voluto letteralmente svenarsi per noi.
Natale non è altro che questo: la follia di Dio.
E' la sua irraggiungibile umiltà, avendo voluto spogliarsi della sua maestà e della sua gloria per abbassarsi fino a farsi un piccolo bambino povero e potersi donare a noi senza umiliarci, ma anzi mendicando il nostro amore.
Si può immaginare una follia d'amore pari a questa?
Riflettiamoci. C'è un Re così grande, ricco e potente che possiede tutto. E dunque ti regala non solo pietre preziose e perle, ma il mondo intero con  tutte le sue meraviglie. Però non gli basta, perché noi siamo insoddisfatti e infelici, e allora vuole donarti di più.
Potrebbe regalarti la felicità (per cos'altro tutti ci agitiamo se non per la felicità?) oppure potrebbe regalarti la bellezza, o la pace del cuore o l'amore o il calore dell'amicizia e potrebbe perfino regalarti tutto questo per l'eternità, senza più la tristezza della fine e della morte.
Ma ha deciso di farti un dono ancora più grande dove tutto questo è contenuto: se stesso, il suo unico e meraviglioso Figlio che letteralmente "è" tutto questo. Infatti Gesù è la vera felicità, la pace, l'amore, la gioia, la vita e lo è per sempre.
E allora come si fa – davanti a un tale Re che ti dona se stesso e tutto il suo regno, senza che tu lo meriti neanche lontanamente – come si fa a non essere strafelici e a non essere mossi spontaneamente, anche noi, a donare?
Ci sono passi bellissimi di Benedetto XVI sul "dono" nell'enciclica "Caritas in veritate". Egli vede nella cultura del dono addirittura una immensa risorsa sociale.
Ma allora i sacerdoti dall'altare di Natale dovrebbero dire esattamente l'opposto della geremiade contro il consumismo: dovrebbero anzi esortare a donare ancora di più, a donare non solo ad amici, figli o parenti, ma a riempire di doni e di amore anche tutti coloro che sono stati più sfortunati, coloro che vivono in povertà, coloro che soffrono, perché anche loro possano rallegrarsi nel giorno della gioia.
Il papa san Leone Magno, nella sua celebre omelia natalizia, secoli fa, annunciava e quasi gridava: "Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne".
Vorremmo sentire i parroci o i vescovi che ci ripetono queste parole, che incitano a non fermarsi a pochi regali, a Natale, ma a donare più possibile. A donare perfino se stessi.
E soprattutto a fare a se stessi il regalo più bello: l'amicizia di Cristo.
Mi sembra di sentire qualche amico prete che obietta: "va bene, dici belle cose, ma come si può tacere davanti a chi pensa solo ai regali, alla settimana bianca o alla vacanza alle Maldive o sul Mar Rosso e neanche va alla messa di Natale?".
Amico sacerdote, perché tu, come loro, pensi che la settimana bianca o le Maldive o il Mar Rosso siano in competizione con il Figlio di Dio che si fa uomo?
Chi ha fatto le maestose montagne e il loro cielo di azzurro purissimo? E chi dà consistenza ai miliardi di cristalli di neve che accecano di luce? E i fondali o i coralli del Mar Rosso? E la luna e le stelle?
"Tutto è stato creato per mezzo di Lui e in vista di Lui e tutto in Lui consiste". E allora come privarsi di lui? Dovresti dire a coloro che si contentano di così poco (una settimana alle Maldive), a coloro che si rassegnano alla settimana bianca, che possono avere molto di più.
Perché a Natale ci si dona colui in cui c'è la bellezza degli oceani e delle montagne innevate, il refrigerio della brezza d'estate, i colori dei boschi d'autunno, la dolcezza dell'amicizia, lo struggimento dell'amore dei figli, l'ardore dell'amore delle madri e perfino il gusto dei frutti succulenti della terra, la purezza dell'acqua e il sapore del vino. In lui c'è il gusto stesso della vita, il senso dell'esistenza.
Così nella Messa ci sono tutte le montagne innevate e i mari più azzurri, tutte le bellezze dell'universo. Non a caso la liturgia coinvolge tutti i cinque sensi nell'adorazione, perché Dio si è fatto carne ed è venuto a salvare tutto l'uomo, è venuto a portargli una felicità che passa anche attraverso i sensi umani, i sentimenti umani. E' venuto a divinizzare tutto l'uomo.
"Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio" afferma sant'Atanasio di Alessandria (De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192).
E chi – ditemi – chi, sapendo tutto ciò, può essere così masochista da rifiutare questo stupefacente regalo: essere trasformati in dèi, essere divinizzati, partecipare alla signoria di Dio sull'universo, partecipare alla gioia di Dio?

DOSSIER "NATALE"
Le verità dimenticate sulla nascita di Gesù

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Fonte: Libero, 21 dicembre 2010

8 - IL VIAGGIO DEL VELIERO (OVVERO LE CRONACHE DELLA CONVERSIONE)
Esce in Italia il terzo film delle ''Cronache di Narnia'': ancora una volta il quotidiano La Repubblica non ci ha capito nulla
Autore: Paolo Gulisano - Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

