BastaBugie n°179 del 11 febbraio 2011

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1 DOPO LA TEDESCA MERKEL, ANCHE L'INGLESE CAMERON LO RICONOSCE: I GOVERNI EUROPEI SONO COSTRETTI AD AMMETTERE CHE IL MULTICULTURALISMO E' FALLITO
Non possono convivere più culture in uno stesso territorio: chi viene da noi deve accettare i principi della nostra cultura cristiana
Autore: Marco Respinti - Fonte: La Bussola Quotidiana
2 IL VIDEO DI BERNARD NATHANSON: DA MEDICO ATEO ABORTISTA A CATTOLICO PRATICANTE E PALADINO DEL MOVIMENTO PROLIFE
Dopo migliaia di aborti, fece un filmato ecografico dopo il quale cambiò radicalmente idea: oggi racconta le tecniche di propaganda utilizzate dal movimento abortista
Autore: Virginia Lalli - Fonte: BastaBugie
3 NICHI VENDOLA SU REPUBBLICA AFFERMA CHE LE DONNE NON SONO CARNE DA MACELLO, CORPI DA MERCIMONIO
Mi stropiccio gli occhi e mi chiedo: da che pulpito viene la predica?
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
4 PARLANDO DELLA SITUAZIONE IN EGITTO, I FRATI DI ASSISI STRAVOLGONO IL VIAGGIO DI SAN FRANCESCO FACENDONE UN PACIFISTA
Il vero san Francesco invece difese le crociate davanti al sultano dicendo: i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana
5 STESSO CASO DI LICENZIAMENTO: I MORMONI SONO ASSOLTI, MENTRE I CATTOLICI CONDANNATI (INGIUSTAMENTE)
Due pesi e due misure della Corte di Strasburgo mostrano con evidenza che in Europa le regole vengono piegate dall'ideologia anticattolica
Fonte: Corrispondenza Romana
6 A CAUSA DEL PESO DEL PROPRIO CORPO IN RAPPORTO ALLA SUPERFICIE ALARE IL CALABRONE NON PUO' VOLARE
Ma il calabrone non lo sa e continua a volare: ecco come i bambini down portano allegria anche se qualcuno continua a chiamarli ''infelici''
Autore: Sabrina Pietrangeli Paluzzi - Fonte: L'Ottimista
7 E' MORTO GIUSEPPE GARRONE, L'INVENTORE DEL TELEFONO ''SOS VITA'' A CUI POSSONO RIVOLGERSI LE MAMME CHE ABBIANO PROBLEMI PER LA GRAVIDANZA
Cofondatore del ''Progetto Gemma'', lanciò l'idea delle culle per la vita: ultimamente era stato ingiustamente emarginato dalla dirigenza del Movimento per la Vita
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: La Bussola Quotidiana
8 L'ISLAM MODERATO NON ESISTE
Un'analisi dell'islam in cinque gruppi (prendendo spunto da quanto succede in Egitto)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana
9 IN VISTA DELLA GMG ECCO ''YOUCAT'', IL CATECHISMO PER I GIOVANI
Cari giovani, dovete conoscere quello che credete: studiate il catechismo con passione e perseveranza, sacrificate il vostro tempo per questo libro straordinario che non vi adula, non offre facili soluzioni, esige da voi una nuova vita
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Avvenire
10 OMELIA PER LA VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 5,17-37)
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento
Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - DOPO LA TEDESCA MERKEL, ANCHE L'INGLESE CAMERON LO RICONOSCE: I GOVERNI EUROPEI SONO COSTRETTI AD AMMETTERE CHE IL MULTICULTURALISMO E' FALLITO
Non possono convivere più culture in uno stesso territorio: chi viene da noi deve accettare i principi della nostra cultura cristiana
Autore: Marco Respinti - Fonte: La Bussola Quotidiana, 07-02-2011

È ufficiale, per le cancelliere occidentali il multiculturalismo è una catastrofe. Per dirla con David Cameron, il «multiculturalismo di Stato» ha fallito. Il primo ministro britannico lo ha detto il 5 febbraio, intervenendo alla 46° Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco. Ma è solo l'ultimo, in ordine di tempo, dei capi di governo europei a trarre conclusioni tanto tranchant quanto politicamente scorrette. Colpisce del resto che, per celebrare il funerale del multiculturalismo, Cameron abbia scelto il proscenio internazionale, ma soprattutto la Germania di quell'Angela Merkel che solo il 16 ottobre, a Potsdam, al congresso della Cdu-Csu, pronunciava parole identiche: «il multiculturalismo è definitivamente fallito». Aggiungendo, con riferimento alla cultura giudaico-cristiana su cui si fonda la Germania, che «chi non la accetta, da noi non ha posto».
Oggi Cameron rincara la dose: serve «meno della tolleranza passiva degli ultimi anni e più liberalismo attivo e muscoloso». Si è infatti di fronte oggi, ha spiegato il premier britannico, a un inquietante «indebolimento dell'identità nazionale» britannica dovuto al fatto che un numero enorme di giovani musulmani – che in molti casi si trasformano in veri «predicatori di odio» – non si riconosce affatto nei valori fondanti il Paese e quindi non se ne sente cittadino. Epperò, aggiunge Cameron, «solo chi crede in queste cose può avere un senso di appartenenza». Perché «una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un Paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente». Basta «tolleranza passiva», insomma, occorre «voltare pagina sulle politiche fallite del Paese. Per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, noi dovremo affrontarla, in tutte le sue forme». Infatti, «sotto la dottrina del multiculturalismo di stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l'una dall'altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati».
Parrebbe che Cameron avesse letto il libro Londonistan: How Britain is creating a terror state within (edito da Gibson Square a Londra e da Encounter Books a New York), pubblicato dalla giornalista Melanie Phillips nel 2006 sulla scia degli attentati jihadisti avvenuti nella capitale britannica il 7 luglio 2005.
Il rifiuto di conformarsi alle norme di convivenza tipiche dello Stato democratico di diritto su cui si regge oggi l'Occidente non produce però solo il terrorismo armato, ma pure quella versione soft dell'estremismo che comporta per esempio il ripudio della parità di diritti fra uomini e donne o situazioni insostenibili nel campo dell'educazione.
Il punto lo fa bene il giornalista di Avvenire Giorgio Paolucci nel suo recente libro Immigrazione (Viverein, Roma 2010) là dove nota che «il multiculturalismo, che ha trovato realizzazione soprattutto in Gran Bretagna e in Olanda, muove dalla convinzione che ogni comunità etnica o religiosa debba essere libera di organizzarsi a partire dalle proprie regole e tradizioni». Ciò implica la «formazione di microcosmi etnici», vale a dire di «"pezzi" di società parallele e autoreferenziali con rapporti forti al loro interno ma deboli col resto del paese. La comunità (razziale, etnica, religiosa) prevale sulla persona». E così, «anziché favorire lo scambio e la relazione, si finisce per promuovere una "pluralità di monoculture", una torre di Babele dove diventa sempre più difficile una convivenza ordinata in nome di principi condivisi». Il multiculturalismo produce cioè l'esatto contrario di quel che auspicherebbe, la coesione fra soggetti differenti, e questo poiché alla sua «radice […] sta il relativismo culturale, che genera a sua volta il relativismo giuridico», il quale legittima le diversità, magari persino i «tribunali sharaitici». Il risultato è una mera «giustapposizione delle identità», che istituisce «riserve indiane» autoreferenziali ed etnocentriche a cui consegue solo l'«approfondimento delle divisioni di partenza».
Cameron e la Merkel constatano oggi che le società dei loro rispettivi Paesi stanno per scoppiare. La situazione dell'Italia non è ancora a quei livelli, ma dall'esperienza fallimentare estera è opportuno trarre ispirazione per tempo. (...)

