BastaBugie n°184 del 18 marzo 2011

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1 APPROVARE IL TESTAMENTO BIOLOGICO VUOL DIRE INTRODURRE IN ITALIA L'EUTANASIA: ECCO GLI ARTICOLI PIU' PERICOLOSI DELLA LEGGE IN DISCUSSIONE ALLA CAMERA
Qualunque medico che eseguirà le DAT non sarà più perseguibile penalmente (la storia dell'allieva di Umberto Veronesi che dichiara ''Da sana avrei firmato il testamento biologico, adesso che ho il cancro lo straccerei!'')
Autore: Pietro Ceci - Fonte: www.ioamolitalia.com
2 VA POSTO UN LIMITE ALLO STRAPOTERE DEI GIUDICI, MA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA APPENA APPROVATA FA POCO (CHE E' SEMPRE MEGLIO DI NIENTE)
Un referendum degli anni '80 raccolse il pieno dei voti per stabilire la responsabilità dei giudici, ma paradossalmente le leggi successive invece la annullarono quasi del tutto
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana
3 OSCAR BISCET LIBERATO A CUBA DOPO 11 ANNI DI PRIGIONIA: IL MEDICO CATTOLICO SI ERA BATTUTO PER LA LIBERTA', CONTRO L'ABORTO E L'EUTANASIA
Appena liberato ha dichiarato ''Quella cubana è una dittatura simile a quelle di Hitler e di Stalin''; a Cuba infatti è ammessa la clonazione umana, c'è l'aborto forzato per motivi di ricerca medica, prospera il turismo sessuale (pure quello pedofilo), ecc.
Autore: Antonio Giuliano - Fonte: La Bussola Quotidiana
4 NOTIZIA IN ESCLUSIVA: E' INIZIATA LA QUARESIMA (MA LA TV E I GIORNALI NON SE NE SONO ACCORTI)
Eppure è uno dei periodi più importanti per i cristiani: fosse cominciato il ramadan, sapremmo già tutto
Autore: Mario Giordano - Fonte: Il Giornale
5 QUOTE ROSA NEI CONSIGLI D'AMMINISTRAZIONE: COSI' SI DISCRIMINANO I PIU' MERITEVOLI E SI FA CREDERE ALLE DONNE CHE VALGANO SOLO QUANDO FANNO QUELLO CHE VEDONO FARE AGLI UOMINI
E' sbagliato vedere la carriera come mezzo ideale di affermazione personale (tanto più che la norma è ingiusta perché ammette che persone con doti migliori vengano scavalcate)
Autore: Anna Bono - Fonte: La Bussola Quotidiana
6 NIENTE ADOZIONI PER I CRISTIANI PERCHE' CONSIDERANO PECCATO L'OMOSESSUALITA': SAREBBERO PESSIMI GENITORI (SECONDO LE LEGGI INGLESI)
''Volevamo offrire amore e una casa ai bambini che hanno bisogno; siamo stati esclusi per le opinioni morali basate sulla nostra fede e, per questo, un bambino in difficoltà ha perduto l'occasione di trovare un'abitazione sicura e un'assistenza''
Fonte: La Bussola Quotidiana
7 SAREBBE LOGICO PER GLI EBREI FESTEGGIARE L'ASCESA AL POTERE DA PARTE DI HITLER?
Certo che no! Eppure il 17 marzo ci saranno cattolici che festeggeranno il Risorgimento che voleva distruggere la Chiesa Cattolica in quanto tale
Autore: Massimo Viglione - Fonte: Corrispondenza Romana
8 LE CHIESE MODERNE SONO BRUTTE
Il giudizio unisce semplici fedeli, critici d'arte, intellettuali laici fino ad arrivare a Mons. Gianfranco Ravasi che dichiara: ''Oggi le chiese sono come un garage dove Dio viene parcheggiato''
Autore: Ebe Gianotti - Fonte: La Bussola Quotidiana
9 IL MINISTRO PAKISTANO ASSASSINATO LA SCORSA SETTIMANA SI ERA DETTO PRONTO A ''MORIRE PER CRISTO''
La diocesi starebbe per chiedere alla Santa Sede il riconoscimento del martirio di Shahbaz Bhatti ucciso a motivo della sua fede cristiana
Autore: Luca Marcolivio - Fonte: L'Ottimista
10 IL TESTAMENTO DI SHAHBAZ BHATTI (IN VERSIONE INTEGRALE)
La sua forza era di essere un cristiano vero, senza compromessi, ben sapendo che la propria missione non si conclude con la morte e che la violenza dei nemici non potrà mai vincere
Autore: Shahbaz Bhatti - Fonte: La Bussola Quotidiana
11 OMELIA PER LA II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A - (Mt 17,1-9)
Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce
Autore: Padre Francesco Pio Pompa - Fonte: Il settimanale di Padre Pio

1 - APPROVARE IL TESTAMENTO BIOLOGICO VUOL DIRE INTRODURRE IN ITALIA L'EUTANASIA: ECCO GLI ARTICOLI PIU' PERICOLOSI DELLA LEGGE IN DISCUSSIONE ALLA CAMERA
Qualunque medico che eseguirà le DAT non sarà più perseguibile penalmente (la storia dell'allieva di Umberto Veronesi che dichiara ''Da sana avrei firmato il testamento biologico, adesso che ho il cancro lo straccerei!'')
Autore: Pietro Ceci - Fonte: www.ioamolitalia.com, 10 marzo 2011