Esce oggi sugli schermi il film "Il viaggio del veliero", terzo episodio della saga cinematografica de "Le Cronache di Narnia", tratta dall’omonimo capolavoro dello scrittore anglo-irlandese C.S. Lewis, ed è subito polemica.
«Narnia film di fede?» titolava nei giorni scorsi il quotidiano La Repubblica, sostenendo - anche attraverso le dichiarazioni di qualche attore - che una lettura cristiana dell’opera è una forzatura a fini commerciali, visto il clima di buoni sentimenti pre-natalizi, e una concessione indebita ad un sedicente «religiosamente corretto» che secondo il quotidiano starebbe prendendo sempre più piede. Perplessità sono state espresse dal buon Liam Neeson, che dà la voce al leone Aslan, e che pur ammettendo che tale personaggio ha evidenti simbolismi cristologici afferma che «rappresenta anche Maometto, Budda e i grandi leader spirituali»; e dal co-produttore del film Mark Johnson che a detta di Repubblica avrebbe sostenuto che «la resurrezione esiste in così tante religioni, in una forma o nell'altra, che è difficile definirla come un'esclusiva del cristianesimo».
Eppure è innegabile che l’opera di Lewis, al pari del Signore degli Anelli del suo grande amico Tolkien, è una grande epica religiosa e cristiana. Il Ciclo di Narnia prese il via con il romanzo Il leone, la strega e l’armadio, seguito da Il Principe Caspian, e quindi - tra il 1950 e il 1956 - furono in tutto sette i libri che uscirono, e che ebbero uno straordinario successo in tutto il mondo. Da allora generazioni di lettori, giovani e non solo, hanno attinto a tutta la bellezza e il fascino delle imprese dei quattro fratelli, del leone Aslan, e di altri indimenticabili personaggi, come quell’Eustachio Scrubb protagonista del Viaggio del veliero la cui vicenda rappresenta, con un simbolismo in realtà molto intuibile, il cammino della conversione e la salvezza rispetto alla triste sorte (diventare draghi, ovvero mostri) che ci riserverebbe l’essere schiavi del peccato.
Un tema che era molto caro al suo autore: C.S. Lewis, irlandese protestante di Belfast, nel nord dell’Irlanda, ferocemente anti-cattolico, poi ateo militante, infine convertito al Cristianesimo (nella Chiesa Alta Anglicana) grazie al suo migliore amico, il fervente cattolico J.R.R. Tolkien. Il suo itinerario spirituale fu complesso e tormentato, e quando infine giunse all’ammissione dell’esistenza di Dio, si definì il «convertito più riluttante di tutta l’Inghilterra». Ben presto tuttavia divenne uno degli scrittori cristiani più apprezzati della sua generazione, un’apologeta acuto quanto appassionato, autore di testi famosissimi come Le Lettere di Berlicche.
Lewis divenne un appassionato apologeta del Cristianesimo, e il modo che scelse per raccontare la propria conversione non si limitò alla saggistica, ma trovò il luogo più appropriato nell’allegoria, nel racconto fantastico. Questo tipo di narrativa offrì a Lewis la possibilità di descrivere, con il linguaggio del mito, lo scenario complesso, contraddittorio ma affascinante, della condizione umana, così come andava facendo il suo amico Tolkien. Entrambi avevano intrapreso il cammino della Mitopoiesi, ovvero della costruzione di miti, descrivendo mondi che, all’interno del romanzo, hanno una loro piena coerenza.
Lewis si affidò alla ragionevolezza delle fiabe in un mondo apparentemente razionale ma in realtà solo razionalistico, e più folle e intriso di male e di ingiustizia di qualsiasi racconto di orchi e draghi o streghe. Quella contenuta nelle favole è d’altra parte una ragionevolezza e una saggezza antica: queste storie meravigliose collocate nel magico reame del «c’era una volta» e della narrativa per l’infanzia hanno le loro radici nei racconti popolari. Dietro l’apparenza del racconto per ragazzi si cela un ciclo epico in cui si fondono grandi temi: un mosaico di miti e di simboli, che correttamente decifrati svelano al lettore più accorto come ogni elemento narrativo sia funzionale alla rappresentazione grandiosa e terribile dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, tra Dio e il Nemico. Nell’opera di Lewis l’intento non è affatto equivocabile: prendere profondamente sul serio questa evidenza, prendere cioè sul serio il Cristianesimo stesso.

Nota di BastaBugie: Per una introduzione alle Cronache di Narnia, vai a http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=11
Per il trailer del film "Il viaggio del veliero" terzo episodio delle Cronache di Narnia, vai a
http://www.youtube.com/watch?v=ZhLJEwjFNgo

Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

9 - NON ESISTE UN ISLAM MODERATO (DA CONTRAPPORRE A QUELLO FONDAMENTALISTA)
Le giustificazioni di atti abominevoli commessi da terroristi musulmani trovano la loro giustificazione proprio nel Corano: vediamo alcuni esempi...
Fonte I Tre Sentieri, 12 settembre 2010

Nove anni sono trascorsi dall’11 settembre. Se ne torna a parlare anche per l’annuncio del pastore protestante Terry Jones di voler bruciare copie del Corano. Se ne torna a parlare anche perché c’è chi vuole costruire una moschea sul luogo dove avvenne il terribile attentato.
Ovviamente il gesto proposto dal pastore americano è da stigmatizzare. Ma attenzione: lo è per un semplice ma importante motivo, perché è inopportuno in quanto possibile causa di inasprimento di uno scontro che purtroppo è già in atto e perché possibile causa di futuri attentati contro popolazioni inermi.  
Dove però ci sentiamo di dover fare chiarezza è su una “convinzione” che la cultura dominante sta da tempo esprimendo e in questi giorni ribadendo: un conto sarebbe il terrorismo islamico altro l’islam; un conto sarebbe la violenza altro la sacralità del Corano e quindi il rispetto che si deve ad esso. Una convinzione, questa, che purtroppo è tanto diffusa quanto sbagliata.
Spesso si dice che bisogna differenziare tra un islam moderato ed un islam fondamentalista. Non è così. Piuttosto ci possono essere musulmani moderati e musulmani fondamentalisti. Ci sono anche musulmani che non farebbero del male neppure ad una mosca; ma –e qui sta il punto- l’islam non può non essere fondamentalista. Non si può negare che tante giustificazioni di atti abominevoli commessi da terroristi musulmani trovino la loro “giustificazione” proprio nel Corano.
Lo ripetiamo sarebbe ingenuo confondere l’islam con i singoli musulmani; ciò però non vuol dire che il moderatismo islamico interpreti correttamente il Corano, mentre il fondamentalismo no. E’ vero purtroppo il contrario. Politicamente e diplomaticamente può avere una sua utilità dare maggiore credito ai musulmani moderati, augurarsi che siano sempre di più; ma ciò non toglie che esista una questione Corano; che questo libro parli fin troppo chiaramente; e che purtroppo dia ragione più ai fondamentalisti che ai moderati. Ecco degli esempi.
Ci limiteremo a citarvi solo qualcosa in tema di guerra santa.
 