Fonte: La Bussola Quotidiana, 07-02-2011

2 - IL VIDEO DI BERNARD NATHANSON: DA MEDICO ATEO ABORTISTA A CATTOLICO PRATICANTE E PALADINO DEL MOVIMENTO PROLIFE
Dopo migliaia di aborti, fece un filmato ecografico dopo il quale cambiò radicalmente idea: oggi racconta le tecniche di propaganda utilizzate dal movimento abortista
Autore: Virginia Lalli - Fonte: BastaBugie, 25 gennaio 2011

A distanza di oltre 30 anni dalla legalizzazione delle leggi che autorizzano l'aborto sono emersi elementi scientifici di fondamentale importanza da valutare, che in quegli anni ancora non si conoscevano. La scoperta dell'ecografia successiva all'approvazione delle leggi che legalizzano l'aborto infatti ha permesso di conoscere lo sviluppo biologico del feto e di studiare la vita prenatale ovvero il suo sviluppo sensoriale, motorio e psichico.
Attualmente disponiamo di ecografie a colori e in 3 D che mostrano come il feto o meglio il prenato non sia un "grumo di sangue" come si presumeva e immaginava nei primi anni '70. Gli studi sulla vita prenatale hanno evidenziato come la prima forma di movimento rilevabile all'ecografia è la ritmica attività cardiaca che si evidenzia intorno alle tre settimane di gestazione. A sei settimane è possibile vedere le prime forme di attività motoria: movimenti di allungamento e rotazione del capo, delle braccia e delle gambe. A dieci settimane le mani vengono portate al capo, al viso e alla bocca, che presenta già movimenti di apertura, chiusura e inghiottimento. A quindici settimane tutto il repertorio di movimenti che si ritrovano nel feto è presente; si evidenziano movimenti della mandibola, movimenti respiratori e movimenti combinati degli arti dove le mani sono continuamente portate ad interagire con le altre parti del corpo e con il cordone ombelicale. Dopo le dieci-quindici settimane le variazioni dell'attività motoria fetale evidenziano una forma di reazione a stimolazioni provenienti dal mondo esterno o dal corpo materno. L'attività onirica è già riscontrabile alle ventitré settimane, quando si evidenziano chiari segni comportamentali di sonno R.E.M.
A riprova che con l'avvento dell'ecografia il quadro clinico circa l'aborto era del tutto mutato è la storia di un famoso ginecologo di New York Bernard Nathanson  uno dei fondatori della National Association for the Repeal of the Abortion Laws [Associazione Nazionale per la legalizzazione dell'aborto ] (NARAL), nata negli Stati Uniti, nel 1968.
Il dott. Bernard Nathanson può essere considerato tra i padri della sentenza del 1973, che liberalizzò l'aborto negli Stati Uniti. Tuttavia poco tempo dopo, applicando le tecniche ecografiche durante un intervento di aborto, rimase profondamente sconvolto dall'orrenda realtà dell'aborto. Da allora, Nathanson non ha mai più praticato aborti ed è divenuto pro-life. L'ecografia di quell'aborto è divenuta un filmato che ha fatto il giro del mondo con il titolo "Il grido silenzioso". Nel filmato si può vedere come il bambino si ritrae dallo strumento che l'abortirà e spalanca la bocca come per emettere un grido. Nathanson, di origini ebraiche ma ateo, in seguito si è convertito al cattolicesimo e, nel 1996, ha ricevuto il battesimo. Nella sua autobiografia, "La mano di Dio", ha raccontato il proprio percorso dalla Morte alla Vita.
In un  testo, del 1983, il dott. Nathanson spiega le tecniche di propaganda utilizzate dal movimento abortista pro choice (= per la "libertà di scelta") per influenzare l'opinione pubblica americana, in maggioranza contraria alla legalizzazione.
Una di queste fu la falsificazione dei sondaggi che gonfiavano il numero degli aborti illegali. Questi falsi numeri tuttavia convinsero molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l'aborto.
Un'altra idea che riuscirono a far credere al pubblico attraverso i media era che la legalizzazione avrebbe significato soltanto che quegli aborti, allora eseguiti illegalmente, sarebbero divenuti legali.  In realtà, ovviamente, gli aborti sono notevolmente aumentati, l'aborto è divenuto ora il principale metodo di controllo delle nascite negli Stati Uniti e il loro numero annuale è aumentato negli Stati Uniti del 1500% dalla legalizzazione.
Un'altra strategia degli abortisti era di procedere con l'attacco sistematico alla Chiesa Cattolica e alle sue "idee socialmente arretrate" che si opponevano all'aborto .
Nel 1973, il dott. Nathanson diventa direttore di Ostetricia in un grande ospedale di New York City fondando l'unità di indagine prenatale per studiare il feto nell'utero. Una delle principali tattiche pro-aborto è insistere sull'impossibilità di definire quando la vita abbia inizio, e che questa sia una domanda di carattere teologico o morale o filosofico ma non scientifico. La fetologia ha reso innegabilmente evidente che la vita inizia dal concepimento e che richiede tutta la protezione e la salvaguardia che ogni essere umano desidera per se stesso.
Ha dichiarato il Dott. Nathanson: 'Come scienziato so - non "credo", ma "so" – che la vita ha inizio con il concepimento'.
Infatti la scienza dimostra che il DNA al momento del concepimento è lo stesso al momento della nascita.

Nota di BastaBugie: consigliamo vivamente la visione del filmato "Il grido silenzioso" del dott. Bernard Nathanson.
www.youtube.com/watch?v=s258429uhYE

Fonte: BastaBugie, 25 gennaio 2011

3 - NICHI VENDOLA SU REPUBBLICA AFFERMA CHE LE DONNE NON SONO CARNE DA MACELLO, CORPI DA MERCIMONIO
Mi stropiccio gli occhi e mi chiedo: da che pulpito viene la predica?
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero, 6 febbraio 2011

Fummo una generazione irriverente, trasgressiva. Negli anni Settanta chi non ha fatto scioperi e okkupazioni? Il "vietato vietare", il sei politico, poi gli spinelli, gli amorazzi usa e getta, il fanatismo ideologico, la violenza politica, i capetti intolleranti circondati di "compagne" adoranti.
Una generazione obbedientissima – come la giudicò Pasolini – ai padroni del pensiero dominante che la volevano rivoluzionaria.
Poi alcuni di noi hanno incontrato dei padri e hanno disobbedito ai padroni. Abbiamo sperimentato la vera libertà. Ci siamo avventurati in terre sconosciute, abitate da una bellezza mai immaginata, abbiamo sperimentato l'amicizia, l'autenticità, il gusto di una vita diversa.
Senza neanche metterlo a tema, seguendo il fascino di Gesù Cristo, ci siamo trovati a vivere lo splendore della castità, fra ragazzi e ragazze, e perfino a intuire la poesia rivoluzionaria della verginità.  
Meravigliati da quanto era bello il volto della propria ragazza non ridotta a preda, a oggetto su cui sfogare la propria violenta solitudine.
E' la sovrana e lieta libertà dei figli di Dio per cui Francesco d'Assisi poteva dire: "dopo Dio e il firmamento: Chiara". E nel Testamento di Chiara si legge: "Francesco, nostra unica consolazione e sostegno, dopo Dio".
Avevamo incontrato uomini veri e per nulla al mondo volevamo perdere quella nuova vita e quel gusto dell'esistenza.
Così diventammo gli "odiati ciellini". Odiati dal branco dei "compagni" che, al mercato libertario delle facili carni (limitrofo alla bancarella dell'eroina), sghignazzavano sui preti e il papa e – com'era facile per gli sciocchi – sulla castità dei ciellini. In tanti casi dal disprezzo si passò pure alle spranghe, ai pugni, agli insulti.
Eccoli là, oggi, i compagni di allora. Non hanno fatto la rivoluzione, però molti hanno fatto carriera e soldi. E l'arroganza è spesso rimasta identica. Sotto la canizie e la calvizie ruggisce ancora il giovanotto fanatico di allora.
L'unica rivoluzione che hanno fatto – o meglio: che hanno servito – è stata la rivoluzione sessuale. Ad uso e consumo della società dei consumi.
Oggi la panza, che ballonzola dietro la loro cravatta di facoltosi giornalisti, potenti politici, baroni universitari, ammonisce e rimprovera. E – toh! – su cosa?
Contro il sesso sfrenato (ovviamente non il proprio: quello di Berlusconi). Pontificano accigliati contro il sesso usa e getta, tessono orazioni morali sulla dignità della donna, ci insegnano il sacro rispetto del corpo femminile, predicano il rigore morale.
In certi casi dall'alto di una vita, di una generazione, che ha conosciuto – dopo l'anarchia sessuale della giovinezza – il susseguirsi di matrimoni e relazioni…
Lo spettacolo è sorprendente. Forse è perfino occasione di riflessione. Mi sono trattenuto finora dallo scrivere sulle miserie della cronaca e ho risposto no ad alcuni talk show politici che volevano invitarmi a "giudicare da cattolico" le "notti di Arcore".
Tuttavia da settimane vedo e sento alcuni ex rivoluzionari, con aria ispirata e virgineo candore, alzare il loro alto grido contro chi profana con immagini discinte "il corpo delle donne", contro chi ha costumi sessuali sfrenati e – incredulo – mi stropiccio gli occhi.
Non solo ricordando le stagioni giovanili. Mi chiedo: ma su quali giornali hanno scritto finora? Su quali settimanali? Cos'avevano in copertina? Donne col burka? E quali libri hanno lanciato? Quali film e quali registi hanno esaltato? Quali costumi hanno praticato e legittimato? Quale morale hanno affermato?
D'improvviso sembra siano diventati tutti castigatissimi censori. Era inevitabile che una tale schiera di puritani si trovasse a fianco Oscar Luigi Scalfaro essendo, lui sì, un bigotto della prima ora. Ricordate l'episodio che lo ha reso "immortale"?
E' la scenata fatta negli anni Cinquanta a una signora, casualmente intravista al ristorante, rea di avere un vestito scollato. Alla manifestazione "per la dignità delle donne" dunque parteciperà questo Scalfaro.
E leggo su Repubblica che "parteciperà anche Nichi Vendola: 'Un'altra storia italiana è possibile, c'è un'Italia migliore per cui le donne non sono carne da macello, corpi da mercimonio, protagoniste solo in un establishment da escort' ".
Sì, caro Nichi (nei panni del teologo morale), questa Italia esiste. Ma sei sicuro che sia proprio quella che voi volete da decenni?
E' meraviglioso lo slogan di questa sinistra: "Sono uomo e dico basta". Ma basta a cosa? Alla famosa "libertà sessuale"? Allo slogan "il corpo è mio e lo gestisco io"? A questa sessuomania di massa?
Parliamone. A maggio scorso partecipai a una puntata di "Annozero" su preti e pedofilia. Fu molto interessante, ma ricordo che quando tentai di ampliare l'orizzonte proponendo di analizzare la (spesso patologica) sessuomania di massa che caratterizza i nostri costumi e la nostra cultura, Santoro troncò il discorso passando ad altro. Non lo ritenne interessante. Eppure è questo il clima irrespirabile.
Sono un padre, ho figlie giovani e mi fa schifo una società in cui delle giovani donne – in qualunque ambiente ! – sono discriminate se non stanno al gioco o non accettano certi compromessi. Mi fa schifo una società dove delle ragazze o dei ragazzi sono marchiati come cretini se dicono di credere nella castità o nella verginità.
O dove sei considerato un soggetto pericoloso se affermi che il matrimonio è solo tra uomo e donna, se ti ostini ad affermare che il genere non è un'opinione (che la natura – essere maschi e femmine – non è opinabile), se consideri il divorzio un male, se condanni l'aborto, la pillola del giorno dopo e se osi mettere in discussione il "sacro preservativo" venerato dalla cultura dominante.
C'è chi cerca di strattonare i cristiani per strappare loro qualche scomunica del peccatore Berlusconi. Gad Lerner ha amplificato la voce della suorina che ha tuonato "Non ti è lecito!" contro il Cav come il Battista contro Erode.
Bene. Con quella suorina però – a proposito di Erode – tuoniamo "non ti è lecito" pure contro una cultura dominante che a livello planetario ha legalizzato la pratica dell'aborto arrivando in cinquant'anni a totalizzarne un miliardo, una cultura che abbassa sempre di più il livello di difesa della vita umana.
E vorrei ricordare a quella suorina che Giovanni Battista tuonava soprattutto contro l'ipocrisia di scribi e farisei che chiamava: "Razza di vipere!".
Anche Gesù tuonerà contro di loro. Lui mostra compassione per i peccatori, i pubblicani e le prostitute, ma non per i "sepolcri imbiancati" che puntano il dito sul peccato altrui: "essi all'esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume".
E' di tutti noi che parla. Perché di un gran peccatore, come Zaccheo, Gesù può fare un santo, anche un grande santo come Paolo o Agostino. Ma di chi presume di giudicare gli altri, dei sepolcri imbiancati? Del resto loro saranno col dito puntato contro di Gesù fin sotto la croce.
Dicevamo della manifestazione per la dignità delle donne. Difenderanno anche la dignità calpestata delle donne nel continente islamico?
E la dignità delle donne cristiane in Pakistan, la dignità di Asia Bibi, giovane madre condannata a morte, tuttora detenuta e sottoposta a ogni umiliazione, perché cristiana?
E' il cristianesimo che ha imposto di riconoscere alle donne la loro dignità.
Lo stesso Roberto Benigni, commentando la "preghiera alla Vergine" di Dante, ebbe a dirlo: "è da quando Dio stesso ha chiesto a Maria il suo sì o il suo no che le donne hanno acquisito il diritto di dire sì o no".
Proprio ieri si festeggiava sant'Agata, vergine e martire. La storia di questa giovane del III secolo ci mostra l'unica vera rivoluzione che ha ridato dignità alle donne. Non certo la cultura di Repubblica e dell'Espresso o quella comunista (né, ovviamente, la cultura televisiva). Ma solo Gesù Cristo.

