BastaBugie n°177 del 28 gennaio 2011

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1 MI CHIAMO ANTONIO ORIENTE, SONO UN GINECOLOGO E, FINO A QUALCHE ANNO FA, IO CON QUESTE MANI UCCIDEVO I FIGLI DEGLI ALTRI
La straordinaria testimonianza di un abortista pentito (senza giri di parole)
Autore: Sabrina Pietrangeli Paluzzi - Fonte: L'Ottimista
2 IL TESTAMENTO BIOLOGICO NON SARA' UN FRENO ALL'EUTANASIA, ANZI...
Una legge sulle DAT non è garanzia contro le sentenze creative perché, con ogni probabilità, esse si moltiplicheranno
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Comitato Verità e Vita
3 LO STUPENDO FILM ''BELLA'' IN DVD FINALMENTE IN ITALIANO
BastaBugie garantisce che è un film da non perdere: alla fine non si può non esclamare ''Bella''
Autore: Ilario Lombardo - Fonte: Avvenire
4 BENEDETTO XVI: SPOSARSI IN CHIESA NON E' UN DIRITTO (E GLI ADEMPIMENTI PREMATRIMONIALI NON SONO SEMPLICE BUROCRAZIA)
Il diritto e la pastorale non sono in contrapposizione perché hanno lo stesso fine: la salvezza delle anime
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 BENEDETTO XVI: ANCHE FACEBOOK E' UNA GRANDE OPPORTUNITA'
Ma bisogna stare attenti a non vivere in una realtà virtuale a scapito di quella della vita quotidiana
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
6 IN PARADISO SCORRE IL TEMPO? SI FESTEGGIA IL NATALE?
Vediamo in cosa si distingue il paradiso cristiano (vero) da quello musulmano (banale) o delle religioni orientali (falso)
Fonte: I Tre Sentieri
7 UN MILIARDARIO DONA IL SUO PATRIMONIO ALLA CHIESA CATTOLICA
Albert Gubay, la 68esima persona più ricca del mondo, sognava di diventare ricco e ha promesso a Dio che se lo avesse esaudito avrebbe donato la metà della sua fortuna ai poveri
Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali (anti-uaar)
8 LA REGIONE LOMBARDIA STANZIA 5 MILIONI DI EURO PER AIUTARE LE MADRI IN DIFFICOLTA' CON 250 EURO MENSILI PER 18 MESI
I pro-life denunciano che qualche ospedale non informa adeguatamente del progetto Nasko le donne che chiedono l'interruzione di gravidanza
Fonte: Giornale di Carate
9 IL CONCILIO VATICANO II E LA SUA GIUSTA ERMENEUTICA ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA
Convegno di studi organizzato dall'Istituto dei Frati Francescani dell'Immacolata
Autore: Fabrizio Cannone - Fonte: Corrispondenza Romana
10 LETTERE ALLA REDAZIONE: CON I SOLDI DELLE DONAZIONI COSA CI FATE?
BastaBugie ha 50.000 visitatori mensili e 12.000 iscritti alla newsletter: eppure le donazioni sono inferiori ai costi (a causa del fatto che pochissimi mettono mano al portafoglio)
Fonte: Redazione di BastaBugie
11 OMELIA PER LA IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 5,1-12a)
Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - MI CHIAMO ANTONIO ORIENTE, SONO UN GINECOLOGO E, FINO A QUALCHE ANNO FA, IO CON QUESTE MANI UCCIDEVO I FIGLI DEGLI ALTRI
La straordinaria testimonianza di un abortista pentito (senza giri di parole)
Autore: Sabrina Pietrangeli Paluzzi - Fonte: L'Ottimista, 16 Novembre 2010

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando si rese conto dell’“umanità” del feto e fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”). Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente. Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici... Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
“Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta... io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti... Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto... non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi... Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

Fonte: L'Ottimista, 16 Novembre 2010

2 - IL TESTAMENTO BIOLOGICO NON SARA' UN FRENO ALL'EUTANASIA, ANZI...
Una legge sulle DAT non è garanzia contro le sentenze creative perché, con ogni probabilità, esse si moltiplicheranno
Autore: Mario Palmaro - Fonte: Comitato Verità e Vita, 14-01-2011

Un nuovo atto di "magistratura creativa" si è incaricato di dare un'altra spinta alla legalizzazione dell'eutanasia in Italia. Succede infatti che il Tribunale di Firenze ha accolto la richiesta di un settantenne in buona salute, che intendeva nominare un «amministratore di sostegno» a norma dell'articolo 408 del Codice Civile. Poco importa che l'amministratore sia stato introdotto dal legislatore per ben altro scopo. Secondo i giudici fiorentini, è legittimo nominarsi una sorta di tutore legale che, in caso di perdita di coscienza, può impedire ai medici di procedere con la rianimazione cardiopolmonare, la dialisi, la ventilazione, l'alimentazione e l'idratazione artificiale, se questa era la volontà espressa dal paziente a suo tempo capace di intendere e di volere. Insomma, il tutore può dare il via libera all'eutanasia senza che nessuno possa contrastarlo.
La decisione é dotata di un singolare tempismo, perché proprio nelle prossime settimane il Parlamento dovrà discutere il testo di legge sulle cosiddette DAT, le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento. L'impressione di molti è che, dopo la vicenda Englaro, e dopo una decisione come quella del Tribunale di Firenze, ormai nell'ordinamento giuridico italiano si sia aperto un varco che permette comportamenti eutanasici, mediante l'abbandono terapeutico del paziente.
Questi ragionamenti hanno creato un clima di attesa di questo genere: i cattolici e molti pro life pensano che, se la legge sulle DAT verrà approvata, il rischio eutanasia sarà scongiurato.
Ma è proprio vero che le decisioni dei giudici hanno "cambiato" le leggi del nostro Paese sul fine vita?
In realtà, il nostro ordinamento continua ad avere un presidio molto solido contro l'eutanasia e l'abbandono terapeutico nelle norme del Codice Penale regolarmente in vigore, soprattutto gli articoli sull'omicidio del consenziente e sull'istigazione al suicidio. Quindi di per sé non siamo di fronte a una situazione di vuoto legislativo o di "far west".
Il fatto è che alcuni giudici – per altro civili e non penali – hanno assunto provvedimenti che ignorano questo profilo. Ma c'è una verità tecnico-giuridica troppo spesso dimenticata: le decisioni dei giudici non hanno la forza di creare una legge erga omnes, ma decidono un caso concreto. Nulla impedisce, quindi, che un provvedimento come quello di cui stiamo parlando venga ribaltato da altri magistrati chiamati a decidere sulla medesima questione. E infatti, sempre a Firenze, tempo fa un'analoga richiesta di uso dell'assistente di sostegno pro testamento biologico era stata respinta prima dal giudice tutelare e poi dalla Corte d'Appello.
E' ormai evidente a tutti che lo scopo di alcuni settori della magistratura favorevoli all'eutanasia è proprio quello di spingere il Parlamento a fare una legge e a riconoscere il testamento biologico. E anche ammettendo che il testo sulle DAT di prossima discussione non venga stravolto, esso comporta il riconoscimento solenne da parte della legge della efficacia e validità del testamento biologico. E contiene ulteriori "zone grigie" che andranno ben oltre il principio di autonomia del paziente. Dato che il problema vero è quello di impedire il proliferare di "sentenze creative", l'unica legge necessaria è quella che chiarisce in modo inequivocabile che è vietata la sospensione di alimentazione e idratazione ai soggetti incapaci.
Proprio perché il problema vero è la volontà di alcuni giudici di forzare la legislazione a colpi di sentenze, dobbiamo però essere realisti ed evitare facili illusioni. Una legge sulle DAT non è garanzia contro le "sentenze creative"; anzi con ogni probabilità esse si moltiplicheranno – in maniera direttamente proporzionale all'ambiguità delle norme approvate -, e si assisterà a uno stillicidio di ricorsi, anche in sede costituzionale. Al proposito c'è un illuminante precedente, quello della Legge 40 sulla fecondazione artificiale, che dal 2004 a oggi è stata ripetutamente modificata da sentenze seguite a ricorsi.