(II,18 e VIII,40): “Combatteteli finché non vi sia più discordia civile e sia la religione solo quella di Dio; (...).” “Combatteteli,  finché non vi sia più opposizione, in favore dell’idolatria (per l’islam anche i cristiani sono idolatri, soprattutto quando affermano la loro fede nella Trinità) e il culto sia totalmente di Dio; (...).” Dunque, bisogna combattere fino a che “la religione sia solo quella di Dio”. Ebbene, questo è un elemento costitutivo dell’islam. Non a caso il musulmano può rinunciare provvisoriamente, ma non definitivamente, alla conquista. L’islam, infatti, divide il mondo in tre zone: 1.Dar-al-Islam (le terre dove l’islam già governa). 2.Dar-al-harb (le terre dove si sta combattendo per conquistarle all’islam). 3.Dar-al-isuhl (letteralmente: “le terre di tregua”). Terre di “tregua” e non terre di “pace”. La differenza non è di poco conto. La pace è qualcosa di definitivo, la tregua no. Insomma, vuol dire che si è rinunciato solo provvisoriamente (e non definitivamente) a conquistare queste terre. Il musulmano non può rinunciare alla conquista, perché nemmeno una zolla di terra dovrà sfuggire alla sovranità di Allah.
 
(IV,97): “Fra i credenti, quelli che saranno rimasti nelle loro case, senza esporsi a pericoli, non verranno considerati eguali a quelli che, invece, avranno combattuto nella via di Dio, con le loro sostanze e con la loro vita; Dio costituì superiori di un grado quelli che combattono con le proprie sostanze e con la propria vita su quelli che rimangono nelle loro case; (...).” Dunque, c’è una sorta di “obbligo” a combattere. Tanto è vero che non pochi studiosi hanno parlato del jihad come una sorta di “sesto pilastro” (gli obblighi dei musulmani sono cinque, detti per “cinque pilastri”). Soffermiamoci sulla frase: “avranno combattuto nella via di Dio, con le loro sostanze e con la loro vita”. Non solo con la vita, ma anche con le proprie ricchezze. Con le proprie ricchezze! Ogni riferimento non è puramente casuale...
 
(IX,124): “O voi che credete, combattete i miscredenti (anche i cristiani sono ritenuti tali) che sono vostri vicini, e questi trovino in voi durezza; sappiate che Dio è con quelli che lo temono.” Sarebbe certamente sbagliato teorizzare nei confronti dei musulmani gli stessi mezzi da essi teorizzati. Ma un linguaggio che tenga conto della loro psicologia, quello sì, è opportuno. Alcuni parroci, soprattutto dell’Italia settentrionale, hanno dovuto rivedere determinate posizioni. Un parroco che avesse nella sua parrocchia dei musulmani bisognosi di sostentamento materiale, dovrebbe farsi certamente in quattro. E su queste cose i musulmani sono sensibili ed anche riconoscenti. Ma un parroco che volesse aiutarli spiritualmente (perché non hanno  luoghi di culto) dando loro finanche la chiesa, farebbe un errore non solo sul piano teologico e canonico ma anche pastorale. Un’offerta di questo tipo figurerebbe, nell’opinione del musulmano, come un vero discredito per il cristianesimo. Penserebbero: Questa è la dimostrazione che Dio non è con loro...e che loro stessi non hanno fede. Sono disposti a darci le loro chiese! Andare a domandare per credere. Altro che possibilità di aprire un dialogo! Con i musulmani il dialogo lo si deve fare mostrando passione ed affezione per il proprio credo.
 
(V,56): “O voi che credete, non prendete per amici gli ebrei e i cristiani; essi sono amici gli uni degli altri; chi di voi li prenderà per amici, egli certamente diverrà uno di essi; Dio, in verità, non guida gli uomini iniqui.” Secondo il Corano tra il musulmano e il cristiano e tra il musulmano e l’ebreo non può nemmeno realizzarsi un rapporto di amicizia. Eppure dall’islam cristiani ed ebrei sono considerati come “gente del Libro”, miscredenti sì, ma discendenti di Abramo, certamente migliori di altri. Figuriamoci per chi non è nemmeno cristiano ed ebreo! In realtà, un tale versetto è pienamente coerente con certi presupposti dell’islam. Questa religione nega la distinzione tra legge naturale e legge soprannaturale. Mentre i cristiani possono tranquillamente essere amici dei non cristiani, perché riconoscono un piano naturale oltre che soprannaturale; per i musulmani questo non è possibile, essendo la legge soprannaturale l’unica legge che governa la realtà.
 
(VIII,12): Per finire: “Quando il tuo Signore disse, per rivelazione, agli angeli: ‘io sarò con voi, rendete saldi quelli che credono, io getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono, e voi colpiteli sulle nuche e recidete loro tutte le estremità delle dita.” Malgrado tutti gli sforzi interpretativi, parole come queste sono di una chiarezza incontestabile. Possiamo discutere finché vogliamo sul fatto che politicamente si debba dire altro. Non il falso certamente, ma altro. Possiamo discutere finché vogliamo che non si debba fare di tutta l’erba un fascio e che ci sono –come abbiamo già detto- tanti buoni musulmani che non farebbero del male nemmeno ad una mosca. Possiamo discutere finché vogliamo che ci sono molti musulmani che interpretano il Corano in maniera soft. Ma c’è un “ma”. L’islam è il Corano e il Corano è l’islam! Il Corano va preso alla lettera, perché libro non ispirato da Dio (come dicono i cristiani per la Bibbia) ma dettato. Addirittura non potrebbe nemmeno essere tradotto. Tanto è vero che chi vuole aderire alla religione di Maometto provenendo da contesti non arabi, è tenuto ad imparare a memoria i versetti in arabo, altrimenti non potrebbe pregare.