Fonte: Libero, 6 febbraio 2011

4 - PARLANDO DELLA SITUAZIONE IN EGITTO, I FRATI DI ASSISI STRAVOLGONO IL VIAGGIO DI SAN FRANCESCO FACENDONE UN PACIFISTA
Il vero san Francesco invece difese le crociate davanti al sultano dicendo: i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana, 03-02-2011

Anche i francescani del Sacro Convento di Assisi seguono con preoccupazione quanto sta avvenendo in Egitto e, giustamente, pregano «affinché la pace prevalga sulla violenza e sull'oppressione». Fin qui tutto regolare. Il custode del Sacro Convento, padre Giuseppe Piemontese, ha spiegato OGGI alle agenzie che c'è un motivo particolare per questa attenzione dei francescani, ovvero il viaggio di san Francesco «in Egitto a Damietta e l'incontro con il sultano Malik al-Kamil nel lontano 1219». E anche fin qui tutto regolare.
Ma poi padre Giuseppe Piemontese dà una versione di quell'incontro, legandola alla situazione attuale, che lascia perplessi. Ecco cosa dice padre Piemontese: «Lì Francesco volle annunciare il ripudio della guerra e la bellezza della pace. Lo scorso anno Mohamed El Baradei giunse pellegrino di pace ad Assisi e disse: 'Il diritto di ogni essere umano è di vivere in pace'». El Baradei, per chi non fosse ancora familiare con quanto sta avvenendo in Egitto è l'ex capo dell'Agenzia Atomica Internazionale (Aiea), tornato in patria per mettersi alla testa dell'opposizione al presidente Mubarak.
In pratica padre Piemontese descrive san Francesco come un proto-pacifista e fa un parallelo "ideale" tra la visita al sultano di san Francesco e quella di El Baradei ad Assisi, che secondo il custode del Sacro Convento hanno in fondo lo stesso contenuto.
Sul primo punto, l'affermazione di padre Piemontese lascia a dir poco stupiti, viste che le fonti al proposito sono molto chiare. Dell'incontro fece un resoconto infatti frà Illuminato, che accompagnò San Francesco davanti al sultano, davanti al quale peraltro giunse dopo essere scampato miracolosamente alla morte e avere subito dai musulmani percosse sanguinose. Ricordiamo infatti che quell'incontro avvenne durante la quinta Crociata, di cui Francesco era al seguito, e non certo per "frenarla". Leggiamo il racconto di frà Illuminato, citato da Vittorio Messori in "Pensare la storia", p. 166 (edizioni SugarCo): «Il sultano gli sottopose anche un'altra questione: "Il vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca. Quanto più voi cristiani non dovreste invadere le nostre terre!". Rispose il beato Francesco: "Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Altrove, infatti, è detto: Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano date. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell'occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall'amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla religione di lui quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare a dorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi!"».
Francesco dunque è un appassionato difensore delle ragioni dei crociati e dà tutto il suo contributo per la vittoria desiderando la conversione del sultano. Prosegue Messori: «E non sa darsi pace quando – non ascoltando la sua intuizione che la giornmata non è propizia per la battaglia – l'esercito occidentale è disfatto sotto le mura di Damietta. Disfatto dalle truppe dello stesso sultano di fronte al quale il santo è comparso e che ha fatto di tutto per convertire, giungendo a proporre un'ordàlia, un giudizio di Dio: egli, Francesco, e un musulmano sarebbero entrati dentro il fuoco, l'uno invocando Cristo, l'altro Maometto e Allah...».
Altro che "ripudio della guerra", come se Francesco avesse già scritto idealmente l'articolo 11 della Costituzione italiana. La pace vera, per il santo di Assisi, è Gesù Cristo e per affermare questo è disposto a gettarsi nel fuoco.
Chiarito questo, appare subito chiara l'assurdità di proporre un parallelo con un "campione" della diplomazia internazionale come El Baradei e di ridurre San Francesco a un'icona del politicamente corretto.
Non è certo così, ignorando la verità, che si costruisce la pace.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 03-02-2011

5 - STESSO CASO DI LICENZIAMENTO: I MORMONI SONO ASSOLTI, MENTRE I CATTOLICI CONDANNATI (INGIUSTAMENTE)
Due pesi e due misure della Corte di Strasburgo mostrano con evidenza che in Europa le regole vengono piegate dall'ideologia anticattolica
Fonte Corrispondenza Romana, 22/1/2011