Fonte: Comitato Verità e Vita, 14-01-2011

3 - LO STUPENDO FILM ''BELLA'' IN DVD FINALMENTE IN ITALIANO
BastaBugie garantisce che è un film da non perdere: alla fine non si può non esclamare ''Bella''
Autore: Ilario Lombardo - Fonte: Avvenire, 19 gennaio 2011

Quando un anno fa esatto uscì nei cinema italiani, dovette vedersela subito con il gigante Avatar.
Eppure, Bella non passò inosservato. Forza di un film piccolo e speciale, girato quasi tra amici – il regista Alejandro Monteverde e il protagonista Eduardo Veràstegui, divo delle telenovelas messicane – in 23 giorni, per le strade di New York. Ora, dopo tutte le tribolazioni distributive, e i soliti ritardi, esce in dvd. Bella è la fiaba della vita: la storia dell'incontro tra Josè e Nina. Lui, ex promessa del calcio, è ferito da un terribile avvenimento che si porta dentro dal suo passato. Lei, incinta, sola e disoccupata, è decisa ad abortire. Josè, anche per ridare un senso di riscatto alla propria vita, l'aiuterà a non farlo. «È una storia d'amore che va al di là delle romanticherie – ha detto Veràstegui, anche produttore del film – e riguarda un uomo che aveva tutto nella vita o che almeno credeva di avere tutto: denaro, fama, successo e molto ancora. Ma in realtà non aveva nulla». Bella in fondo è un'avventura diversa da quelle che siamo abituati a vedere al cinema. Racconta con la forza di semplici parole e immagini, l'amore e il fallimento, la solitudine e la solidarietà, la paura e il coraggio: e ci fa vedere quanto sottile e fragile possa essere il velo che li separa.

Nota di BastaBugie: per sapere tutto sul film e vedere il trailer clicca qui http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=18

Fonte: Avvenire, 19 gennaio 2011

4 - BENEDETTO XVI: SPOSARSI IN CHIESA NON E' UN DIRITTO (E GLI ADEMPIMENTI PREMATRIMONIALI NON SONO SEMPLICE BUROCRAZIA)
Il diritto e la pastorale non sono in contrapposizione perché hanno lo stesso fine: la salvezza delle anime
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 24-01-2011

Il 22 gennaio si è inaugurato l'anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana. In questa occasione, come gli è consueto ogni anno, Benedetto XVI ha proposto importanti considerazioni sul tema del diritto canonico. Quest'anno il Papa è intervenuto sui rapporti fra dimensione giuridica e dimensione pastorale: un tema tutt'altro che astratto ma che ha un'immediata e diretta applicazione nel campo dei matrimoni e della loro nullità, cioè nel settore cui attengono la maggior parte delle cause trattate dalla Rota Romana.
«Il rapporto tra il diritto e la pastorale – ha detto il Papa – è stato al centro del dibattito postconciliare sul diritto canonico. La ben nota affermazione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II [1920-2005], secondo la quale "non è vero che per essere più pastorale il diritto debba rendersi meno giuridico" (Allocuzione alla Rota Romana, 18 gennaio 1990, n. 4: AAS 82 [1990], p. 874) esprime il superamento radicale di un'apparente contrapposizione». La Chiesa – nel suo diritto e nella sua azione pastorale – ha sempre di mira anzitutto la salvezza delle anime.
Ai giudici e agli avvocati rotali Benedetto XVI ricorda come «nel mio primo incontro, che ebbi con voi nel 2006, ho cercato di evidenziare l'autentico senso pastorale dei processi di nullità del matrimonio, fondato sull'amore per la verità (cfr Allocuzione alla Rota Romana, 28 gennaio 2006: AAS 98 [2006], pp. 135-138). Oggi vorrei soffermarmi a considerare la dimensione giuridica che è insita nell'attività pastorale di preparazione e ammissione al matrimonio, per cercare di mettere in luce il nesso che intercorre tra tale attività e i processi giudiziari matrimoniali».
I matrimoni, per usare un linguaggio meno giuridico, spesso finiscono male perché cominciano male. Sono annullati perché non avrebbero mai dovuto essere celebrati in chiesa. Il Papa «osserva come nei corsi di preparazione al matrimonio le questioni canoniche occupino un posto assai modesto, se non insignificante, in quanto si tende a pensare che i futuri sposi abbiano un interesse molto ridotto per problematiche riservate agli specialisti». Inoltre, tra i sacerdoti «è diffusa la mentalità secondo cui l'esame degli sposi, le pubblicazioni matrimoniali e gli altri mezzi opportuni per compiere le necessarie investigazioni prematrimoniali (cfr ibid., can. 1067) […] costituirebbero degli adempimenti di natura esclusivamente formale». In breve, «si ritiene spesso che, nell'ammettere le coppie al matrimonio, i pastori dovrebbero procedere con larghezza, essendo in gioco il diritto naturale delle persone a sposarsi».
Ma non è sempre vero, e per comprenderlo occorre «riflettere sulla dimensione giuridica del matrimonio». Il Papa riprende la sua Allocuzione alla Rota Romana del 2007, in cui aveva affermato: «Di fronte alla relativizzazione soggettivistica e libertaria dell'esperienza sessuale, la tradizione della Chiesa afferma con chiarezza l'indole naturalmente giuridica del matrimonio, cioè la sua appartenenza per natura all'ambito della giustizia nelle relazioni interpersonali. In quest'ottica, il diritto s'intreccia davvero con la vita e con l'amore; come un suo intrinseco dover essere». E quest'anno insiste: «Non esiste, pertanto, un matrimonio della vita ed un altro del diritto: non vi è che un solo matrimonio, il quale è costitutivamente vincolo giuridico reale tra l'uomo e la donna, un vincolo su cui poggia l'autentica dinamica coniugale di vita e di amore. Il matrimonio celebrato dagli sposi, quello di cui si occupa la pastorale e quello messo a fuoco dalla dottrina canonica, sono una sola realtà naturale e salvifica, la cui ricchezza dà certamente luogo a una varietà di approcci, senza però che ne venga meno l'essenziale identità. L'aspetto giuridico è intrinsecamente legato all'essenza del matrimonio. Ciò si comprende alla luce di una nozione non positivistica del diritto, ma considerata nell'ottica della relazionalità secondo giustizia».
Il diritto a sposarsi non è dunque «una pretesa soggettiva che debba essere soddisfatta dai pastori mediante un mero riconoscimento formale, indipendentemente dal contenuto effettivo dell'unione. Il diritto a contrarre matrimonio presuppone che si possa e si intenda celebrarlo davvero, dunque nella verità della sua essenza così come è insegnata dalla Chiesa. Nessuno può vantare il diritto a una cerimonia nuziale». Quindi i sacerdoti non dovrebbero concedere il matrimonio cattolico in chiesa «laddove fosse evidente che non sussistono le premesse per il suo esercizio, se mancasse, cioè, palesemente la capacità richiesta per sposarsi, oppure la volontà si ponesse un obiettivo che è in contrasto con la realtà naturale del matrimonio».
Occorre, afferma il Papa, restituire serietà ai corsi prematrimoniali e anche all'«esame prematrimoniale. Tale esame ha uno scopo principalmente giuridico: accertare che nulla si opponga alla valida e lecita celebrazione delle nozze. Giuridico non vuol dire però formalistico, come se fosse un passaggio burocratico consistente nel compilare un modulo sulla base di domande rituali. Si tratta invece di un'occasione pastorale unica».
Il Papa chiede una vera «prevenzione delle nullità matrimoniali». Molti matrimoni finiscono con l'annullamento perché i sacerdoti li hanno celebrati senza accertarsi con il necessario scrupolo che gli sposi volessero davvero contrarre il matrimonio cristiano. «Bisogna adoperarsi – insiste Benedetto XVI – affinché si interrompa, nella misura del possibile, il circolo vizioso che spesso si verifica tra un'ammissione scontata al matrimonio, senza un'adeguata preparazione e un esame serio dei requisiti previsti per la sua celebrazione, e una dichiarazione giudiziaria talvolta altrettanto facile, ma di segno inverso». Non è materia da canonisti soltanto, ma da parroci, i quali non possono addurre come scusa il fatto di non essere specialisti del diritto: è «importante che vi sia una presa di coscienza ancora più incisiva circa la responsabilità in questa materia di coloro che hanno cura d'anime. Il diritto canonico in generale, e in specie quello matrimoniale e processuale, richiedono certamente una preparazione particolare, ma la conoscenza degli aspetti basilari e di quelli immediatamente pratici del diritto canonico, relativi alle proprie funzioni, costituisce un'esigenza formativa di primaria rilevanza per tutti gli operatori pastorali, in particolare per coloro che agiscono nella pastorale familiare».
Il Papa ribadisce il suo no agli annullamenti troppo facili: «bisogna resistere alla tentazione di trasformare le semplici mancanze degli sposi nella loro esistenza coniugale in difetti di consenso». Ma molti annullamenti sono inevitabili, perché, inventando un diritto a sposarsi in chiesa che come tale non esiste senza preparazione e retta intenzione, si è concesso il matrimonio religioso a chi era lontanissimo dalla sua comprensione. In questo senso, il Papa torna «a considerare il rapporto tra diritto e pastorale. Esso è spesso oggetto di fraintendimenti, a scapito del diritto, ma anche della pastorale. Occorre invece favorire in tutti i settori, e in modo particolare nel campo del matrimonio e della famiglia, una dinamica di segno opposto, di armonia profonda tra pastoralità e giuridicità, che certamente si rivelerà feconda nel servizio reso a chi si avvicina al matrimonio».