Lunedì 7 marzo è iniziato alla Camera il dibattito sul Ddl Calabrò, riguardante le "Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato, e di dichiarazioni anticipate di trattamento".
Molta confusione è stata fatta nel descrivere le implicazioni di questa legge, tanto che si sono formate tre diverse correnti di pensiero. La prima, quella dei laicisti che non vogliono questa legge, considerandola non abbastanza liberale. La seconda corrente, rappresentata da moltissimi politici cattolici e da gran parte del centro e del centrodestra, che sta portando avanti la campagna per l'approvazione di questa legge. C'è poi una terza corrente di pensiero, costituita da coloro che sono contrari a questa legge, laici e cattolici, perché temono che essa possa aprire una breccia per l'eutanasia passiva nelle normative del nostro Stato, per i motivi che andremo fra poco a trattare. A quest'ultima corrente di pensiero aderiscono Giuliano Ferrara, gli intellettuali che gravitano attorno al quotidiano "Il Foglio" e gli attivisti pro-life che fanno parte del "Comitato Verità e Vita".
Come vedremo, la tesi più ragionevole è quella di questo terzo gruppo di pensatori.
QUELLE STRANE ANALOGIE CON LA LEGGE 194…
Analizzando approfonditamente il testo della legge, si può osservare come essa presenti un inganno analogo a quello della legge 194/78 sull'aborto: Nell' art.1 si sostiene infatti che essa "riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile ed indisponibile" come la legge che legalizzò l'aborto sosteneva nel suo primo articolo"Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.".
Entrambe quindi partono da una premessa apparentemente rispettosa della vita. Invece, come nei punti successivi al primo la 194 introduceva l'aborto legale, la legge ora in discussione apre al testamento biologico.
C'ERA BISOGNO DI QUESTA LEGGE SUL FINEVITA?
Non erano necessarie le DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento). Prima di tutto il nostro ordinamento ha un presidio molto forte in difesa della persona umana contro il pericolo di abbandono terapeutico e di eutanasia, in quanto sono puniti l'omicidio del consenziente e l'istigazione al suicidio. Inoltre in Italia il Codice di Deontologia Medica prevede che il personale sanitario debba evitare sia l'accanimento sia l'abbandono terapeutico.
I difensori di questa legge sostengono che essa debba essere approvata per evitare altri casi Eluana Englaro (la ragazza in stato vegetativo lasciata morire di fame e di sete nel febbraio 2009 per la sospensione di idratazione e alimentazione).
Come già detto però, essendo già tutelata la vita in questi casi, ed essendo in particolare vietata.
La sospensione di idratazione e nutrizione per i disabili (anche grazie alla Convenzione di Oviedo del 1997), la legge da ricercarsi doveva essere finalizzata al contrasto delle "sentenze creative" dei giudici, perché il problema è insorto proprio sul terreno giudiziario e là va risolto. Infatti la legge molto probabilmente non eviterà le sentenze creative, in quanto il testo della stessa contiene molte ambiguità ed è per questo soggetta a diversa interpretazione.
Se invece si voleva a tutti i costi una legge sulla tutela del fine-vita, sarebbe bastato un unico articolo: "E' vietato sospendere la nutrizione e l'idratazione ai soggetti incapaci".
Invece nel testo arrivato alla Camera, il divieto di sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione è solo uno specchio per le allodole, studiato ad arte per convincere i cattolici a credere che questa sia una legge buona e giusta.
Purtroppo non è così: mettendo un paletto ne vengono scardinati molti altri.
GLI INGANNI DELLE DAT
La legge, contenendo in sé la legittimazione del testamento biologico, mette in discussione l'indisponibilità della vita umana, principio cardine del diritto naturale, da sempre difeso dalla morale cattolica.
Nell' art.3 infatti si stabilisce che con le DAT "il dichiarante esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari in previsione di un'eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere" (con cui si amplia la validità delle DAT non solo agli stati vegetativi, ma anche a malattie come la Sindrome di Alzheimer) e "dichiara il proprio orientamento circa l'attivazione o non attivazione di trattamenti sanitari".
Questo articolo, presentato come garanzia dell'autonomia decisionale, in realtà è esattamente il contrario.  Legittimando le DAT si permette che ognuno possa decidere nel presente le terapie che intende rifiutare in un eventuale stato futuro di incapacità di intendere e di volere. Nel momento in cui le DAT verranno attuate, non si rispetterà l'autonomia decisionale attuale del paziente, ma ci si metterà a servizio di un'altra volontà, che era appartenuta a quella persona in un altro momento e in un altro contesto.
Lo Stato Italiano, giustamente, ha sempre garantito il consenso informato per le terapie. Tuttavia quest'ultimo è  un consenso attuale, attraverso cui il paziente acconsente nel presente all'attivazione contemporanea di un trattamento sanitario. Con le DAT invece si pretende di fare affidamento a ciò che uno ha scritto mesi, magari anni prima, in una situazione psicofisica forse completamente diversa. Ciò costituisce un'assurdità, in quanto la scienza conferma che la volontà è soggetta a frequenti cambiamenti. Spesso capita che nel tempo i pazienti cambino idea rispetto alle cure a cui vorrebbero o non vorrebbero essere sottoposti, ma negli stati di incoscienza essi sono impossibilitati a comunicarci l'eventuale mutamento di volontà.
Un grande interrogativo morale che sorge spontaneo è relativo allo stato in cui si redigono le dichiarazioni anticipate di trattamento. Infatti coloro che le scrivono da sani, non essendo in punto di morte, non si rendono conto di ciò che stanno decidendo. Come confermano ricerche scientifiche, quando si sta per morire ci si sente più attaccati alla vita. L'eutanasia è la tentazione dei sani.
E' emblematica la storia di Sylvie Ménard, allieva di Umberto Veronesi, in passato responsabile di un reparto dell'Istituto di tumori di Milano ed in prima linea nella battaglia per la legalizzazione dell'eutanasia.
In seguito all'insorgere di un cancro, però cambiò del tutto la sua volontà :"Adesso che per me la morte non è più un concetto virtuale non ho nessuna voglia di andarmene (…). Anche se concluderò la mia vita in un letto con le ossa che rischiano di sbriciolarsi, io ora voglio vivere fino in fondo la mia esistenza". Disse inoltre "Da sana l'avrei sottoscritto (Il testamento biologico, ndr), ora l'avrei voluto stracciare". Immaginiamo che situazione terribile quella di chi non fosse più in grado di comunicare il cambiamento di volontà.
Se al contrario le DAT vengono scritte quando il soggetto estensore è già affetto dalla patologia, si va parimenti incontro ad un'altra difficoltà, in quanto da malati si è fortemente condizionati dalla sofferenza e dalla paura e non si può scegliere lucidamente il proprio bene.
Ezekiel Emanuel, bioeticista di Harvard, pubblicò sulla rivista Jama del 2000 le sue ricerche su 988 malati terminali. Di questi solo il 10% era inizialmente favorevole all'eutanasia per se stesso. Dopo qualche mese la metà di tale 10% aveva già cambiato idea e alla fine dell'indagine, solo uno dei 988 malati terminali era morto per suicidio assistito. E questo non era tra quelli che inizialmente desideravano l'eutanasia: ecco un altro che, seppure in negativo, aveva cambiato volontà.
Per i sostenitori della legge ora in esame alla Camera,  essa non sarebbe malvagia e le DAT non sarebbero equiparabili al testamento biologico, perché non sono vincolanti per il singolo medico (art.7).   Tuttavia la non vincolatività non è una garanzia dell'inviolabilità della vita: se il paziente si troverà di fronte un medico pro-choice, o peggio ancora un radicale, si può essere certi che questi non ci penserà due volte a mettere in atto le volontà di rifiuto delle terapie vitali espresse nelle DAT.
L'implicazione sconvolgente di questa legge è che il medico che eseguirà le volontà di rifiuto delle terapie in base a un testamento biologico, agirà legittimamente per l'ordinamento generale! Per questo non potrà essere perseguibile penalmente, e sarà aperta la strada all'eutanasia passiva.
VITA E MORTE DI INABILI E  MINORENNI DIPENDERANNO DA ALTRI
Una ulteriore problematicità che presenta il Ddl Calabrò, che è un altro attacco all'autonomia del paziente, deriva dal fatto che il curatore può decidere per il disabile, i genitori per i figli minori, come riscontrabile dall'articolo 2. Si assegna a terze persone una decisione sulla vita e sulla morte del paziente che non può decidere da sé. Essi potranno rifiutare per l'assistito qualsiasi terapia, perché secondo i commi 1,6,7 dell'art.2 (art.2, comma 7 "Il consenso informato al trattamento sanitario del minore è espresso o rifiutato dagli esercenti la potestà parentale o la tutela") ogni trattamento sanitario, anche le terapie salvavita, per essere attivate avranno bisogno dell'approvazione dei tutori di questi soggetti. Così viene annullata completamente la dignità del paziente inabile o minorenne, perché anche in assenza di un testamento biologico sarà del tutto in balìa delle volontà dei suoi tutori.
CONCLUSIONI
Concludo con l'auspicio, che tutti noi di "Io amo l'Italia" dovremmo far nostro, che il disegno di legge all'esame della Camera venga bocciato. Sarebbe lodevole una legge che tutelasse davvero la vita nel momento della sua fine, promuovendo le cure palliative e il sostegno alle famiglie dei malati, ma purtroppo non è questo il caso del Ddl Calabrò.
E' necessario recuperare il rispetto della dignità della persona, che rimane tale anche in situazioni di così grande precarietà, quando non è più in grado né di intendere né di volere.
Coloro che hanno a cuore la tutela della vita, e i cattolici in particolare, non cadano nell'inganno del finto pietismo e non facciano il gioco di una società che fa di tutto per abbandonare a se stessi e alla morte i malati, perché non vuole farsi carico dei più deboli. Torniamo a conferire dignità e valore al malato: nessuno se si sente amato e voluto chiede di morire.
(Ringrazio per la documentazione Giovanni Ceroni)

Fonte: www.ioamolitalia.com, 10 marzo 2011

2 - VA POSTO UN LIMITE ALLO STRAPOTERE DEI GIUDICI, MA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA APPENA APPROVATA FA POCO (CHE E' SEMPRE MEGLIO DI NIENTE)
Un referendum degli anni '80 raccolse il pieno dei voti per stabilire la responsabilità dei giudici, ma paradossalmente le leggi successive invece la annullarono quasi del tutto
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana, 11-03-2011