Fonte: I Tre Sentieri, 12 settembre 2010

10 - E' MORTO ENZO BEARZOT, IL GRANDE ALLENATORE DELLA NAZIONALE VINCITRICE DELLA COPPA DEL MONDO IN SPAGNA
I giornalisti si dimenticano di dire che era un grande uomo di fede (andava alla Messa tutte le domeniche)
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana, 21-12-2010

«Un uomo di grande fede, corretto, che non accettava compromessi sui valori. Questo era Enzo Bearzot, e tanti amici possono testimoniarlo». E’ questa la prima cosa che viene in mente a don Luigi Pozzoli, il “suo” amico parroco di Santa Maria in Paradiso, nel centro di Milano, dove Bearzot, di origine friulana, si era stabilito. Prima calciatore – Inter, Catania, ma soprattutto il Torino di Pianelli – poi Ct (Commissario tecnico) della Nazionale. Della grande Nazionale azzurra, che nella finale del 1982 al Santiago Bernabeu (Madrid) trionfò contro la Germania, riportando in Italia la Coppa del mondo che mancava da 44 anni. Quelle immagini di Bearzot, schivo, con la pipa sempre in bocca, quasi a voler ostentare distacco da quanto accadeva in campo, fanno ormai parte della storia del nostro Paese, così come le immagini che lo vedono insieme a un euforico presidente della Repubblica Sandro Pertini nel volo di ritorno in Italia.
«L’ho conosciuto poco dopo il Mondiale del 1982 – ricorda don Luigi - semplicemente andando a benedire le case. La sua casa era nella mia parrocchia, ed è stato lui ad accogliermi quella sera. Ci siamo fermati anche a chiacchierare, del calcio, del mondiale vinto, ma non solo». E da lì è nato un rapporto di amicizia che non si è mai più interrotto, anche se negli ultimi tempi – a causa delle condizioni di salute di entrambi – si sono potuti parlare solo da lontano. «Veniva sempre puntuale con la moglie alla messa che celebravo io, alle 11. E poi dopo, sempre in trattoria con un gruppo di amici. Qualche volta ha convinto ad andare pure me». Una bella compagnia con cui amava parlare di calcio, ma non solo: «Per lui il calcio era un’attività splendida, che ha seguito sempre con grande passione, anche quando era uscito dal giro, come si dice. Ma non accettava compromessi sui valori, non scendeva a patti con la coscienza». Forse anche per questo non era più nel “giro”: «Diceva spesso che il mondo del calcio si era guastato, era falsato dall’arrivismo e dai tanti interessi che ci ruotano intorno. Seguiva sempre il calcio, lo commentava sempre in trattoria con gli amici, ma non gli piacevano i tanti eccessi che ci sono in questo mondo».
Grande passione, amore per il gioco, ma anche valori, che venivano dalla sua fede, e che voleva rispettati da tutti: «Valori di coerenza, di dirittura morale: voleva in squadra giocatori sempre disposti a lavorare, senza secondi fini se non la volontà di affermarsi con la squadra». Questo lo ha portato a fare convocazioni per la Nazionale che, agli occhi degli esperti, sembravano incomprensibili: «Lui ricordava sempre la scelta di Cabrini, che arrivò in Nazionale facendo la riserva nella Juventus, e di Paolo Rossi, che portò ai Mondiali del 1982 contro il parere degli altri componenti lo staff della Nazionale».
Coerente, diretto nei rapporti, «si è sempre tenuto fuori da intrallazzi e giochi di potere», per questo privilegiava i rapporti genuini con gli amici della trattoria. Amici che per celebrare i suoi 80 anni, gli hanno dedicato un libro, con testimonianze e ricordi. E alla presentazione – ovviamente in osteria - ha fatto emergere la sua filosofia di vita, ha richiamato l’equilibrio, la capacità di guardare oltre l’immediato: «Life is now  – disse nell’occasione  - è una cosa vergognosa. La vita non è soltanto adesso, è anche adesso, ma deve esserci un po' di passato e tanto di futuro, non si è solo ragazzini, si è stati bambini e saremo vecchi. Io non sono meno importante di mio nipote !».
E al futuro ha guardato fino all’ultimo: «Anche nella malattia – dice don Luigi – non si è smentito. Ha affrontato la sofferenza con coraggio, sapeva benissimo quello che aveva e quello che lo aspettava, ma ha vissuto il tutto con grande serenità. Ha coltivato e trasmesso speranza anche agli amici che gli sono stati accanto».

Fonte: La Bussola Quotidiana, 21-12-2010

11 - IL CONCILIO VATICANO II FU VERA GLORIA? VEDIAMO CON IL PROFESSOR DE MATTEI L'ARDUA SENTENZA!
L'errata interpretazione dei testi del Concilio non è sufficiente a spiegare la crisi della Chiesa post-conciliare
Autore: Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - Fonte: Corrispondenza Romana, 18/12/2010