Nota di BastaBugie: se hai domande sul tema del matrimonio puoi scrivere alla Redazione di BastaBugie, un nostro sacerdote ti risponderà. Clicca qui:
www.bastabugie.it/it/contatti.php?pagina=contatti

Fonte: La Bussola Quotidiana, 24-01-2011

5 - BENEDETTO XVI: ANCHE FACEBOOK E' UNA GRANDE OPPORTUNITA'
Ma bisogna stare attenti a non vivere in una realtà virtuale a scapito di quella della vita quotidiana
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 24-01-2011

Il 24 gennaio Benedetto XVI ha reso pubblico il suo Messaggio per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, tutto dedicato a Internet e in particolare al fenomeno dei social network, un mondo - quest'ultimo - dominato da Facebook con i suoi oltre cinquecento milioni di utenti. Il Papa s'ispira qui ai messaggi per le giornate delle comunicazioni sociali del suo predecessore, il venerabile Giovanni Paolo II (1929-2005), che già aveva lasciato un vero corpus di dottrina sociale della Chiesa su Internet, ma aggiunge un tocco personale dove si riconosce il suo costante Magistero sull'identità e sulla verità, insieme all'attenta lettura di quanto la sociologia contemporanea ha prodotto in tema di interazione virtuale.
Proprio da questa letteratura il Papa mutua «la convinzione che, come la rivoluzione industriale produsse un profondo cambiamento nella società attraverso le novità introdotte nel ciclo produttivo e nella vita dei lavoratori, così oggi la profonda trasformazione in atto nel campo delle comunicazioni guida il flusso di grandi mutamenti culturali e sociali. Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale. Con tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e di costruire comunione».
Di questa grande trasformazione la Chiesa non propone né un rifiuto né un giudizio aprioristicamente negativo. Senza mancare di mettere in luce difficoltà e rischi, il Pontefice chiede ai cristiani di partecipare alla grande avventura di Internet e in particolare dei social network: «Vorrei invitare, comunque, i cristiani ad unirsi con fiducia e con consapevole e responsabile creatività nella rete di rapporti che l'era digitale ha reso possibile. Non semplicemente per soddisfare il desiderio di essere presenti, ma perché questa rete è parte integrante della vita umana». Le nuove tecnologie «prospettano traguardi fino a qualche tempo fa impensabili» e, se «usate saggiamente, possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l'aspirazione più profonda dell'essere umano».
Benedetto XVI riprende, ancora, dalla sociologia la tesi che nel mondo digitale l'idea che l'informazione sia il frutto di una interazione e di una costruzione sociale acquista dimensioni fino a ieri impensabili: quello che con la stampa ma anche con la televisione era ancora possibile, «la chiara distinzione tra il produttore e il consumatore dell'informazione viene relativizzata e la comunicazione vorrebbe essere non solo uno scambio di dati, ma sempre più anche condivisione».
Questa novità ha anche caratteristiche «positive», ma per altri versi «si scontra con alcuni limiti tipici della comunicazione digitale: la parzialità dell'interazione, la tendenza a comunicare solo alcune parti del proprio mondo interiore, il rischio di cadere in una sorta di costruzione dell'immagine di sé, che può indulgere all'autocompiacimento».
I social network - dunque  soprattutto Facebook - sono una parte importante del modo in cui i giovani, in particolare, organizzano il loro tempo e le loro giornate. «I giovani - spiega il Papa - stanno vivendo questo cambiamento della comunicazione, con tutte le ansie, le contraddizioni e la creatività proprie di coloro che si aprono con entusiasmo e curiosità alle nuove esperienze della vita. Il coinvolgimento sempre maggiore nella pubblica arena digitale, quella creata dai cosiddetti social network, conduce a stabilire nuove forme di relazione interpersonale, influisce sulla percezione di sé e pone quindi, inevitabilmente, la questione non solo della correttezza del proprio agire, ma anche dell'autenticità del proprio essere. La presenza in questi spazi virtuali può essere il segno di una ricerca autentica di incontro personale con l'altro se si fa attenzione ad evitarne i pericoli, quali il rifugiarsi in una sorta di mondo parallelo, o l'eccessiva esposizione al mondo virtuale. Nella ricerca di condivisione, di "amicizie", ci si trova di fronte alla sfida dell'essere autentici, fedeli a se stessi, senza cedere all'illusione di costruire artificialmente il proprio "profilo" pubblico».
Sempre con una singolare consonanza rispetto alla migliore sociologia di Internet e dei social network, Benedetto XVI mette in luce il rischio che a essere socialmente costruita non sia più solo l'informazione ma la stessa identità del soggetto. Come in certi film alla moda, il giovane soprattutto rischia di essere catturato da un mondo virtuale da cui poi non riuscirà più a uscire, e di scambiare il proprio profilo su Facebook, dove sincerità e invenzione spesso si mescolano, con la realtà.
L'uso dei social network, insiste il Papa, «è una grande opportunità, ma comporta anche una maggiore attenzione e una presa di coscienza rispetto ai possibili rischi. Chi è il mio "prossimo" in questo nuovo mondo? Esiste il pericolo di essere meno presenti verso chi incontriamo nella nostra vita quotidiana ordinaria? Esiste il rischio di essere più distratti, perché la nostra attenzione è frammentata e assorta in un mondo "differente" rispetto a quello in cui viviamo? Abbiamo tempo di riflettere criticamente sulle nostre scelte e di alimentare rapporti umani che siano veramente profondi e duraturi? E' importante ricordare sempre che il contatto virtuale non può e non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita». Sono due rischi già notati dal venerabile Giovanni Paolo II: passare troppo tempo davanti a un computer, trascurando gli amici e i familiari della vita reale, e lasciare contatti anche interessanti con nuovi amici in un perenne stato virtuale, quasi si avesse paura d'incontrarli faccia a faccia.
Passare dall'incontro virtuale all'incontro reale, usare Facebook come prima occasione di conoscenza che andrà poi dove possibile verificata di persona, è anche per così dire il segreto di un uso efficace del social network come strumento di apostolato cattolico.
Ma, perché questo sia possibile, è necessario che pure su Facebook il cattolico, anche giovane, si faccia subito riconoscere per uno stile diverso rispetto a una certa volgarità e superficialità oggi alla moda.
«Del resto - scrive il Papa - le dinamiche proprie dei social network mostrano che nel mondo digitale, trasmettere informazioni significa sempre più spesso immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa [...]. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali. Ne consegue che esiste uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale: esso si concretizza in una forma di comunicazione onesta ed aperta, responsabile e rispettosa dell'altro. Comunicare il Vangelo attraverso i nuovi media significa non solo inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, ma anche testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita. Del resto, anche nel mondo digitale non vi può essere annuncio di un messaggio senza una coerente testimonianza da parte di chi annuncia. Nei nuovi contesti e con le nuove forme di espressione, il cristiano è ancora una volta chiamato ad offrire una risposta a chiunque domandi ragione della speranza che è in lui (cfr 1Pt 3,15)».
Si a Facebook, dunque, ma con buon senso quanto all'impiego del tempo e a viso aperto, da cattolici, a costo magari di «sfidare alcune delle logiche tipiche del web. Anzitutto dobbiamo essere consapevoli che la verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua "popolarità" o dalla quantità di attenzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari "annacquandola". Deve diventare alimento quotidiano e non attrazione di un momento. La verità del Vangelo non è qualcosa che possa essere oggetto di consumo, o di fruizione superficiale, ma è un dono che chiede una libera risposta. Essa, pur proclamata nello spazio virtuale della rete, esige sempre di incarnarsi nel mondo reale e in rapporto ai volti concreti dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo la vita quotidiana. Per questo rimangono sempre fondamentali le relazioni umane dirette nella trasmissione della fede!».
Alla fine, infatti, «la verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network». Mentre per certi poteri forti contemporanei Internet è un altro «strumento che riduce le persone a categorie, che cerca di manipolarle emotivamente o che permette a chi è potente di monopolizzare le opinioni altrui» i cattolici presenti sul Web «incoraggiano tutti a mantenere vive le eterne domande dell'uomo, che testimoniano il suo desiderio di trascendenza e la nostalgia per forme di vita autentica, degna di essere vissuta. È proprio questa tensione spirituale propriamente umana che sta dietro la nostra sete di verità e di comunione e che ci spinge a comunicare con integrità e onestà».
Un programma che cerchiamo di fare nostro anche per «La Bussola Quotidiana».