«Una riforma della giustizia è necessaria e fino a venti anni fa era d'accordo anche la sinistra, basti ricordare la Bicamerale presieduta da D'Alema. Servirebbe discutere sui punti della riforma, invece si fanno polemiche assurde su problemi inesistenti confondendo anche le idee alla gente». Non è molto tenero Francesco Mario Agnoli con chi ha trasformato il dibattito sulla giustizia in una rissa politica. Agnoli è un magistrato in pensione, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione, ex presidente di sezione alla Corte d'Appello di Bologna ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) tra il 1986 e il 1990, anni in cui il Csm si scontrò duramente con l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Agnoli ha dunque una grande esperienza della macchina della giustizia, e con lui discutiamo della riforma appena approvata dal Consiglio dei Ministri.
PROFESSOR AGNOLI, LEI HA UNA LUNGHISSIMA ESPERIENZA DI MAGISTRATURA. QUALI SONO I VERI PROBLEMI DELLA GIUSTIZIA?
Ci sono soprattutto due problemi sentiti dai cittadini: il primo è l'estrema lunghezza dei processi, specie quelli civili; il secondo la certezza della pena: l'opinione pubblica si meraviglia di vedere persone condannate per gravi reati tornare in circolazione dopo poco tempo o pene definitive che vengono scontate solo in minima parte. Il che non vuol dire che l'opinione pubblica abbia sempre ragione, ma questa è la percezione.
E IN CHE COSA L'OPINIONE PUBBLICA SBAGLIA?
Ad esempio, i cittadini sono portati a ignorare o dimenticare che le pene hanno anche una dimensione rieducativa. Ma soprattutto è poco attenta ad altri aspetti sostanziali della giustizia.
DI COSA SI TRATTA?
Il problema più grosso riguarda l'equilibrio costituzionale, che peraltro è un problema comune nei paesi occidentali. Vale a dire che negli anni il potere giudiziario ha finito per occupare spazi che all'origine erano di altri poteri dello Stato.
IN ALTRE PAROLE, LEI DICE CHE LA GIUSTIZIA HA INVASO IL CAMPO DELLA POLITICA.
E' evidente, e ripeto non è un caso soltanto italiano, è una tendenza comune. Però in Italia una svolta decisiva si è avuta quando sull'onda di Tangentopoli è stata cancellata l'immunità parlamentare: è stato l'inizio di uno squilibrio andato sempre crescendo. E' vero che il Parlamento aveva abusato dell'immunità parlamentare negando autorizzazioni a procedere anche quando avrebbe dovuto rilasciarle, ma quella riforma costituzionale ha turbato l'equilibrio dei poteri. A proposito, chi parla sempre in nome della Costituzione dovrebbe ricordare che l'immunità parlamentare era prevista proprio dalla Costituzione. Ripeto, c'erano stati degli abusi, ma quell'istituto era un prezioso filtro per bloccare iniziative politiche del potere giudiziario. E di questa invasione di campo fanno parte anche le sentenze creative in fatto di bioetica.
A QUESTO LA RIFORMA PRESENTATA DAL GOVERNO PONE RIMEDIO?
Direi proprio di no, però dobbiamo tenere presente che si tratta di una evoluzione che è in corso in tutto il mondo occidentale. Basti ricordare che quando era presidente, George Bush jr avrebbe voluto introdurre una legge per limitare l'aborto, ma non poté farlo perché sapeva che la Corte Suprema gli avrebbe annullato qualsiasi legge in tal senso. In pratica, le Corti hanno acquisito un diritto di veto. E' un dato di fatto a cui è veramente difficile porre rimedio.
MA ALMENO LA RIFORMA VARATA DAL GOVERNO RISPONDE AI PROBLEMI DEI PROCESSI LUNGHI E DELLA INCERTEZZA DELLA PENA?
Non risponde a questi problemi, però si mettono le basi per riformare il sistema giudiziario. E' un peccato che l'opposizione in Parlamento si sia lanciata in una polemica completamente fuori luogo. Questa è una riforma costituzionale che non ha niente a che vedere con i problemi giudiziari del presidente del Consiglio. Peraltro, se abbiamo presente quale sia l'iter di un progetto di legge di riforma costituzionale dovremmo sapere che, ammesso che vada in porto, diventerà esecutivo quando Berlusconi sarà ormai a fine mandato.
MA LEI COME GIUDICA I PUNTI FONDAMENTALI DI QUESTO PROGETTO DI LEGGE? COMINCIAMO DALLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE TRA GIUDICI E PUBBLICI MINISTERI: È DAVVERO UNA RIFORMA COSÌ IMPORTANTE?
Io direi che non è affatto fondamentale. Se il timore è quello di una "complicità" tra il giudice e il pm, magari perché hanno dato insieme il concorso o perché insieme hanno lavorato, mi sembra un rischio minimo. Nella mia carriera ho visto cose di questo genere molto sporadicamente, ho visto molto più spesso dei pm arrabbiatissimi con il giudice.
SONO PREVISTI ANCHE DUE CSM, UNO PER I GIUDICI, L'ALTRO PER I PUBBLICI MINISTERI...
E' la conseguenza della separazione delle carriere, che sarà a sua volta rafforzata da questo articolo. I pm si ritroveranno ad avere una posizione inferiore rispetto al giudice e saranno sullo stesso piano degli avvocati difensori. Il rischio è che i pm perdano la loro autonomia e siano controllati dal governo, un rischio che negli Stati Uniti, ad esempio, è già molto alto.
VENIAMO A UN SECONDO PUNTO QUALIFICANTE DELLA RIFORMA: INAPPELLABILITÀ IN CASO DI ASSOLUZIONE. COSÌ SI DOVREBBERO TAGLIARE MOLTI PROCESSI...
L'inappellabilità è esagerata, perché può creare profonde ingiustizie: pensiamo a un'assoluzione data per un clamoroso errore, sarebbe impossibile riparare. D'altra parte non è corretto neanche procedere con appelli generalizzati. Probabilmente la soluzione sta in un sistema sul modello di quello statunitense, dove è la Corte d'Appello a decidere se il ricorso a una sentenza è ammissibile oppure no.
ALTRO PUNTO CALDO È QUELLO DELLA RESPONSABILITÀ CIVILE STABILITA PER I GIUDICI.
In linea di principio sono d'accordo con la responsabilità civile. Non si capisce perché il medico, l'insegnante, tutti siano chiamati a rispondere dei loro errori, mentre i magistrati no. Però poi bisognerà vedere come questa legge sarà attuata. Gli errori sono facili, basti pensare ai processi indiziari nel codice penale. La responsabilità dei giudici dovrebbe essere prevista solo nei casi di dolo e di colpa grave, altrimenti si rischia di paralizzare la giustizia.
MA LA RESPONSABILITÀ CIVILE DEI GIUDICI NON ERA GIÀ STATA DECISA DA UN REFERENDUM NEGLI ANNI '80?
Sì, è vero ma è un percorso che rende veramente difficile arrivare alla condanna di un giudice. Di casi conclusisi con un successo ne ricordo 3 o 4 in 20 anni. In ogni caso il danneggiato può ricorrere ma contro lo Stato e non contro il giudice responsabile, come prevederebbe l'attuale riforma. Lo Stato potrebbe poi rivalersi, ma dal punto di vista della carriera. Ma ripeto, è accaduto in casi rarissimi.
POLEMICHE HA SUSCITATO ANCHE LA QUESTIONE DELL'OBBLIGATORIETÀ DELL'AZIONE PENALE.
L'obbligatorietà resta ma vengono posti dei limiti. Ora, bisogna vedere attentamente cosa si intende. Se si deciderà di indicare le priorità, ebbene questo viene già fatto. Siccome non è possibile perseguire tutti i reati, i giudici già oggi fanno una scaletta per calendarizzare le udienze. Certo, anche qui si corre il rischio che il Parlamento decida che i reati più urgenti siano quelli dei ladri di polli, mentre fatti più gravi non sono in cima alle priorità. Insomma, è ancora tutto da vedere come verrà attuata questa disposizione.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 11-03-2011

3 - OSCAR BISCET LIBERATO A CUBA DOPO 11 ANNI DI PRIGIONIA: IL MEDICO CATTOLICO SI ERA BATTUTO PER LA LIBERTA', CONTRO L'ABORTO E L'EUTANASIA
Appena liberato ha dichiarato ''Quella cubana è una dittatura simile a quelle di Hitler e di Stalin''; a Cuba infatti è ammessa la clonazione umana, c'è l'aborto forzato per motivi di ricerca medica, prospera il turismo sessuale (pure quello pedofilo), ecc.
Autore: Antonio Giuliano - Fonte: La Bussola Quotidiana, 15-03-2011