Pare strano perché è la prima volta che accade, ma, dopo decenni di vulgata progressista sul Vaticano II e il suo spirito, l’effetto è innegabilmente benefico: saliti in cima alle 632 pagine del saggio che Roberto de Mattei ha opportunamente intitolato "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta", si può finalmente guardare negli occhi da pari a pari la decennale produzione sull’argomento messa in circolazione dalla scuola di Bologna. Nello studio dello storico romano ci sono documenti, metodo e criteri per misurarsi senza complessi di inferiorità con quella gioiosa macchina da guerra storiografica che, guidata prima da Giuseppe Alberigo e poi da Alberto Melloni, aveva prodotto fino ad oggi l’unica seria e organica ricostruzione del fenomeno conciliare. Ricostruzione tendenziosa, ideologica e persino eversiva, certo, ma fatta da gente che il mestiere di storico, innegabilmente, lo conosce bene.
Oltre quarant’anni dopo la chiusura del Concilio e davanti alle macerie fumanti della nuova Pentecoste, questo merito varrebbe da solo l’impegno di leggere il saggio di de Mattei. Ma non è il solo perché, man mano si scorrono pagine e capitoli, si fanno più chiari i termini di un dibattito ben lontano dall’essere concluso con la semplice recezione del concetto di “ermeneutica della continuità” che illude tante anime belle ma poco pratiche di mondo. Il discorso alla curia con cui, nel 2005, Benedetto XVI ha parlato della contrapposizione tra due ermeneutiche del Concilio, lungi dall’aver chiuso il discorso, ha di fatto aperto il confronto tra due visioni inconciliabili della Chiesa.
L’opera storica di de Mattei si pone autorevolmente in questo agone, accanto a quella filosofica di un Romano Amerio e a quella teologica di un Brunero Gherardini. E, dopo averla letta senza paraocchi, riesce difficile immaginare che, nello scontro dichiarato con la scuola progressista, possano rimanere in piedi quelle vie di mezzo lacerate tra la constatazione del disastro e l’ossessiva ripetizione del mantra secondo cui la ragione della crisi consisterebbe nella mancata applicazione integrale del Concilio.
Documenti alla mano, de Mattei mostra con perizia che i problemi di stesura e di lettura dei testi conciliari nascono ben prima dell’assise vaticana e sono frutto di un teologia e di una filosofia votate alla “rottura” con il passato. Ne scende naturalmente che l’applicazione integrale di quella filosofia e quella teologia poteva portare solo sull’orlo del baratro con la ferma intenzione di buttarcisi dentro. Alla luce dei fatti narrati in quest’opera, risulta troppo evidente che la “continuità” c’è o non c’è: per quanto in buona fede, non è certo il tentativo di imbrigliare la deriva eversiva nella categoria della conservazione che la ricostruisce. La realtà non ha sempre la faccia che si vorrebbe.
Con la pubblicazione del libro di de Mattei, finalmente, siamo davanti alla contesa tra chi sostiene che, se il Vaticano II ha un difetto, è quello di non essere addirittura un Vaticano III e chi sostiene che, se di difetto si tratta, è quello di averne poste le premesse. Piaccia o non piaccia, questo è il terreno della contesa e questa è la materia del contendere. Ma sbaglierebbe chi conferisse alle due posizioni una valutazione speculare del Concilio inteso come “rottura”, vista in senso positivo o in senso negativo a seconda delle lenti utilizzate. Lo è effettivamente e dichiaratamente nella lettura progressista, dove il Concilio viene inteso come “evento” fondante della “nuova Pentecoste”. Ma de Mattei, pur mettendo in evidenza pericolose spinte eversive dentro e fuori l’aula conciliare, non parla mai di un soggetto in qualche modo nuovo: togliendo dal suo orizzonte storiografico il concetto mitico di “evento conciliare”, elimina automaticamente quello di “nuova Chiesa”.
Le due valutazioni non sono speculari poiché non si tratta solo di sostituire un segno meno là dove altri messo avevano un segno più, in quanto i soggetti presi in sé sono diversi per natura: una Chiesa completamente nuova secondo la scuola di Bologna, quella di sempre secondo lo storico romano. Questo studio segna dunque una svolta storica: il passaggio dall’era mitologica alla stagione della critica razionale. Pertanto non teme di documentare l’esistenza di posizioni divergenti e di tensioni che hanno dilaniato i lavori conciliari, troppo a lungo occultate da mani pietose. Sotto la lente dello storico emerge così un paradosso curioso e drammatico: quella “nouvelle teologie” che aveva lavorato per demitizzare i testi sacri e per eliminare dalla filosofia la metafisica di Aristotele e Tommaso, negli anni Sessanta individuò nel Concilio Vaticano II l’unico evento metafisico nella storia della Chiesa.
In questa prospettiva, sarà molto più difficile continuare a conservare l’immagine idilliaca di un evento che fu, stando ai fatti descritti, il terreno di uno scontro terribile. Ovviamente, questa constatazione non toglie nulla al carattere autorevole della ventunesima assise ecumenico nella storia della Chiesa. Ma rimane l’evidenza dei fatti con cui bisogna fare i conti.
L’autore riporta le lettere allarmate a Paolo VI nelle quali il cardinale Siri denuncia la piega presa da alcune commissioni conciliari, mette a confronto i documenti con cui Pio XI e Pio XII vietano ai cattolici di partecipare a incontri di preghiera ecumenici con le nuove tendenze emergenti dal Concilio... E così via per pagine e pagine, in fondo alle quali sorge una legittima e onesta domanda: l’errata interpretazione dei testi del Concilio è sufficiente a spiegare la vastità e la profondità della crisi della Chiesa? Il professore non risponde, ma aggiunge una considerazione di logica elementare: «L’esistenza di una pluralità di ermeneutiche attesta peraltro una certa ambiguità o ambivalenza dei documenti». Il che non significa impallinare l’enunciazione dell’esigenza di un’ermeneutica della continuità. Tanto è vero che c’è chi, da tempo, la pensa autorevolmente così: «I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opporsi alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e di Paolo VI (…) ci si aspettava un balzo in avanti, e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza (…). La Chiesa del dopo Concilio è un grande cantiere; ma è un cantiere dove è andato perduto il progetto e ciascuno continua a fabbricare secondo il suo gusto». Firmato cardinale Joseph Ratzinger, 1985.

Testo integrale della recensione di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro sul libro "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta" di Roberto de Mattei, apparso in versione ridotta su “Il Foglio” del 7 dicembre.

Fonte: Corrispondenza Romana, 18/12/2010

12 - LA CINA VUOLE IMPORRE AI CATTOLICI LA LINEA DEL GOVERNO AL POSTO DI QUELLA DEL PAPA
La Santa Sede protesta contro le autorità di Pechino che hanno costretto il clero cattolico ad eleggere un vescovo illegittimo a capo dell'autonominato ''Consiglio dei vescovi''
Fonte La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