Nota di BastaBugie: per leggere il messaggio del Papa per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, clicca qui
www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20110124_45th-world-communications-day_it.html

Fonte: La Bussola Quotidiana, 24-01-2011

6 - IN PARADISO SCORRE IL TEMPO? SI FESTEGGIA IL NATALE?
Vediamo in cosa si distingue il paradiso cristiano (vero) da quello musulmano (banale) o delle religioni orientali (falso)
Fonte I Tre Sentieri, 2 gennaio 2011

Vogliamo parlare di un argomento che è molto particolare... ma anche molto intrigante. E' anche, però, un argomento abbastanza delicato, perché, trattandolo, facilmente si può sforare dalla giusta dottrina, per cui bisogna fare molta attenzione. Ci riferiamo ad una questione che può sembrare di scarsa importanza, ma che invece può avere implicazioni di rilievo soprattutto per quanto riguarda un'ulteriore dimostrazione della veridicità e della bellezza del Cattolicesimo. La questione verte su questa domanda: nel Paradiso esiste la dimensione temporale?
Verrebbe da rispondere di no. Nel Paradiso la beatitudine è eterna, per cui non c'è bisogno del tempo. D'altronde il mondo ultraterreno cristiano è al di fuori del tempo e dello spazio. E invece proprio riguardo a questo bisogna fare molta attenzione. Prendiamo in considerazione la dimensione spaziale. E' proprio vero che nel mondo ultraterreno non c'è? Se così fosse, come la mettiamo con la resurrezione dei corpi? Quando infatti i corpi resusciteranno vivranno in Paradiso, se sono di beati, e nell'inferno, se sono di dannati. Ebbene, se il mondo ultraterreno non è affatto un luogo, come è possibile che in un non-luogo possano esistere dei corpi che invece, in quanto corpi, sono dimensionati nello spazio? E qui, proprio in considerazione dello spazio, capiamo che per quanto riguarda il mondo ultraterreno, così come lo concepisce il Cristianesimo, se è vero che non possiamo parlare di luoghi in senso univoco (del tipo: la seconda a destra o la terza a sinistra), possiamo invece parlare di luoghi in senso analogico...e poi ovviamente fermarci perché c'imbattiamo nel mistero.
Prima però di ritornare alla categoria del tempo, facciamo una precisazione importante. Ho citato aggettivi come "univoco" e "analogo". Ma cosa in realtà vogliono dire? Ve lo spieghiamo subito. La buona filosofia distingue tre metodi per rapportare la dimensione naturale a quella soprannaturale. Essi sono i metodi: univoco, equivoco e analogico. Univoco, quando si pretende identificare le due dimensioni; equivoco, quando le si separa totalmente; analogico, quando le si distingue ma se ne riconosce un legame. Chiariamo: se utilizzo il metodo univoco, il mondo ultraterreno lo concepirò come una semplice e identica prosecuzione della vita terrena (un esempio a riguardo è il paradiso islamico con i suoi godimenti sensuali); se utilizziamo il metodo equivoco, concepiremo il mondo ultraterreno come qualcosa di totalmente diverso dalla vita terrena (è il modo di concepire la vita dopo la morte nelle religioni orientali dove tutto è all'insegna della perdita di ogni individualità); se invece utilizziamo il metodo analogico, allora concepiremo il mondo ultraterreno né come realtà uguale alla vita terrena, ma nemmeno come realtà totalmente diversa dalla vita terrena stessa. Questo ultimo metodo è proprio del Cristianesimo.
Torniamo allora alla questione del tempo in Paradiso. C'è o non c'è? In senso univoco non lo possiamo concepire... ma in senso analogico?
Cari lettori, vi starete chiedendo: ma perché questa domanda? Ve lo diciamo subito. Spesso ci abbiamo pensato: quando sulla terra è Natale, in Paradiso è ugualmente Natale? Una prospettiva equivoca di certa teologia intellettualista porterebbe a reagire in questo modo: ma che sciocchezze sono mai queste? Noi invece, che ci onoriamo di non riconoscerci in una simile teologia, siamo tentati di rispondere di sì: quando nella vita terrena si festeggia il Natale , anche in Cielo si fa festa.
Vi diciamo perché siamo portati a dire così. Ci sono almeno cinque motivi.
1.Il Paradiso è parte della Chiesa
2.Il tempo liturgico è movimento ma anche perennità
3.Nella liturgia si "tocca" il Paradiso e vi partecipa il Paradiso
4.L'Incarnazione è evento unico, definitivo e duraturo
5.Il Paradiso è analogicamente sublimazione della vita terrena e non annullamento totale  di essa.  
Brevemente diciamo qualcosa per ogni motivo.
 
1.Il Paradiso è parte della Chiesa
Chi conosce il catechismo lo sa bene. La Chiesa si divide in tre parti: la chiesa militante (della vita terrena, cioè di quelle anime che stanno militando per guadagnarsi il Paradiso), la chiesa purgante (delle anime del Purgatorio che si stanno purificando ma che sono unite a Cristo), la chiesa trionfante (delle anime del Paradiso). Ora, se il Paradiso è chiesa, vuol dire che è unito a tutto ciò che è chiesa, quindi alla chiesa purgante ma anche a quella militante. Alla chiesa purgante: infatti le anime del Purgatorio possono intercedere pregando il Signore per i nostri bisogni; inoltre una delle gioie delle anime del Purgatorio è proprio quella di Maria Santissima che va a visitarle nelle loro pene. L'unione con la chiesa militante non sta solo nella possibilità che noi abbiamo di pregare le anime beate per i nostri bisogni, ma anche nella partecipazione degli angeli alla divina liturgia. In ogni Messa numerosi angeli sono accanto al sacerdote che celebra.
 
2.Il tempo liturgico è movimento ma anche perennità
La caratteristica della liturgia è il divenire nella perennità. Sembra una contraddizione, ma non è così. Si tratta di un'originalità che ha una sua logica. La liturgia è nel tempo perché si svolge nel tempo, ma è sempre ripetitiva perché è la finestra dell'Eterno nel tempo stesso. Proprio questa ripetitività la rende perenne. Insomma, divenire e perennità. Penso che proprio questa apparente (attenzione: solo apparente!) contraddizione possa farci capire qualcosa del legame che il Paradiso possa avere con il tempo della vita terrena; ovviamente un legame da intendersi in senso analogico.
 
3.Nella liturgia si tocca il Paradiso e vi partecipa il Paradiso
Riprendo ciò che abbiamo detto nel primo punto quando abbiamo fatto riferimento che durante la Messa sono presenti tanti angeli vicino al sacerdote. Ebbene, nella liturgia vi partecipa il Paradiso, ma possiamo anche dire che nella liturgia si "tocca" il Paradiso. Si "tocca" nel senso che con la liturgia si offre, si ringrazia e si chiede a Dio... e Dio stesso si fa vivo e vero sull'altare.   La Santa Messa –come abbiamo già detto- è una "finestra" del Paradiso sulla terra.
 
4.L'Incarnazione è evento unico e duraturo
Un altro punto che può farci capire qualcosa in più rispetto alla questione della presenza analogica del tempo in Paradiso è il fatto che il Mistero dell'Incarnazione è un evento unico e duraturo. Unico, perché l'Incarnazione è avvenuta una sola volta (ovviamente nel tempo) e non si ripeterà più. Inoltre, è un mistero duraturo che esisterà per l'eternità. Adesso la Seconda Persona della Santissima Trinità è con il corpo glorificato in Paradiso... e lo sarà per sempre.    
 