«Quella cubana è una dittatura simile a quelle di Hitler e di Stalin. I fratelli Castro devono lasciare il potere». Sono le prime parole da uomo "libero" di Oscar Elìas Biscet, storico dissidente cubano rilasciato tre giorni fa dopo 11 anni di prigionia grazie ai negoziati tra il governo di Raúl Castro e la Chiesa Cattolica.
Medico cattolico nato all'Avana nel 1961, Biscet era finito dietro le sbarre nel 1999 e nel 2003 era stato condannato a 25 anni di reclusione sulla stessa isola dove sorge Guantanamo con l'accusa di aver attentato alla sicurezza dello Stato. Il regime comunista cubano non gli ha mai perdonato la sua battaglia in favore della libertà del popolo cubano e della difesa della vita.
In prima linea contro l'aborto e l'eutanasia, Biscet nel 1997 ha istituito anche la fondazione Lawton per i diritti umani: una vera provocazione in uno Stato in cui è ammessa la clonazione umana cosiddetta "terapeutica" ed esiste l'aborto forzato per motivi di ricerca medica, per cui il tasso di abortività è circa 5 volte superiore a quello italiano. Un Paese in cui, anche grazie al flusso dei nostri connazionali, prospera il turismo sessuale (pure quello pedofilo) che è unica fonte di reddito per tanti cubani e cubane e causa un tasso elevatissimo di aborti tra le giovanissime.
Ma Biscet si è anche opposto alla pena di morte e alla tortura per i dissidenti. E si è battuto contro l'eutanasia, praticata su malati poveri considerati solo un peso economico. Soprannominato "negro olvidado" (il "negro dimenticato") in questi anni ha conosciuto l'abisso di celle solitarie e sotterranee patendo gastriti croniche e ipertensione. Ma non si è mai arreso.
E appena è stato scarcerato è subito ripartito alla carica: «Va nominato al più presto un governo di transizione che porti alla liberazione da un regime oppressivo e liberticida». Biscet ha chiesto l'immediata scarcerazione di altri prigionieri politici: Librado Linares, José Daniel Ferrer e Félix Navarro. E ha criticato la condanna a 15 anni di reclusione inflitta all'imprenditore nordamericano Alan P. Gross, colpevole soltanto di promuovere lo sviluppo della società civile a Cuba.
Le recenti trattative hanno condotto alla liberazione di oltre 90 prigionieri politici, ma la maggior parte è stata esiliata in Spagna. Lui ha precisato: «Non ho nessuna intenzione di andare in esilio in Spagna. Sono qui per trovare soluzioni ai problemi urgenti per il mio paese. Il mio compito è quello di conquistare la libertà per il popolo cubano, affinché viva in pace e in prosperità. Dobbiamo esigere prima di tutto il rispetto dei diritti umani, la possibilità di avere partiti politici e libere elezioni. Successivamente potrei accettare la candidatura alla presidenza di un eventuale governo di transizione, sicuro che la mia azione servirebbe a migliorare le condizioni di un popolo che amo».
Per il dissidente cubano la grave crisi economica e morale di Cuba può essere estirpata soltanto alla radice, cambiando le fondamenta dello Stato. «Il movimento oppositore – ha spiegato - cresce giorno dopo giorno e ottiene risultati, come la limitazione della pena dei morte, degli aborti e alla possibilità di esprimere opinioni. Persino tra le fila del Partito Comunista ci sono simpatizzanti della dissidenza».
Biscet ritiene che ci possa essere una svolta senza ricorrere alla violenza anche grazie all'aiuto della Chiesa cattolica: «La Chiesa cattolica ha fatto molto e in futuro potrà fare ancora di più, convincendo il regime a nominare un governo di transizione per cambiare Cuba senza rivolte di piazza e spargimenti di sangue. A mio parere il sistema ha i giorni contati».
Nei mesi scorsi anche il Movimento europeo per la difesa della vita aveva raccolto la sfida di Biscet, invocandone la liberazione (ne aveva parlato anche la Bussola). E aveva lanciato anche una maglietta, con il suo volto, provocatoriamente simile a quella del "Che" Guevara. Ma la rivoluzione di Biscet non ha nulla a che vedere con quella del sanguinario guerrigliero comunista. E la sua battaglia non è ancora finita.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 15-03-2011

4 - NOTIZIA IN ESCLUSIVA: E' INIZIATA LA QUARESIMA (MA LA TV E I GIORNALI NON SE NE SONO ACCORTI)
Eppure è uno dei periodi più importanti per i cristiani: fosse cominciato il ramadan, sapremmo già tutto
Autore: Mario Giordano - Fonte: Il Giornale, 9 marzo 2011

Vorrei dare una notizia in esclusiva: ieri è iniziata la Quaresima. Lo dico perché nessun giornale e nessuna Tv ha riservato alla vicenda la benché minima attenzione. Il mercoledì delle Ceneri è passato via inosservato, fra gli avanzi del Carnevale grasso, le ultime feste di Venezia e le ricadute di polemiche scatenate attorno alla festa della donna. Per carità: momento importante l'8 marzo. Ma di tutte le pagine ricoperte di mimose, fra tutte le iniziative in rosa, e le quote rosa, le ricorrenze rosa e i palazzi illuminati di rosa, possibile che non ci sia uno spazietto viola per ricordare che oggi inizia il tempo più importante per i cristiani? Scommetto che se oggi fosse cominciato il Ramadan avremmo già stampato titoli a caratteri cubitali. Succede ogni volta: cinquemila a Vicenza per il Ramadan, diecimila a Milano per il Ramadan, e giù a raccogliere opinioni degli esperti per dire come ci si comporta durante il Ramadan, quali sono le regole del Ramadan, com'è bello fare il Ramadan.
Persino alcuni vescovi a volte sembra che s'emozionino più per il Ramadan che per la Quaresima: si sa, è più facile ottenere un titolo su Repubblica inchinandosi ai fedeli musulmani, magari proponendo una moschea in ogni quartiere, che celebrando il consueto cristiano rito delle Ceneri... E allora, però, è abbastanza inutile lamentarsi dell'Eurabia, citare le profezie di Oriana Fallaci, spaventarsi per l'arrivo delle masse di immigrati dal Nord Africa e per il conseguente «suicidio dell'Europa », come ha fatto ieri il Corriere con un sentito editoriale di Piero Ostellino, se poi non ci si accorge nemmeno che in tutto il resto del giornale (e dei giornali) non c'è una riga per ricordare che sta accadendo qualcosa di importante per i cristiani. È inutile perché non si può vincere la sfida con l'islam cancellando la nostra memoria, le nostre tradizioni, la nostra fede. Chi perde le proprie radici rischia di essere spazzato via anche da un venticello, figuriamoci da una bufera come quella che si è sollevata in terra araba. Ma in fondo noi quella sfida l'abbiamo già persa. Abbiamo perso perché sappiamo tutto delle celebrazioni del venerdì in moschea e nulla delle Ceneri. Abbiamo perso perché nella preghiera laica del mattino, che sono i giornali, citiamo i carri di Viareggio e le arance di Ivrea, ma non sappiamo più perché esiste una festa che si chiama Carnevale. Abbiamo perso perché se domani, che è il primo venerdì di quaresima, nelle mense scolastiche serviranno prosciutto e bistecca nessuno avrà nulla da dire. E magari sono gli stessi che giustamente si scandalizzano se, per errore, sul tavolo di un musulmano finisce un tocco di maiale...
Ci tornano in mente le parole della Fallaci perché abbiamo paura. E abbiamo paura perché non sappiamo più chi siamo, mentre gli islamici lo sanno benissimo e sono così orgogliosi della loro fede e del loro passato da difenderlo anche in terra straniera. Noi, la nostra fede e il nostro passato, non sappiamo più raccontarlo nemmeno negli oratori, dove si celebra solennemente il multiculturalismo, ma ci si dimentica di spiegare il significato delle Ceneri. Se ieri fossimo andati in giro per le città a chiedere: «Che giorno è oggi? », avremmo avuto molte risposte: «Il giorno dopo la festa della donna», «il giorno dopo il martedì grasso», «il 9 marzo», «il giorno in cui si ritorna a scuola», «il giorno in cui appassiscono le mimose », «il giorno della Champions League». Tutto vero, tutto esatto. E le Ceneri? Chi lo sa. Ormai persino la giornata internazionale della lentezza, la giornata mondiale senza tabacco e la giornata internazionale sulla protezione della fascia di ozono stratosferico hanno più visibilità dell'inizio della Quaresima. Sarà forse una giustificazione il fatto che buona parte delle grandi aziende editoriali hanno sede a Milano? Per la grande stampa e per le Tv il tempo della penitenza potrebbe cominciare domenica, secondo il rito ambrosiano? Macché: domenica ci saranno gli ultimi riti della settimana bianca, cominceranno le cerimonie laiche della primavera, il Fai che apre i giardini e le ville e altre interessanti attività.
La Quaresima no, quella l'abbiamo cacciata via. Non se ne parla, è tabù, forse perché la riteniamo troppo triste da inserire nella nostra vita, un'overdose di sacrifici che non ci vuole in mezzo a giorni che sembrano ormai quasi tutti quaresimali. Ed invece sbagliamo. Sbagliamo perché, come ha scritto l' Avvenire ieri, la Quaresima è sempre meno il rito della malinconia, e sempre più è il rito dell'ironia, che «sorride in faccia ai gufi della storia». Lo si voglia o no: «Non è più una tesi filosofica, ce lo si legge proprio addosso ». Basta guardarsi intorno. Proprio perché i tempi sono già così cupi, proprio perché siamo di fronte a un mondo che crolla, proprio perché la vita già ci sembra una serie di infinite quaresime, non c'è altra strada che sperare nella Quaresima. Quella vera. Che, se non altro, a differenza delle tante quaresime quotidiane, dà un senso ai sacrifici, portando con sé la speranza della Pasqua.