La Santa Sede ha pubblicato un lungo comunicato per esprimere «profondo dolore» e protestare con le autorità di Pechino dopo la riunione dell'Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, per aver imposto «a numerosi vescovi, sacerdoti, religiose e fedeli laici» di parteciparvi. Il Vaticano afferma che «le modalità della sua convocazione e il suo svolgimento manifestano un atteggiamento repressivo nei confronti dell'esercizio della libertà religiosa, che si auspicava ormai superato nell'odierna Cina», deplorando «la persistente volontà di controllare la sfera più intima dei cittadini, qual è la loro coscienza, e d'ingerirsi nella vita interna della Chiesa cattolica». Un atteggiamento che appare come «un segno di timore e debolezza», un'«intransigente intolleranza».
Dopo aver ricordato che la Santa Sede aveva più volte invitato vescovi e fedeli a non partecipare, il comunicato afferma che «ognuno di coloro che erano presenti sa in che misura è responsabile davanti a Dio e alla Chiesa. I vescovi, in particolare, e i sacerdoti saranno anche posti di fronte alle attese delle rispettive comunità, che guardano al proprio pastore e hanno diritto di ricevere da lui guida e sicurezza nella fede e nella vita morale». Ma il Vaticano, che ha indagato su quanto avvenuto e sulle pressioni a cui sono stati sottoposti i pastori della Chiesa cinese, aggiunge: «È noto, peraltro, che molti vescovi e sacerdoti sono stati forzati a partecipare all'Assemblea. La Santa Sede denuncia questa grave violazione dei loro diritti umani, in particolare della loro libertà di religione e di coscienza.
Inoltre, la Santa Sede esprime la sua stima più profonda a quanti, in diverse modalità, hanno testimoniato la fede con coraggio e invita gli altri a pregare, a fare penitenza e, con le opere, a riaffermare la propria volontà di seguire Cristo con amore, in piena comunione con la Chiesa universale». Si invitano anche i fedeli a «rimanere saldi e pazienti nella fede» e a «prendere atto delle pressioni subite da molti dei loro pastori e a pregare per loro; li esorta a continuare coraggiosamente a sostenerli di fronte alle ingiuste imposizioni che incontrano nell'esercizio del loro ministero».
Un passaggio con il quale si cerca di non dividere la Chiesa e dal quale traspare ancora una volta la consapevolezza per i soprusi subiti sia dai vescovi cosiddetti «clandestini», sia da quelli cosiddetti «ufficiali». Il Vaticano ribadisce di non riconoscere il Consiglio dei vescovi cinesi né l'Associazione Patriottica, organismi che non corrispondono alla fede cattolica, come aveva scritto il Papa nelle lettera alla Chiesa in Cina del 2007. E deplora che proprio a presiedere il Consiglio dei vescovi, la cosiddetta «conferenza episcopale cinese», sia stato designato un vescovo illegittimo, ricordando come «i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa» sono inconciliabili con la dottrina cattolica.
Nel comunicato si dice anche che l'Assemblea ha reso più arduo «il cammino di riconciliazione fra i Cattolici delle "comunità clandestine" e quelli delle "comunità ufficiali", provocando una ferita profonda non solo alla Chiesa in Cina, ma anche alla Chiesa universale. Si riafferma «la volontà di dialogare onestamente» con il governo cinese, precisando però che «atti inaccettabili ed ostili come quelli appena menzionati provocano nei fedeli, dentro e fuori della Cina, una grave perdita di quella fiducia che è necessaria per superare le difficoltà e costruire una relazione corretta con la Chiesa, a vantaggio del bene comune».
Appare evidente dal comunicato, che la responsabilità di quanto accaduto in Cina nell'ultimo mese è attribuita interamente al governo, mentre, per ciò che riguarda la Chiesa, si esprime la consapevolezza del fatto che molti vescovi sono stati costretti a partecipare all'Assemblea e alla consacrazione episcopale illegittima che l'ha preceduta. L'intenzione del Vaticano non di interrompere il dialogo, ma di continuarlo nella chiarezza, facendo comprendere alle autorità cinesi che come il Papa, attraverso la comunione con i vescovi, non intende fare indebite ingerenze negli affari cinesi, allo stesso tempo il governo non deve ingerirsi nelle questioni interne alla vita della Chiesa.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 17-12-2010

13 - CATTOLICI IN POLITICA E PRINCIPI NON NEGOZIABILI
1) difesa della vita dal concepimento alla morte naturale 2) rispetto della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna 3) libertà di educazione da parte dei propri genitori
Autore: Giampaolo Crepaldi - Fonte: Zenit, 7 ottobre 2010