5.Il Paradiso cristiano è analogicamente sublimazione della vita terrena e non annullamento di essa
Nel Paradiso cristiano non ci sarà un annullamento della propria individualità. L'annullamento –come ho già avuto modo di dire- nella vita dopo la morte viene concepito dalle religioni orientali. Nel Paradiso cristiano l'individualità non terminerà mai, sarà per l'eternità. Sappiamo anche che l'anima in Paradiso amerà in Dio tutte le altre anime in egual modo; ma si conserverà una distinzione qualitativa. Per esempio, una mamma non amerà suo figlio di più rispetto alle altre anime del Paradiso, perché non c'è differenza di ordine quantitativo (ovviamente a seconda del grado di gloria raggiunto), ma il Signore permetterà che si conserverà una differenza di ordine qualitativo. Qui vi è un grande mistero, ma è così. Ecco perché, quando muore un proprio caro in concetto di santità, da parte dei parenti bisogna pregarlo e pregarlo con grande fiducia di ottenere delle grazie, perché i legami parentali anche in Paradiso permarranno. Ovviamente sempre in senso analogico, ma permarranno.   
 
Concludendo...
Tornando al tempo, va detto che nel Paradiso (se se ne può parlare) esso va inteso come una realtà non scandita dal movimento degli astri (come sulla Terra), ma unicamente dall'illuminazione di Dio. La liturgia terrestre è ovviamente legata all'anno liturgico, il quale a sua volta è legato all'anno solare. La liturgia celeste invece non è legata ai movimenti degli astri, ma a Dio. Più semplicemente possiamo dire che per le anime beate (che sono faccia a faccia con Dio) è sempre Natale, Pasqua, ecc... ma esse (le anime), proprio nella luce di Dio, colgono l'unione con il tempo della Terra e quindi la successione dell'anno liturgico terrestre, che segue, appunto, il movimento dei corpi celesti. Insomma, i beati sanno bene che in quel momento sulla Terra si sta celebrando il Natale o qualche altra Festa. Si tratta di una conseguenza della beatitudine essenziale, precisamente dell'oggetto secondario di tale beatitudine (l'oggetto primario è Dio stesso). Molti teologi affermano, infatti, che i beati in Dio vedono tutte le cose. San Tommaso nella Summa (2, q.10, a.2) scrive che ciascun beato vede tutto ciò che lo riguarda. Giuseppe Casali nella sua Somma di Teologia Dogmatica scrive testualmente: "[Ogni] persona pubblica o privata vedrà tutte quelle cose che lo riguardavano in quello stato: quindi un Papa, un Capo di Stato, un capo di famiglia conosceranno in particolare tutte quelle persone o cose che erano loro affidate. Perciò i Beati in cielo vedranno i parenti, gli amici ancora in terra, li aiuteranno con la loro intercessione e ascolteranno le loro preghiere".
Ora, tutti questi elementi ci fanno capire quanto il Paradiso cristiano non vada poi concepito "lontano" dal sentire comune. Lo ripetiamo: qui non si tratta di concepire il Paradiso in maniera banale, così come fanno i musulmani. Per l'Islam la gioia del beato è ciò che Dio dona; e Dio donerebbe i piaceri di questa terra portati all'estremo. Per il Cristianesimo, invece, la gioia del beato non è ciò che Dio dona ma Dio stesso. E questo già basta per capire la differenza. Ciò però non toglie che il Paradiso cristiano non sia un annullamento bensì una sublimazione di ciò che l'uomo sperimenta già nella sua vita terrena.

Fonte: I Tre Sentieri, 2 gennaio 2011

7 - UN MILIARDARIO DONA IL SUO PATRIMONIO ALLA CHIESA CATTOLICA
Albert Gubay, la 68esima persona più ricca del mondo, sognava di diventare ricco e ha promesso a Dio che se lo avesse esaudito avrebbe donato la metà della sua fortuna ai poveri
Fonte Unione Cristiani Cattolici Razionali (anti-uaar), 17 agosto 2010

Albert Gubay è la 68esima persona più ricca del mondo. Fin da piccolo sognava di diventare ricco e ha promesso a Dio che se lo avesse esaudito avrebbe donato la metà della sua fortuna ai poveri. Così è stato. Il DailyMail ha rivelato che il milionario ha mantenuto la promessa e ha donato 480.000.000 £ ad enti di beneficenza cristiani, rimanendo con 10 milioni per vivere la sua vecchiaia. Il magnate ha dichiarato che la metà dei soldi andrà alla Chiesa Cattolica e alle sue opere di carità. Nel 1997 in un documentario televisivo ha dichiarato: «con questo patrimonio, è la mia fede a mantenermi sulla retta via». Gubay è infatti un cattolico praticante e vive nell’Isola di Man, nel Regno Unito. Ha fatto fortuna nella vendita al dettaglio con la catena di supermercati Kwik save. (...) Un altro miliardario, il fondatore di Domino’s Pizza, Thomas Stephen “Tom” Monaghan, filantropo, attivo in opere di beneficenza e proprietario di una delle maggiori fortune del mondo, ha affermato che seguendo la Dottrina Sociale della Chiesa, ha investito diversi miliardi di dollari negli ultimi dieci anni senza trascurare i valori evangelici. Ex ateo convertito cattolico ha reso pubblica l’ultima delle sue idee, abbastanza sorprendente e stravagante: creare in Florida la prima «città cattolica» del mondo, la città dell’Ave Maria, nella quale promuovere la cultura, il rispetto della vita, la cura per l’ambiente e la libertà, senza vendere né pornografia né contraccettivi, in breve: seguirà la dottrina sociale cattolica. La notizia è riportata su Religion En Libertad. In passato ha già dato vita alla prima università cattolica degli Stati Uniti e le centinaia di studenti che occupano le aule del College Ave Maria saranno i principali beneficiari di questo “paradiso urbano”.

Fonte: Unione Cristiani Cattolici Razionali (anti-uaar), 17 agosto 2010

8 - LA REGIONE LOMBARDIA STANZIA 5 MILIONI DI EURO PER AIUTARE LE MADRI IN DIFFICOLTA' CON 250 EURO MENSILI PER 18 MESI
I pro-life denunciano che qualche ospedale non informa adeguatamente del progetto Nasko le donne che chiedono l'interruzione di gravidanza
Fonte Giornale di Carate, 18 gennaio 2011

Gli antiabortisti del gruppo "Ora et labora" minacciano un esposto alla Regione: "L'ospedale di Giussano non informa adeguatamente del progetto Nasko le donne che chiedono l'interruzione di gravidanza".
Piccata la replica del direttore sanitario Bruno Molteni: "Non è vero, abbiamo applicato da subito le direttive regionali prendendo accordi con il Centro Aiuto alla Vita e quindi aprendo dentro l'ospedale un ufficio Cav, al quale indirizzare le donne che, nel dubbio, necessitano di un consiglio."
Ma facciamo un passo indietro. Lo scontro nasce da un episodio, verificatosi la scorsa settimana. Come ogni secondo venerdì del mese Ora et Labora tiene un sit-in di preghiera a ridosso dell'ingresso dell'ospedale. Si viene a sapere che c'è una donna che, quella mattina, ha rinunciato all'aborto. "Già madre di tre figli, in situazione economica precaria, ma alla fine ha prevalso in lei l'amore per la vita - spiega Giorgio Celsi - Solo che, parlando con lei, abbiamo scoperto che nessuno l'aveva informata del progetto Nasko, come invece doveva essere visto che è rivolto a donne che, come lei, intenderebbero abortire per motivi economici. Nessuno, tranne un'infermiera di buon cuore incontrata per caso, le aveva parlato di questa possibilità. Non le avevano nemmeno consegnato il foglio informativo concordato." La signora, contattata telefonicamente, conferma: "Quando sono entrata piangevo e un'infermiera, vedendomi poco convinta, mi ha detto che potevo rivolgermi al Cav, se volevo. Dentro di me sapevo di non volere più l'aborto. Mi sono presentata in ambulatorio per dirlo e lì mi hanno stracciato l'impegnativa. Sono stata informata del progetto Nasko dopo, dal Cav. Ho aderito felice di questo aiuto di cui non sapevo."
L'aiuto consiste in 250 euro mensili erogati alla madre dalla Regione per 18 mesi. Il fondo, complessivamente 5 milioni di euro, è stato istituito il giugno scorso dalla Giunta Formigoni.
"E' un fatto che non indirizzano nessuno al nostro ufficio, aperto dal 2 novembre scorso, sostiene Rosa Molteni, responsabile del Cav presente dentro il Borella - Le donne che abbiamo aiutato le abbiamo trovate casualmente nei corridoi. Stamattina abbiamo verificato che il foglio informativo di cui avevo fatto avere un fac simile alla Direzione sanitaria, non viene distribuito come concordato."
Chiamato in causa, il direttore mette i puntini sulle i.
"Con la documentazione consegnata alle donne che chiedono l'intervento, c'è anche un foglio che le informa di avere sette giorni di tempo prima della conferma dell'intervento, indirizzandole a "SoS Vita" qualora gradissero ricevere informazioni su possibili alternative alla loro scelta - spiega il dottor Molteni - Inoltre sia nella sala di attesa dell'ambulatorio che in ospedale c'è tutta la cartellonistica del caso che permette di raggiungere l'ufficio del Cav."
Il foglio distribuito non cita però il Nasko, infatti non è quello fornito dal Cav. Se abbisogna altro materiale informativo, integreremo anche quello. Ma all'ospedale compete anzitutto garantire alle donne tutta l'attenzione e le cure del caso. Questo viene fatto e bene, ottemperando con scrupolo alle vigenti normative. Non si può affermare il contrario."