La Corte europea dei diritti dell'uomo, il 23 settembre 2010, ha emanato due distinte ed opposte sentenze, una relativa al caso Schüth c. Germania n. 1620/03 e l'altra al caso Obst c. Germania n. 425/03, con le quali si è pronunciata sulla questione del licenziamento di due lavoratori da parte rispettivamente della Chiesa cattolica e della Chiesa mormone a causa del comportamento degli stessi contrario al dovere di lealtà verso la Chiesa.
Nel caso Schüth c. Germania n. 1620/03, il lavoratore ricorrente era un organista e a capo del coro in una parrocchia cattolica; con la stipula del contratto di lavoro si era obbligato ad adempiere le proprie obbligazioni professionali e a rispettare le prescrizioni ecclesiastiche. Tali ultime prescrizioni venivano, poco dopo, violate dall'organista che si era separato dalla moglie e aveva intrapreso una relazione con un'altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio. In conseguenza di tale condotta, la parrocchia aveva licenziato il lavoratore per la violazione dei doveri di lealtà previsti dall'art. 5 del regolamento della Chiesa cattolica per il servizio ecclesiale.
Nel caso Obst. c. Germania n. 425/03, il ricorrente era direttore per l'Europa del dipartimento di relazioni pubbliche della Chiesa mormone e aveva contratto matrimonio secondo il rito mormone. Lo stesso aveva iniziato, senza separarsi dalla moglie, una relazione con un'altra donna e, in conseguenza di questo comportamento, era stato licenziato e scomunicato dalla Chiesa mormone.
In entrambi i casi la Corte d'appello tedesca aveva ritenuto necessario il licenziamento dei lavoratori.
La Corte europea dei diritti dell'uomo, investita dalle due questioni, è stata chiamata a verificare se i giudici del lavoro tedeschi avessero assicurato una sufficiente protezione ai ricorrenti nel bilanciamento tra il diritto al rispetto della vita privata previsto all'art. 8 della CEDU (Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo) e il diritto alla libertà di religione della Chiesa cattolica e della Chiesa mormone di cui all'art 9 della stessa Convenzione.
Sebbene le due questioni fossero molto simili, la Corte di Strasburgo si è pronunciata in modo opposto, adottando esplicitamente "due pesi e due misure". Infatti, nel caso Schüth, la Corte europea ha ritenuto che il giudice del lavoro non avesse adeguatamente tutelato il diritto del ricorrente al rispetto della sfera privata e familiare, rilevando che il dovere di lealtà verso la Chiesa cattolica, accettato dal lavoratore, non doveva essere interpretato, altresì, come impegno a vivere nell'astinenza in caso di separazione o di divorzio.
La Corte di Strasburgo ha pertanto concluso affermando che, in tale circostanza, la Corte del lavoro tedesca non ha adeguatamente tutelato il diritto del ricorrente al rispetto della propria vita privata in violazione, quindi, dell'art. 8 della CEDU. La stessa Corte di Strasburgo, relativamente al caso Obst è pervenuta a conclusione opposte, ritenendo che il ricorrente, alla stipulazione del contratto di lavoro, avrebbe dovuto essere cosciente circa la rilevanza della fedeltà coniugale per il suo datore di lavoro e della incompatibilità della relazione extraconiugale, dallo stesso intrapresa, con gli obblighi di lealtà assunti verso la Chiesa mormone.
La Corte ha precisato che, nel caso di specie, il licenziamento fosse giustificato in ragione della gravità dell'adulterio per la Chiesa mormone e della posizione di rilievo occupata dal ricorrente. A parere della Corte di Strasburgo dunque non risulta violato l'art. 8 della CEDU.

Fonte: Corrispondenza Romana, 22/1/2011

6 - A CAUSA DEL PESO DEL PROPRIO CORPO IN RAPPORTO ALLA SUPERFICIE ALARE IL CALABRONE NON PUO' VOLARE
Ma il calabrone non lo sa e continua a volare: ecco come i bambini down portano allegria anche se qualcuno continua a chiamarli ''infelici''
Autore: Sabrina Pietrangeli Paluzzi - Fonte: L'Ottimista, 18 Gennaio 2011

"Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica Aeronautica, il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e continua a volare".
Questo straordinario aforisma, uno tra i più belli che ci giungono da Igor Sikorsky (ingegnere aeronautico americano di origini ucraine, fondatore della Sikorsky Aircraft Corporation, produttrice di elicotteri) è il motore, la spinta che ha indotto alcuni genitori a credere in modo speciale ai loro figli speciali. Questi genitori hanno potuto constatare che, come per il calabrone "inconsapevole", il solo fatto di credere in loro, di aver fiducia nel loro potenziale, ha fatto sì che i propri bambini affetti da sindrome di Down vivessero in modo che noi - sapienti tuttologi sani - potremmo definire praticamente normale. Consapevoli che altre dolcissime creature del tutto simili alle loro vengono ogni giorno eliminate a causa un genocidio selettivo chiamato poeticamente aborto terapeutico, a breve tempo dalla nascita di questi figli che tanto li inorgogliscono e donano loro gioia ogni giorno, alcune mamme hanno voluto offrire la loro esperienza attraverso un servizio rivolto alle coppie che si trovano ad affrontare una diagnosi prenatale relativa a questa sindrome.
È così che nasce il sito "Credi in me" (www.crediinme.altervista.org). Attraverso questo portale, che cita come sottotitolo "Storie serie e semiserie sulla sindrome di down a Cagliari", le mamme si mettono a disposizione delle coppie per sostenerle nella scelta di portare avanti la gravidanza, fornendo consigli sull'allattamento, la crescita e l'accudimento generale di questi piccoli, che per alcune operazioni quotidiane - per altri bimbi di routine - hanno invece necessità di una particolare accuratezza.
Il bambino affetto dalla Trisomia 21 o sindrome di Down, come viene comunemente chiamata, oggi diagnosticabile in modo sicuro attraverso tecniche invasive come amniocentesi e villocentesi, è un tipo di bambino che ancora atterrisce i genitori: coppie che vedono infrangersi il sogno di un paffuto e sanissimo marmocchio e che - spesso spinte da medici poco umani - nel loro immaginario spaventato e confuso trasformano in una specie di mostro deformato, che ha ben poco di realistico.
Qualunque sia il momento in cui i genitori vengono a sapere la notizia che il loro figlio è un "diverso", è comunque un trauma che, a seconda di come sarà affrontato, porterà al rifiuto oppure all'amorevole accettazione... amore che il loro bambino speciale saprà ricambiare sempre.
"Fu come un terremoto improvviso, ci mancò la terra sotto i piedi - confessa Aurelia, sul portale www.conosciamolimeglio.it - non sapevamo cosa ci aspettava, quale sarebbe stato il futuro di nostra figlia. Col tempo abbiamo capito che l'amore che potevamo darle, sarebbe stata la terapia più efficace. Eravamo noi e le nostre famiglie i protagonisti di questa storia... Tutti insieme avremmo collaborato alla crescita e allo sviluppo della nostra bambina". Così è stato e la piccola Alessia è divenuta il collante del matrimonio di mamma e papà e la gioia dei suoi fratelli più grandi, al punto che oggi la mamma afferma: "davvero quel cromosoma in più è una risorsa che non finiremo mai di comprendere... i genetisti non ce ne vogliano!".
Per Cristina, i primi mesi dopo la nascita della sua piccola Lucrezia sono stati pesantissimi. Lei non sapeva nulla della malformazione della sua piccola prima che nascesse, e lo sgomento fu tale che i pensieri più terribili le passarono per la testa, al punto da desiderare che la bambina morisse. Piano piano, ha imparato a conoscere e ad amare la sua piccola che nel tempo è cresciuta ed ha collezionato sorrisi e progressi. Oggi Cristina è una mamma felice, che ammette senza difficoltà le debolezze che figli così inaspettati comportano ai genitori.
Qualche tempo fa, alcuni programmi televisivi - vuoi per desiderio di fare audience, vuoi per un reale desiderio di fare cultura della vita - hanno dato più volte spazio a questi ragazzi che tutto sembrano tranne che degli infelici, suscitando nel pubblico un sorpreso interesse ed un moto di grande tenerezza.
In effetti, il bambino down molto raramente è aggressivo o incapace. Al contrario, ha una sua intelligenza emotiva, è profondamente sensibile, un vero catalizzatore dell'affetto familiare, tanto da essere l'autentico perno affettivo all'interno del suo nucleo di appartenenza.
Se accolto, amato, responsabilizzato in rapporto alle sue reali capacità, sarà un adulto in grado di lavorare, di organizzare la sua giornata, di innamorarsi come un qualunque essere umano normodotato.
I genitori, nel vedere i loro figli trasformarsi da bambini a ragazzi, sono spesso accomunati dalla paura di cosa ne sarà di loro, quando un giorno non potranno più ricevere le cure e la protezione di mamma e papà, e hanno compreso che responsabilizzare e rendere autonomi i loro ragazzi non solo è possibile, ma necessario per garantire loro la piena autonomia e la serenità.
È stata quindi una conseguenza naturale che alcuni gruppi di genitori si siano riuniti nel corso del tempo in diverse associazioni sul territorio nazionale e che alcune di queste fungano proprio da percorso formativo per i ragazzi con Sindrome di Down. Citiamo ad esempio la Cooperativa "I Girasoli", con sede a Roma, che grazie alla collaborazione di altri due enti simili (le cooperative "Cecilia" e "Al Parco") gestisce un ristorante pizzeria all'interno del quale lavorano stabilmente dei ragazzi  down (info www.lalocandadeigirasoli.it).
I risultati sono soddisfacenti e anche sorprendenti! Questi giovani sono così comunicativi e socievoli, divertenti e profondi, che non possono che fare del bene alla nostra società edonista, dove all'idolo del perfezionismo si sacrificano innumerevoli vite umane ogni giorno.
Per approfondimenti: Carlo Bellieni (a cura di), La risorsa down. Uno sguardo positivo sulla disabilità, Società Editrice Fiorentina, 2005