Fonte: Il Giornale, 9 marzo 2011

5 - QUOTE ROSA NEI CONSIGLI D'AMMINISTRAZIONE: COSI' SI DISCRIMINANO I PIU' MERITEVOLI E SI FA CREDERE ALLE DONNE CHE VALGANO SOLO QUANDO FANNO QUELLO CHE VEDONO FARE AGLI UOMINI
E' sbagliato vedere la carriera come mezzo ideale di affermazione personale (tanto più che la norma è ingiusta perché ammette che persone con doti migliori vengano scavalcate)
Autore: Anna Bono - Fonte: La Bussola Quotidiana, 11-03-2011

Superati gli ostacoli dei giorni scorsi, il disegno di legge che istituisce le quote rosa nei Consigli d'amministrazione e negli organi di controllo delle società quotate in Borsa andrà in Aula il prossimo 15 marzo. In base alle nuove norme i suddetti organi dovranno essere costituiti da donne per un quinto a partire dal 2012 e per un terzo dal 2015. In caso di inadempienza sono previste diffide da parte della Consob, sanzioni pecuniarie – da 100 mila euro a un milione per i consigli d'amministrazione e da 20 mila a 200 mila euro per i collegi sindacali – e per finire la decadenza degli organi che non si adeguino entro sette mesi dalla prima diffida.
Le quote rosa sono state accolte con entusiasmo da più parti, tutti se ne dicono fieri e se ne attribuiscono il merito. Non manca neanche chi, come il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, si augura che analoghi provvedimenti vengano estesi anche alle istituzioni pubbliche.
Ovviamente il lodevole obiettivo della legge è promuovere le pari opportunità per le donne.
Altrettanto ovvii sono però alcuni "effetti collaterali" indesiderabili. Può darsi innanzi tutto che non sempre si trovino abbastanza donne disposte a ricoprire certe cariche e capaci di farlo e allora le quote rosa costringono a scegliere persone inadeguate o quanto meno non del tutto adatte alle funzioni richieste. In secondo luogo, la norma ammette che persone con titoli migliori vengano scavalcate, perché di sesso maschile, per consentire il raggiungimento delle quote stabilite.
Ne consegue infine che in linea di principio le pari opportunità vengono giudicate più importanti del buon funzionamento di una impresa: cosa abbastanza discutibile.
A quanto detto si devono aggiungere tre fondamentali obiezioni. La prima è che, in un paese come l'Italia, sarebbe opportuno non sminuire il valore del merito e l'importanza della responsabilità individuale già non abbastanza apprezzati da una cultura diffusa che giudica negativamente intraprendenza e dedizione al lavoro.
In secondo luogo vanno prese le distanze anche da una mentalità che assume come ideale mezzo di affermazione personale la carriera, ma non necessariamente la crescita professionale, e che tende a liquidare le scelte di vita diverse come un fallimento o come un indice di impotenza.
La terza considerazione, cruciale, è che le pari opportunità vanno intese nel senso di condizioni quanto più possibile simili alla partenza – e quindi istruzione, salute, sicurezza per tutti – mentre non si possono e tanto meno si dovrebbero pretendere pari condizioni di arrivo, vale a dire per quel che riguarda i traguardi raggiungibili. In tale prospettiva, compito collettivo a cui lo stato deve partecipare è la rimozione di eventuali ostacoli normativi e l'integrazione delle risorse familiari con sussidi statali e privati.
Per finire vi è il fatto che chi giustamente si preoccupa delle pari opportunità spesso però tende a pensare che l'assenza o la scarsità di donne peggiorino le performance di un organismo, sia esso politico o economico. Le quote rosa, allora, oltre a favorire la promozione delle donne, renderebbero anche il mondo migliore: meno bellicoso e intollerante, più attento ai bisogni umani, più disposto a tutelare i deboli e più rispettoso dell'ambiente naturale. In sostanza si tratta della convinzione, di cui molte donne si compiacciono e molti uomini si vantano, che la donna sia intrinsecamente migliore dell'uomo: del che non esiste rilevanza statistica né prova scientifica. Di per sé la partecipazione femminile non fa funzionare meglio un parlamento, uno studio legale, una fabbrica, una scuola perché non esiste un modo maschile o femminile di amministrare, insegnare, svolgere una professione.
Per di più, fatto tutt'altro che secondario, spiegare i successi individuali delle donne non tanto in ragione di doti, capacità e valore personali, ma come risultato di una presunta superiorità di genere non migliora certo la stima di sé che alle donne si raccomanda di coltivare.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 11-03-2011

6 - NIENTE ADOZIONI PER I CRISTIANI PERCHE' CONSIDERANO PECCATO L'OMOSESSUALITA': SAREBBERO PESSIMI GENITORI (SECONDO LE LEGGI INGLESI)
''Volevamo offrire amore e una casa ai bambini che hanno bisogno; siamo stati esclusi per le opinioni morali basate sulla nostra fede e, per questo, un bambino in difficoltà ha perduto l'occasione di trovare un'abitazione sicura e un'assistenza''
Fonte La Bussola Quotidiana, 11-03-2011

Londra, 10. L'Alta Corte di Giustizia d'Inghilterra e Galles ha emesso una sentenza in base alla quale a una coppia di coniugi cristiani, appartenente alla comunità pentecostale, è stato confermato il divieto di affidamento di bambini a causa dei loro principi morali in materia di educazione sessuale e omosessualità. L'Alta Corte ha di fatto stabilito che i principi morali basati sulla fede dei coniugi sono «ostili» per l'educazione dei bambini. I coniugi, Owen e Eunice Johns, in particolare, avrebbero espresso - secondo quanto stabilito dalla Royal Courts of Justice - opinioni contrarie all'omosessualità, violando per questo il rispetto dell'«Equality Act» 2010 (la legge che punisce discriminazioni sulla base del sesso) che condensa una serie di normative che tutelano i diritti degli omosessuali. La legislazione in materia, risalente al 1965, si era infatti notevolmente arricchita nel tempo anche in attuazione di alcune direttive europee. I coniugi - che nel passato avevano già ricevuto in affidamento una quindicina di minori - si erano appellati all'Alta Corte contro un provvedimento del municipio di residenza (Derby), con il quale era stata bloccata la loro richiesta di accogliere e assistere per brevi periodi nella propria abitazione anche bambini e bambine al di sotto dei dieci anni di età, senza famiglia naturale o con problemi psichici, in quanto si erano rifiutati di aderire all'Equality Act. Il Christian Legal Centre, il servizio di assistenza legale, aveva fornito supporto alla coppia nella causa contro i funzionari del servizio municipale di affido di Derby. Secondo l'Alta Corte la decisione non sarebbe stata presa tenendo conto della fede dei due coniugi ma, hanno puntualizzato i giudici, «è fondamentale, per la legge e per il nostro modo di vivere, che a ciascuna persona sia garantita l'uguaglianza. Noi viviamo in questo Paese, in una società democratica e pluralistica, in uno Stato secolare e non teocratico». L'organo giudiziario ha concluso, pertanto, che le leggi che garantiscono la non discriminazione sulla base degli orientamenti sessuali hanno la precedenza sulle convinzioni religiose.
I coniugi hanno sottolineato che la propria fede cristiana non ha comportato alcuna discriminazione. In una dichiarazione scritta rilasciata dopo la sentenza è scritto: «Volevamo offrire amore e una casa ai bambini che hanno bisogno senza alcuna distinzione. Ora siamo stati esclusi dall'affidamento per le opinioni morali basate sulla nostra fede e, per questo, un bambino in difficoltà ha probabilmente perduto l'occasione di trovare un'abitazione sicura e un'assistenza». E concludono: «Non riteniamo che i nostri principi morali cristiani siano dannosi. Essere cristiani non significa ostilità nei confronti delle leggi e non dovrebbe essere considerato di ostacolo nella crescita e nell'educazione dei bambini». Il responsabile del Christian Legal Centre, Andrea Minichiello Williams, ha osservato che attualmente in Gran Bretagna c'è «un grande disequilibrio a livello legislativo», aggiungendo che «non possiamo avere una società dove una persona risulta esclusa in base all'etica sessuale prevalente. La Gran Bretagna in questo momento sta guidando in Europa l'intolleranza contro i principi morali della fede».
L'Equality Act vieta qualsiasi discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali e prevede, fra l'altro, anche la possibilità, per queste, di adottare bambini. In pratica, le agenzie britanniche di adozioni che ricevono finanziamenti pubblici, non possono fare differenza sulla base degli orientamenti sessuali delle persone che chiedono di poter avere cura dei bambini, ma questo ha implicato per diverse strutture cattoliche la chiusura delle attività. Le agenzie cattoliche coprono circa il 4 per cento del totale delle adozioni. Secondo alcune stime, dal 2007 almeno tredici agenzie cattoliche di adozioni hanno deciso di interrompere l'attività o di limitarla fortemente. In una nota pubblicata dalla Conferenza episcopale d'Inghilterra e Galles, pubblicata in occasione del lungo dibattito nazionale che ha accompagnato la stesura e la promulgazione dell'Equality Act, era stato evidenziato che la legge avrebbe costretto le agenzie cattoliche «ad agire contro i principi della fede». Le agenzie cattoliche, già nel 2007, avevano chiesto di essere esentate dall'applicazione di quanto stabilito nell'Equality Act, ma la proposta ha incontrato il rifiuto delle autorità statali. Anche la Comunione anglicana aveva espresso disappunto per la decisione di non concedere l'esenzione. In una lettera pubblica, l'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, osservava come molte persone che fanno volontariato nel settore delle adozioni siano animate da motivazioni religiose e che è già prevista in altre leggi, come nel settore sanitario, l'obiezione di coscienza. L'arcivescovo di Canterbury aveva anche aggiunto che il Governo, pur garantendo i principi di non discriminazione non dovrebbe, su questioni morali controverse, compiere scelte indistinte per tutti.
(Articolo tratto da L'Osservatore Romano dell'11 marzo 2011)