Fonte: Giornale di Carate, 18 gennaio 2011

9 - IL CONCILIO VATICANO II E LA SUA GIUSTA ERMENEUTICA ALLA LUCE DELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA
Convegno di studi organizzato dall'Istituto dei Frati Francescani dell'Immacolata
Autore: Fabrizio Cannone - Fonte: Corrispondenza Romana, 25 dicembre 2010

Il Convegno sul Concilio Vaticano II dei Francescani dell'Immacolata, svoltosi a Roma dal 16 al 18 dicembre, ha costituito una delle prime risposte all'invito al dibattito e all'analisi critica sul Vaticano II, rivolto da Benedetto XVI nel suo ormai celebre discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. Il dibattito si è recentemente acceso, anche sulla stampa, dopo la pubblicazione, avvenuta all'inizio di dicembre 2010, dello studio storico-sistematico sul Concilio del professor Roberto de Mattei (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010). In questo contesto, il convegno dei Francescani dell'Immacolata ha rappresentato una eccellente sintesi delle ricerche storico-teologiche sul Concilio, sulle ermeneutiche cui ha dato luogo, sul valore dei suoi documenti ed anche sui suoi punti meno chiari e più problematici.
I lavori sono stati aperti il 6 dicembre da S. E. mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro e noto teologo e apologeta, che ha aperto i lavori spiegando brillantemente le cause della perdita dell'identità cristiana nel contesto della modernità occidentale. «L'uomo che il Concilio incontra – ha detto mons. Negri – porta sulle sue spalle il fallimento della modernità». (...)
Nella stessa mattinata ha preso la parola S. E. mons. Brunero Gherardini, grande esponente della scuola teologica romana, recente autore di due libri di capitale importanza, dedicati il primo al Concilio stesso (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice 2009) e il secondo al concetto di Tradizione, dal punto di vista della teologia cattolica (Quod et tradidi vobis La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana Editrice 2010). «Il Concilio Vaticano II – ha affermato mons. Gherardini – non fu un Concilio dogmatico e neppure disciplinare, ma soltanto un concilio pastorale, e il genuino significato della sua pastoralità è ancora tra la nebbia». Nell'approccio al Concilio occorre distinguere quattro diversi livelli che esprimono tutti, ma con qualità teologica diversa, il suo supremo Magistero. Accennare in questa sede alla gradazione suggerita da Gherardini significherebbe tradirne la precipua acribia teologica, così ci limitiamo a segnalare il fatto che, secondo questa esegesi, solo uno di questi livelli, corrispondente al terzo, comporta una incontestabile validità dogmatica, anche se solo di riflesso, dedotta da precedenti definizioni: questo livello coincide con le notevoli citazioni che il Concilio fa di dottrine già solennemente definite che trattano di temi di fede e di morale. Gli altri ambiti del magistero conciliare, per la loro natura pastorale, per la loro intrinseca novità o per la loro contestualizzazione storica contingente, non comportano né l'infallibilità, né la definitività, e dunque richiedono un certo ossequio della mente, ma non «l'obbedienza della fede». L'errore di molti teologi del post-Concilio è stato proprio quello di dogmatizzare un Concilio che si volle pastorale, facendone altro rispetto a ciò che si prefisse chi lo convocò.
Nella seconda parte della mattinata, padre Rosario Sammarco FI, ha parlato della Formazione permanente del Clero alla luce della Presbyterorum ordinis. Con un linguaggio diretto e coinvolgente l'oratore ha mostrato come questa giusta indicazione conciliare si sia smarrita nei meandri del post-Concilio segnato da quella evidente rottura con la Tradizione causata, come direbbe Benedetto XVI, dalla "teologia moderna". Significativo il fatto, segnalato dal teologo, della scomparsa a partire dagli anni '70 della discussione dei "casi di morale": questa prassi importante consigliata da santi come Carlo Borromeo e che si generalizzò durante l' '800, costituendo un punto di riferimento per confessori e pastori d'anime, scomparve improvvisamente negli anni '70 e fu perfino cancellata dal nuovo Codice del 1983. Segno di quanto la rottura e la discontinuità non furono solo tra pre-Concilio e Concilio, ma anche tra Concilio e post-Concilio. Il post-Concilio però nel contraddire il Concilio, per esempio nell'uso del latino liturgico raccomandato dall'assise e disatteso nei fatti, non fu una "germinazione spontanea", ma fu voluto e attuato malamente dalle autorità competenti, proprio per l'influenza della svolta antropologica della teologia e della religione stessa.
Dopo padre Sammarco, ha tenuto una lezione magistrale il rev. prof. Ignacio Andereggen, docente alla Gregoriana e filosofo cattolico di primo livello. Il professore ha mostrato con maestria l'essenza filosofica della modernità a partire dall'analisi di 4 autori fondamentali: Cartesio, Kant, Hegel e Freud. In tutti costoro, pur con differenze che li rendono assolutamente non omogenei, vi è la presenza di quel relativismo epistemologico che fu tipico tratto del cosiddetto "Rinascimento" e in parallelo il rifiuto della tradizione filosofica come tale. Con questi autori, ogni volta ci si trova davanti ad un nuovo inizio, segno che la filosofia moderna e contemporanea, nel rigetto del patrimonio di pensiero più comune dell'umanità, non si fonda che su se stessa. Il rifiuto poi del pensiero scolastico e della metafisica ne è uno degli assi portanti. Quanto ha influito questa pseudo-filosofia sul Concilio? Andereggen non l'ha precisato ma è evidente che molti vescovi e soprattutto molti periti, specie di aria francese (Chenu, Congar, etc.) e tedesca (Rahner, Küng, etc.) ne erano notevolmente pervasi. Da qui quell'insorgere, come Maritain segnalerà già nel 1966, a solo un anno dalla chiusura dei lavori conciliari, del "neo-modernismo" effettivamente più subdolo e più pericoloso dell'antico, anche perché meno esplicitamente assunto e dichiarato. Senza una retta filosofia, ha spiegato sapientemente Andereggen, è impossibile fare teologia: senza una teologia corretta poi, si corrompe anche la dottrina della fede.
Nel pomeriggio dello stesso giorno il prof. Roberto de Mattei ha mostrato nella sua relazione che il Concilio Vaticano II non può essere presentato come un evento che nasce e muore nello spazio di tre anni senza considerarne le profonde radici e le altrettanto profonde conseguenze che esso ebbe nella Chiesa. Il nesso tra Concilio e post-Concilio, ha affermato il prof. de Mattei, non è il nesso dottrinale tra i documenti del Concilio e altri documenti del post-Concilio. È il rapporto storico, stretto e inscindibile, tra il Concilio, in quanto evento che si svolge tra il 1962 e il 1965, e il post-Concilio, in quanto evento che si svolge tra il 1965 e il 1978 e si protrae fino ai nostri giorni. Questo periodo, globalmente considerato, dal 1962 al 1978, anno della morte di Paolo VI, forma un unicum, un'epoca, che può essere definita come l'epoca della Rivoluzione conciliare, così come gli anni tra il 1789 e il 1796, e forse fino al 1815, costituirono l'epoca della Rivoluzione francese. La pretesa di separare il Concilio dal post-Concilio, secondo de Mattei, è altrettanto insostenibile di quella di separare i testi conciliari dal contesto pastorale in cui furono prodotti. Nessuno storico serio, ma neanche nessuna persona di buon senso, potrebbe accettare questa artificiale separazione, che nasce da partito preso, più che da serena e oggettiva valutazione dei fatti. «Ancora oggi – ha concluso lo storico romano – viviamo le conseguenze della "Rivoluzione conciliare" che anticipò e accompagnò quella del Sessantotto. Perché nasconderlo? La Chiesa, come affermò Leone XIII, aprendo agli studiosi l'Archivio Segreto Vaticano, "non deve temere la verità"».