Fonte: L'Ottimista, 18 Gennaio 2011

7 - E' MORTO GIUSEPPE GARRONE, L'INVENTORE DEL TELEFONO ''SOS VITA'' A CUI POSSONO RIVOLGERSI LE MAMME CHE ABBIANO PROBLEMI PER LA GRAVIDANZA
Cofondatore del ''Progetto Gemma'', lanciò l'idea delle culle per la vita: ultimamente era stato ingiustamente emarginato dalla dirigenza del Movimento per la Vita
Autore: Francesco Agnoli - Fonte: La Bussola Quotidiana, 04-02-2011

Giuseppe Garrone è morto ieri sera, giovedì 3 febbraio. Ne ho avuto notizia per sms e mail: un gruppo di amici teneva monitorata la sua salute, con grande affetto, premura, e preghiera. E' morto divorato dalla malattia, ma sereno, sopportando con la forza che gli era propria.
La morte di Giuseppe è una grande perdita per il mondo pro life italiano di cui egli è stato uno dei più autorevoli e generosi esponenti. Nato a Frassineto, Alessandria, nel 1939, laureato in materie letterarie, Giuseppe ha dedicato 25 anni della sua esistenza, a tempo pieno, alla difesa della vita nascente.
Lo conobbi, la prima volta, per telefono: volevo chiedergli, conoscendolo di fama, cosa pensasse di alcuni miei articoli comparsi su Il Foglio sulla fecondazione artificiale. Mi disse, un po' bruscamente, che avevo capito poco. Non amava i giri di parole. Non stavamo parlando di questioni secondarie, ma di vite umane: non si poteva sbagliare. Gli sono ancora grato di quella franchezza, di quella libertà con cui mi insegnò ad andare a fondo, ad essere più chiaro, più coraggioso...
Ecco, la schiettezza, talvolta anche rude, era una sua caratteristica. Metteva la verità davanti a tutto, quando si parlava di bioetica. Per questo nella sua vita si è dedicato moltissimo all'attività culturale: organizzava dei convegni bellissimi, con Federvita Piemonte; stampava libri preziosi, con Gribaudi; raccoglieva le testimonianze di donne che avevano abortito e che lui aveva personalmente incontrato, conosciuto, aiutato. Sempre per far conoscere la verità.
Ma l'attività culturale era solo una parte della sua vita straordinaria. Da buon cristiano univa l'intransigenza sulla verità, che spesso molti non comprendevano, perché più inclini al compromesso e alla vita comoda, ad una grandissima e concretissima carità.
Giuseppe era infatti sempre attivo sul fronte della vita: è stato lui, insieme a Mario Paolo Rocchi, Silvio Ghielmi e Francesco Migliori, ad ideare il Progetto Gemma, cioè l'adozione prenatale a distanza per salvare dall'aborto migliaia di bambini, aiutando economicamente le loro madri.
E' stato sempre lui, nel 1992, a lanciare per primo le culle per la vita, riedizione moderna delle ruote degli esposti sorte nel medioevo dalla carità cristiana. Era rimasto sconvolto dalla notizia di un bambino gettato nell'immondizie, nel suo ricco Piemonte. E aveva deciso di creare un aiuto concreto, ma anche di dare un segnale culturale. Le culle per la vita, oggi abbastanza diffuse, sono soprattutto un monito a ricordare i più indifesi, le maggiori vittime della inciviltà dei cosiddetti "diritti civili": i bambini, abortiti, o gettati nella spazzatura.
Infine, e soprattutto, Garrone è stato l'inventore, sempre nel 1992, del telefono SOS Vita (8008-13000), il telefono a cui possono rivolgersi, 24 ore al giorno, le mamme che abbiano una gravidanza indesiderata, o che si trovino in difficoltà di qualsiasi tipo. Oppure le mamme che crollano, dopo un aborto procurato.
Giuseppe era un pro life straordinario in tutti i sensi: non si "limitava" ad attendere le richieste di aiuto. Cercava di salvare le vite umane, una ad una. Prendeva la sua macchina e partiva, ogni volta che aveva notizia di un donna incinta sola, disperata, incline a uccidere il proprio figlio. Non aveva paura di affrontare talvolta il rifiuto, oppure le situazioni più drammatiche, mosso da una fede e da una passione che non avevano eguali. Proprio per le sue donne aveva fondato una casa di accoglienza, e la Fraternità Rachele, che si occupa di quelle che soffrono la sindrome post aborto.
Una volta che decisi di intervistarlo (forse la cosa sembrò strana, a lui che faceva tutto senza chiedere nulla, e senza voler apparire), mi raccontò: "Ne ho viste di tutti i colori: donne che si sono suicidate; donne disperate, che non riescono a perdonarsi e che si tagliano le vene; fidanzati o mariti che costringono le compagne ad abortire… Pensa che una volta, mentre ero alla trasmissione televisiva "Verissimo", ha telefonato, non a me, alla volontaria, che stava guardando la Tv, una donna che era tenuta reclusa dal fidanzato. L'indomani avrebbe dovuto andare in ospedale per l'operazione. Le abbiamo detto: vieni da noi, se vuoi, ti accogliamo nella nostra casa. E' venuta. Oggi è una donna felice, sposata: oltre a quel bambino ne ha altri due. Un'altra volta ho un incontro, a faccia a faccia, con una ragazza che deve abortire. Cerco di parlarle, e lei tace. Parlo e tace. Mi sembra di essere assolutamente impotente. All'improvviso lei scoppia in un uragano di pianto, un pianto liberatorio. Tira fuori dalla borsetta il certificato per l'aborto e me lo dà: tieni, te lo regalo! E' stata una gioia immensa, per entrambi, una liberazione!".
Negli ultimi anni della sua vita Giuseppe aveva intensificato la sua battaglia culturale: non riusciva a condividere una certa immobilità di alcuni ambienti pro life, e per questo collaborò con passione anche alla fondazione del "Comitato Verità e Vita", di cui aveva inventato il nome.
Ora Giuseppe non c'è più, su questa terra: sono certo che riceverà la "corona di gloria", perché non ha mai cessato di correre, di lottare, di superare incomprensioni, ostacoli, meschinità, e di gioire delle tante grazie che Dio gli ha concesso. A partire senza dubbio da sua moglie Margherita, dai suoi 4 figli e 24 nipoti, dai tanti bambini che ha fatto nascere e che sicuramente lo ricorderanno come un secondo padre. Ciao Giuseppe, ricordati di noi, dal Cielo, e grazie per tutto ciò che ci hai insegnato!

Fonte: La Bussola Quotidiana, 04-02-2011

8 - L'ISLAM MODERATO NON ESISTE
Un'analisi dell'islam in cinque gruppi (prendendo spunto da quanto succede in Egitto)
Autore: Massimo Introvigne - Fonte: La Bussola Quotidiana, 07-02-2011