Fonte: La Bussola Quotidiana, 11-03-2011

7 - SAREBBE LOGICO PER GLI EBREI FESTEGGIARE L'ASCESA AL POTERE DA PARTE DI HITLER?
Certo che no! Eppure il 17 marzo ci saranno cattolici che festeggeranno il Risorgimento che voleva distruggere la Chiesa Cattolica in quanto tale
Autore: Massimo Viglione - Fonte: Corrispondenza Romana, 12/3/2011

«L'Italia è fatta, restano a fare gli italiani». Ecco la frase più nota della storia italiana, pronunciata negli stessi giorni fatali dell'unificazione da uno dei suoi più intelligenti protagonisti, Massimo d'Azeglio, e già disincantato critico.
Non è facile spiegare quanta profonda verità vi fosse in questa affermazione, che ancora oggi costituisce una fonte di riflessioni e dibattiti fra storici e politologi. In questa audace e provocatoria frase si racchiude in nuce tutta la problematica della Rivoluzione italiana: l'unificazione non era stata attuata proprio in quanto gli italiani già c'erano e soffrivano perché senza patria? I moti, i complotti, le congiure, gli attentati, le guerre, non erano stati fatti per liberare gli italiani da intollerabile e brutale oppressione straniera e indigena?
Inoltre, altra non secondaria questione: gli italiani "si fanno"? Un popolo lo si crea con le guerre e i plebisciti, o un popolo esiste già di per sé? E se si arriva a sentire un'esigenza come quella espressa dal d'Azeglio (quali ne possano essere le motivazioni e al di là dell'aspetto provocatorio), non se ne deve concludere forse che l'unificazione non è stata voluta e sentita dalle popolazioni italiane ma è stata loro imposta da una ristretta élite politica e sociale?
Come si può notare, in tali questioni si ritrovano le principali cause di disfunzione che da 150 anni lacerano la società e la storia nazionale; e in particolare se ne riscontra, nell'immediato, una su tutte, la più grave, la più irrisolta: la divisione del nostro popolo. Proprio il principio stesso di "dover fare gli italiani" dimostra che si era volutamente rinnegata la millenaria identità italiana in nome di una strada nuova, antitetica alla vera civiltà italica, quindi sovversiva.
Si era scelto insomma di rinnegare e distruggere la vera Italia (che infatti i protagonisti del Risorgimento – e con loro nei decenni seguenti tutti i risorgimentisti – chiamavano "La vecchia Italia") in nome de "La nuova Italia". Vale a dire, un'Italia non più universale, non più cattolica, di lì a poco neanche più monarchica; insomma, non più "romana" e, quindi, non più "italiana". Occorreva insomma "fare gli italiani", come se non esistessero già da sempre, ovvero diversi da come essi da sempre erano e volevano restare.
In questi ultimi decenni è iniziato (e si sta sviluppando in maniera sempre più intensa e coinvolgente) un riesame storico degli eventi – e dei loro protagonisti – che condussero all'unificazione nazionale italiana e delle conseguenze del processo risorgimentale sulla storia nazionale del XX secolo. Un nucleo sempre più numeroso di cattedratici, storici e politologi ha cominciato a mettere in discussione determinati aspetti e specifici momenti del Risorgimento italiano che troppo facilmente erano stati codificati dalle correnti storiografiche dominanti – e quindi presentati per decenni a generazioni di italiani – come assunti indiscutibili, sui quali poi si è voluto fondare l'"immaginario collettivo" del popolo italiano per quanto concerne il proprio Stato nazionale.
In particolare, vi sono alcuni momenti ideali precisi e alcuni nodi storici più drammatici che maggiormente hanno interessato tali studiosi. Il primo fra questi ad attirare l'interesse degli storici è stato, fin dagli anni Sessanta, la rivolta delle popolazioni meridionali contro il processo unitario in difesa della Chiesa e della dinastia borbonica, il cosiddetto "brigantaggio" antiunitario, argomento ormai ricco di studi che lo approfondiscono ma che non smette certo di suscitare polemiche e divisioni fra gli esperti e anche fra i profani. Sulla stessa scia si situa il problema delle insorgenze antigiacobine, che avvennero a seguito dell'invasione napoleonica: ormai, da "argomento tabù" della nostra storia, realmente boicottato e mistificato per decenni, negli ultimi anni è divenuto una pagina fra le più coinvolgenti.
Negli ultimissimi anni, poi, sono fioriti anche studi, di matrice cattolica, finalizzati a ripresentare il processo risorgimentale sotto l'aspetto specifico della guerra alla Chiesa condotta sotto la veste eroica dell'unificazione nazionale. La guerra alla Chiesa Cattolica e alle tradizioni locali condotta dal Risorgimento aveva come scopo la morte non del Papato come Stato Pontificio al fine dell'unificazione, bensì del Papato come Chiesa Cattolica, come molti fra i più noti e meno noti protagonisti di quei giorni ebbero sempre a dichiarare pubblicamente e a testimoniare con le loro azioni: è stata una guerra condotta senza scrupoli di sorta, che ha ferito nel profondo l'identità cattolica degli italiani.
Ma, dagli anni Ottanta, anche altri aspetti del movimento unitario e dell'Italia postunitaria e del XX secolo sono stati riesaminati da vari autori e storici, sovente non cattolici – sebbene non anticattolici – (settarismo terroristico mazziniano, la farsa dei plebisciti, la corruzione endemica, l'emigrazionismo, il nazionalismo, e quindi la Grande Guerra, il fascismo figlio del Risorgimento, l'8 settembre e la "morte della patria", la guerra civile e l'odio ideologico, ecc., fino ai giorni nostri).
La conclusione, in diverse maniere e per differenti vie, è sempre risultata però la medesima: la costatazione della mancata reale unità degli italiani, vale a dire quella del fallimento palese di ciò che fu lo scopo stesso del Risorgimento, la creazione di una nuova identità nazionale per gli italiani. È un intero mondo culturale e ideologico che inizia a vacillare, sotto la spinta della necessità e del desiderio che la verità sulla storia del nostro popolo sia finalmente conosciuta da tutti.

Fonte: Corrispondenza Romana, 12/3/2011

8 - LE CHIESE MODERNE SONO BRUTTE
Il giudizio unisce semplici fedeli, critici d'arte, intellettuali laici fino ad arrivare a Mons. Gianfranco Ravasi che dichiara: ''Oggi le chiese sono come un garage dove Dio viene parcheggiato''
Autore: Ebe Gianotti - Fonte: La Bussola Quotidiana, 12-02-2011