Lo storico francese Yves Chiron, la cui documentata relazione è stata letta da frà Juan Diego FI, ha poi parlato della volontà di certi vescovi e cardinali sotto Pio XI e Pio XII di convocare un nuovo Concilio o piuttosto di completare il Vaticano I, arrestato brutalmente dall'invasione di Roma del settembre 1870. I pontefici, pur assai interessati a queste proposte, le hanno infine respinte per evitare pericoli di frazionamento e "democratizzazione" dell'Assemblea deliberante. Interessanti i documenti portati alla luce dallo Chiron circa i temi che si intendevano trattare nell'eventuale Sinodo: essi erano simili a quelli poi proposti dalla Curia Romana sotto Giovanni XXIII, i quali in blocco furono respinti dal dibattito in aula per l'opposizione manifestata da certi influenti padri progressisti. Il 17 dicembre la giornata è stata aperta da un'interessante relazione storica su Alcuni personaggi, fatti e influssi al Concilio Vaticano II del padre Paolo Siano FI, il quale ha mostrato come l'ottimismo pastorale verso l'uomo e verso il mondo suggerito dai testi conciliari è stato usato da varie lobbies come grimaldello per condizionare lo svolgimento e la ricezione del Vaticano II. L'autore ha documentato come i fenomeni di crisi dottrinale, spirituale, liturgica e missionaria del post-Concilio hanno i loro prodromi in alcune idee e azioni di veri Padri e periti dell'assise conciliare. Padre Siano ha proposto come "medicinale" alla crisi almeno due "farmaci": una Mariologia "forte" (in linea con la Tradizione e il Magistero della Chiesa) e una liturgia più orientata (anche visibilmente) a Cristo Crocifisso.(...) Successivamente, S. E. mons. Atanasius Schneider, vescovo ausiliare in Kazakhstan, ha tenuto una profonda relazione sul senso pastorale del Concilio, mostrando, attraverso numerose citazioni, che nel Concilio esiste uno spirito teocentrico, apostolico, penitenziale e missionario, anzi la missionarietà ne sarebbe quasi la nota caratteristica. È innegabile che il Vaticano II, letto in quest'ottica, abbia una gran quantità di bei testi di spiritualità e di religiosità, di dottrina omogenea alla grande Tradizione della Chiesa. Il problema secondo il Prelato sta nella cattiva interpretazione di certi suoi passaggi meno chiari: è evidente altresì che quando si parla di interpretazione, specie se universale e autorevole, non si può far riferimento ad una scuola particolare, come per es. quella di Bologna, ma ci si deve riferire alle commissioni post-conciliari e agli stessi episcopati. E dunque su costoro ricade la responsabilità di certe letture minimaliste e arbitrarie. In ogni caso, mons. Schneider ha coraggiosamente chiesto un nuovo Sillabo degli errori avvenuti nella interpretazione del Concilio e se questo Sillabo un giorno sarà pubblicato dalla Massima Autorità di certo esso gioverà a tutti i cattolici.
Una conferenza di grande valore teologico è stata poi quella di padre Serafino Lanzetta, giovane teologo dei Francescani dell'Immacolata. Padre Lanzetta ha fatto uno status quaestionis sull'approccio teologico al Vaticano II attraverso l'analisi della ricezione del Concilio in varie e diverse scuole teologiche post-conciliari. Quello che è emerso in sede di conclusioni è che il Concilio, sulle cui rette intenzioni non è dato di dubitare a nessuno, ha però favorito le opposte ermeneutiche post-conciliari con l'aver abbandonato, o almeno tralasciato, un approccio metafisico alle realtà della fede e della morale. Ciò che il Concilio insegna, lo insegna usando un modo descrittivo e spesse volte solo allusivo, e questo ha permesso ai novatori di estrapolare conclusioni teologiche aberranti di cui il Vaticano II non è responsabile, se non a causa della poca chiarezza e della poca precisione terminologica.
Le numerose ermeneutiche in atto e le variegate griglie interpretative, per esempio, erano impossibili da applicare ai testi del Vaticano I, e se sono state applicate con relativa facilità al Vaticano II, ciò è avvenuto per un certo rigetto del linguaggio scolastico tipico della tradizione teologica precedente detta sprezzantemente "manualistica". Ad essa si volle sostituire il "resourcement" (De Lubac) cioè il ritorno ai Padri: ma i Padri in molti punti di teologia e di filosofia ne sapevano meno di noi, stante il progresso teologico nella comprensione della immutabile Rivelazione Divina e l'apporto decisivo del Tridentino e del Vaticano I in fatto di dogmatica. Il ritorno ai Padri e alle loro formule, alla liturgia dei primordi e alla Scrittura sa tanto di biblicismo, di fideismo e di archeologismo: tutto ciò che respingeva profeticamente Papa Pio XII nell'Humani generis (1950).
Ha tenuto quindi un'importante relazione il rev. don Florian Kolfhaus, della Segreteria di Stato. Il teologo tedesco ha, svolto una critica "dall'interno" ai documenti conciliari mostrando che il loro vario e differenziato valore magisteriale corrisponde alla loro maggiore o minore autorevolezza, la quale a volte si riduce al mero precetto disciplinare. Il Concilio Vaticano II voleva essere un concilio pastorale, cioè orientato alle necessità del suo tempo, rivolto all'ordine della prassi. Esso non affermò nessun nuovo dogma, nessun solenne anatema, e promulgò differenti categorie di documenti rispetto ai concili precedenti; e ciononostante il Vaticano II deve essere compreso nella continuità ininterrotta del Magistero, poiché esso fu un concilio della Chiesa legittimo, ecumenico e dotato della relativa autorità. Alcuni suoi documenti, vale a dire decreti e dichiarazioni, come Unitatis Redintegratio sull'ecumenismo, Nostra Aetate sulle religioni non cristiane e Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, ha sottolineato don Kolfhaus, non sono né documenti dottrinali in cui si definiscono verità infallibili, né testi disciplinari che presentano norme concrete. In questo sta la grande novità del Vaticano II: contrariamente a tutti gli altri concili, che esponevano dottrina o disciplina, esso supera queste categorie. Si tratta di una esposizione dottrinale che non vuole tuttavia dare definizioni o delimitazioni in funzione contraria a degli errori, ma è rivolta all'agire pratico condizionato dal tempo. Il Concilio non ha proclamato alcun "nuovo" dogma e non ha revocato alcuna "vecchia" dottrina, ma piuttosto ha fondato e promosso una nuova prassi nella Chiesa. (...)
I lavori, sapientemente moderati, nel corso dei tre giorni, dal padre Alessandro Apollonio FI, sono stati chiusi da mons. Gherardini, che ha ribadito come il Concilio Vaticano II non fu un unicum, un "blocco dogmatico". Fu un Concilio pastorale e sul piano pastorale va collocato e giudicato, senza forzature ermeneutiche, che ne impongono la dogmatizzazione.
È questo il messaggio conclusivo del convegno romano destinato certamente a fare data, per il numero e la qualità dei relatori e degli ascoltatori, tra i quali si distinguevano S. Emin. il cardinale Walter Brandmüller e il segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, S. E. mons. Guido Pozzo. Fu del resto proprio il cardinale Ratzinger a dichiarare già nel 1988 davanti ai vescovi del Cile che «il Concilio stesso non ha definito alcun dogma e volle coscientemente esprimersi a un livello inferiore, come concilio puramente pastorale». Tuttavia, proprio questo "concilio pastorale" – proseguiva il cardinal Ratzinger – viene interpretato «come se fosse quasi un superdogma, che priva di significato tutti gli altri concili»...