Negli Stati Uniti, dove mi trovo, il presidente Barack Obama - in questi giorni bersaglio preferito della satira per l'impreparazione che nostra di fronte a una vicenda complessa come quella egiziana, e che si traduce in repentini cambi di opinione - si è augurato che alla fine prevalgano i "musulmani moderati".
Vorrei rispondere con un'affermazione che potrà apparire paradossale, ma che passerò subito a spiegare: a rigore, i musulmani moderati non esistono. Percorrendo in lungo e in largo i paesi a maggioranza islamica, dal Marocco alla Malaysia, non ne ho mai incontrato uno. Viceversa, in Italia ho avuto molte difficoltà a incontrare un musulmano che non si dichiarasse "moderato", tanto che quando m'imbatto in qualcuno che nega apertamente di esserlo mi viene quasi da prenderlo in simpatia. I musulmani che vivono in Italia hanno capito che per vivere tranquilli da noi e farsi invitare ai talk show televisivi bisogna presentarsi comunque come "moderati", salvo quei rari casi (spesso pagati, però, con un decreto di espulsione) di personaggi disposti a fare audience esibendo al contrario il loro estremismo in TV. Per esempio, un esponente dei Fratelli Musulmani, il movimento da cui trae origine gran parte del fondamentalismo islamico, si presenterà come "moderato" alla televisione in Italia mentre non userebbe mai questo aggettivo in Egitto o in Giordania.
La colpa non è solo dei musulmani. Buona parte della stampa divide i seguaci dell'islam in due sole categorie: "terroristi" e "moderati". Non senza una certa logica, molti musulmani ne concludono che se non ci si auto-definisce "moderati" si sarà etichettati come "terroristi", con tutte le conseguenze del caso. Così, decodificando il suo discorso, un esponente dei Fratelli Musulmani potrebbe stare cercando semplicemente d'ingannare l'interlocutore italiano presentandosi come "moderato". Ma se vuole dire di non essere un terrorista e non avere simpatie per Bin Laden - anche se ne ha per Hamas - non sta, a rigore, mentendo.
Decodificare è la parola chiave, perché "musulmano moderato" è usato alla rinfusa per un buon numero di categorie, creando una notevole confusione. Il fenomeno potenzialmente più fuorviante è la presentazione come "musulmani moderati" d'intellettuali che sono moderati ma non sono musulmani. Qualche volta si citano pensatori e politici rigorosamente marxisti o seguaci convinti della massoneria anti-religiosa di matrice francese, molto affezionati ai loro grembiulini, come "musulmani moderati" solo perché sono nati da genitori musulmani. Sarebbe come presentare Marco Pannella o Emma Bonino al Cairo o ad Algeri come "cattolici moderati" solo perché sono nati in Italia: un errore, detto per inciso, in cui cadono talora musulmani dei Paesi arabi, dove per esempio la Bonino è piuttosto conosciuta.
Certamente ingannarsi è più facile a proposito dell'islam che – almeno nel mondo sunnita – non ha un'organizzazione gerarchica o una "Chiesa" che definisca in modo autorevole chi è dentro o chi è fuori.
Ma qualunque autorevole pensatore musulmano ci direbbe che per essere musulmani bisogna credere obbligatoriamente che Allah sia l'unico Dio, il che presuppone – è una banalità, ma non è poco – essere anzitutto certi che Dio esista, e che Muhammad sia il suo profeta, dunque che il Corano sia "il" Libro - non solo "uno dei libri" - che contiene la pienezza della rivelazione divina.
Poiché l'islam è una religione che comporta un certo formalismo, la maggioranza delle scuole teologiche e giuridiche negherebbe che sia musulmano chi non rispetta almeno i doveri della preghiera quotidiana e del digiuno del Ramadan, e s'insospettirebbe di fronte a chi mangia carne di maiale o beve alcolici, mentre sarebbe più tollerante sulla mancata frequentazione delle moschee, che per la maggioranza dei musulmani – a differenza di quanto accade per i cattolici, che hanno l'obbligo di andare a Messa – non rientra fra i doveri fondamentali del culto.
In America e anche in Italia si cita così fra i "musulmani moderati" Ayaan Hirshi Ali, la compagna del regista assassinato olandese Theo Van Gogh (1957-2004). Avendo pubblicamente dibattuto qualche anno fa a Toronto con la signora Ali – cui non nego, beninteso, tutta la mia solidarietà quando i terroristi cercano di ucciderla –, mi sento di escludere che sia musulmana, dal momento che sostiene senza tatticismi che Dio non esiste e che tutte le religioni – islam, ebraismo, cristianesimo, induismo – sono nocive all'uomo e ancor di più alla donna e al gay, giacché perpetuano un pericoloso sistema patriarcale e una morale sessuale arcaica. La posizione di Ayaan Hirshi Ali, ancorché più diffusa di quanto si creda fra certe élite nate in tre islamiche, è estrema. Molti altri intellettuali nati da genitori islamici non rispettano il digiuno del Ramadan, mangiano carne di maiale, bevono alcolici, non credono che il Corano sia il Libro rivelato da Dio ma nello stesso tempo rivendicano il valore dell'islam come "eredità culturale" vantando magari lo splendore dell'arte islamica o la grandezza dei filosofi musulmani del Medioevo.
Alcuni di questi intellettuali, che incontriamo spesso nei congressi, potranno essere intelligentissimi osservatori della realtà musulmana nazionale e internazionale, bravi giornalisti, consulenti preziosi: ma non sono "musulmani moderati" perché non raggiungono il livello di ortodossia e di ortoprassi minimo per essere definiti "musulmani".
Alcuni di loro probabilmente risponderebbero – dal momento che sono nati da genitori sunniti (il discorso sarebbe parzialmente diverso per gli sciiti) –  che non esiste nessuna autorità che possa negare loro il carattere di musulmani. Obiezione impeccabile dal punto di vista formale. Tuttavia, dal punto di vista sostanziale, il fatto che l'islam (sunnita) sia una religione "orizzontale" (come l'induismo), senza una gerarchia in grado di stabilire in modo autorevole chi è musulmano e chi no, non significa che la parola "musulmano" sia diventata completamente priva di senso. Anche se un talebano dell'ateismo come il filosofo torinese Carlo Augusto Viano ha definito "cripto-cattolici" anche Eugenio Scalfari ed Emma Bonino perché talora parlano del mondo cattolico con un rispetto per lui improprio e inopportuno, non abbiamo bisogno di un pronunciamento del Papa per affermare che né Scalfari né la Bonino sono cattolici. Bastano il buon senso e l'uso normale delle parole.
Così – anche se l'islam non ha un Papa per certificarlo (ma neanche per certificare il contrario) – non sono musulmani coloro che non credono nel carattere divino del Corano e non praticano i doveri fondamentali della fede, che in una religione senza gerarchia e senza teologia condivisa sono più normativi che nel cattolicesimo: mentre ci sono "cattolici non praticanti" è difficile concepire "musulmani non praticanti", nel senso che non pregano e non digiunano. Certo, ci sono "musulmani che non vanno in moschea" i quali sono musulmani a tutti gli effetti, e spesso sono pure tutt'altro che "moderati". Ma andare in moschea, come spiegato, non è obbligatorio nell'islam.
Sgombrato il campo dai "musulmani moderati" che non sono musulmani, possiamo occuparci di quelli che sono musulmani ma non sono moderati. La moderazione è, per la verità, una caratteristica difficile da definire se non "per relationem". Se è difficile dire che cos'è un moderato, è relativamente facile dire che qualcuno è più moderato di qualcun altro. Possiamo dire, per esempio, che – se utilizziamo parametri come il rapporto con il terrorismo, con gli Stati Uniti o con Israele – il re dell'Arabia Saudita è più "moderato" dei dirigenti egiziani dei Fratelli Musulmani, e che questi ultimi sono più moderati di Bin Laden.
Tuttavia, se utilizziamo i tre criteri proposti nei suoi viaggi in Turchia e Terrasanta da Benedetto XVI come condizione per il dialogo con l'islam – rifiuto incondizionato del terrorismo (il che implica la condanna di Hamas e non solo quella di Al Qa'ida), rispetto dei diritti umani in genere, compresi quelli delle donne,  libertà delle minoranze religiose intesa non solo come libertà di culto ma anche di missione, con conseguente diritto del musulmano che aderisce a questa predicazione di convertirai al cristianesimo –, e chiamiamo "moderato" chi si conforma a questi criteri, non sono "moderati" né il re dell'Arabia Saudita, né i Fratelli Musulmani, né Bin Laden. Ma, mentre giungiamo a questa doverosa conclusione, ci accorgiamo che la griglia che divide un miliardo e mezzo di musulmani in "moderati" e "terroristi" è clamorosamente inadeguata, perché mette dalla stessa parte tagliagole di professione e nemici giurati di Al Qa'ida come il sovrano saudita Abdullah, nonché filo-americani e anti-americani, una distinzione in Medio Oriente e altrove non proprio irrilevante.