Che le chiese moderne siano brutte non è un luogo comune qualunquista. Il giudizio unisce per una volta semplici fedeli, critici d'arte, intellettuali laici fino ad arrivare a monsignor Gianfranco Ravasi, in pratica il ministro della cultura e dei beni culturali del Vaticano, che su questo argomento ha voluto citare padre Turoldo, «oggi le chiese sono come un garage dove Dio viene parcheggiato e i fedeli sono tutti allineati davanti a lui».
Eppure parecchie delle chiese nuove sono affidate agli architetti contemporanei più quotati, e il problema non può neanche risiedere nella convinzione religiosa o meno dei progettisti se uno degli ultimi esempi negativi è la chiesa di S. Paolo a Foligno, opera di un Massimiliano Fuksas neoconvertito per merito di Benedetto XVI, come ha dichiarato in un'intervista. In questo caso specifico, ci troviamo di fronte a un oggetto che in nessun modo rivela qualche parentela con la lunga tradizione delle chiese cristiane. Un enorme monolite in cemento, costituito da due parallelepipedi inseriti uno nell'altro e collegati da elementi a forma di tronco di piramide, muto, al contrario delle vere architetture che cantano, come diceva Enzo Paci.
Proprio questi elementi - il tipo di composizione astratta, la semplicità frutto della trasposizione schematica di moduli geometrici e non del difficile processo che, nell'apparente semplicità formale, condensa complessità e articolazione - rivelano la loro discendenza dagli indifferenziati templi di una metafisica come era pensata dagli architetti rivoluzionari illuministi, nella Francia del 1700.
Si comincia con Blondel e la facciata di chiesa conventuale simile a un monumento funebre, in cui è un obelisco a sostenere la croce, si prosegue con il suo allievo più celebre, Boullèe i cui cenotafi sono il riferimento obbligato per ogni architetto che si accinga a costruire nuove chiese e i cui disegni di chiese metropolitane (nessuna dedica ai santi, alla Madonna, a Cristo, sono scomparsi tutti) paiono il modello del campidoglio di Washington o dell'Opèra di Parigi. Si arriva poi a Lequeu che conclude la parabola, dopo templi del Silenzio e di Iside o santuari persiani, con il Tempio al Dio ignoto.
E a un dio ignoto sembrano di fatto appartenere le chiese moderne.
Architetture algide, fredde e spoglie quelle proposte dagli architetti francesi, così come le contemporanee, nate dal gesto del progettista, fortemente demiurgico allora e un po' più glamour oggi, che interrompe il legame storico con il popolo che sta dietro alla costruzione di ogni chiesa.
Gli ambienti nudi, la scarsa varietà dei materiali impiegati, l'intervento minimo dell'iconografia e, come conseguenza, l'assenza quasi totale di artisti e artigiani qualificati, ci ricordano come, al contrario, il legame del popolo nell'edificazione della Casa di Dio per secoli si fosse manifestato in modo molto concreto. Nel lavoro di artigiani, muratori, scalpellini, decoratori, stuccatori che si davano il cambio generazione dopo generazione in quei cantieri infiniti che erano le cattedrali e nelle quali si racchiudeva il meglio della capacità di "fare" tipica dell'uomo.
Quella particolare modalità che Pavel A. Florenskij definiva con queste parole: una costituzione di spirito del tutto particolare: abitudini ed esperienza ricevute in eredità e formate nel corso dei secoli... Probabilmente il tipo più sano di processo creativo, che scorre sempre entro argini ben precisi, senza sofferenze, senza ansie, senza romanticismo, senza lacrime e senza estasi, con una tranquilla sicurezza nella propria mano, che sa già da sé cosa deve fare... questa maestria è lontanissima dallo spirito del nostro tempo, dove tutto è basato sulla sincerità lancinante e sullo sconcerto, oppure sul desiderio di produrre qualcosa di diverso da ciò che è già stato fatto da altri, di vedere, stupire, colpire, e sul terrore di poter andare a finire casualmente su una strada già percorsa da qualche altro.
Oggi nessuno entra in una chiesa moderna per ammirare un affresco, un altare, un bassorilievo, per vivere la bellezza dello spazio interno e della luce che filtra attraverso le vetrate, eppure l'esperienza del bello è una di quelle che con più forza avvicina l'uomo a Dio, come la Chiesa ha sempre saputo.
Ma a scorrere le pagine del catalogo della mostra internazionale di Architettura per lo spazio sacro, tenuta a Bologna nel 1996 con il patrocinio della Cei, viene il dubbio che forse non lo sappia più e che  le colpe non siano da addebitare solo agli architetti per i loro progetti, ma anche alla committenza religiosa che li approva.
È difficile dalle piante capire che si tratta di edifici per il culto, scordiamoci navate, transetti, absidi, cappelle laterali, cripte, prevale la pianta centrale, modificata e deformata in tutte le possibili accezioni:ellissi, prismi, triangoli, cerchi, quadrati.
E quando il modello è la pianta rettangolare, non è assimilabile a nient'altro altro che a un'aula (di tribunale, di mensa aziendale, per conferenze, per rappresentazioni teatrali?). Quasi assenti i campanili, la verticalità è modesta o nulla e se proprio la si vuole sottolineare spesso non si trova altra soluzione che la forma stilizzata del pino natalizio, con falde inclinate fino a terra, alla maniera di un'ipotetica baita che non esiste neppure in montagna.
 Anche le recenti pubblicazioni degli esiti dei concorsi promossi dalla Cei per le nuove chiese italiane, parlo del 2010, non propongono esempi incoraggianti.
Eppure ogni progettista era supportato da un sacerdote liturgista, proprio per evitare ridicole invenzioni soggettive da parte dell'architetto. E a leggere le relazioni di presentazione dei progetti vincitori, o comunque dei secondi e terzi classificati, prima ancora di esaminare le tavole e i rendering, spesso non si può che essere d'accordo con le intenzioni. Ma è come se poi alle parole non corrispondessero le azioni e si producesse uno scollamento insanabile tra i due termini.
Per cui ci ritroviamo di nuovo con chiese che sembrano crematori (S. Giorgio Martire, Dresano), chiese afasiche, dove l'esposizione del crocifisso è l'unica concessione all'iconografia cristiana. Scomparsa ogni traccia di racconto biblico, vuoi pittorico, vuoi scultoreo, rimangono spazi minimalisti e mortiferi, oppure forme "organiche", che siccome siamo vicini al mare (S. Giovanni Battista, Porto Recanati) si ispirano alle onde, oppure addirittura chiese attente a ridurre al minimo il fabbisogno energetico in modo da poter classificare l'edificio in Classe energetica A (!).
O ancora progetti di chiese "accartocciate" (Madonna del Carmelo, Racalmuto), ispirate ai lavori di Frank Gehry, che se arriva un terremoto a distruggerle nessuno se ne accorge.
Insomma, anche con il liturgista che fiata sul collo, sembra che non si sappia dove sbattere la testa.

Fonte: La Bussola Quotidiana, 12-02-2011

9 - IL MINISTRO PAKISTANO ASSASSINATO LA SCORSA SETTIMANA SI ERA DETTO PRONTO A ''MORIRE PER CRISTO''
La diocesi starebbe per chiedere alla Santa Sede il riconoscimento del martirio di Shahbaz Bhatti ucciso a motivo della sua fede cristiana
Autore: Luca Marcolivio - Fonte: L'Ottimista, 10 Marzo 2011

Shahbaz Bhatti non era un uomo alla ricerca della notorietà. Pur essendo ministro del governo pakistano, girava senza scorta. Non era nemmeno un "politico" nell'accezione comune del termine. Quella per le minoranze era per lui una vera e propria vocazione; e nel suo paese il concetto di minoranza non è quello occidentale, riferito alla normale dialettica di un'opinione pubblica libera in cui chi ha più voti governa e chi ne ha di meno è comunque rispettato e può esprimere pacificamente il suo dissenso.
Essere in minoranza in Pakistan è sinonimo di marginalità, di isolamento, di miseria, di persecuzione. Il più grande torto di Bhatti era quello di appartenere a queste minoranze, in quanto cristiano. La sua più grande forza era quella di essere un cristiano vero, ovvero senza compromessi con il mondo e con la consapevolezza che la propria missione non si conclude con la morte e che la violenza dei nemici non potrà mai vincere.
Ma chi era davvero Shahbaz Bhatti e per quale motivo i fondamentalisti islamici lo hanno così barbaramente assassinato lo scorso 2 marzo? Fu lui stesso a descriversi così: "Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù". Parole che farebbero onore a qualunque cristiano, di qualunque luogo ed epoca. Bhatti, però, è nato e vissuto nel Pakistan del XXI secolo: un paese dove la libertà di culto è limitata e dove vige la vergognosa legge contro la blasfemia, laddove per blasfemo (alla faccia della libertà religiosa e della laicità che piace tanto agli europei...) non si intende l'offesa a qualunque culto ma solo ed esclusivamente ad Allah e all'Islam, dei quali è devoto il 96% della popolazione. E probabilmente in nessun paese islamico l'intolleranza religiosa sta raggiungendo livelli preoccupanti come in Pakistan: da quando il caso di Asia Bibi è diventato noto all'opinione pubblica internazionale, per i cristiani non c'è più tregua: mentre la 45enne contadina del Punjab rischia la lapidazione per aver educatamente criticato la figura del profeta Maometto, lo scorso 4 gennaio, il governatore della stessa provincia, Salman Taseer (mussulmano), è stato assassinato dalla sua guardia del corpo per aver espresso la propria contrarietà alla legge antiblasfemia. In Pakistan la violenza fondamentalista non è tanto un problema politico, quanto un problema culturale, tristemente radicato nel popolo. Il governo di Islamabad – del quale Shahabz Batti, unico ministro cristiano faceva parte – ha condannato tiepidamente gli attentati e si sta dimostrando impotente (forse connivente?) dinnanzi alla furia distruttiva dei fanatici. Dall'altro lato c'è una larga parte della popolazione accecata dall'odio religioso. Non solo l'applicazione della legge sulla blasfemia è tutt'altro che restrittiva e numerosissime condanne vengono comminate per motivi pretestuosi; chi viene assolto vede la sua vita messa a repentaglio, esposta alle aggressioni dei fanatici che pretendono di fare giustizia sommaria in luogo dei tribunali. I pochi cristiani del paese, da parte loro, fanno molta fatica a porgere l'altra guancia. Grande ira ha infatti suscitato la decisione del governo di bloccare, per motivi di sicurezza, l'ingresso alla chiesa dove si sono svolti i funerali del ministro ucciso: persino i familiari della vittima ne sono rimasti fuori.
Il vero problema non riguarda la strategia da adottare dall'interno: sia che i cristiani rimangano in silenzio per non prestare il fianco a rappresaglie (come aveva auspicato il vescovo di Lahore, Lawrence Saldanha), sia che reclamino ad alta voce i loro diritti, essi saranno sempre e comunque sotto tiro. La responsabilità più grande è, piuttosto, a carico della comunità internazionale e delle organizzazioni non governative che dovranno esercitare le opportune pressioni su Islamabad per abrogare o, quantomeno, attenuare la legge antiblasfemia.
Se da un lato, la situazione diplomatica internazionale si presta a dilemmi amletici e a troppe inquietanti zone d'ombra, il contrappunto luminoso è proprio la testimonianza di Shahbaz Bhatti, un uomo che, dinnanzi ai bisognosi, ai poveri, agli affamati e agli assetati non si è mai tirato indietro, anche a costo della propria vita. L'impegno umano e quello cristiano per Bhatti erano una cosa sola. "Io dico che, finché avrò vita, fino all'ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità", aveva affermato in un'intervista il ministro assassinato. "Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere", insisteva a dire. Aveva quindi assunto la propria carica governativa, per puro spirito di servizio. Come spesso capita nelle spietate dinamiche del potere, a Bhatti era stato proposto di abbandonare le sue ambizioni umanitarie, in cambio di una rapida ascesa a ruoli prestigiosi. Aveva avuto il coraggio di dire di no, a costo di minacce e tentativi di aggressione contro di sé e contro la propria famiglia. Ma Shahbaz Bhatti, consapevole che, come affermava Tertulliano "il sangue dei martiri è il seme dei nuovi cristiani", aveva già da tempo accettato il proprio destino, qualunque sarebbe stato: "mi considererei privilegiato qualora (...) Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese".