Fonte: Corrispondenza Romana, 25 dicembre 2010

10 - LETTERE ALLA REDAZIONE: CON I SOLDI DELLE DONAZIONI COSA CI FATE?
BastaBugie ha 50.000 visitatori mensili e 12.000 iscritti alla newsletter: eppure le donazioni sono inferiori ai costi (a causa del fatto che pochissimi mettono mano al portafoglio)
Fonte Redazione di BastaBugie, 25 gennaio 2011

Cara Redazione di BastaBugie,
il vostro è un ottimo giornale.. uno dei pochi degni di essere letto in una cultura dominante che esce fuori da ogni buonsenso... Alcune vostre affermazioni sono molto forti ma in fondo è anche quello il coraggio: evitare il politically correct quando questo distrugge la verità.
Curiosità: (sono un po' come San Tommaso in questo che sto per chiedere) ma con i soldi delle donazioni che ci fate? Voglio dire, avete bisogno di altri finanziamenti per mantenere in piedi tutto questo sistema informativo, oppure riuscite a ottimizzare le spese anche senza spendere altro?
Pasquale

Caro Pasquale,
la tua domanda è lecita: cosa ci facciamo con i soldi delle donazioni? La risposta te la diamo volentieri in quanto ci piace essere trasparenti. Quando il servizio di BastaBugie è iniziato ci siamo posti come regola da rispettare sempre quella di fare un servizio gratuito per aiutare più persone possibili a conoscere gli aspetti dimenticati dalla cultura dominante e a difendersi dalle sue bugie. Ecco quindi che tutti coloro che collaborano con BastaBugie lo fanno (e lo faranno anche in futuro) a titolo gratuito. Anche i mezzi che avevamo scelto all'inizio per diffondere gli articoli erano gratuiti: il blog e una mail gratuita. Purtroppo con il passare del tempo e la crescita esponenziale dei lettori di BastaBugie (il nostro sito ha oggi più di 50.000 visitatori mensili: dato aggiornato a giugno 2011) siamo stati "costretti" a passare dal blog gratuito al sito professionale. Inoltre, e questa è la nota più amara, molti nostri lettori (oltre 12.000 iscritti alla newsletter: dato aggiornato a giugno 2011) ci hanno fatto sapere che non ricevevano più le nostre mail. Purtroppo abbiamo verificato che i filtri antispam ci bloccavano le mail. Ovviamente noi non siamo spam, in quanto, come sa ogni nostro lettore, è possibile disiscriversi automaticamente con un semplice click, per cui noi non inviamo spam. Comunque per risolvere questo problema siamo dovuti passare più di un anno fa ad un invio professionale delle mail per evitare i filtri antispam. Ecco quindi che dall'iniziale costo zero siamo passati a dover accollarci questo tipo di spese.
Ecco spiegato in sintesi come usiamo i soldi raccolti con le donazioni. Per essere ancora più chiari: le donazioni raccolte l'anno scorso hanno coperto solo la metà dei costi. Ecco perché siamo costretti a chiedere ai nostri lettori un aiuto economico. Se tutti facessero la loro offerta, anche piccola, non avremmo problemi. Il punto però è che pochissimi ci inviano la loro donazione (incredibilmente pochi, paragonati ai tantissimi che ci inviano mail di complimenti).
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Fonte: Redazione di BastaBugie, 25 gennaio 2011

11 - OMELIA PER LA IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 5,1-12a)
Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 30 gennaio 2011)

Il brano del Vangelo di oggi è la celebre pagina delle Beatitudini. Gesù per proclamare le Beatitudini sale su di un monte vicino a Cafarnao, il monte Tabor. Questo è un particolare molto importante. Infatti, come per dare la Legge al popolo d’Israele, Mosè era salito sul monte Sinai, così Gesù, per dare compimento alla Legge antica e indicare a tutti la perfezione, sale sul monte Tabor. C’è una grande differenza tra il Sinai e il Tabor: il Sinai è un monte molto aspro e deserto che simboleggia molto bene l’austerità della Legge mosaica; mentre il Tabor, più che un monte, è un colle dall’aspetto dolce e verdeggiante che indica la soavità della Legge evangelica, una legge d’amore.
Gesù inizia il lungo discorso riportato nel capitolo quinto dell’evangelista Matteo con le otto Beatitudini che possono essere considerate come la “Magna Charta” del Cristianesimo, come il documento d’identità di ogni cristiano. Ciascuno di noi le dovrebbe sapere a memoria e, più ancora, meditare assiduamente e mettere in pratica. Le Beatitudini ci indicano innanzitutto come è vissuto Gesù e come dovrebbe vivere ciascuno di noi. Esse ci indicano il cammino della felicità, ci indicano dove possiamo trovare la felicità che tutti bramano ma che pochi riescono a raggiungere.
Le Beatitudini comportano un capovolgimento del nostro modo di pensare e di agire. Il mondo proclama beati i ricchi e i gaudenti, i forti e i prepotenti; Gesù fa il contrario: Egli, innanzitutto, proclama «beati i poveri in spirito» (Mt 5,3). Chi sono questi poveri in spirito? Povero in spirito è colui che, libero da ogni impaccio terreno, ripone la sua speranza unicamente in Dio. Povero in spirito è colui che non è attaccato alle ricchezze di questa terra e che si fida della Provvidenza divina. Non è la ricchezza che ci può rendere felici, ma la fiducia in Colui che sa ciò di cui abbiamo veramente bisogno.
La seconda Beatitudine proclama felici «quelli che sono nel pianto» (Mt 5,4). Questi sono coloro che soffrono per le miserevoli condizioni di un mondo senza Dio. Soffrono perché l’amore di Dio non è compreso. A questi afflitti Gesù promette consolazione, una consolazione proporzionata all’afflizione. Subito dopo, Gesù proclama «beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). I miti non sono i paurosi, ma quelli che non serbano rancore, quelli che trovano la forza nella serenità. Coloro che «hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6) sono quelli che desiderano la santità al di sopra di tutte le altre cose. Nel linguaggio della Bibbia, la parola giustizia significa perfezione, santità. Gesù ci insegna perciò a desiderare vivamente la santità perché la santità equivale ad amare Dio e il prossimo.
I «misericordiosi» (Mt 5,7) sono quelli che, imitando il Padre Celeste, sanno comprendere e perdonare il prossimo, sanno soccorrerlo in ogni circostanza, irradiando attorno a loro l’amore di Dio di cui hanno fatto esperienza. I «puri di cuore» (Mt 5,8) sono tutti coloro che combattono tenacemente contro il vizio che si annida dentro tutti gli uomini, fino ad estirparlo. Gesù nel Vangelo ci insegna che è dall’intimo dell’uomo che esce ogni iniquità. Il male è sì nel mondo, ma è soprattutto dentro di noi (cf Mt 23,27-28). Ci vuole pertanto una profonda purificazione interiore: solo così potremo essere autenticamente felici.
Gli «operatori di pace» (Mt 5,9) di cui parla la settima Beatitudine non sono i grandi diplomatici, ma quelli che hanno capito l’unico modo per garantire la pace. Quest’unico modo è la piena comunione con Dio, l’armonia dell’uomo con Dio. Se dentro al nostro cuore non vi è questa armonia, non si può pensare alla pace sulla terra. Bisogna prima eliminare dalla nostra vita il peccato, ogni peccato, anche il più nascosto, solo così saremo autentici operatori di pace. Quando uno si innalza, innalza tutti; quando uno si abbassa, danneggia tutti. Pertanto ogni peccato, anche il più nascosto, misteriosamente alimenta l’odio che vi è nel mondo. Diceva Madre Teresa di Calcutta che se per un giorno solo non vi fossero più aborti, finirebbero tutte le guerre sulla terra. Riflettiamo bene su queste parole e vogliamo essere anche noi veri operatori di pace.
Infine, con l’ultima Beatitudine, Gesù proclama felici i «perseguitati» (Mt 5,10). Questa è la più grande Beatitudine. È la Beatitudine di tutti i Martiri che, anche in mezzo alle sofferenze del martirio, hanno sperimentato la vicinanza con la grande Vittima del Calvario, con Gesù Crocifisso. Lungo i secoli vi sono stati moltissimi Martiri. L’ultimo secolo da poco trascorso, così civile e progredito, è stato quello che ne ha dati più di tutti gli altri secoli messi insieme. Gesù l’ha detto chiaramente: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).
Con questa pagina delle Beatitudini abbiamo il più bel ritratto di Gesù. Così è vissuto Lui sulla terra e così dobbiamo impegnarci a vivere anche noi. L’Immacolata, Madre di Gesù e Madre nostra, ci aiuti in questa impresa così grande.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 30 gennaio 2011)

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