Emerge allora l'opportunità di abbandonare la comoda ma ultimamente ingannevole etichetta "moderati", che in alcuni Paesi a maggioranza islamica del resto molti rifiutano, e di seguire piuttosto i criteri più complessi elaborati dagli studiosi accademici. Anche se talora non aiutano i politici adottando una pletora di terminologie diverse, questi dividono il miliardo e mezzo di musulmani in almeno cinque categorie che chi scrive, con altri, preferisce chiamare ultraprogressisti, progressisti, conservatori, fondamentalisti e ultrafondamentalisti.
Le parole scelte per designare ciascuna categoria variano, ma la sostanza – pure fra studiosi di tendenze diverse – è spesso simile in modo perfino sorprendente. Se il tema è quello del rapporto con la modernità – e con la nozione moderna dei diritti umani – i progressisti sono quei musulmani che accettano la modernità come inevitabile, e gli ultraprogressisti quelli che la abbracciano con entusiasmo, così lentamente corrodendo l'integrità tradizionale della dottrina, pur rimanendo ancora all'interno dell'islam. Diversamente, non sarebbero musulmani, neppure ultraprogressisti, ma intellettuali non credenti di origine islamica.
Queste posizioni non sono inesistenti né nei paesi islamici né nell'emigrazione: ma sono ultra-minoritarie. Quando si presentano alle elezioni – dove ci sono le elezioni – raramente raggiungono percentuali a due cifre. Non si può neppure affermare con certezza che i progressisti siano in aumento. Li si trova soprattutto fra gl'intellettuali, e radunati in due luoghi: nei paesi islamici, nei cimiteri – perché è facile che i governi o gli ultrafondamentalisti facciano loro la pelle –, e in Occidente nelle università e nelle redazioni dei grandi giornali.
La buona notizia è che le idee della maggioranza dei musulmani nel mondo non sono neppure fondamentaliste o ultrafondamentaliste. Si definisce in genere fondamentalista un musulmano che giudica in modo globalmente negativo la modernità e l'accostamento occidentale ai diritti umani - anche se si serve dei suoi prodotti, dalle armi moderne a Internet: chi diffida anche dei prodotti è chiamato, più che fondamentalista, tradizionalista - e ultrafondamentalista chi non esclude la violenza e il terrorismo dalla gamma di strumenti attraverso cui manifesta tale rifiuto. I fondamentalisti non sono, come spesso si dice, una piccola minoranza. Lo sono i terroristi ultra-fondamentalisti e i loro fiancheggiatori diretti - da 50mila a 100mila musulmani: la maggiore massa d'urto nella storia del terrorismo mondiale ma lo 0,01% dell'islam nel suo complesso -, mentre le organizzazioni fondamentaliste possono contare all'incirca su 50 milioni di adepti e simpatizzanti nel mondo (meno del 5% dei musulmani), cui si aggiungono almeno altrettanti "tradizionalisti" che sono vicini ai fondamentalisti per teologia, ma che si occupano più di morale individuale e meno di politica.
Il personaggio che si trova alle origini del movimento fondamentalista è l'egiziano Hassan al-Banna (1906-1949), fondatore nel 1928 dei Fratelli Musulmani, tuttora la maggiore organizzazione fondamentalista mondiale. Negli anni 1940 al-Banna vede nella questione della Palestina  possibilità di indicare ai suoi seguaci la dimensione sopranazionale della comunità islamica, la umma, trasformando un movimento dal limitato orizzonte egiziano in una realtà musulmana globale. La propaganda in favore della causa palestinese è alla base stessa del successo internazionale del movimento negli anni 1935-1945. Per questo i Fratelli Musulmani concentrano i loro sforzi in Palestina, ed è dalla branca palestinese dei Fratelli Musulmani che, dopo alterne vicende, nascerà nel 1987 Hamas, una realtà che si definisce all'articolo 2 del suo Statuto "una delle branche dei Fratelli Musulmani in Palestina".
Nel 1954 il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser (1918-1970), che pure era stato affiliato in gioventù ai Fratelli Musulmani, li mette fuorilegge, nel quadro del più classico degli scontri fra nazionalisti laicisti e fondamentalisti. A seguito di questo avvenimento si determinano all'interno del movimento fondamentalista due linee: una "neo-tradizionalista", che propone una via non violenta di "islamizzazione dal basso" della società prima di puntare al potere; e una "radicale", che punta alla "islamizzazione dall'alto" dopo la conquista del potere tramite mezzi, ove necessario, violenti e non esclude l'opzione terroristica.
In Egitto la via "radicale" è rappresentata dal ricchissimo intellettuale Ayman al-Zawahiri, numero due di Al Qa'ida, quella "neo-tradizionalista" dall'attuale dirigenza dei Fratelli Musulmani, che ha concrete possibilità di prendere il potere nel dopo-Mubarak in quanto rappresenta la forza politica più capillarmente diffusa in Egitto anche attraverso una miriade di organizzazioni professionali e culturali. Questi dirigenti non vanno confusi con i terroristi alla al-Zawahiri. Ma certamente sono fondamentalisti e non sono, in nessun senso del termine, "moderati".
La grande maggioranza dei musulmani però, non è né progressista né fondamentalista. Si situa al centro fra progressisti e fondamentalisti e la parola più adatta per definirla è conservatori: anche se neppure i "conservatori" sono tutti uguali e andrebbero introdotte ulteriori e più complesse distinzioni. I conservatori non sono progressisti: rimangono assai perplessi sulle dichiarazioni occidentali dei diritti umani perché pensano che i diritti dell'uomo mettano in pericolo i diritti sovrani di Dio, non vogliono neanche sentir parlare di accostamento moderno – cioè storico-critico – al Corano, perché temono che faccia la fine della Bibbia nelle mani dell'esegesi universitaria occidentale degli ultimi due secoli, vogliono che alle donne sia permesso - non imposto, ma almeno caldamente consigliato - di portare ovunque il velo.
Su questioni che stanno a cuore agli europei e agli americani come la libertà religiosa delle minoranze nei paesi islamici, i diritti delle donne, la poligamia, l'esistenza dello Stato di Israele non sono pronti ad abbracciare immediatamente il punto di vista occidentale, ma sono disposti a discuterne, il che li differenzia dai fondamentalisti.
Come molti di loro – alcuni dei quali dirigono movimenti che contano milioni, e anche decine di milioni di membri anche se si tratta di gruppi i cui nomi rimangono sconosciuti in Occidente a differenza di realtà più piccole come i Fratelli Musulmani o Al Qa'ida – hanno scritto al Papa dopo il discorso di Ratisbona del 2006, non sono d'accordo con lui quando afferma che le nozioni di Dio e del rapporto ragione-fede che sono prevalse nell'islam lasciano di per sé una porta aperta alla violenza, ma sono disposti a dialogare sul fatto che la violenza e il terrorismo siano effettivamente una piaga aperta nell'islam contemporaneo, non possano essere liquidati semplicemente come non islamici, e chiamino in causa la responsabilità almeno per omissione (come mancata condanna) di élite islamiche che non hanno approfondito per tempo il problema.
I musulmani conservatori non sono come Ayaan Hirshi Ali. Né "come noi", da nessun punto di vista. Non sono "musulmani moderati" come forse li immagina Obama. Sono anche diversi dai Fratelli Musulmani. Ma sono la grande maggioranza dei musulmani: un miliardo e più di persone verso le quali – come ha mostrato nelle parole e nei fatti Benedetto XVI  – la Chiesa cattolica è disponibile ad aprire un dialogo. Precisando, però, che la chiave della porta del dialogo è nelle mani di questi musulmani. Dibattano pure sui loro problemi. Ma il dialogo è possibile solo con chi rispetta i diritti umani, condanna la violenza e il terrorismo – sì, anche contro Israele – e concede nei Paesi musulmani quei diritti delle minoranze religiose che reclama per sé in Occidente.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 07-02-2011