Fonte: L'Ottimista, 10 Marzo 2011

10 - IL TESTAMENTO DI SHAHBAZ BHATTI (IN VERSIONE INTEGRALE)
La sua forza era di essere un cristiano vero, senza compromessi, ben sapendo che la propria missione non si conclude con la morte e che la violenza dei nemici non potrà mai vincere
Autore: Shahbaz Bhatti - Fonte: La Bussola Quotidiana, 04-03-2011

Quella che segue è una testimonianza di Shahbaz Bhatti, il ministro pachistano per le Minoranze religiose ucciso il 2 marzo da un commando di fondamentalisti islamici che lo hanno "punito" perché cercava di modificare la Legge sulla blasfemia che in 25 anni di applicazione è costata la vita a centinaia di cristiani. Il testo è tratto da "Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza", Marcianum Press 2008.

"Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune». Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.
Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.
Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».
I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.
Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna".

Fonte: La Bussola Quotidiana, 04-03-2011

11 - OMELIA PER LA II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A - (Mt 17,1-9)
Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce
Autore: Padre Francesco Pio Pompa - Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 20 marzo 2011)

Il Vangelo della seconda domenica di Quaresima ci invita a riflettere sull'episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, un episodio avvenuto – narra l'Evangelista – sei giorni dopo il primo annuncio fatto da Gesù sulla sua prossima Passione. In quella circostanza, Gesù si manifesta chiaramente come il Messia sofferente, come Colui che è venuto al mondo a morire per gli uomini, a morire per la salvezza dell'umanità. Quella rivelazione non rispondeva alle comuni attese degli ebrei di un Messia glorioso, quindi di quelle degli Apostoli. In questi ultimi produsse sgomento e scoraggiamento. Allo scopo di incoraggiarli, il Maestro divino portò sul monte Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni e lì si trasfigurò davanti a loro: «Il suo volto brillò come il sole – racconta il Vangelo – e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2).
Il Signore mostrò ai tre Apostoli lo splendore della sua divinità. Dovette essere un'esperienza così beatificante da indurre Pietro, a nome degli altri, ad esprimere il desiderio di voler rimanere per sempre sul monte a contemplare Dio.
Questo episodio ci richiama il significato della Quaresima, tempo di preghiera e penitenza.
Gesù abbandona la pianura, la città, e sale sul monte Tabor per rimanervi nella solitudine, in preghiera. Il monte nella Sacra Scrittura (come il monte Sinai, il monte Carmelo) è il luogo della presenza straordinaria di Dio.
La salita al monte Tabor ci rivela la necessità della penitenza, il distacco dalle cose materiali per poter pregare: incontrare e conoscere Dio.
Dobbiamo purtroppo rilevare la difficoltà a pregare da parte di tanti uomini. Questo accade soprattutto perché risulta difficile staccare il cuore da tanti interessi materiali, da tante passioni terrene, da tante occupazioni volute da noi. Ed allora diventa difficile anche entrare in chiesa, trovare un po' di tempo per la preghiera.
Pensiamo a quanti perdono la Santa Messa domenicale per gli avvenimenti sportivi (partita di calcio, ad esempio). Per una passione si vendono l'anima al diavolo! Qualsiasi sacrificio per il calcio! Non riescono a staccarsi. Il cuore è attaccato agli interessi materiali.
Ma anche se si trova il tempo per andare alla Messa, molto spesso, purtroppo, si riduce solo ad una presenza fisica, come quella dei banchi e dei muri. Questo per togliersi lo scrupolo di non aver perso la Messa. Ma la mente, il cuore dove stanno, dove vagano?
Ecco il monte Tabor: bisogna staccarsi dal piano, arrampicarsi, fare lo sforzo del distacco per potersi incontrare con Dio e avere i veri frutti della preghiera: l'incontro e la manifestazione di Dio, la conoscenza sempre più profonda di Dio.
Fratelli e sorelle, una volta che siamo riusciti a salire e a rimanere sul monte, una volta che ci mettiamo a pregare, una volta che gustiamo la preghiera, può succedere anche a noi ciò che è accaduto per l'Apostolo Pietro: Signore restiamo sempre qui! È bello stare con te! Non vogliamo più lasciarti!
Padre Pellegrino Funicelli, che fu anche assistente personale di Padre Pio, ha raccontato di averlo a lungo "spiato" di giorno e di notte, un po' dappertutto, sino alla sua morte: «Ebbene, non l'ho mai sorpreso ad oziare: non soltanto pregava sempre, ma quando credeva di essere solo pregava con una concentrazione tale che sembrava in contatto diretto con la Divinità. In pubblico, invece, per non distinguersi, si uniformava allo stile e al ritmo della comunità».
E quanto ritenesse vitale la preghiera anche per i suoi figli spirituali lo documenta una testimonianza della signorina Clementina Belloni: «In una confessione, Padre Pio mi accusò di aver rubato. Sorpresa, negai. Il Padre continuò: "Hai rubato il tempo a nostro Signore". E infatti il giorno precedente avevo mancato al dovere della preghiera». Con padre Giacomo Piccirillo, che indugiava a fotografarlo da diverse angolazioni, sbottò: «Stai con questo "ma strillo" [riferendosi alla macchina fotografica, nda] in mano da più di un'ora e non hai detto neanche un'Ave Maria!».
A conclusione di questa nostra riflessione domandiamoci: che cosa abbiamo fatto noi, intanto, in questo primo scorcio di Quaresima? Che cosa abbiamo fatto per aumentare la nostra preghiera? Possiamo già dire che in questo periodo quaresimale stiamo pregando di più? Abbiamo già fatto qualche sforzo, sacrificio proprio per facilitare il movimento del nostro spirito nell'innalzarsi verso Dio (Santa Messa quotidiana, un Rosario in più, ecc.)?
Proponiamoci dunque di pregare di più e meglio, ossia di pregare con sacrificio, pregare rinunciando a tutte le occasioni di distrazione (non riempire la mente unicamente di fatti di cronaca o di notizie sportive o altro che non ci eleva e che ci degrada addirittura, evitare chiacchiere inutili, perdite di tempo, ecc.). Solo così la nostra preghiera sarà più efficace e ci attirerà grazia sovrabbondante dal Signore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, (omelia per il 20 marzo 2011)

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