Benedetto XVI in un famoso discorso a dei politici europei ha parlato dei “principi non negoziabili” in politica, che egli ha identificato soprattutto nella difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, nel rispetto della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e nella libertà di educazione, ossia della possibilità che i genitori non siano sostituiti da altri nel loro compito educativo. Anche la Nota dottrinale del 2002 della Congregazione per la dottrina della fede usava l’espressione principi “non negoziabili” e così li aveva elencati: vita, famiglia, libertà di educazione, tutela dei minori dalle moderne forme di schiavitù, diritto alla libertà religiosa, economia a servizio del bene comune nel rispetto della sussidiarietà. (...)
Il significato politico dei principi non negoziabili ha a che fare con i loro contenuti. Si tratta, per limitarci qui ai principali, della vita, della famiglia e della libertà di educazione, ai quali si può aggiungere, per la sua importanza, quello della libertà religiosa. Questi principi sono imprescindibili, ossia non c’è società pienamente umana che non li contempli. Non si tratta di tre principi tematici particolari, tre singoli argomenti della politica.
Certo sono anche questo e richiedono leggi e scelte politiche mirate, ma sono molto più di questo. Sono dei quadri di fondo con ricadute in tutta la vita sociale e politica, hanno un trasversalità generale per cui quando non vengono rispettati è l’intero corpo sociale a risentirne.
Facciamo l’esempio del diritto alla vita. La sua negazione comporta un sistematico rifiuto dell’accoglienza che certamente trova poi espressione anche in altri campi. Come dice la Caritas in veritate se l’accoglienza viene negata in quel punto iniziale, come potrà venire attuata in altri settori della vita sociale? E l’attenzione ai più deboli? Se non viene esercitata nei confronti del concepito, il più indifeso degli indifesi, come potrà essere esercitata verso altri deboli? L’intero tessuto sociale si impoverisce, le virtù sociali si indeboliscono, le relazioni si fanno più strumentali con costi molto alti per la convivenza.
Sul piano positivo, poi, la difesa della vita investe tantissime aree della politica. Non si tratta solo di disciplinare alcune pratiche di tipo sanitario – per esempio disciplinare la fecondazione assistita per proteggere l’embrione umano – o della ricerca scientifica. Si tratta anche di politiche giovanili, di politiche per la casa, di regolamentare meglio il rapporto famiglia-lavoro, di reimpostare il fisco, di tutelare la donna come madre e sposa, di asili nido e scuole, di proteggere i giovani dalle moderne schiavitù tra cui la droga, di vincere la denutrizione e la mortalità infantile, senza contare poi l’educazione, l’istruzione e il mondo dei mass media. La difesa della vita la si fa nelle sale operatorie, ma anche in molti altri settori della vita sociale. difendere la vita richiede quindi un insieme di politiche coordinate tra loro e, diciamolo pure, un cambiamento radicale della politica stessa.
Per questo motivo il significato politico dei principi non negoziabili non consiste solo nel dire dei “no” – no all’aborto, per esempio; no al riconoscimento delle coppie di fatto e così via – ma si fonda su un prioritario “sì” e spinge per politiche del sì. L’originario sì è l’adesione a qualcosa che precede la politica e la trascende, e così la salva anche da se stessa. Le politiche del sì sono tutte quelle politiche che i principi non negoziabili chiedono siano messe in atto. Quindi, prima di porre il problema della loro non negoziabilità, prima di mettere a tema il dover rinunciare alla trattativa perché c’è qualcosa che non è a mia disposizione, mettiamo in luce il tanto da fare che l’assunzione di quei principi richiede.
Altrimenti sembra che tali principi richiedano solo di rinunciare ad esserci, di tirarsi indietro, mentre fondano un ampio impegno a favore di una politica dal volto umano. Essi sono mobilitanti, indicano alle persone impegnate in politica i vasti orizzonti delle tante cose da fare che stanno loro davanti.
Non si pensi che il fatto di essere questi principi “non negoziabili” derivi da una incapacità dei cattolici al dialogo democratico. Né che siano non negoziabili in quanto principi “cattolici” e quindi a testimonianza dell’arroganza della religione nella vita politica. Il primo motivo per cui sono non negoziabili sta nei principi stessi: la vita è vita si o no? L’embrione è vita umana sì o no? Non si può rispondere con un “sì, ma”, oppure a seconda delle circostanze, o in dipendenza dai punti di vista. La famiglia è fatta da un uomo e una donna o no? Il compito educativo spetta ai genitori sì o no? Come si vede in questi casi i compromessi non sono possibili, per la natura stessa dei principi e delle questioni in causa e non per una presunta volontà dittatoriale dei cattolici che vogliono che tutti la pensino come loro.
Il Magistero dice chiaramente che non è moralmente lecito dare il proprio appoggio ad un movimento o ad un partito che dichiaratamente affermi nel proprio programma di essere contro qualcuno dei suddetti principi non negoziabili. In un programma di partito ci sono molti punti riguardanti i vari aspetti dell’agenda politica proposta da quel partito. Si potrebbe quindi pensare che davanti ad un programma politico articolato, il cattolico dovrebbe soppesare i vari punti e trovare un bilanciamento tra i pro e i contro che lo soddisfi.
Se per esempio un partito propone l’aborto però contemporaneamente anche delle misure antipovertà che l’elettore cattolico giudica convincenti, si potrà pensare di votarlo se da questa comparazione uscisse un bilancio più positivo che per altri partiti. Invece le cose non stanno così, per una serie di motivi. Il primo è che i principi non negoziabili non possono essere comparati con altri. La presenza in un programma di partito del diritto all’aborto e di politiche di lotta alla povertà non hanno lo stesso peso morale e nemmeno politico. Infatti, mentre nel caso dell’aborto ci si scontra con un divieto morale assoluto, quello di non uccidere, la lotta alla povertà può essere fatta in molti modi. Il primo è un assoluto negativo, un divieto di fare il male, il secondo è un invito positivo a fare il bene per il quale ci possono essere molte strade. In secondo luogo la mancanza del rispetto dei principi non negoziabili in un programma di partito, dato che non si tratta solo di temi particolari, ma trasversali, tali da illuminare l’insieme della attività politica, devono godere della considerazione primaria rispetto a tanti altri temi a carattere settoriale. Il diritto alla vita e alla famiglia meritano una attenzione superiore che non le politiche dell’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA).
Durante la campagna elettorale del 2008 negli Stati Uniti, i vescovi americani hanno fatto due importanti precisazioni a questo riguardo. A molti era sembrato che l’incentrare l’attenzione sui principi non negoziabili comportasse che l’elettorato cattolico fosse “single issue” cioè politicamente monotematico e non dimostrasse quindi una maturità politica nell’idea che questa comporta la capacità di crearsi un quadro dei problemi perché un paese non viene governato su un solo tema. La vita e quindi anche la vita politica non è mai monotematica ma è sempre sintesi di una complessità. A questa critica è però possibile rispondere dicendo, che dare la priorità ai principi non negoziabili non significa trascurare gli altri, ma privilegiare gli architravi della costruzione politica senza dei quali tutto crolla.
Tenuto conto poi che quei principi non negoziabili illuminano anche tutti gli altri che, se non sono affrontati nel rispetto di quelli, non possono venire adeguatamente risolti. Assegnare a dei principi delle priorità non significa ragionare in modo monotematico. Secondariamente i vescovi americani hanno anche chiarito che se esiste una alternativa, l’elettore cattolico non può votare per un candidato presidente – ma il criterio può essere esteso a tutti i tipi di elezione politica – espressamente favorevole a politiche contrarie ai principi non negoziabili.
Un punto molto importante della questione dei principi non negoziabili è legata al bene comune. Il bene comune è, un concetto metafisico: esso non si riferisce al benessere materiale o alla soddisfazione degli interessi individuali. Se tutti gli stipendi aumentassero del 30% non si avrebbe per ciò stesso il bene comune. Il bene comune ha a che vedere con ciò che rende le persone una vera comunità umana. Ne consegue che il bene comune non può consistere in un accordo al ribasso, in una negoziazione in cui tutti rinunciano a qualcosa e quindi anche i cattolici. Il bene comune, in questo caso, si trasformerebbe, come disse Benedetto XVI, nel minor male comune.
Il bene comune non è il minor male e la discussione politica non può essere al ribasso ma al rialzo. I principi non negoziabili sono quindi un invito per tutti a guardare in su e a non intendere il confronto democratico come una compromesso tra interessi. La fede cristiana gioca qui un ruolo insostituibile perché interviene a sostegno e stimolo della ragione politica quando questa dovesse piegare le ginocchia per debolezza e la testimonianza personale dovesse sentire la stanchezza. Un punto però deve essere tenuto fermo: ci sono dei momenti in cui può essere doveroso anche abbandonare il tavolo della trattativa politica. Ci sono dei momenti in cui l’uomo politico è anche chiamato a fare un passo indietro. Anche questa è una forma, e delle più alte, di servizio politico.
[Per ogni approfondimento: Giampaolo Crepaldi “Il cattolico in politica. Manuale per la ripresa” (Edizioni Cantagalli 2010)]