9 - IN VISTA DELLA GMG ECCO ''YOUCAT'', IL CATECHISMO PER I GIOVANI
Cari giovani, dovete conoscere quello che credete: studiate il catechismo con passione e perseveranza, sacrificate il vostro tempo per questo libro straordinario che non vi adula, non offre facili soluzioni, esige da voi una nuova vita
Autore: Benedetto XVI - Fonte: Avvenire, 2 febbraio 2011

Cari giovani amici! Oggi vi consiglio la lettura di un libro straordinario. Esso è straordinario per il suo contenuto ma anche per il modo in cui si è formato (...) Youcat ha tratto la sua origine, per così dire, da un'altra opera che risale agli anni '80. Era un periodo difficile per la Chiesa così come per la società mondiale, durante il quale si prospettò la necessità di nuovi orientamenti per trovare una strada verso il futuro. Dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) e nella mutata temperie culturale, molte persone non sapevano più correttamente che cosa i cristiani dovessero propriamente credere, che cosa insegnasse la Chiesa, se essa potesse insegnare qualcosa tout court, e come tutto questo potesse adattarsi al nuovo clima culturale.
Il cristianesimo in quanto tale non è superato? Si può ancora oggi ragionevolmente essere credenti? Queste sono le domande che ancora oggi molti cristiani si pongono. Papa Giovanni Paolo II si risolse allora per una decisione audace: decise che i vescovi di tutto il mondo scrivessero un libro con cui rispondere a queste domande. Egli mi affidò il compito di coordinare il lavoro dei vescovi e di vegliare affinché dai contributi dei vescovi nascesse un libro (...) Questo libro doveva portare il titolo tradizionale di Catechismo della Chiesa cattolica, e tuttavia essere qualcosa di assolutamente stimolante e nuovo; doveva mostrare che cosa crede oggi la Chiesa cattolica e in che modo si può credere in maniera ragionevole.
Rimasi spaventato da questo compito, e devo confessare che dubitai che qualcosa di simile potesse riuscire. Come poteva avvenire che autori che sono sparsi in tutto il mondo potessero produrre un libro leggibile? Come potevano uomini che vivono in continenti diversi, e non solo dal punto di vista geografico, ma anche intellettuale e culturale, produrre un testo dotato di un'unità interna e comprensibile in tutti i continenti? (...) Devo confessare che anche oggi mi sembra un miracolo il fatto che questo progetto alla fine sia riuscito. (...) Come prima cosa si dovette definire la struttura del libro: doveva essere semplice (...). È la stessa struttura di questo libro; essa è tratta semplicemente da un'esperienza catechetica lunga di secoli: che cosa crediamo /in che modo celebriamo i misteri cristiani / in che modo abbiamo la vita in Cristo / in che modo dobbiamo pregare. (...) In un'opera di questo genere molti sono i punti discutibili: tutto ciò che gli uomini fanno è insufficiente e può essere migliorato, e ciononostante si tratta di un grande libro, un segno di unità nella diversità. A partire da molte voci si è potuto formare un coro poiché avevamo il comune spartito della fede, che la Chiesa ci ha tramandato dagli apostoli attraverso i secoli fino ad oggi. Perché tutto questo? Già allora, al tempo della stesura del Ccc, dovemmo constatare non solo che i continenti e le culture dei loro popoli sono differenti, ma anche che all'interno delle singole società esistono diversi «continenti» (...). Per questo motivo, nel linguaggio e nel pensiero, dovemmo porci al di sopra di tutte queste differenze, e per così dire cercare uno spazio comune tra i differenti universi mentali; con ciò divenimmo sempre più consapevoli di come il testo richiedesse delle «traduzioni» nei differenti mondi, per poter raggiungere le persone con le loro differenti mentalità e differenti problematiche. Da allora, nelle Giornate mondiali della gioventù (Roma, Toronto, Colonia, Sydney) si sono incontrati da tutto il mondo giovani che vogliono credere, che sono alla ricerca di Dio, che amano Cristo e desiderano strade comuni. In questo contesto ci chiedemmo se non dovessimo cercare di tradurre il Catechismo della Chiesa cattolica nella lingua dei giovani e far penetrare le sue parole nel loro mondo. Naturalmente anche fra i giovani di oggi ci sono molte differenze; così, sotto la provata guida dell'arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, si è formato un Youcat per i giovani. Spero che molti giovani si lascino affascinare da questo libro. Alcune persone mi dicono che il catechismo non interessa la gioventù odierna; ma io non credo a questa affermazione e sono sicuro di avere ragione. Essa non è così superficiale come la si accusa di essere; i giovani vogliono sapere in cosa consiste davvero la vita. Un romanzo criminale è avvincente perché ci coinvolge nella sorte di altre persone, ma che potrebbe essere anche la nostra; questo libro è avvincente perché ci parla del nostro stesso destino e perciò riguarda da vicino ognuno di noi. Per questo vi invito: studiate il catechismo! Questo è il mio augurio di cuore. Questo sussidio al catechismo non vi adula; non offre facili soluzioni; esige una nuova vita da parte vostra; vi presenta il messaggio del Vangelo come la «perla preziosa» (Mt 13,45) per la quale bisogna dare ogni cosa. Per questo vi chiedo: studiate il catechismo con passione e perseveranza! Sacrificate il vostro tempo per esso! Studiatelo nel silenzio della vostra camera, leggetelo in due, se siete amici, formate gruppi e reti di studio, scambiatevi idee su Internet. Rimanete ad ogni modo in dialogo sulla vostra fede!
Dovete conoscere quello che credete; dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer; dovete conoscerla come un musicista conosce il suo pezzo; sì, dovete essere ben più profondamente radicati nella fede della generazione dei vostri genitori, per poter resistere con forza e decisione alle sfide e alle tentazioni di questo tempo. Avete bisogno dell'aiuto divino, se la vostra fede non vuole inaridirsi come una goccia di rugiada al sole, se non volete soccombere alle tentazioni del consumismo, se non volete che il vostro amore anneghi nella pornografia, se non volete tradire i deboli e le vittime di soprusi e violenza. (...)

Fonte: Avvenire, 2 febbraio 2011

10 - OMELIA PER LA VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A - (Mt 5,17-37)
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento
Fonte Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 13 febbraio 2011)

Il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato è ricco di spunti per la nostra riflessione ed è difficile approfondire ogni tema in una sola omelia. Cercheremo di riassumere tutto nel modo più semplice. Gesù insegna ai suoi discepoli e dice: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Poi, a conferma di tutto ciò, afferma che non passerà un solo "iota" o un solo "trattino" della Legge. Lo "iota" era la più piccola lettera dell'alfabeto ebraico e i "trattini" erano dei segni posti per distinguere bene le lettere simili. In poche parole, Gesù afferma che il Nuovo Testamento non è contro l'Antico Testamento, ma lo perfeziona.
Durante l'esodo, Dio aveva dato la Legge ad Israele per mano di Mosé. Ogni israelita era pienamente consapevole di questo: Dio è l'autore della Legge mosaica. Ora, con la predicazione di Gesù, avviene qualcosa di molto importante. Gesù, infatti, afferma più volte in questo brano di Vangelo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai [...]. Non commetterai adulterio [...]. Non giurerai il falso [...]. Ma io vi dico [...]». Con questa affermazione: «Ma io vi dico», Gesù voleva chiaramente perfezionare la Legge che Dio aveva dato a Mosé e intendeva chiaramente insegnare che Lui è Figlio di Dio, quindi Dio stesso. Solo Dio, infatti, può portare a perfezione ciò che Lui stesso ha dato. Quale uomo potrebbe presumere tanto? Questo piccolo particolare è un chiaro insegnamento riguardante la Divinità di Gesù: Egli è il Figlio di Dio.
In che cosa ha perfezionato la Legge antica? In questo discorso riportato dal brano evangelico di oggi, Gesù perfeziona il quinto, il sesto e il secondo Comandamento. Il quinto Comandamento dice: «Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio» (Mt 5,21). Gesù porta a compimento questo comando di Dio facendoci comprendere che si calpesta questo precetto non solo uccidendo materialmente qualcuno, ma anche con l'odio e il rancore. Spesso si sente dire: «Io sono a posto, non ho ucciso e non ho rubato». A parte il fatto che i Comandamenti non sono due ma sono dieci, rimane da dire che tante volte non si uccide con una pistola o una spada, ma con la propria lingua, seminando calunnie e cattiverie contro il nostro prossimo. Giustamente si dice che ne uccide più la lingua che la spada. In poche parole, alla luce dell'insegnamento di Gesù, per osservare il quinto Comandamento non basta non uccidere e non odiare, bisogna amare anche i nostri nemici e pregare per loro.
Il sesto Comandamento dice: «Non commetterai adulterio» (Mt 5,27). Gesù porta alla perfezione questo comando, dicendo: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Mt 5,28). Per osservare bene questo Comandamento, dunque, bisogna evitare gli sguardi pericolosi e bisogna combattere contro i pensieri molesti. I pensieri si possono paragonare a delle mosche fastidiose: l'importante è cacciarle sempre via pregando e distogliendo la mente. Il "sentire" non è l'"acconsentire"; e, finché si combatte, non si è ancora caduti. Gesù, inoltre, ci dà un grande insegnamento per riuscire ad osservare il sesto Comandamento: bisogna fuggire le occasioni prossime di peccato. Così devono essere interpretate le esigenti parole di Gesù: «Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te…» (Mt 5,29). Non sono parole da prendere alla lettera, ma da interpretare nel senso che dobbiamo essere decisi ad allontanare dalla nostra vita tutto ciò che è di pericolo per la purezza del nostro cuore. Pensiamo a certe false amicizie, a certi divertimenti pericolosi, a certi spettacoli indecenti, ecc. Se uno scherza con il fuoco si brucia anche senza volerlo. San Filippo Neri insegnava che questa battaglia – la battaglia per la purezza – si vince fuggendo, ovvero allontanando tutte le occasioni pericolose.
Il secondo Comandamento insegna di non pronunciare invano il Nome del Signore. Da ciò si capisce che giurare il falso va contro questo precetto, dal momento che giurare significa prendere Dio come testimone di ciò che si sta dicendo. Gli ebrei erano consapevoli di questo e consideravano un grande peccato giurare il falso. Gesù però dice: «Non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra [...]. Sia invece il vostro parlare: sì, sì, no no; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,34-37). La Chiesa insegna che è un peccato grave giurare il falso e che è un peccato veniale – comunque sempre un peccato – giurare il vero in cose di poco conto. Giurare è qualcosa di molto serio e può essere fatto, secondo l'insegnamento costante della Chiesa, solo per cose molto importanti, pensando che, in quel momento si prende Dio come testimone. Da ciò si comprende come sia brutto giurare per cose da poco; o, peggio ancora, per cose false.
Ecco l'insegnamento di questa pagina di Vangelo. Esso ci insegna a non limitarci ad una osservanza solo esteriore, ma a purificare profondamente il nostro cuore. Maria Santissima, la prima Discepola di Gesù suo Figlio, ci insegni ad essere fedeli a queste parole.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 13 febbraio 2011)

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