Fonte: Zenit, 7 ottobre 2010

14 - OMELIA DELLA MESSA DI NATALE DELLA NOTTE
Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi un salvatore
Autore: Giacomo Biffi - Fonte:

Questa messa natalizia, celebrata nella notte, suscita nei cuori una gioia contenuta e mite; ci ridà come un'atmosfera di familiare tenerezza; è quasi il risveglio di una poesia antica e nota, ma sempre eloquente e suggestiva. Perfino il mondo moderno, smaliziato e tendenzialmente scettico, distratto e stordito dall'affollarsi eterogeneo di troppi messaggi sempre più chiassosi e sempre più sgargianti, oggi per qualche momento sembra farsi attento e sottomesso al fascino insolito della semplicità: la semplicità di una nascita senza splendore, che però riesce a rischiarare di luce nuova e sorprendente addirittura la scena sordida di una stalla.
Noi però, che abbiamo ritrovato ancora una volta la strada della chiesa e siamo venuti a questo appuntamento annuale, percepiamo che il Natale ci offre qualcosa di ben più grande di un'emozione estetica e sentimentale, che pure ci è cara e preziosa: ci offre l'irrevocabilità di un evento e, in esso, la certezza di una "buona notizia".
Oggi ricordiamo e riviviamo non un mito o un'idea, ma la consistenza di un fatto: il fatto certo e cronologicamente situato del Signore altissimo ed eterno che diventa l'Emmanuele, cioè il "Dio con noi". E' dunque la festa della riconciliazione tra l'umanità sviata, persa, ribelle, e il suo Creatore che nonostante tutto rimane fedele al suo originario disegno d'amore.
Per questo oggi gli animi, i riti, le stesse consuetudini della gente sono pervasi da una grande gioia; una gioia che trabocca dal mondo intimo di Dio (oceano ineffabile di letizia) e raggiunge in ogni terra, sotto ogni cielo, l'umanità intera: "Vi annuncio una grande gioia - ha detto l'angelo ai pastori sbigottiti, e lo ripete anche a noi - che sarà di tutto il popolo: vi è nato un salvatore" (cfr. Lc 2,10-11).
Dio è con noi: questa è dunque la "buona notizia. L'umanità dei nostri giorni - alle prese con terrori nuovi e inimmaginabili, oltre che con gli smarrimenti e le angosce di sempre - non deve sentirsi abbandonata e sola. Oggi, con il Figlio di Dio, nasce e si accende in noi anche un'immensa speranza; una speranza più forte di ogni paura. E un invincibile allegrezza torna a rifiorire sulle nostre tristezze.
Più di quindici secoli fa, a una cristianità sconvolta dalle minacce e dalle atrocità dei barbari, il papa san Leone Magno (contemporaneo del nostro san Petronio) - parlava così del Natale: "Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita: una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa di questa gioia è comune a tutti perché il Signore nostro, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano (cioè l'infedele e il miscredente), perché anche lui è chiamato alla vita" (Discorso I per il Natale).
Nell'incantevole pagina che l'evangelista Luca dedica all'avvenimento di Betlemme, colpisce l'insistenza sul particolare della mangiatoia, il solo indizio che la nascita di Gesù è avvenuta in una stalla. In poche righe viene ricordata tre volte: "Lo depose in una mangiatoia" (Lc 2,7). "Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12). "Trovarono il bambino che giaceva in una mangiatoia" (Lc 2,16).
La mangiatoia è il segno e l'avvertimento che i più grandi prodigi divini preferiscono avvalersi dei mezzi più miseri, e quasi rivestirsi di povertà e di squallore. Così siamo ammoniti che il Dio salvatore ama rivolgersi a coloro che sono "piccoli" - economicamente, socialmente, culturalmente - o almeno a coloro che non esitano a farsi piccoli e deboli nel loro spirito e nella loro vita, perché la grandezza e la potenza di Dio possa lavorare in loro liberamente e portarli alle ricchezze autentiche e imperiture.
Soprattutto la mangiatoia (e quindi la stalla) ci ricorda che per il Figlio di Dio venuto per la nostra salvezza "non c'era stato posto nell'albergo" (cfr. Lc 2,7) e in nessun'altra casa di Betlemme. E dunque ci dice che, prima del grande regalo natalizio del Padre celeste, c'era stato il rifiuto da parte degli uomini.
Come si vede, quel Dio che si offre a tutti, che per quel che sta in lui non esclude nessuno, accetta il rischio di essere rifiutato: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11), osserva malinconicamente l'evangelista Giovanni; un rifiuto che proseguirà e condurrà colui che è nato a Betlemme fino alla condanna, da parte dei capi e dei dotti del suo popolo, e alla morte di croce.
Ma questo, per la verità, non è un rischio suo: è un rischio nostro. E' il rischio che, dicendogli di no e non lasciandoci salvare da lui, noi arriviamo a vanificare l'incredibile amore del nostro Creatore e per ciò stesso a vanificare e a isterilire la nostra unica vita.
Allora la grazia più "vera" e più bella - che in questa santissima notte possiamo e vogliamo chiedere per noi, per quanti ci sono cari, per tutti - è di saperci arrendere alla misericordia che è venuta a investirci dall'alto e di accogliere, senza riserve e senza i calcoli insipienti delle nostre prospettive puramente terrene, colui che nel suo Natale si è fatto a noi così amabile e così vicino. E sarà per noi una stupefacente fortuna: "A quanti l'hanno accolto - ci rivela esultando san Giovanni - ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome" (Gv 1,12).


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